Queste dolci parole, rese più soavi da una voce flebile ed armoniosa,
attestavano la sventura, sorretta da un animo forte e confidente; erano
l'antitesi precisa del corruccio bieco, astioso, codardo, che lacerava
l'animo di Medicina.
È inutile dire chi fosse quella donna; il lettore l'avrà già
riconosciuta. Forse sembrerà strano che, in mezzo a' suoi patimenti
e dopo tante vicende, Agnese impiegasse a questo modo le sue veglie.
— Si è già detto che le gioje della maternità erano per lei sì
grandi da farla dimentica d'ogni pena. Ma, passata la prima ebrezza,
quell'istesso sentimento precorreva l'avvenire; e, preso in esame la
somma dei doveri che incumbono ad una madre, la travagliava col dubio
di non saperli compiere. Senza ciò, Agnese sarebbe stata ancor troppo
felice.
Il piccolo Gabriello cresceva come il fiore della canzone all'ombra
di men debole arbusto. Ognidì gli occhi innamorati della madre
riscontravano sul suo volto un nuovo vezzo. — Dopo pochi mesi, egli
volgeva gli sguardi intelligenti alla sua nutrice, e rispondeva con un
linguaggio, compreso solo da lei, alle vive e continue dimostrazioni di
tenerezza che gli venivano prodigate.
Ma alcun tempo prima di quest'epoca, la tenera creatura fu ad un
punto di essere vittima di una violenta malattia. — Nessuna parola
può dipingere l'angoscia della madre: angoscia suprema che però non
si stemprava soltanto in lacrime ed in preghiere, ma combatteva colle
più solerti cure la violenza del male. — Per più giorni, la povera
madre non ebbe un minuto di requie. Gradì le cure di Canziana, e della
donna che abitava con lei, ma non divise con alcuno i materni officii:
l'altrui pietà era un'aggiunta, non un sollievo alle sue sollecitudini.
La lotta fu lunga ed incerta. Agnese tremò più volte di una vicina
disgrazia: più volte rinacque alla speranza.
Venne finalmente il dì, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse
nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del
bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia
del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel
debole stelo di un fiore, ricuperò le sue forze, i suoi colori, la sua
vivacità. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla
mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accettò
la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni.
Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti,
meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu
più del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo
calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia,
e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad
arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. — Aveva aperta la finestra,
affinchè l'aria esterna, portando via con sè il suono di quella nenia,
sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della
sua veglia.
Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprenderà fin
dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si
spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto
diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda
quale sia il primo e più fervido voto del cuore materno. — Pronto
sempre al sacrificio di sè pel bene de' suoi figli, esso però non
rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda età confortato e
ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri,
anzichè esultare tutto solo, è il più nobile tipo della carità; è il
punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo
gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della
virtù.