CXXVII.

Queste dolci parole, rese più soavi da una voce flebile ed armoniosa,

attestavano la sventura, sorretta da un animo forte e confidente; erano

l'antitesi precisa del corruccio bieco, astioso, codardo, che lacerava

l'animo di Medicina.

È inutile dire chi fosse quella donna; il lettore l'avrà già

riconosciuta. Forse sembrerà strano che, in mezzo a' suoi patimenti

e dopo tante vicende, Agnese impiegasse a questo modo le sue veglie.

— Si è già detto che le gioje della maternità erano per lei sì

grandi da farla dimentica d'ogni pena. Ma, passata la prima ebrezza,

quell'istesso sentimento precorreva l'avvenire; e, preso in esame la

somma dei doveri che incumbono ad una madre, la travagliava col dubio

di non saperli compiere. Senza ciò, Agnese sarebbe stata ancor troppo

felice.

Il piccolo Gabriello cresceva come il fiore della canzone all'ombra

di men debole arbusto. Ognidì gli occhi innamorati della madre

riscontravano sul suo volto un nuovo vezzo. — Dopo pochi mesi, egli

volgeva gli sguardi intelligenti alla sua nutrice, e rispondeva con un

linguaggio, compreso solo da lei, alle vive e continue dimostrazioni di

tenerezza che gli venivano prodigate.

Ma alcun tempo prima di quest'epoca, la tenera creatura fu ad un

punto di essere vittima di una violenta malattia. — Nessuna parola

può dipingere l'angoscia della madre: angoscia suprema che però non

si stemprava soltanto in lacrime ed in preghiere, ma combatteva colle

più solerti cure la violenza del male. — Per più giorni, la povera

madre non ebbe un minuto di requie. Gradì le cure di Canziana, e della

donna che abitava con lei, ma non divise con alcuno i materni officii:

l'altrui pietà era un'aggiunta, non un sollievo alle sue sollecitudini.

La lotta fu lunga ed incerta. Agnese tremò più volte di una vicina

disgrazia: più volte rinacque alla speranza.

Venne finalmente il dì, in cui un migliorare nuovo e subitaneo indusse

nel suo animo una speranza meno fuggevole. La sana costituzione del

bambino, e le assidue cure a lui prodigate, vinsero la gagliardia

del male. La tenera creatura, che il canto della madre adombrava nel

debole stelo di un fiore, ricuperò le sue forze, i suoi colori, la sua

vivacità. Con lui fu salva Agnese; essa, che avrebbe ricevuto dalla

mano di Dio la sventura, come il castigo della sua colpa, accettò

la grazia del cielo, come la consacrazione de' suoi diritti materni.

Nella notte, in cui Medicina s'accostava a quel santuario di affetti,

meditando di profanarlo colla sua presenza, il piccolo Gabriello fu

più del solito irrequieto. Vegliava la madre con lui: e, per tenerlo

calmo nella sua insonnia, lo cullava leggermente tra le braccia,

e gli ricantava alcune strofe, che altre volte avevano bastato ad

arrestare i suoi vagiti e ad addormentarlo. — Aveva aperta la finestra,

affinchè l'aria esterna, portando via con sè il suono di quella nenia,

sollevasse i vicini da ogni molestia, e non li rendesse avvertiti della

sua veglia.

Faccia il lettore i commenti a quella canzone: egli comprenderà fin

dove erano giunti i dolori della sventurata madre, e fin dove si

spingevano le sue speranze. Nella storia del fiore, che cresciuto

diventa il protettore della zolla e del cespo che lo nutrirono, veda

quale sia il primo e più fervido voto del cuore materno. — Pronto

sempre al sacrificio di sè pel bene de' suoi figli, esso però non

rinuncia all'ineffabile gioja d'essere nella tarda età confortato e

ringiovinito dall'amore di essi. Il cuore che ama soffrire cogli altri,

anzichè esultare tutto solo, è il più nobile tipo della carità; è il

punto culminante della possibile perfezione umana, cui mettono capo

gli eletti istinti della natura, da cui procedono i nobili sforzi della

virtù.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 59 / 103 题