“Ah santa Vergine! — sclamò Canziana fuor di sè della meraviglia al
vedere il conte che poneva il piede sulla soglia del casolare — voi
qui! È il Signore che vi manda. Se sapeste.... quante disgrazie, quante
tribolazioni!... come ha sofferta la mia povera padrona!„ Ed avrebbe
volontieri aggiunto “per cagion vostra„ ma in quel momento le parve
che il conte fosse l'inviato della Providenza, e quindi lo tenne come
inviolabile.
Dalle braccia della castellana raccolse il bambino, e, vedendolo sano e
vivace, non poneva misura alle carezze, ed invocava mille benedizioni
dal cielo sul capo di chi lo aveva salvato. Le sue parole e i suoi
atti, la pietà e la gioja si compendiavano in una sola espressione
di tenerezza verso il caro bambino. Ma non era tempo questo di
consulte, di lacrime, e meno ancora di interrogazioni. Scambiò poche
parole col conte sullo stato d'Agnese, e sulla convenienza di averle
ogni riguardo; poi salì da lei, collocò al suo fianco il bambino, e
permise (poichè gli veniva richiesto supplichevolmente) che il conte
entrasse nella camera della malata, ed ivi pigliasse consiglio dagli
avvenimenti.
Appiè del letto, ritto della persona, colle braccia incrociate, col
volto mesto e commosso, stava il conte riguardando quelle due creature;
la profonda pietà, ch'egli provava davanti a quella scena, era scritta
sulla sua fronte e ne' suoi occhi.
“Io fui il vostro tiranno, pensava egli; io t'involai, o Agnese,
il secreto della tua felicità, seminai di spine la culla di questo
innocente. Spietato! Quasi ho terrore di me stesso! Ho fatto sì gran
male a coloro, ch'io amai ed amo tanto; fui sollecito ed ingegnoso
nell'ingannar tutti, nel tradire me stesso. Iddio mi inspiri ciò che
debbo fare per voi, miei diletti, poichè il ben vostro è ben mio.
Povera Agnese, quanto sei sparuta! quanto male io ti ho fatto! Eppure
il tuo labro è pronto ad aprirsi al perdono, non al rimprovero. Deh,
mia diletta, abbi pietà di me...!„ — Poi fattosi torbido e severo,
rimestava nella mente la cagione de' suoi mali, la colpa della sua
colpa; allora lo sdegno e la vendetta gli ribollivano nel cuore. — Se
in quel punto gli fosse apparso davanti lo scelerato calunniatore,
avrebbe avuto cuore d'ucciderlo di sua mano; se colui avesse osato
metter piede entro il confine delle sue terre, lo avrebbe fatto porre
ai tormenti; la tortura ed il capestro gli sembravano lieve pena a
tanto delitto.
Invano ci proveremmo a tradurre fedelmente colla parola la scena
pietosa che ci sta dinanzi. L'amore era il protagonista del quadro;
ma esso si manifestava assai diversamente sulle mobili fisonomie dei
nostri attori. — Sotto il velo di un languore passaggero, la placida
e smorta fisonomia di Agnese, attestava la costanza di un amore sempre
sviscerato ed ardente. Il suo labro socchiuso pareva che volesse dire:
“io non ho mai mancato alla mia promessa; amo, come amai! L'altrui
parola avrebbe potuto santificare quell'affetto che io nutro; quanto
a me, e prima e dopo quella parola, non potrei amare diversamente.„
— Sul volto di Canziana brillava una tenerezza paziente, un affetto
veramente materno. Era l'imagine viva della carità cristiana, che
vorrebbe scemare il male dei fratelli, pigliando sopra di sè la
croce loro. — Una terza espressione più gagliarda, e meno tolerante,
traduceva l'amore del conte in una passione indisciplinata, prepotente,
quasi egoistica, che non vede altro che sè, ma che racchiude nel suo sè
stesso la vita e la felicità della persona amata. — L'affetto d'Agnese,
la carità di Canziana, la passione del conte, s'incontravano infine e
si rannodavano sulle care sembianze di Gabriello, che in mezzo a quella
tempesta dormiva il sonno degli angeli.
Finalmente Agnese si riscosse. Un lieve scrollo delle membra,
annunciando il fine del parosismo, ravvivò la penosa aspettativa
di Canziana, e crebbe l'ansia irrequieta del Conte. — Gli sguardi
d'entrambi cercavano gli occhi d'Agnese, i quali si schiudevano a
tratto a tratto, errando qua e là sugli oggetti circostanti, senza
fissarne alcuno. — Corse la governante a rabbattere le impennate
della finestra; e le pupille dell'inferma, dilatandosi a poco a poco,
poterono finalmente scorgere il bambino, e riposare un momento sulle
sue sembianze.
“Vedete — disse Canziana all'orecchio della sua padrona — vedete:
il Signore, quando abbiamo fede in lui, e lo invochiamo proprio di
cuore, non è sordo alle nostre preghiere. Egli ne rende il bambino,
per cui abbiamo tanto pianto e pregato; e ne lo rende sano e salvo...
Dio ha fatto un miracolo per noi... Suvvia, Madonna, fatevi coraggio.
Questa caparra della bontà celeste v'inspiri fiducia a sperar meglio.
Ringraziate intanto il Signore d'avervi visitato; non vi dolete della
tribolazione che vi ha inviato. Egli vi ha messo alla prova, e perciò
volle farvi degna della sua misericordia.„
Agnese ascoltava risvegliata e commossa, ma non del tutto convinta.
La sua testa, indebolita dai patimenti, s'affaticava a raccogliere
i pochi fatti, che le si affacciavano; ma non giungeva ad arrestarli
perchè fuggevoli, nè a comprenderli perchè perduti nella nebbia delle
sue visioni febrili. Schierava per ordine di tempo, e per grado di
probabilità, quelli che le apparivano più distinti; ma, come un uomo
che fu lunga pezza in viaggio, durava fatica a ravvisare dopo il suo
ritorno le vecchie conoscenze. Sapeva per certo d'aver delirato, ma non
osava dire a sè medesima qual era il sogno, se il terrore di prima o
la calma d'adesso. A poco a poco, rimessa sulla strada del vero dalle
affettuose parole di Canziana, e confortata dalla testimonianza dei
sensi che vedevano e toccavano il suo diletto, finì per concludere, che
i terrori di poco prima, fossero poi sogno o realtà, erano svaniti.
— Posto ciò, riesciva finalmente a raccogliere le sparse ricordanze,
e a tessere con fila deboli ed interrotte la storia dell'ultima sua
disgrazia. Faceva come chi sta interpretando lo scritto di un diploma
corroso: costui crede comprenderne il senso, e lo comprende realmente,
anche prima d'averne lette tutte le parole, quando ne ha dicifrate una
parte.
Un fatto, del tutto fortuito, giovò finalmente a riempire queste
lacune. — Gabriello collocato accanto alla madre si risvegliò, mandando
un gemito sommesso; intanto che, colle braccia e colle manine ribelli
alle fascie, cercava il seno della nutrice; e l'istinto ve lo guidava a
dovere. — Agnese, che aveva patito assai per la protratta interruzione
del suo pietoso officio, si trasse vicino la creatura, e la fece cheta
all'istante. Ma nel far ciò, mentre il ravviare il corso del tributo
materno, stagnante per lunghe ore d'inerzia, le faceva provare uno
spasimo inesprimibile, ella si rallegrò, perchè il soffrire la faceva
certa d'essere viva e desta.
L'oscurità ed il mistero, in mezzo a cui si consumò questo episodio di
pietà, non permisero ad Agnese di ravvisare un uomo, che, ritrattosi
per rispetto nel fondo della camera e ravvolto nella penombra delle
imposte, attendeva la sua sentenza. I suoi affetti, quando pure
fossero stati assopiti, si erano già scossi e risvegliati alle vicende
di quella giornata; ma se per caso fosse rimasto in lui un avanzo
di egoismo, od altro estraneo interesse, quel quadro sì commovente
l'avrebbe dissipato.
Il potente signore, l'ombroso amante erano scomparsi; al suo posto
risurgeva l'uomo d'un anno prima. In lui v'era di più il rimorso del
male inconsapevolmente operato: egli non era l'ultimo a sopportarne le
conseguenze. Ma gradiva il dolore come l'unica e certa testimonianza di
vivissimo affetto ch'egli potesse offrire all'infelice sua donna.
Canziana, poichè vide la padrona preparata ad altre emozioni, ripigliò
la parola.
“Madonna, disse ella; sapete voi come il vostro bambino si trova qui?„
“So che Dio me lo ha restituito. Ho troppe grazie a rendere a lui; ma
non sarò ingrata a chi fu strumento della sua misericordia.„
“Che fareste per quest'uomo?„
“Se egli è povero, dividerò con lui la mia fortuna; se egli avrà
perduto un figlio, farò quanto sta nelle mie povere forze perchè egli
si consoli e lo riveda.„
“E se non avesse bisogno di denaro, nè dell'opera vostra; se egli non
vi cercasse la riconoscenza che opera, ma la generosità che dimentica;
vorreste voi negargli quel bene che è in vostro potere l'accordargli?„
“Io non giungo a comprenderti; la mia testa è ancora confusa — Tu mi
parli di generosità; di dimenticanza....„
“Per condurvi, mia buona figliuola, a parlar di perdono„ interruppe
Canziana con una tenerezza ed un autorità del pari marcate.
“Di perdono? — soggiunse Agnese meravigliata. — La grazia, che oggi il
cielo mi ha fatto, può rendermi forse superba a segno di scordare che
io, più d'ogni altro, ho bisogno d'essere perdonata? Dio sarebbe buono
con me, se io pensassi di essere spietata cogli infelici?„
“Questi pensieri sono degni di voi; coltivate il buon proposito,
n'avrete merito per l'anima vostra e conforto pel cuore. È sì bello il
perdonare!„
“Il sacrificio de' miei risentimenti non è opera d'oggi, mia cara.
Perdonai quando io era meno felice che non la sono adesso. In questo
momento, se io volessi ridestare le mie ire, scuotere le passioni
illanguidite, credi, quelle e queste non risponderebbero all'invito.
Io mi sento troppo felice per pensare ad altro fuorchè a rendermi degna
d'esserla.„
“Siete dunque disposta a perdonare anche a chi ha fatto male a vostro
figlio; non è vero?„
“Sui bambini vegliano gli angeli, ripigliò Agnese; chi fa del male
agli innocenti sfida il cielo, e provoca le sue vendette. Il colpevole
dunque non cerchi perdono umano, invochi quello di Dio. Ma io povera
creatura non mi scorderò di lui; pregherò il Signore perchè ei si
ravveda: Dio toccate il cuore a quello sciagurato, — soggiunse con
accento d'ineffabile pietà; — fate, ch'ei riconosca il suo delitto, e
che torni meritevole della vostra grazia.„
Questa non era soltanto pietà materna; in tali parole era stillato
il balsamo della eroica carità, che vendica l'offesa col beneficio.
La madre, nel parlare del colpevole, alludeva allo sconosciuto che,
ingannando la sua vigilanza, l'aveva strappata dal santuario dei suoi
affetti per profanarlo. Ma il conte pigliava le parole d'Agnese per sè;
egli aveva oltraggiato la natura; e il suo crudele abbandono preparò
i pericoli, che avevano minacciato la vita di due innocenti. — I detti
d'Agnese, severi come ogni atto di una madre che difende il suo sangue,
racchiudevano però tale e tanta generosità, che rendevano grato il
rimprovero.
E infatti, a tali parole credette il conte che fosse venuto il momento
di farsi conoscere. Stanco degli indugi, e trascinato da un invincibile
affetto, uscì dall'ombra che lo proteggeva; con passo fermo s'avvicinò
al letto dell'inferma, e con voce commossa la chiamò per nome.
All'impreveduta comparsa, Agnese tornò quasi a dubitare di sè. Agitata
e sbigottita, ella tremava; voleva parlare e non sapeva trovare una
parola. Si stringeva al petto con maggior forza il bambino, come se
le fosse scudo a un pericolo indeterminato. Fissò con occhio incerto e
pieno di lacrime quella apparizione, ma non potè reggere agli sguardi
commossi che ella incontrava. — Canziana era tornata alle parole
tronche ed insignificanti; la buona donna, vinta dalla pietà, spendeva
ogni sua forza a soffocare il pianto.
“O Agnese, ripetè il conte ponendosi una mano al petto, ecco la cagione
prima di tutti i vostri mali. Io non dissimulo la mia colpa, io non
cerco scuse. Solo vi assicuro, che l'offensore è assai più sventurato
dell'offeso; questo è l'unico titolo, che io vanto, per credermi
meritevole della vostra pietà.„
In dire queste parole, il conte s'avanzò fino al letto d'Agnese, e vi
si inginocchiò allato.
Agnese restò come interdetta. Il suo cuore, straziato da una passione
che soverchiava ogni altro sentimento, non gli suggeriva una parola;
e, quando pure l'avesse trovata, il labro non sapeva pronunciarla. Fu
ancora il conte che ruppe il silenzio.
“Voi tacete, o Agnese? che devo pensare? Esitate forse nel pronunciare
una parola severa? Ditela, io vi sono preparato; quella parola non
può essere d'odio e di sprezzo. Voi non conoscete ancora la storia de'
miei mali, non sapete che l'ingannatore fu prima di voi vittima d'un
inganno. Per dovere di carità, prima di condannarmi (giacchè per certo
non desiderate di trovarmi colpevole) voi vorrete ascoltare le mie
parole.„
“Lasciate che dica anch'io la mia; interruppe Canziana. Figliuola
diletta, checchè possa essere avvenuto in addietro, fatto è che chi vi
rende oggi il vostro Gabriello è il Conte di Virtù.„
“È suo padre„, disse il conte con voce appena intelligibile.
Agnese a quelle parole si coperse il volto, e pianse; ma le sue lacrime
non erano certamente di sdegno o di dolore.
Dopo un breve silenzio, dileguatosi il rossore che ella aveva tentato
di nascondere, rilevò la testa, e veduto l'atteggiamento in cui si
teneva il conte:
“Che fate, gli disse; levatevi, o signore; che v'ha d'attraente nella
miseria perchè v'inchiniate a quel modo davanti ad essa?„
“Promettetemi il vostro perdono„, replicò il conte in atto
supplichevole.
“Ho perdonato a chi mi rapì il figlio. A chi me lo rende devo la mia
eterna gratitudine.„
“Voi siete generosa, ed io oso chiedervi di più. — La nostra mente e
i nostri cuori s'incontreranno d'ora inanzi sur un oggetto comune. Voi
amate Gabriello, voi pensate ad esso e al suo avvenire; io penso a lui,
ed amo lui al pari di sua madre. L'esistenza di questo bambino sarà
il ritrovo delle nostre anime. — Le leggi umane e i riguardi sociali
invano potrebbero impedire questo fortunato incontro. O Agnese, io
vi chiedo soltanto ciò che la natura vuole imperiosamente. Vi chiedo
per grazia di poter amare quel bambino; perchè, se anche m'imponeste
d'obliarlo, io non potrei obedirvi.„
Agnese avrebbe chiuso l'orecchio alle parole del conte se egli avesse
parlato in altro modo. Non era studio od arte in lei l'esitanza
dignitosa con cui mostrava di aggradire tali dichiarazioni. Costretta a
dir pure la sua parola, rispose:
“Una madre protegge il proprio figlio dalle ire e dalle minaccie degli
uomini; fra lui e i perversi pone le sue cure, l'educazione, l'esempio,
la vita. Ma all'amore altrui essa lascia libero varco. Sarebbe crudele
il voler impedire il culto a queste creature innocenti che sono imagini
degli angeli.„
“Voi non mi comprendete.„
“Vi ho compreso perfettamente, o signore. Intenerito dalla sorte di
questo povero orfanello, voi pensate compensarlo dell'abbandono altrui.
È commendevole, è santa la vostra pietà.„
Qui è bene il confessare, che tali parole, riferite seccamente, come
noi facciamo, sembrano improntate di qualche amarezza. Ma il tuono di
voce, con cui erano dette, smentivano ogni apparenza d'ironía. Certo è,
che un'anima appassionata non poteva tornare su quelle memorie senza
sentirne dolore. Il ricordo del passato e la vista dell'avvenire,
sembravano due nemici in lotta fra loro. La ragione ed il cuore
parteggiavano oppostamente sullo stesso campo.
Pel conte, che guardava Agnese, e ne seguiva la mobilità del volto,
queste parole benchè decise, non erano che la parte meno eloquente
del suo linguaggio: erano, se ci si permette il paragone, come un velo
diafano sovraposto ad un oggetto prezioso, che lo fa scorgere a mezzo,
ma ne lascia indovinare tutto il valore.
Il conte ripigliò il discorso per esporre le vicende di quella
giornata. Raccontò quanto sapeva di Gabriello, e quanto aveva fatto per
lui; ma non si curò di dar rilievo all'opera sua; anzi, studiandosi
d'essere parco della parola, attribuì tutto il merito della riuscita
alla Providenza, chiamandosene semplice e casuale strumento. Con
ciò, egli assecondava un nobile assunto; gli interessi del cuore gli
facevano presentire che l'alta origine dell'impresa avrebbe rialzato
anche il fortuito suo esecutore.
Il lettore, che conosce i fatti, ci dispensa dal riferire le parole di
lui. Diremo soltanto com'egli chiudesse la sua narrazione.
“Or bene, continuò egli, prima d'incontrarmi in quella creatura, io
dovetti cedere ad una forza superiore che mi trascinava vicino a lei.
Mi fu detto che quel bambino era un orfano, e sentii la necessità
di dargli un padre; ch'egli era povero, e promisi a me stesso di
sollevarlo dalla miseria; chiesi il suo nome, nessuno me lo disse, ed
io m'affrettai a dargli il mio. Non mi fate merito di soverchia pietà.
La natura, mio malgrado, mi dimandava in secreto l'adempimento de'
suoi voti. Ed ora, ora dovrò io dimenticare colui, che ho amato prima
di conoscere? Dovrò dimenticarlo perchè egli è vostro figlio... perchè
è mio.... perchè è sangue del generoso Maffiolo Mantegazza? Non mi
chiedete o Agnese, se io debba far ciò. Voi l'avete detto, è crudele il
voler impedire un libero culto all'innocenza.„
Agnese, benchè non levasse gli occhi dal suo bambino, mostrava di
porgere tutta l'attenzione a tali parole.
“In quest'atto, — proseguì il conte dopo una breve pausa, porgendo alla
madre il rotolo di pergamena di cui abbiam parlato, — in quest'atto
io chiamo mio figlio adottivo il derelitto, che ora consegnai a sua
madre, e che, come ella dice, è un orfano. Per questo scritto Gabriello
porterà il nome, e godrà i privilegi dei Visconti. — Il documento, che
io sto per rimettere nelle vostre mani, è legge in tutta la signoria
del Conte di Virtù. Ma il principe vi dichiara, che la sua volontà è
oggi subordinata alla vostra. Egli attende di sentire dal vostro labro
se accettate la proposta.„
Agnese ricevette dalle mani del conte il diploma, lo spiegò, finse di
leggerlo, o lo lesse realmente per pigliar tempo a decidere. — La prima
risposta che le corse alla mente fu una franca e dignitosa negativa.
Ella voleva essere dimenticata e dimenticare. Il suo amore materno
bastava a fare serena, se non felice, la sua esistenza; quest'amore
doveva essere la difesa e la ricchezza di suo figlio. La storia della
sua famiglia le ricordava una serie di nobili atti, un costante sdegno
d'ogni servilità, una circospezione non mai smentita in accettar
favori da chicchessia. Ma, appena ebbe proposto il rifiuto, sbollì
quel subito orgoglio, e il pensiero volò a suo figlio, all'avvenire di
lui, alla forse per lui troppo grave oscurità del nome. — Ripetè nella
mente alcune frasi dell'ultimo scritto di suo padre: quelle che più si
attagliavano alla circostanza; e dovette confessare che il suo genitore
faceva del Conte di Virtù una lusinghiera eccezione fra i signori
dell'epoca. Pensò che, se l'amore materno è il compendio dell'esistenza
di una donna, la pietà figliale è per la prole un brano soltanto della
sua vita. Pensò ai casi recenti, ai quotidiani pericoli, ai fatti della
stessa giornata. Dubitò che l'amor suo fosse temerario in promettere;
temette che le forze fossero di gran lunga meno efficaci, che non
i propositi. — Pensando prima a sè, poi a suo figlio, la ripulsa le
sembrava nobile ed onesto partito; ma se volgeva il pensiero prima a
lui, e tornava poi a sè stessa, sentiva che essa era un atto di freddo
egoismo; un ribellarsi quasi ai disegni della Providenza. — Levò a
caso gli occhi su Canziana, e vide che il volto di lei era radiante di
gioja; di una gioja però ansiosa e irrequieta. Le parve di leggere in
quell'aria di contentezza l'approvazione alla proposta del conte; anzi,
travide o credette di travedere, che la buona donna si sentisse scemare
il cuore al solo dubio di non vederla accolta.
L'ansietà è contagiosa. Agnese contrasse l'inquietudine della
governante, e sentì, come essa, il bisogno d'escire da quell'imbarazzo.
L'impazienza rendeva più difficile il raffronto delle ragioni che
dovevano guidarla ad una scelta; ma la necessità di scegliere diveniva
sempre più incalzante. Forzata a rispondere, prima che la sua mente
avesse sciolta la questione, determinò di abbracciar quel partito,
che imponeva alla madre il maggior sacrificio. Le parve con ciò di
mettere al sicuro la sua coscienza. Ponendo sè stessa al di sotto
degli interessi di suo figlio, ella poteva esser sicura di dar prova
di materna carità. Dove più grande era l'atto d'abnegazione, ivi più
nobile e più efficace era la testimonianza d'amore.
La parola che traducesse questi sentimenti era scritta nel cuore, ma
non trovava la via ad escire pel labro. Avrebbe voluto dire al conte:
“io vi rendo l'amore di vostro figlio, e null'altro che questo„; ma
temeva con ciò di separare il suo avvenire dall'avvenire di Gabriello;
temeva di stringere un'alleanza a condizioni troppo onerose. E quando
ciò fosse una promessa, avrebbe ella la forza ed il proposito di
mantenerla? Se le veniva chiesto una più chiara definizione del nuovo
patto, avrebbe il coraggio di esporne le condizioni, sì intime, sì
delicate, sì difficili a tradursi colle parole? Ella dunque non voleva
essere ascoltata, ma compresa; esigeva l'assenso altrui, senza averlo
richiesto apertamente. Infatti, la parola timida ed incerta poteva
destare sospetto di una accettazione incondizionata; la franca e decisa
aveva l'aria di un rimprovero ingeneroso.
Collocata a sedere sul letto, aveva il bambino a sinistra, e se lo
teneva vicino con un amplesso. Dallo stesso lato era Canziana pietosa
sempre e confidente, ma discreta e taciturna. All'opposta parte stava
il conte; il quale, levatosi in piedi, aspettava la sua sentenza.
Allora Agnese, seguendo un'ispirazione del cuore, e ripudiato l'infido
magistero della parola, sollevò dolcemente dalla sua giacitura il
bambino; e, trasportandolo all'altro lato, lo collocò fra sè ed il
conte, sporgendolo verso lui con tale atto di vivo e sobrio affetto,
che il labro non avrebbe saputo esprimere.
Fu questa la sua risposta, e come tale l'accolse il conte. Quest'atto
fu l'espressione fedele della volontà della madre, fu il suggello
o la confessione di un fatto, non una promessa, e molto meno un
arrendersi per l'avvenire. Gabriello era in mezzo a' suoi genitori;
vicino così all'uno come all'altro. Alla consacrazione di un legame,
che ravvicinava le sorti di due infelici senza confonderle, vegliava
un angelo. La sua innocenza era scudo all'onore di una donna, e poteva
divenire una minaccia per chi si fosse scordato di rispettare la
santità del nuovo patto.
Due cuori intanto convenivano nello stesso accordo: rivolti ambedue
ad un solo scopo, dovevano correre di pari passo sur una strada
vicina, attigua, ma non comune; dovevano provedere allo sviluppo ed
all'incolumità di un tesoro indiviso, egualmente prezioso ad entrambi.
L'amore che il conte serbava per Agnese, rigettato poco prima nel
novero delle pallide rimembranze, riceveva un nuovo battesimo; si
ritemprava nella vita e nell'affetto del figlio. Dietro lui e per lui,
poteva egli riamare liberamente la donna, che glielo aveva dato due
volte. — Del pari Agnese, nell'aspetto del figlio e nel nobile orgoglio
di chiamarsi madre, necessariamente risaliva col cuore a colui, che non
si vergognava d'avere amato.
Le destre del conte e d'Agnese, mosse da un medesimo istinto,
s'incontrarono carezzevoli e vogliose di pace sulle gote di Gabriello.
Ivi l'una cercò l'altra, ed entrambe si confusero in una stretta,
pegno di perdono e d'alleanza. Poscia due teste, l'una dopo l'altra, si
chinarono sulla fronte del bambino, e vi deposero un bacio. — Agnese
non respirò che gli effluvj dell'innocenza; il suo bacio fu soltanto
un atto d'ossequio alla natura e una caparra di pace. Ma il conte,
benchè agguerrito da nobili propositi, nel baciare il figlio assaporò
l'ebrezza lasciatavi dalle labra che lo avevano preceduto.
La vertigine fu così grave come passeggera; nè allora, nè in sèguito,
Agnese corse altro pericolo.