Il luogo della sosta era un piccolo campo alberato all'ingiro da
pini ombrelliferi dall'arsa corteccia e dalla pallida verdura. Appiè
di alcuni di essi erano disposte pietre rozzamente riquadrate, che
potevano servire di sedile; nel mezzo si apriva un vasto spazio di
terreno smosso, partito in ajuole da cordoni di mortella, entro cui
brillavano gli ultimi fiori dell'autunno.
Il casolare si presentava di fronte sotto la forma più semplice, che
possa avere abitazione umana. Un muro piano, protetto da una gronda
di paglia, ne costituiva la facciata. Una piccola porta, alla quale
si ascendeva per due scaglioni di varia misura, ne era l'entrata
principale. Non parliamo delle finestre sparse qua e là senza ordine e
senza misura.
Medicina, affranto nello spirito e di conseguenza scemo di forze,
sentì il bisogno di far alto e di riposare prima di riprendere i suoi
pensieri, e di ridurli ad atto. Si accostò quindi alla più vicina di
quelle pietre, e, serratosi ben bene il mantello intorno al corpo,
sedette. — Ma poco dopo, quando cercò di liberare dalle pieghe del
mantello il braccio destro, per appoggiare il gomito sul ginocchio e
il mento nel cavo della mano, sentì che questa era gelata ed inerte
come fosse di piombo. Le gambe prive d'ogni elasticità si fissavano
aggranchiate nel terriccio, e vi stampavano un'orma profonda.
A crescere l'affanno, da cui era oppresso, contribuirono alcune
circostanze del tutto fortuite. Il cielo, già limpido e purissimo, si
coperse improvisamente. L'uomo, che non aveva avuto occhi per iscorgere
la bellezza di quella vôlta stellata, si destò dal suo letargo per
riconoscere quel subitaneo offuscamento. Alzò lo sguardo e vide che una
nube sanguigna, frangiata da un lembo argenteo, aveva coperto la luna
al suo tramonto. Quell'istantanea privazione di luce sembrava rendere
più intenso il freddo, che gli cercava ogni fibra, e gli faceva battere
i denti. Ciò gli parve di cattivo augurio.
Quasi al medesimo istante uno strido lontano, raddoppiato dall'eco,
partì dal fondo della foresta. Stette egli in ascolto. Quel
sibilo acuto, lamentevole, andava crescendo, e s'avvicinava.
Contemporaneamente, un corpo pennuto ed ondeggiante solcò lo
spazio ed aleggiò così vicino a lui, che l'aria scossa gli flagellò
disgustosamente il volto. — Era un gufo che volava al suo nido. Ciò
aggiunse al primo augurio un senso di ribrezzo ancora più sinistro.
Si levò Medicina con un movimento rapido, e senza accorgersi mise
mano alla spada, per avere da essa quel coraggio, che l'animo non gli
porgeva. — Occupavasi nello svolger l'elsa dalle pieghe e dai pendagli,
quando udì un rumore, che nella quiete della notte non sarebbe sfuggito
a chi fosse anco più lontano di lui. Levò lo sguardo: una luce pallida
rischiarò l'interno di una cameretta, di cui s'erano spalancate le
imposte: ed una voce sommessa e dolcissima gli portò all'orecchio i
numeri armonici di una canzone. Rimise allora la spada, e stette ad
ascoltare le seguenti strofe:
Gentil fiore in strania zolla
Sbucciò ai rai d'immite ciel;
Sulla vergine corolla,
Sul pieghevole suo stel
Scatenò l'aprile insano
La gragnuola e l'uragano.
Ma da canto all'infelice,
Un arbusto meno esil
Fe' coll'ombra protettrice
Grato scudo al fior gentil;
E il difese dagli oltraggi
Del rio gel, degli arsi raggi.
Brillò alfin sul suol romito
Calmo il sole; e l'egro fior
Schiuse il calice avvizzito,
Furò all'iride i color,
E fe' pregne l'aure erranti
Di profumi inebrianti.
Or che crebbe il debil fusto,
Che il caduco fior d'un dì
Fatto è un albero robusto,
Quella zolla, che il nutrì,
(Pur se i giorni tornan grami)
È protetta da' suoi rami.
Anche il cespite vicino,
Che un dì largo di pietà
Fu al modesto fiorellino,
Nutrimento ed ombre avrà:
Poichè gli offre il ciel cortese
Doppio il ben ch'agli altri ei rese.
Nella gioja e nell'affanno,
Se a virtù s'accoppia amor,
Cresce il ben, s'attenua il danno:
Ben più grato è a nobil cor
L'aver parte d'altrui duolo,
Che fra gioje viver solo.