Fare concessioni ad un'anima appassionata, e pretendere ch'ella ne
usi sobriamente, è come voler trarre poca acqua da una fiumana gonfia,
spillandola dall'argine che la sostiene. Si corre grave rischio, che
lo spirito della corrente roda l'escita, ed irrumpa. — Il bene che
l'uomo sa fare per istinto, o per consiglio della virtù, può pur troppo
andar sfruttato per una momentanea incuria, o per l'incontro casuale
di avverse circostanze. La carità c'insegna dunque a non aggravare le
azioni altrui di troppo severi giudizii; e la ragione ci induce a non
credere sempre, che quando la virtù esce incolume da un grave pericolo
sia tutto e solo merito nostro. Nello scusare, fino ad un certo punto,
il male perchè l'uomo può esservi trascinato quasi inconsapevolmente,
non dobbiamo imbaldanzir troppo del bene, perocchè più di una volta
vi siamo condotti da una mano invisibile. Quella cagione superiore,
che, lasciandoci liberi di operare, dispone però le cose intorno a noi
in modo da renderci più facile e più distinta la scelta, chiamatela
pure _destino_ se essa ci volge al male; io la chiamo _providenza_
quando ci guida al bene. — Posto ciò, non deve far meraviglia se alcuna
volta la fiumana, travagliata all'argine, corre giù per la china senza
traboccare; se la favilla si spegne in mezzo alle stoppie; o se due
cuori appassionati obediscono alla ragione, e, nutrendo e professando
amore, praticano soda e temperata amicizia.
A questo punto ci pare che alcuno ne dica: questa vostra virtù
che annunciate di volerci mostrare d'ora inanzi sempre in mezzo ai
pericoli, e sempre salva, dopo quei precedenti di fragilità che ci
avete svelati, è meravigliosa, è edificante, ma è poco credibile. Il
mondo progredisce, o indietreggia; ma la natura non si cangia: ciò che
non sembra possibile per gli appassionati del giorno d'oggi, non può
essere probabile per quelli di quattro o cinque secoli addietro. Date
(è sempre l'amico lettore che ci consiglia) date al vostro racconto un
altro scioglimento; cercatene uno più spiccio e più clamoroso. Se non è
il vero, sembrerà almanco il più verosimile.
La colpa di queste apparenze non è di chi scrive, ma di chi gli ha
fornito il materiale per tesserne un racconto. Forse fu un torto
l'essergli stato troppo ligio, e il non aver osato deviare dalle sue
orme. È già una colpa molto diversa e molto più perdonabile.
La tentazione di abbandonarlo l'ho provata, a dir vero, anch'io. Mi
sorrise più d'una volta l'idea di chiudere il racconto con una di
quelle catastrofi, che scuotono così bruscamente l'animo del lettore
da non lasciargli tempo e capo per giudicare se siano vere od assurde.
— Fra una rottura completa ed una completa riconciliazione de' nostri
eroi, che potevano essere due buone escite, quello scioglimento che,
per ossequio alla cronaca, si è prescelto, un'alleanza cioè incerta e
condizionata, mi parve il più meschino e il meno efficace. Allora ho
schierato dinanzi a me, non senza provarne qualche seduzione, veleni,
pugnali e simili spedienti da scena. Occhieggiai una cella solitaria,
in cui Agnese avrebbe potuto co' suoi languori espiare il suo fallo:
e mi parve che tale avvenimento, oltre essere l'unica soluzione del
garbuglio, poteva offrire gli estremi ad un episodio vivo e patetico.
Eppure, ragioni più sode hanno dissipata la tentazione. Dopo aver fatta
tanta strada col nostro cronista, ed esserci scambiati molti tratti
di cortesia e di benevolenza, non mi parve bello l'abbandonarlo, così
su due piedi, per l'unica ragione ch'egli pareva avere la fantasia un
po' stanca. Oltracciò, al punto in cui siamo, le pagine del cronista
non appartengono più a lui, ma sono per così dire la porta secreta che
guida al santuario inviolabile della storia, per la quale ora devesi
introdurre il nostro lettore.
Quando mi balenò dunque alla mente il pensiero di separarmi dal
compagno, non era più il tempo di farlo. Era bensì lecito di mettere
a soqquadro quanto precede e prepara il nodo del racconto, ma lo
scioglierlo con un atto violento, in un modo diverso da quello che
la storia addimanda, era un tradire la verità ed armare le censure
dei passati e dei presenti. — Ed anche qui (poichè sono in vena di
schiettezza) dovrò confessare, che gli sdegni del cronista non mi
facevano paura, perchè il poveretto è morto senza successori; ma il
manomettere il tesoro degli storici, che vivono nei loro libri, e che
hanno legato i loro tesori ai dotti, mi parve un atto troppo temerario
e pericoloso. — Continuiamo dunque colla cronaca; poichè da questo
punto la cronaca cammina di fianco alla storia.