Nella terza sera, e per tutto la notte, Milano fu ancora in festa.
L'allegria sembrava farsi più vivace mano mano che piegava al suo
necessario termine. Alla corte, fu data una grandiosa rappresentazione
dramatica, in cui le divinità dell'Olimpo sceneggiarono con
stiracchiate allusioni l'età dell'oro; poscia s'imbandirono suntuose
cene. Infine la festa fu chiusa dalle danze, protratte fin quasi
all'alba del giorno vegnente. Per la città continuavano le grida e gli
schiamazzi; le case erano illuminate; sulle piazze ardevano falò; ma
l'orgia generale non fu scarsa di violenze. V'ebbe più di un colpo di
pugnale; e l'ubriachezza servì di pretesto allo sfogo di vecchi livori.
La mattina, tutto rientrò nell'ordine. Il conte era deciso di
ritornarsene a Pavia quella stessa giornata. Avanti di partire, però,
voleva cogliere il primo frutto de' suoi propositi: desiderava vedere
il Manfredi, e congratularsi con lui.
Ma con grande meraviglia, questa prima parte de' suoi disegni subiva
un ritardo inesplicabile. — Costretto a chiederne conto a qualcuno
della corte, venne finalmente in chiaro di un terribile mistero. Il
povero Manfredi, quando veniva informato della grazia ottenuta, lottava
coll'agonìa. — Forse Barnabò, che non aveva saputo negare grazia
all'intercessore, eludeva la promessa, facendo uccidere in carcere
l'odiato avanzo de' suoi nemici. Tale fu la spiegazione, che il conte
e moltissimi cittadini diedero all'inaspettata notizia. E Barnabò,
lieto probabilmente d'essere stato prevenuto ne' suoi desiderii, non si
pigliò cura di smentirla.
Non ci sarebbe il tornaconto di raccogliere ragioni per provare che
il signore di Milano non era l'autore di quel misfatto. Tacendo,
egli mostrò d'approvarlo, ed approvandolo, volle richiamare sopra di
sè la sua parte di complicità. Ma il legame dei fatti, che si vanno
svolgendo, dimanda che si sparga luce sul vero autore di esso. —
L'assassino era Medicina.
All'udire un delitto, la mente umana freme d'indegnazione, ma non si
arresta a quel moto: essa vuol farsi un'idea netta del grado di colpa
che pesa sul reo, e non suol dar passata alla dolorosa impressione,
finchè non indovina quale sia la causa e quale lo scopo del delitto. Un
misfatto senza una prima e grave cagione impellente, senza un ultimo e
definito scopo, diviene un'azione isolata, vera ed importante quanto a'
suoi effetti, ma dubia ed indeterminata nell'indole sua.
Ora quale motivo potè spingere Medicina a togliere di vita il Manfredi?
Tutta Milano non seppe trovare alcun rapporto fra l'assassino e la
vittima; la publica opinione lasciò quindi fuggire ingiudicato il
vero colpevole. Ma i cronisti, quelli sopratutto più diligenti ed
oscuri, che scrivendo pei posteri sfidavano le dispettose passioni
dei contemporanei, non temettero di asserire che Medicina, ormai
atterrito dalla rapidità degli avvenimenti, cui egli stesso aveva
dato il primo impulso, credette arrestarli, spegnendo nel Manfredi un
depositario di molti secreti spettanti alla congiura del Mantegazza.
Non curava egli gran fatto l'incolumità del governo di Barnabò; ma
temeva l'ingrandimento del conte di Virtù, suo rivale. Il conservare
un perfetto equilibrio di forza e di potere fra l'uno e l'altro,
era necessità per lui: perocchè non credevasi arrivato a segno di
poterli tradire entrambi. — S'aggiunga a ciò una circostanza di più
immediato interesse. La vendetta contro Agnese, mossa, come si è
narrato, dall'infelice spedizione di Campomorto, poteva ormai ritenersi
condotta trionfalmente al suo termine. Checchè avvenisse, il Conte
di Virtù era marito di Caterina Visconti. — Ma il turpe intrigo che
aveva ferito nell'onore la virtuosa Agnese, poteva essere scoperto da
una sola parola del Manfredi. Costui, durante la sua prigionia, ebbe,
come si è detto, parecchie visite di Medicina. I secreti, di cui fu
fatto depositario, erano di tal natura, che, innocui per sè giudicati
isolatamente, divenivano prove irrefragabili della sceleraggine di
Medicina, collocati nella serie d'altri secreti, di cui erano parte
o riscontro. — In tutto ciò, v'era per fatto del ciurmatore una
circospezione eccessiva; il pericolo sembrava forse troppo piccolo o
troppo lontano per creare la necessità di uno scongiuro di sangue. Ma
Medicina non badava pel sottile ai mezzi, quando vagheggiava uno scopo.
Temeva che il Manfredi parlasse, ed egli lo fece tacere.
Informato della prossima liberazione dei carcerati, si recò, nel cuor
della notte, alla Rocchetta; e per la solita via, sempre schiusa a un
suo pari, penetrò nel carcere del Manfredi. Col favore delle tenebre,
avvelenò l'acqua del prigioniero; poi, annunciandogli la vicina grazia,
gli promise con ipocrita asseveranza, che fra poche ore egli avrebbe
abbandonato il suo duro soggiorno. Questa volta ei poneva ogni scrupolo
nel promettere sol quanto era in grado di mantenere. Infatti, il veleno
era di tal natura, ed in tale dose, da poterne garantire il pieno
effetto entro il limite di tempo stabilito.
Quando, sul mattino, entrò il carceriero per annunciare al Manfredi
la sua libertà, l'infelice, steso boccone sull'umido pavimento, era
in fin di vita. Interrogato sull'esser suo, non rispose altrimenti che
con un gemito semispento. Volò l'aguzzino a cercare soccorso; ma appena
ebbe raccolto nel carcere il capitano della Rocchetta, un medico ed un
attuaro, il povero prigioniero non esisteva più.
Per persona di sì poco conto, qual era il Manfredi nel concetto dei
servi di Barnabò, non faceva mestieri ricorrere a diligenti ricerche,
o raddoppiare le investigazioni onde scoprire la vera causa del suo
decesso. Il medico asserì che Ognibene Manfredi era morto di morte
improvisa: e fin qui non faceva bisogno d'essere medico per dirlo.
Il capitano, il carceriere, il giudice e lo stesso Medicina furono
sodisfatti di questa dichiarazione; e dal canto loro posero ogni studio
nel farla tener buona. — In Milano corse la novella già commentata; e
la più filosofica conseguenza che seppero trarne gli uomini di buon
conto si fu: che il Manfredi era morto di gioja, e che una sùbita
gioja è ben più fatale che un lungo dolore. — Del resto, troppi erano i
crucci dei milanesi, perchè tale sventura meritasse da loro più che la
sincera pietà d'un giorno.
Come sèguito a questo fatto s'aggiunga, che la infelice sposa del
Manfredi non trascinò a lungo l'angoscia della sua improvisa vedovanza.
— Dopo aver tanto patito per la prigionia dell'amante, la sorte volle
riaccendere in lei vive speranze, perchè la sua inattesa caduta fosse
più aspra e decisiva. Morì la poveretta poco tempo dopo; senza però
mettere la voce publica sulla via di scoprire, che un sùbito dolore
ammazza non meno che una gioja improvisa.
Giangaleazzo, alla notizia della morte di Ognibene, si dolse più
assai che non lo dimostrasse. La sorte di quell'uomo si connetteva
strettamente a quella di altra più cara creatura. Intese il fatto,
senza accettarne la spiegazione, ma dentro sè l'ebbe come cosa d'assai
sinistro augurio.
Non ci arresteremo ad esaminare le cerimonie del congedo in corte;
fu un ricambio di gelide frasi e di modi usuali. Nè tampoco terremo
conto delle dimostrazioni di omaggio che Giangaleazzo raccolse sulla
via, tornando al suo castello. L'unica cosa degna di nota si è che la
vantata felicità degli sposi era soltanto sulle labra degli adulatori.
La mestizia della sposa, manifestata dal suo pallore, lo scontento del
conte, tradito da un involontario aspetto di corruccio, insegnavano
anche ai meno esperti che la coppia principesca, in mezzo a tante
grandezze, non godeva quella gioja serena, che tante volte è il
retaggio del povero. E ciò è fior di giustizia; il poveretto dimanda
sì poco, che non pare possibile che il destino voglia o possa sempre
essergli avverso.