CXXV.

Medicina non disse al compagno più di quanto era strettamente

necessario per dar principio al suo disegno. Dimandò d'essere condutto

quella stessa notte al luogo ove dimorava Agnese, dichiarando di volere

arrivarvi un'ora prima dell'alba.

Bergonzio per girar largo, e dar tempo a torre di mezzo ogni eventuale

imbarazzo, propose di partir subito, dicendo tanto e tanto esser

meglio aspettar là, che non altrove. — Alle quali parole il ciurmatore

aggiunse un cenno affermativo del capo, mentre colla mano destra

comandava al compagno di precederlo per insegnargli la strada.

Le tre ore di cammino passarono senza accidente. L'uno procedeva

dietro l'altro sur un sentiero serpeggiante fra i campi, che a tratto

a tratto si smarriva entro le stoppie e gli scopeti, per isvolgersi di

nuovo lungo le siepi od attraverso i boschi. — La luce era scarsa ed

infida; sotto l'obliquo raggio della luna, le ombre si prolungavano

all'infinito, rendendo sul loro corso l'aria più fosca e pregna di

vapori. A tratto a tratto una mezza luce bianca ed incerta, squarciava

quelle ampie pezze brune, che sembravano lo strascico di un drappo

funebre steso capricciosamente sul suolo. I viandanti non potevano

tenere l'egual passo; l'acceleravano o il rallentavano a seconda del

più o men comodo andare; talvolta era necessario arrestarsi per varcar

siepi o rigagnoli; tal altra retrocedere sulla via già percorsa, e

cercare l'entrata di qualche macchia folta o spinosa.

Medicina era sempre taciturno. Il suo disegno, nettamente delineato

quanto allo scopo, ma ancora troppo vago nei mezzi, lo trascinava, non

senza grave pena, in un labirinto di congetture, fra cui non giungeva

a discernere la più probabile. Studiavasi di contraporre ad ognuna di

esse un'escita; e s'affaticava a premunirsi contro ogni eventualità

sfortunata: ma il doppio assunto gli consumava le forze.

A quando a quando però non mancava di volgere qualche parola al

compagno per completare le nozioni necessarie a' suoi progetti. Ora

lo interrogava più precisamente sul luogo cui erano avviati, ora

dimandava conto di questo o di quell'arnese, che gli poteva tornar

buono improvisamente. Una volta gli chiedeva, a cagion d'esempio, se

erasi munito di battifuoco e di selce, un'altra se aveva proveduto una

scala di corda; poi faceva l'esame delle armi, o s'arrestava a studiare

di nuovo la pianta della casipola già tracciata dal suo esploratore. —

Pareva infine che non avesse troppa fretta di giungere alla sua meta.

Un galantuomo, che va pei fatti suoi, supponiamolo anche avviato a far

del bene, se è sorpreso dalla notte, in mezzo ad una campagna deserta,

dove non abbia altra scorta che il lume melanconico delle stelle, e non

oda che lo scroscio delle foglie agitate dal vento, o il mormorio delle

acque lontane, non sarà più, per regola generale, il rodomonte che è

di pien giorno. — Quei brividi, che gli increspano la pelle al soffio

della brezza notturna e dietro una veglia prolungata, gli attraversano

i muscoli e le ossa; e penetrati nelle viscere vi destano una

commozione solenne, che potrebbe dirsi il primo sintomo del terrore.

Chi a debellare queste apprensioni invoca il coraggio, nell'allestire

le armi, e nel precorrere il pericolo colla difesa, ha già tacitamente

riconosciuto l'esistenza di un nemico; e i mezzi apprestati sono nulli,

o scarsi, perchè ciò che si crede una larva fuggevole è l'espressione

di un sentimento sacro e sublime ridestato dalla vista della natura

nella sua più severa maestà. — Impallidiscono a fronte di essa le

tiepide rimembranze della vicina giornata; le memorie delle scorse

gioje si cancellano; la stessa coscienza del bene che si è fatto, o che

si ha il proposito di fare, rimanda i suoi conforti ad altro momento.

Quelle ubbíe, di cui avremo riso le cento volte alla luce del sole o

dei doppieri, ci si presentano con un aspetto di esistenza dubia, sul

cui conto è intempestivo lo scherno, difficile una calma ed assennata

discussione. Le tenebre danno all'occhio vigile la facoltà di vedere

ciò che non esiste; all'orecchio sospettoso aggiungono una strana

squisitezza, che traduce in armonie sinistre i suoni più innocenti.

La fantasia irrequieta rimesta il vecchio corredo delle memorie, per

sollevarvi di preferenza ciò che v'ha di più triste o di men lieto.

Per quanto taluno possa vantarsi favorito dalla fortuna, troverà sempre

in sè qualche cicatrice più o men bene rimarginata, che gli attesta un

dolore patito. — Ivi la sua mente fa sosta, per riprodurre quella parte

del passato che meglio s'accorda colla solenne sua mestizia. Penserà

di preferenza ai disinganni provati, ai subíti rovesci, alle infide

amicizie, agli affetti traditi. E quando egli fosse così fortunato di

non trovar pascolo a simili rimpianti, avrà pur sempre qualche cara

persona perduta, la cui rimembranza è per sè stessa un dolore. In

tal momento, in mezzo alla solitudine, il pellegrino non solo piange

con maggior tenerezza le virtù e gli affetti di essa; ma rivede il

parente e l'amico come se fosse vivo, o, peggio, come se la tomba si

spalancasse per mostrarglielo cadavere.

Una volta aperta il varco a questi delirii, una sola cosa varrà a

dissiparli: la luce amica dell'aurora. Allora i fantasmi spariscono, le

tombe si rinchiudono, i morti tacciono: le larve nere che passeggiavano

sul fondo della scena, appajono quello che sono; null'altro che l'ombra

placida e tremula degli oggetti circostanti. Al sinistro strido degli

uccelli notturni, si sostituisce un rumore lontano e ravvivato, che è

il parlare consueto di chi ne viene incontro, misto alle canzoni dei

contadini, allo stridìo dei carri, al mugolare degli animali domestici.

— Ecco cambiata la scena.

Tutto ciò avviene all'uomo onesto, il quale in mezzo a' suoi timori,

ha potuto consultare la coscienza, e trovarsela amica. Ma quale dovrà

essere lo stato d'animo di chi si specchia per la prima volta in sè

stesso, e inorridisce inaspettatamente della propria deformità? Sul

fondo bujo della notte egli legge a contorni di fuoco, anche se chiude

gli occhi, la storia di una vita piena di sceleraggini e gravida di

rimorsi. Appunto perchè nella scioperatezza de' suoi giorni, e sotto

l'influsso di una luce che sembra mite anche agli occhi del malvagio,

non ebbe mai occasione di chiamare ad esame il passato, in quell'ora

di oscurità la coscienza avrà lume che basti per vincere le tenebre,

e rendersi visibile. — Finchè dura quel parosismo, il vizio avrà

perduto le sue attrattive, e senza queste, senza la speranza della

riabilitazione, l'animo dello sciagurato proverà quel vuoto che è il

primo e certo sintomo della disperazione. Se egli non è ribaldo a segno

di dominare l'improviso rivolgimento che si opera in lui, varcherà

quest'ultimo confine, vittima di quella stessa febre che era dianzi il

sintomo essenziale della sua vita.

Il silenzio di Medicina, non estraneo a tali impressioni, era un primo

attacco di questa terribile infermità. Già un principio di noja gli

faceva sembrare troppo lunga e disagiata la strada; in capo ad essa

egli vedeva la sua impresa assai più ardua che non avesse creduto

sulle prime. La fatica gli riesciva troppo grave; il compenso scarso

ed incerto. — Rimandava anche questo disegno nel novero dei molti,

che aveva compiuto felicemente, ma che non lo sottraevano ancora alla

schiavitù verso gli altri e verso sè stesso. — Infastidito da questi

pensieri, egli rivolgeva contro sè qualche rimprovero; non perchè fosse

nauseato delle tante sceleraggini commesse, o dubioso della opportunità

di commetterne altre; ma perchè deplorava la meschinità dei mezzi, che

lo trascinavano, per vie lunghe ed indirette, a riconoscere la vera

meta de' suoi desiderj, senza che gli fosse possibile di toccarla mai.

— Da venti anni egli operava instancabilmente per divenire ricco, e

libero di sè; ed era invece costretto ad una vita di privazioni; a

mangiar sempre il pane di un padrone.

Contro voglia, ma per una necessità insuperabile, egli si arrestava

in tali considerazioni ogni volta che lo studio de' suoi progetti

permetteva alla sua mente una sosta momentanea. Crescevano intanto la

stanchezza, il fastidio, le difficoltà, e scemavano collo stesso grado

le forze. Se gli fosse stato possibile sciogliersi dal suo compagno,

e trovare vicino a sè un ricovero dove godere qualche ora di calma,

egli avrebbe messo da parte il suo progetto, risparmiato o ritardato

un delitto. Ma tale è la condizione dell'uomo perverso: egli perde

le tracce percorse, e non sa tornare su di esse. Però in mezzo ai

sofismi, con cui il malvagio tenta di puntellare l'edificio delle sue

turpitudini, spesso la verità si fa strada da sè. — Udiamone una dalla

bocca stessa di Medicina. Colpito dal ribrezzo di tanti delitti, e in

un momento di sfiducia, sclamò tra sè; “A che mi giova avere testa e

mano pronte ad ogni ardua impresa, se, dopo aver sudato tanti anni per

godermi la vita in pace, mi trovo ridutto a questo punto? Perchè non

fui anch'io un galantuomo, come molti altri, che a quest'ora dormono in

pace, e non provano il rodimento dell'animo che io provo?„

Questa terribile confessione, colta a volo sulle labra di un malvagio,

è feconda di un grande insegnamento. Se la natura non ci fece ottimi,

quello stesso istinto che ne fa desiderare la nostra felicità ci

consiglia a procurare di diventar buoni. Il bene è bene anche quando

viene da fonte meno pura: l'oro non cessa d'essere prezioso, pur se

è misto a molta ed ignobile lega. E quando una benigna natura non

ci ha dato un animo eletto che ci innamori della virtù, l'interesse,

quello principalissimo di vivere in pace cogli altri e con noi stessi,

c'invita alle buoni azioni, o per lo meno ci trattiene dalle malvagie.

Ma Medicina combatteva la paura e la coscienza col fatale consiglio

degli ostinati nel male: essere troppo tardi per dietreggiare nella

vita. L'arrestarsi gli sembrava egualmente impossibile, poichè

un'impresa incominciata ed incompiuta era, o sembrava essere,

pericolosa. — Bisognava ch'egli s'abbandonasse al destino; e in questo

punto il destino era rappresentato da Bergonzio, che lo guidava, suo

malgrado, allo scopo designato. — Sopportò la fatica di tre ore di

cammino che gli parvero tre secoli: in nessun'altra circostanza una

simile corsa gli era costata tanta pena. — Scongiurava le visioni, che

gli si offrivano allo sguardo, imprecando e bestemmiando sottovoce.

Alle aggressioni occulte della paura, opponeva le occulte voluttà della

vendetta; e quando non bastavano a farlo pago nè l'avidità dell'oro,

nè la sete di vendetta, egli rinvigoriva i propositi nella imperiosa

necessità di proteggere la sua fortuna pericolante. Dopo una battaglia,

che gli costò tante fatiche, ebbe anche questa volta l'inonorato

trionfo sulla propria coscienza. Giunto alla meta, s'arrestò, e trasse

un largo sospiro, che il simile non gli era mai escito dal petto,

durante quell'infelice giornata.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 57 / 103 题