CXLII.

In quel mezzo, un'altr'anima si scosse, tocca dai sintomi di una

passione nuova e prepotente. La languida e svogliata Caterina, al primo

vedere Agnese, sentì per essa un'antipatìa foriera di malevolenza e

d'odio. La prima volta che la vide fra le dame d'onore, la privilegiò

coi tratti della più marcata incuria: appena levò su lei lo sguardo,

lorchè il maestro delle cerimonie, presentandola come un nuovo fiore

della sua corte, ne pronunciò il nome, e l'accennò colla mano. La sua

avvenenza l'irritava; e, siccome non era possibile metterla in dubio,

Caterina osò chiamarla una bellezza ipocrita ed usuraja. — Le traccie

de' suoi patimenti, invece di meritare pietà, furono giudicate sforzi

ingannevoli dell'arte muliebre, di cui ella temeva ed invidiava gli

incanti. Credette che quella donna fosse comparsa in corte per gettarle

una sfida, e farla vittima de' suoi trionfi. Della sua vita non conobbe

che quella parte che riguardava la persecuzione patita per volere di

suo padre: ma bastava un tal fatto (e questo era il lato meno debole

de' suoi ragionamenti) per credersela nemica, congiurata a suo danno.

Il conte trattava la nuova dama colla riverenza garbata e dignitosa,

ch'egli usava con ogni altra della corte. Ma Caterina, delirante di

gelosia, credette sorprendere sguardi d'intesa, parole misteriose,

perfino mal repressi sospiri. Arrovellava se un fortuito incontro li

avvicinasse; e se il caso li teneva disgiunti più dell'ordinario, ella

interpretava questa tranquillante apparenza come un riserbo studiato,

onde eludere la sua vigilanza, e preparare più tranquilli convegni.

Da quel momento, la principessa finì d'essere la donna schifiltosa,

noiata di tutto, indifferente a tutto. Raccolse quel po' di vita, che

ella consacrava alla scelta dei giojelli e delle vesti, o alle lunghe

arti dell'apparecchiatojo, per nutrire la nuova passione, che le faceva

battere il cuore, fin allora inerte.

Corse voce nei crocchii dei cortigiani, che la principessa erasi fatta

più avvenente. L'ira aveva per verità riacceso quel volto, che, nella

sua irreprensibile regolarità, portava dianzi l'impronta di un'anima

sonnolenta ed agghiacciata. Le sue gote si colorirono di un leggiero

incarnato; gli occhi, di solito socchiusi e paurosi della luce,

s'aprirono più liberamente, stanchi dell'oscurità, avidi di vedere, di

scoprire, di fulminare i colpevoli.

Ma i propositi, sanciti nelle irrequiete sue veglie, rompevano contro

difficoltà insuperabili. Fissava ella cento volte l'ora il momento di

dichiarar guerra alla sua rivale; giurava a sè stessa di non voler più

oltre soffrire le supposte tresche; ma il dì e l'istante giurato non

arrivavano mai. Ella era sola; nessuno aveva penetrato i suoi misteri;

a nessuno, nemmanco alla più fida delle sue ancelle, aveva aperto il

suo cuore e chiesto soccorso.

Taluno, indovinando in quale tempesta si logorasse l'infelice donna,

mosso da una pietà non innocente, osò andarle incontro ed offrirle

quella servitù, che essa non sapeva chiedere. Uno scudiero, che aveva

sogguardato tante volte con indifferenza la sua padrona finchè ella era

assopita nella consueta sua noja, la trovò bellissima e seducente, dopo

che la nuova passione aveva rianimata la dea di marmo.

Colpito dall'improviso mutamento, non osando dimandare nè a lei nè ad

altri la cagione di quei sospiri, cercò di sorprenderli e di appajarli

co' suoi. Ai colleghi nojati dal servizio dell'anticamera si offrì,

quante volte potè, come supplente; e studiò ogni mezzo, ogni pretesto,

per aprirsi la via al gabinetto della principessa, e sorprenderne il

solitario corruccio. I costumi cortigianeschi di quei tempi imponevano

a scudieri e paggi di piegare il ginocchio dinanzi alla loro padrona,

ogni qual volta dovessero presentarle alcuna cosa. — L'audace scudiero

trasse profitto dalla positura supplichevole, a cui lo costringeva

il mestiere, per volgere a Caterina tale parola, che frantesa o

male accolta avrebbe potuto costargli la vita. — Ma Caterina, stanca

d'essere sola, non la sgradì. Ella non pensò ad altro in quel momento

che a procurarsi un fido servitore, che spiasse per suo conto dove

a lei non era permesso il penetrare. E per certo non imaginò che la

devozione di quell'uomo potesse meritare altra mercede, fuorchè l'onore

della privilegiata servitù e il compenso di qualche sguardo meno

altero.

L'abile intrigante non aveva bisogno di veder ristabilita la calma in

quel cuore; poichè allora Caterina sarebbe tornata la donna di prima,

ed egli verrebbe confinato di nuovo nell'abbietta anticamera. Bisognava

dunque non lasciar riposo a quell'acqua torbida, anzi sommoverla e

intorbidarla sempre più; egli poi saprebbe trovare il momento opportuno

per pescarvi dentro a suo modo.

Fu allora, e per mezzo di quello scudiero, che Caterina seppe il

restante della storia di Agnese. Se nelle sue accuse, fondate sulle

apparenze, ella era stata ingiusta, i fatti pur troppo gravi e certi,

che ella arrivò a conoscere, rendevano perdonabile il sospetto.

A tale notizia crebbe in lei, se pur era possibile, l'odio per

Agnese. L'animo suo, come il volto, fiammeggiò di una passione nuova,

impetuosa, indomabile. Ma prima di esaminare i fatti e di riconoscere i

colpevoli, prima di richiamare il marito a' suoi doveri, o di rompere

coll'autorità del suo nome la supposta tresca, ella sentenziò e giurò

vendetta. — Anzi, giova il dirlo, affinchè l'infelice condizione

di questa donna non si usurpi una pietà, non meritata, ella avrebbe

respinta la sua calma primiera, quando dovesse riaverla a condizione di

rinunciare all'ineffabile ebrezza di vendicarsi.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 76 / 103 题