Che fa un uomo, agitato dalla paura, quando sospetta che in un mucchio
di materie incendiabili si nasconda una favilla? Egli tramesta,
disperde, manda a male quegli oggetti, senza arrestarsi a scrupoli e
preferenze. E intanto, per opporsi all'imaginario sviluppo di un male,
comincia dal far male egli stesso.
Così operò Medicina. — L'infelice Manfredi veniva sacrificato alla
paura di una rivelazione. Altra persona, come lui, e dietro lui, dava
adito ad eguali sospetti. Bisognava provedervi. — Convinto che la
passione di Giangaleazzo per Agnese non era nè spenta, nè assopita; che
il recente legame, destituito d'ogni affetto e d'ogni lusinga, era più
che altro un mezzo a tener viva l'antica fiamma; egli non rimpianse
il male che aveva fatto, si doleva di non averne fatto abbastanza.
Perocchè le arti sue non lo guarentivano ancora dalla probabilità che i
due amanti si rivedessero, e che colle parole loro mettessero in chiaro
l'intrigo e l'autore di esso.
Agnese era dunque pericolosa per lui, quanto e più che il Manfredi. Ben
sapeva che l'infelice donna erasi allontanata da Pavia; conosceva le
ragioni per cui ella era fuggita alla vista degli uomini. Ma ignorava
il suo nascondiglio; e dubitava che, cessata la ragione di quel ritiro,
ella non ritornasse in Pavia; o in altro modo fosse scoperta e riveduta
dal suo amante.
Una volta entrato in un progetto, Medicina non era l'uomo delle
lungaggini e dei pentimenti. La sorte del Manfredi, al dir suo, non
peccava di troppa precipitazione; poche ore di vita, e colui avrebbe
potuto diventare il suo accusatore.
Or dunque, intanto ch'egli avvisava al modo d'impedire che il conte
rivedesse Agnese, bisognava raccogliere alcune notizie intorno a
costei, che eragli sfuggita di vista. A quest'uopo chiamò a sè il
fido compagno delle sue ribalderie, e gli ingiunse, senza dirne i
motivi, che si recasse tosto a Pavia, e coll'usata sua accortezza
cercasse di scoprire la nuova dimora d'Agnese. Lasciò a lui tutto
il merito di scegliere la via più acconcia ad escir bene dal suo
incarico; ma non gli tacque la gravezza della cosa, la necessità di
non destare sospetti, il pericolo d'entrambi, ove fosse caduto in
qualche imprudenza. — Il sermone del maestro finiva colle solite frasi;
prometteva mari e monti in caso di buon successo, ma guai a lui se non
riesciva, due volte guai se riesciva a male!
Medicina accordò al suo compagno due interi giorni per tali pratiche.
Al posdimani egli stesso doveva raggiungerlo a Pavia. Convenuta l'ora
e la posta, l'uno si mise in viaggio, l'altro chiamò a capitolo le
sue vecchie astuzie, per elaborare un piano semplice, e di facile
riescita, che in ogni caso, ed alla peggio, gli offrisse uno scampo. Ma
la mente del ciurmatore, ormai logora da tante scelerate fatiche, non
sapeva togliersi dal campo delle vecchie arti, nè inventare un progetto
d'esito certo, senza fare assegnamento sulle antiche improntitudini.
Non era egli divenuto timido e pietoso; sprezzava il pugnale ed
il veleno perchè erano mezzi proprii d'ogni spirito vulgare; e li
posponeva a quegli intrighi, che giungono alla meta prefissa senza
lasciar traccia di sè; confondendo i secreti maneggi dell'uomo cogli
infiniti e varii spedienti del destino.
Havvi una forte ragione per dubitare che questa volta la sua mente
non fosse, come al solito, feconda; poichè, all'atto di mettersi in
cammino, intascò più di una fiala avvelenata, e sperimentò la punta di
parecchi pugnali.
Bergonzio, che obediva ad occhi chiusi, ebbe campo in due giorni di
far le pratiche necessarie, per trarsi d'impaccio. Si recò anzitutto
a Pavia, nel luogo dove dimorava Agnese; ivi, se non potè conoscere
dove si fosse nascosta la misteriosa donna, seppe almanco da qual parte
ell'erasi avviata. Tentò quella strada, e vi si spinse, occhieggiando
a destra ed a manca, interrogando i passaggieri e i contadini, mettendo
a partito la furberia dei monelli e la loquacità delle comari. Lo zelo
e l'accortezza lo posero sulla buona via; e la sorte, che pur troppo
è facile amica dei ribaldi, gli fece toccare la meta. — Al cadere del
secondo giorno, quando stanco e scorato s'accostava ad un casolare
per dimandarvi ospitalità, vide da lontano, all'incerto lume del
crepuscolo, una figura feminile che gli parve di conoscere; affrettò il
passo, la raggiunse: era Canziana. Girò di fianco, e la seguì da lungi
per vedere dov'ella andasse; e per tal modo scoperse l'asilo d'Agnese.
Il giorno dopo, Medicina e Bergonzio si rividero in una osteriaccia
fuori delle mura di Pavia; ma l'uno e l'altro non diedero pretesto
ai curiosi (ove per caso ve ne fossero) d'indovinare esservi tra loro
un concerto od un'intelligenza qualunque. — Esciti entrambi da parte
opposta, s'incontrarono in un luogo solitario; dove Bergonzio narrò
per filo e per segno il risultato della sua spedizione. Cominciò dal
dire il nome del luogo ove Agnese erasi ritirata, la distanza e la
strada per arrivarvi; espose colle parole, ed illustrò con una serie
di linee tracciate nella polvere, la pianta della casetta, insistendo
nel dichiarare che gli accessi erano parecchi ed affatto indifesi. Solo
rammentava con dispiacere la circostanza del vicino plenilunio; ond'era
necessario affrettare l'impresa e compierla nell'ultimo periodo della
notte, se volevasi avere il favore di una completa oscurità. Non omise
di riferire che quella dimora, quantunque perfettamente solitaria, non
era abitata da Agnese sola. Una famiglia di buona gente, originaria
di Pavia, che per vecchi disgusti aveva abbandonato la città, erasi
ristretta in una piccola parte dell'abitazione, per cederne la migliore
all'ospite benvenuta. Il nome di quella famigliola non eragli stato
detto: ma sapeva, che era gente quieta, alla buona, aliena dalle armi
e dai sospetti; che per tutta difesa solevasi di notte sguinzagliare un
cane lioncino, il quale, abbajando lunghe ore alla luna, aveva abituato
i padroni a non tener conto de' suoi avvisi. — Alla peggio poi, quando
pure tutta la famiglia fosse in guardia, la lotta non sarebbe stata
lunga ed incerta; v'erano tre donne, ed una covata di bimbi; gli uomini
erano due; il padrone di casa, giovine e robusto ancora ma affatto
privo d'armi, ed un famiglio, il più dormiglioso, il più codardo
villano del contorno.
Il Seregnino, finito il racconto, dolevasi dentro di sè del poco
accoglimento fatto alle sue parole. Credeva che, dietro tali
rivelazioni, il ciurmatore, rotto ogni indugio, sarebbe volato
all'impresa; od aspettava almanco d'essere accolto con una parola di
approvazione e di lode. — Medicina invece era muto. Contento senza
dubio nel sentire che, ove fossevi necessità di usar violenza, il
trionfo sarebbe certo, dimandava a sè stesso il modo di evitarla;
studiava l'arte di vincere senza combattere.
“Io non chiedo altro, pensava egli, che di porre una barriera
insurmontabile fra Agnese ed il conte. Voglio soltanto consacrare i
fatti già compiuti mercè il silenzio dei due amanti: silenzio ristretto
a tempo e ad un solo argomento. Che il miglior mezzo per far tacere una
persona sia lo spacciarla, è cosa che so anch'io da un pezzo; ma questo
è l'ultimo spediente, e vi si può sempre ricorrere, quando ogni altro
partito riesca a male. Una vendetta compiuta è una di quelle gioje, che
non rade volte lasciano dietro sè delle tracce pericolose. No, no; sono
queste le glorie degli incauti o dei novizii. — Meglio è far in modo,
che Agnese abbandoni per qualche tempo la sua dimora attuale; e, per
volontà propria o spinta da una necessità creata ad artificio, se ne
vada.... dove, non importa; purchè sia ben lontano.... Ma come.... come
rimoverla dalla sua solitudine?„
La luna spandeva raggi obliqui e melanconici su quel misterioso
convegno. — Medicina era assorto. Fuor del cappuccio alquanto
rovesciato all'indietro, escivano a cerfuglioni i suoi capelli bruni,
solcati da screzii color di rame; il volto, perduto in una penombra
livida, brillava soltanto della luce tetra ed irrequieta degli sguardi.
Posava come chi si arresta di colpo dopo una marcia affrettata: aveva
una mano sul giustacuore, coll'altra stringeva l'elsa della spada.
Il compagno invece portava la testa alta, e cercava gli occhi del
suo padrone, come se ponesse in dubio il suo coraggio, e volesse
infondergli il proprio. Nella breve esperienza della sua servitù,
quest'era la prima volta in cui reputavasi levato a paro di lui. —
Ma s'ingannava a partito; i suoi sguardi di fuoco, le parole tronche
e concitate, l'aria guerriera ch'egli affettava, non giungevano a
scuotere Medicina dalla sua calma.
Dopo qualche minuto, costui sollevò la testa, raccolse le braccia, e
si dispose a parlare ed a procedere avanti. La luce erasi fatta nel suo
cervello, ed il partito era preso.