CXXXVII.

Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientrò

nell'ordine solito. Anche il conte tornò mesto come prima; solo che

i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze,

ne vietò per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e

si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era

possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col

marito.

Da quanto si è detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti,

il lettore ha già appreso che quel legame, consigliato da interessi

puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva

renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese

l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta

ancor più bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella

catena diveniva così pesante, da sembrargli insopportabile.

La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non

era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una,

che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al

sospetto, ma credula così al male come al bene, non seppe mutare le

reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina,

non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplorò

l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio,

rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo

aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono.

Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre

principesse, belle al par di lei e più di lei lusinghiere, subivano la

stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo

in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo

padre.

Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del

comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune

di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito

esorbitanti, venivano applicate senza pietà. — Era, a cagion d'esempio,

dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome

della Vergine e dei Santi[74]; s'infliggeva una multa di venti soldi

di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli[75]; ma si oltraggiava

impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando

la moralità della famiglia. — I giudici laici non avevano coraggio

di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli

ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei

ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di

qualche pia offerta. Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote,

la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai

morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare

ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non

poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto è ciò vero, che la condotta

di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare,

era a' suoi dì, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli

storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una pietà che peccava del

soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una

felice eccezione dei potenti del suo secolo.

Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni

della condotta del conte, egli riordinò le memorie del passato; e,

posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracciò tale

piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze,

concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilità di

aver grazia. A ciò invero non riesci per una strada liscia e scevra

d'ostacoli. — Deciso a voler bandire le incertezze, sospettò di non

saperlo fare; approvò, respinse, richiamò lo stesso progetto, quando

scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi

opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava

la più degna di pietà. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti

ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza

necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria

colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli

affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava

d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella

donna.

La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare

ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una

necessità imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di

suo figlio. — Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere

la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo

approvò quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.

Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse

il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata,

montò in sella, e partì di galoppo, volendo essere in tempo di

raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese.

Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie

traverse, sfuggì agli sguardi di tutti, e s'unì alla brigata quando

essa toccava alla sua meta. — Egli volle pigliare nella conseguente

scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.

La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro,

nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino,

era suo padre.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 71 / 103 题