Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di
Medicina, e costrinse la volontà del conte in un nodo indissolubile.
Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva
temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La
notizia che Barnabò aveva accolta la proposta del conte nel modo il
più benevolo assicurò il trionfo del ciurmatore, e tagliò corto ogni
perplessità del conte.
L'alleanza fra i due prìncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembrò
farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni
dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il
vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza
dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.
Una differenza assai notevole però correva tra i due. Il conte
poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio,
che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe
arrestato alla solennità di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle
noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnabò invece, aspettando
il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti
che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento
di abbracciare suo nipote col nome di figlio.
In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com'è
naturale, l'imperiosa volontà di Barnabò; per la qual cosa, dopo pochi
giorni, la novella del matrimonio del conte di Virtù colla principessa
Caterina, corse, colla rapidità consentita dalle stentate comunicazioni
d'allora, per tutte le città del doppio Stato, e fu ripetuta e
commentata su tutte le labra dei cittadini.
Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prìncipi,
così apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo
minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico;
chè quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere
in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto
a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocchè, a
sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere
l'inizio d'altra e più fiera rottura. Ma i più, non occupandosi di
queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si
rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto
sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di
vino; più in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra
principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il
favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente
che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a
chieder grazie, o a sollecitare impieghi.
Non è prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i
sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato
sociale questi pleonasmi conservano anche oggidì più valore che
non meritano. — Privilegio del secolo era invece il convenire dei
menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze
accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca,
provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso.
— Le imagini le più ardite erano ipotecate a celebrare il grande
avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo
un leone, un'aquila, una quercia. — Smancerie poetiche che allora
avevano almanco il pregio d'essere originali.
Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori,
non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza
hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non è sorda. Checchè
si dica della liberalità di Barnabò e dell'esultanza del suo popolo,
devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che
indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra
loro i prìncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i
poverelli e gli sventurati di prima. — V'era poi un bel numero di
patrioti, memori delle libertà antiche, che vedevano in questo fatto
un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. — V'era infine
un'anima, per la quale tutto ciò riesciva più terribile che una
sentenza di morte. — Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio
di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione
di un male certo, e senza rimedio.
Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata
da cento voci nel modo il più autorevole, vedeva crollare il fantastico
edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di
puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva più volte invocato
l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza
dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulità.
In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la
dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio
crudele a ravvivarlo dei più ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda
del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato,
appunto per fare più tetre le angosce presenti.
L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma
la ragione contro la propria sensibilità; cerca, e non di rado trova,
chi è infelice quanto o più di lui. Quella pietà, che egli giunge a
consacrare al male degli altri, sarà gran sollievo a' suoi proprii. —
Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene,
ritornava in sè colla desolante certezza di non aver trovato al mondo
una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de'
suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini
de' suoi cari. — Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che
la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli
uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii più prezioso il tesoro,
che egli si acquista. — Colui che è condannato nel capo inorridisce
al pensiero della tragica scena, di cui è il protagonista. Ma il
martirio di quelle ore, che la precedono, è misurato; ogni minuto
abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso troverà
l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via
incontrerà le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.
Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina
a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo
passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta
colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove è il nobile orgoglio di
una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e
doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura
di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda
decrepitezza. Che più? perdurava al di là della vita, in quella del
figlio suo. Oh questo era il più terribile de' suoi tormenti! L'affetto
materno è geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando
sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli
aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel
dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza
indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto
agli strazii che essa cagiona.
Quante volte Agnese passò in rassegna la parte più bella della sua
vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto
scoprire anche a costo di accusare sè stessa. Ma in ogni sua parola,
in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza
di un cuore innamorato, non trovò che l'invariabile ripetizione delle
medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a
grado, forse soverchie!
Rammentò poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in
altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la società,
gli uomini. Aveva sentito più volte parlare di creature ingannate,
d'altre spergiure. — Aveva veduto più d'una donzella vestire a lutto,
senza che ciò le fosse imposto dalla morte di un parente; altre,
spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e
bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una
ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte
più generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. —
Allora Agnese ingegnavasi di convincere sè stessa, che la sua era la
storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la
sua virtù, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una
passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pensò alla gioventù
sgovernata, che si fa bella di così turpi conquiste. Pensò che, mentre
ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse
pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.
Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocchè
il nome di tradita ch'ella attribuiva a sè stessa, supponeva un
tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carità fin troppo
ingegnosa, sforzavasi di rialzare sè stessa, affinchè la sua vergogna
non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva
sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si
rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza,
di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica
ed inevitabile di tanto male.
Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della
sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle
la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicità dei
giorni passati, sì cari nella tranquilla inconsapevolezza del male,
belli e forse più ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti,
che accompagnano un amore appassionato. Dietro ciò, l'unico rimedio,
il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le
intere notti, talvolta sola, più spesso assecondata dalla pietosissima
compagna. — La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando
gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole,
insegnava all'infelice, che non vi è anima derelitta che da esso si
diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare
il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a
lui; e, come sùbito, al primo slancio, sentì rinascere in se stessa
una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a
lui affidò gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo
figlio.
Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col
vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli:
ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio.
Le lacrime da quel punto sgorgarono più libere e meno aduste; la voce
che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce
autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero,
ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte,
ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al
cielo. Il pallore, che già da tempo le sfiorava le gote, si ravvivò di
un incarnato pieno di brio e di gioventù. L'occhio, prima incerto e
sbattuto, si rilevò franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava
che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a
fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le
promettevano il divino perdono.
“Miei diletti — diceva Agnese orando mentalmente — se io non fossi
rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie
querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa sì improvidamente
nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata,
vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere
la mia colpa; essa è grave, sì lo comprendo; ma io era sola, inerme,
inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che è sangue
tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il
proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse
maledetta! Deh, per pietà, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi
affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte
quella creatura, che porterà il tuo nome!„
In questo tacito colloquio trovò Agnese quel conforto, che invano aveva
cercato ai cavilli dell'umana ragione. È naturale quindi che ella vi
si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il
coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi
degna dell'impunità; per essa preparavasi con animo sereno ad una
austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.
Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte
severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.
“Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui;
io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi;
sconsigliata! Tua figlia però non si chiama indegna del tuo nome,
giacchè, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, saprà
cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza — È inutile,
che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime
beate. Dirò solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego
anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata,
quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve
soffrire al par di me: se ingannò, a suo tempo soffrirà a mille doppii
più di me — Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro!
Ch'egli non lo provi mai!„
“Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente
e nel cuore; le ho imparate, e le farò mie. _Non chiedere vendetta_, tu
mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, _ma persevera nella via
della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla
medesima meta_. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono
scritti. Giuro per l'amor tuo che farò ogni cosa possibile, perchè essi
non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi
al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo più saggia preghiera,
chiedo di vivere per mio figlio. L'alleverò, come tu mi hai insegnato,
nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chiederà un
giorno la storia di suo padre, io gli narrerò la tua, o dilettissimo
genitore. Oh quanto egli sarà superbo d'esserti figlio! In questo
santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza
del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto. È il cielo,
che mi vuol salva; vostra mercè, Dio ebbe pietà de' miei dolori —
Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non
m'abbandonate, non m'abbandonate.„