CXXXVI.

Tradutto al castello di Pavia, il Seregnino credette dover far tesoro

della esperienza fatta ivi poco tempo prima. La franchezza, che è

l'arma degli innocenti, non lo aveva salvato dai tratti di corda. Egli

lo rammentava per istabilire, essere più saggia cosa il metter giù

le arie, e meritarsi la compassione de' suoi giudici. Cessò quindi

d'essere arrogante, e si fece depresso e piccino come un peccatore

ravveduto. — L'austera fronte dell'inquisitore e la logica inesorabile

delle sue inchieste, gli strozzarono in gola la bugia, che pur cercava

modo di venire in suo ajuto; la vista del cavalletto e della corda

gliela riaprì alla confessione piana e sincera delle sue ribalderie.

Ma quella schiettezza, che dinanzi al corpo del delitto diveniva

necessità, era da lui condita di parole umili e contrite, poichè

sperava di movere a compassione il giudice e di aver salva la testa,

e si confortava nella fiducia di trarre allo stesso paretaio Medicina,

la cagione de' suoi mali. Compiacevasi di far causa comune con lui; o

salvo o condannato ch'ei fosse, non voleva esser solo.

Appena gli furono schierati sotto gli occhi i giojelli, confessò

d'averli rubati; accennò quando, dove e come li aveva sottratti.

Se non che, l'un d'essi, ornato delle cifre e dello stemma dei

Visconti, fermò l'attenzione del giudice, il quale, con una faccia più

minacciosa ed una voce ancora più cupa e solenne, ne domandò ragione

al prevenuto. E qui appunto, il processo escì dalla strada piana, e il

reo si giovò del bujo per cercare una scappatoia. Senza cangiar stile

ed aspetto, cogli occhi sempre imbambolati e la voce svenevole, come

se fosse un confidente discreto e non il reo, dichiarò che la storia di

quell'oggetto riguardava la vita privata del Conte di Virtù, che quindi

non poteva essere svelata ad altri che a lui. Dichiarò d'esser pronto a

morire, ma di voler rispettare i secreti del principe; e perciò chiese

di essere ascoltato da lui solo, asserendo di essere poscia rassegnato

a tutto. — Ei parlava di morire, quando appunto cominciava a credere

d'aver sicura la vita.

Le moderne procedure, segnando la via entro cui un giudizio deve

passare affine di essere elaborato, provedono alla più facile scoperta

della verità, e proteggono gli interessi sociali senza dimenticar

quelli dell'accusato. Allora il capriccio del principe e l'arbitraria

interpretazione delle leggi per parte del giudice assai spesso

legalizzavano le vendette e le prepotenze; ma qualche rara volta

ponevano il colpevole in istato d'aprirsi da sè la via alla salvezza.

— Perciò appunto in questo caso la dimanda del reo non fu trovata vana

e ridicola, come la sarebbe oggidì. Lo stesso principe vi assentì di

buon grado; anzi, dopo aver veduto quel gioiello, per quei motivi

che il lettore indovina, sarebbe disceso nel carcere del ladro per

interrogarlo, se il ladro stesso non fosse stato condotto dinanzi a lui

per rendergliene conto. Dopo l'interrogatorio del giudice, il Seregnino

fu rimandato in carcere; ma non ebbe tempo di far l'inventario della

scarsa masserizia ivi trovata, che comparve il bargello, il quale,

aggiustandogli una catena al polso ed alla caviglia della gamba destra,

gli ordinò di seguirlo. Attraversarono i due individui un labirinto

d'androni, di camerotti, poi per una corte ed un vestibolo, giunsero

in una sala terrena, dove stava ad attenderli il principe. — Ad un suo

cenno, il giudice, il bargello e le guardie si ritirarono nella stanza

vicina, dove attesero, origliando alla porta, la chiamata del padrone.

Il reo, invitato a fare le sue dichiarazioni, forse avrebbe

incominciato da capo la storia della sua vita, se il conte non gli

avesse tronca la parola, imponendogli di tenersi soltanto a quella

parte di essa che riguardava l'attuale sua carcerazione.

Da questo racconto, egli venne a sapere quanto, dopo mille ricerche,

e malgrado lo zelo de' suoi esploratori, non era neppure arrivato a

sospettare. Per opera di un ribaldo e grazie ad un delitto, trovò

Agnese; e la trovò sana, salva, e ancor più degna del suo amore;

indovinò i crucci e i patimenti dell'infelice donna, rintracciò la via

di poterli, se non rimovere del tutto, almanco alleviare non poco. Fu

per la fortuita apparizione di quest'uomo, ch'egli scoperse la verità;

e la scoperse in tempo di poterne trarre buon frutto. Per lui conobbe

che Medicina non era fedele nemmeno all'oro, che gli veniva prodigato.

Ma ciò che più d'altro lo commosse fu il sentire che esisteva un frutto

de' suoi amori; e che questo aveva corso un gran pericolo, ed era salvo

per un prodigio ancora più grande.

Dopo un tal gioco del caso, poteva il conte pronunciare la meritata

sentenza contro quell'uomo, di cui il cielo si era giovato ad un fine

così santo? Il merito di questa inattesa soluzione tributò per intero

alla mano divina; all'uomo, cieco strumento di essa, non volse l'occhio

troppo benigno. — Ma gli fe' grazia della vita[73]. In pena del delitto

commesso, lo condannò ad una reclusione senza limite di tempo; in

premio del bene che contro voglia aveva fatto, ordinò che la pena non

fosse altro per lui che un'occasione al suo ravvedimento. Sperò per tal

modo di ritorre dalla via del delitto una creatura che il cielo aveva

fatta meritevole di essere a parte della sua providenza. — Il pensiero

era nobile, e degno d'altro secolo. Ma la cronaca non ne dice se abbia

ottenuto buon risultamento.

Il fatto girò le bocche di tutti gli abitanti del castello. Dall'un

canto la mitezza con cui era stato trattato il colpevole, dall'altro

la somma vistosa distribuita ai boscajuoli, che l'avevano scoperto

e consegnato alla giustizia, erano incidenti contradittorii che

davano luogo alle più discordi interpretazioni. — Si riconciliavano i

commentatori, asserendo in comune che c'era sotto un grande mistero.

Ma ciò che crebbe la sorpresa di tutti fu la notizia che il Conte di

Virtù, dopo aver parlato a lungo col delinquente, chiedeva di vedere la

piccola vittima, mostrando per essa una sollecitudine, che non si suol

prodigare a chi non si conosce.

Il bambino (non si creda che l'abbiamo dimenticato) era stato rimesso

alla castellana, la quale, mossa a compassione in vederlo sì bello e sì

sparuto, pensò di nutrire per quel dì col pasto della famiglia un suo

colosso di dieci mesi, per cedere il latte materno al novello ospite.

Questi infatti lo gradì, e ne diede la prova, cessando subito dal

piangere ed addormentandosi in collo alla pietosa nutrice.

La buona donna, informata che il conte chiedeva di lei, con una cura ed

una compiacenza tutta materna, assettò i lini e le fasce del bambolo;

poi, racconciandosi in fretta e in furia i panni e le treccie, si

recò dal principe, e gli presentò il bambino, il quale vagò cogli

occhi intorno e li piantò sorridendo sul conte. — La buona donna non

si stancava di fare ammirare al principe quegli occhioni azzurri e

quelle labra di corallo, ponendovi l'ingenua ambizione di chi crede di

avervi qualche parte di merito. E non a torto; quel ravvivamento era

tutt'opera sua.

Il conte non ebbe bisogno ch'altri gli insegnasse a farsi tenero

dinanzi a quella creaturina. Dovette anzi frenare la piena degli

affetti, affinchè il vigile occhio dei circostanti non penetrasse

il vero, e ne facesse suggetto delle solite ciarle. Ma la memoria di

questo giorno e di questo momento non s'impallidì mai nel suo cuore;

egli che, prima e poi, ebbe grave e fortunosa esistenza, non trovò

nell'istoria della sua vita un fatto che lo commovesse più di questo.

Benedisse la mano di Dio, che gli porgeva i mezzi di fare un atto

solenne di giustizia; ed accettò rassegnato le gravi contrarietà, che

gli rimanevano, perchè il bene che ne sperava era ancora di gran lunga

superiore al male che pur gli era d'uopo subire.

Tutti questi avvenimenti si erano compiuti nello spazio di poche

ore. Ma quelle ore, pensò il conte, dovevano sembrar ben lunghe alla

povera Agnese! — Per la qual cosa, ordinò che si allestisse tosto

l'occorrente affine di ricondurre il bambino presso sua madre; e fissò

quali tra i più fidi fossero degni dell'incarico d'accompagnarlo.

Mentre si stava apprestando la lettiga e la scorta, il conte tolse

dallo stipo una pergamena, scrisse alcune righe, vi pose la firma ed

il sigillo della Signoría, poi l'arrotolò, fasciandolo di un nastro

coi capi rinchiusi nella salimbacca. Chiamato a sè il più vecchio ed

il più fedele de' suoi servi, gli affidò la pergamena ed una somma di

denaro, prescrivendogli qual uso dovesse farne. Infine volle veder di

nuovo la castellana: il dovere di premiarla della sua pietà gli fornì

l'occasione di abbracciare un'altra volta il bambino.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 70 / 103 题