CXLIII.

Caterina stancò la mente nel cercare ed elaborare progetti. Alle pronte

e violente determinazioni non inclinava l'animo suo, perchè la passione

non aveva fatto che mutare in lei la timidezza in viltà. Preferì quelli

che, associandola ai livori ed alle ambizioni altrui, le assicuravano

il buon esito dell'impresa senza esporla a pericoli, od impegnarla

nell'azione, facendola complice dell'opera d'altri.

Le venne in mente la lettera di Rodolfo suo fratello, che, come si

disse, non aveva produtto su lei alcun effetto. La proposta, che in

addietro le parve stravagante e criminosa, le si affacciò di nuovo

al pensiero rivestita di seducenti colori. Tornò figlia rispettosa di

Barnabò, sorella amorevole di Rodolfo, per coltivare con essi disegni

di violenza e di usurpazione a danno del signore di Pavia. — Non durò

fatica a scordare d'essergli sposa; o rammentò questo titolo soltanto

per far più grande l'offesa ricevuta, e per credersi meglio autorizzata

a punirla. Scrisse in proposito una lunga lettera a Rodolfo; nella

quale, dopo di avere esposte le pene e le umiliazioni patite, invocava

in suo soccorso la mente e il braccio del fratello; promettendogli

di volere alla sua volta prestar mano a lui ed alla corte di Milano,

qualora gli antichi disegni del padre fossero ivi ancora vagheggiati.

Questa volta il foglio traditore arrivò inviolato al suo indirizzo;

perocchè il fido scudiero s'incaricò di portarlo egli stesso a

Milano, e di rimetterlo nelle mani di Rodolfo. Costui aveva in quei

dì abbandonato temporariamente la sua residenza di Bergamo, ove era

signore e tiranno; perchè ivi spirava mal aria per lui, fra i suoi

pari il più feroce ed abborrito. Ricevette con grande gioja le nuove

della sorella, si propose di parlarne a tempo debito a suo padre,

e per lo stesso mezzo le rese una risposta piena di rallegramenti e

di speranze. In quello scritto le raccomandava di stare all'erta, di

continuare con zelo nel suo spionaggio, di riferire con assiduità e con

prudenza ogni andamento del conte, e chiudeva con un mondo di tenerezze

fraterne. Altri scritti tennero dietro a questo; il sugo della lunga

corrispondenza era il seguente. — Il signore di Milano avrebbe colto

il momento per sorprendere colle armi il Conte di Virtù e privarlo

della signoria. Contro lui, oltre la ragione della forza, si sarebbero

scagliate accuse di fellonia, di cui si andavano raccogliendo le

prove. Una di queste era la sua toleranza od amicizia per la famiglia

Mantegazza. Quanto ad Agnese, non avevasi che a richiamare il decreto

di Barnabò contro i complici di Maffiolo, e i figli o i parenti dei

ribelli. A Caterina Visconti finalmente venivano conservati, vita sua

durante, la contea di Virtù e i dominii della città e territorio di

Pavia. — I patti erano generosi: Caterina vi si adattava di buon animo,

e proponevasi di fare tutto il possibile per vederli realizzati.

Ma la volontà di Barnabò, concorde nello scopo con quella de' suoi

figli, non lo era nei mezzi. Fermo nella sua antica convinzione che

il Conte di Virtù fosse un dappoco, credeva onorarlo più che egli

non meritasse, impiegando armi e congiure per abbattere un trono

vacillante. Pensava invece che, al primo giorno di sciopero, ei non

avesse che a fare una passeggiata verso Pavia, per cacciarne il nipote

e fissarvisi come assoluto padrone. Il perchè, Rodolfo e Caterina

dovettero aspettare, che il padre si togliesse dalle altre sue gravi

occupazioni, prima di metter mano a quest'inezia.

Tali lungaggini non irritavano Caterina, la quale nelle sue secrete

macchinazioni prelibava già tutte le delizie della vendetta consumata.

La certezza della riescita abbelliva dei più lusinghieri colori i suoi

disegni; la fantasia agitata da un delirio nuovo celebrava già il suo

trionfo. Ma nel prudente uso dei mezzi, ella era sempre la donna gelida

e dissimulatrice. — Simile all'avaro, a cui pro si accumula l'usura del

mutuo, non sollecitava il compimento de' suoi desiderii, nella certezza

di vederli a suo tempo trionfare in un modo più splendido. — Studiò,

quindi, d'essere o di parer calma, onde non destare sospetti; dal canto

suo, non tentò d'interrompere troppo presto le fatali apparenze, che

giustificavano il suo livore; volle sorprendere imprevedutamente i

colpevoli, onde sacrificarli con più completo trionfo alla sua truce

passione.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 77 / 103 题