Appena partita la comitiva e fatta sgombra la corte, tutto rientrò
nell'ordine solito. Anche il conte tornò mesto come prima; solo che
i suoi pensieri erano d'altra natura. Si chiuse nelle sue stanze,
ne vietò per quel giorno l'ingresso ai ministri e ai cortigiani, e
si raccolse ne' suoi pensieri; ingegnandosi di conciliare, se era
possibile, il passato col presente, l'uomo col principe, l'amante col
marito.
Da quanto si è detto intorno alle nozze di lui con Caterina Visconti,
il lettore ha già appreso che quel legame, consigliato da interessi
puramente politici ed affrettato da un giudizio menzognero, non poteva
renderlo felice, anche quando fosse necessario dimenticare in Agnese
l'amante colpevole. Ma da che questa era rinata nel suo cuore, fatta
ancor più bella dalla sua innocenza e dalle immeritate sventure, quella
catena diveniva così pesante, da sembrargli insopportabile.
La Caterina, co' suoi modi agghiacciati, co' suoi eterni languori, non
era fatta per risvegliare una passione, meno ancora per svellerne una,
che avesse profonde radici. D'indole dolce (e forse troppo); facile al
sospetto, ma credula così al male come al bene, non seppe mutare le
reciproche condizioni della parentela; ella rimase sempre la cugina,
non fu mai l'amante di Giangaleazzo. Che se qualche volta deplorò
l'abbandono in cui era lasciata fin da quei primi giorni di matrimonio,
rinveniva dalle sue querele raumiliata, al pensiero che per quel nodo
aveva mutato con invidiabile usura la seggiola di badessa in un trono.
Pensava che la sua situazione non era un odioso privilegio. Altre
principesse, belle al par di lei e più di lei lusinghiere, subivano la
stessa sorte. Caterina lo aveva imparato nella casa paterna, convivendo
in fraterna domestichezza colla prole delle molte concubine di suo
padre.
Non erano state abrogate, ai tempi di cui parliamo, le leggi del
comune, vigili e gelose custodi della publica costumatezza. Alcune
di esse erano anzi mantenute in pieno vigore; e le pene, al solito
esorbitanti, venivano applicate senza pietà. — Era, a cagion d'esempio,
dannato alla frusta del boja chi pronunciasse irriverentemente il nome
della Vergine e dei Santi[74]; s'infliggeva una multa di venti soldi
di terzuoli a chi pigliasse altrui pei capelli[75]; ma si oltraggiava
impunemente la natura, e si attentava all'ordine sociale, non curando
la moralità della famiglia. — I giudici laici non avevano coraggio
di investigare il delitto o d'applicare la pena fra i potenti; gli
ecclesiastici, usufruttando i tardi pentimenti raccolti al letto dei
ricchi infermi, invece di prevenire il male, ne traevano il frutto di
qualche pia offerta. Le dotazioni dei monasteri, le fondazioni devote,
la fabrica di templi o di monumenti sacri, schiudevano il paradiso ai
morenti; ma intanto, nella spensierata confidenza di poter cancellare
ogni trascorso con un generoso codicillo, l'uomo agiato e potente non
poneva misura alle sue sregolatezze. Tanto è ciò vero, che la condotta
di Giangaleazzo Visconti, che nessuno certo vorrebbe oggi approvare,
era a' suoi dì, per questa parte, esente da ogni censura; anzi, gli
storici suoi contemporanei ce lo dipingono di una pietà che peccava del
soverchio, e d'un rigor di costumi, che lo faceva riguardare come una
felice eccezione dei potenti del suo secolo.
Ma in minor tempo di quello che fu necessario a noi per dire le ragioni
della condotta del conte, egli riordinò le memorie del passato; e,
posto a raffronto la sua passione ed il suo doppio dovere, tracciò tale
piano per l'avvenire, che, vulnerando il meno possibile le apparenze,
concedesse al suo affetto una speranza di vita, una probabilità di
aver grazia. A ciò invero non riesci per una strada liscia e scevra
d'ostacoli. — Deciso a voler bandire le incertezze, sospettò di non
saperlo fare; approvò, respinse, richiamò lo stesso progetto, quando
scosso dalla passione, quando raffreddato dalla coscienza de' suoi
opposti doveri. Fra le due sventurate, or l'una or l'altra gli sembrava
la più degna di pietà. Se decidevasi a far trionfare i riguardi dovuti
ad un nodo benedetto, il conforto della coscienza non gli dava la forza
necessaria a subire la dura legge d'abbandonare chi era, senza propria
colpa, tanto infelice. Se volgeva la mente ad Agnese, e obediva agli
affetti destati dal suo nome e dalla memoria de' suoi dolori, dubitava
d'aver perduto il diritto di provedere e fin anco di pensare a quella
donna.
La vista della cara creatura, e la tenerezza che provava nel pensare
ad essa, sciolsero la questione, sostituendo alle incertezze, una
necessità imperiosa e solenne; quella di provedere all'esistenza di
suo figlio. — Negare a lui un nome ed una fortuna, era quanto ripetere
la menzogna e lo spergiuro a danno d'Agnese. A tale pensiero non solo
approvò quanto aveva fatto; ma riconobbe di non aver fatto abbastanza.
Rialzato da tali pensieri, diede ordine immantinenti che si allestisse
il suo cavallo; e appena fu pronto, discese nella corte appartata,
montò in sella, e partì di galoppo, volendo essere in tempo di
raggiungere la comitiva che lo aveva preceduto al casolare di Agnese.
Ravvolto in un ampio mantello, e spinto da rapidissima corsa sulle vie
traverse, sfuggì agli sguardi di tutti, e s'unì alla brigata quando
essa toccava alla sua meta. — Egli volle pigliare nella conseguente
scena di famiglia quella parte che gli spettava per diritto di natura.
La sorpresa della governante, di cui abbiamo fatto cenno addietro,
nacque appunto dallo scorgere, che chi rendeva ad Agnese il bambino,
era suo padre.