CXIV.

Il ritorno del legato spedito a Milano rimise la quiete nell'animo di

Medicina, e costrinse la volontà del conte in un nodo indissolubile.

Durante la sospensione d'animo naturale a chi aspetta, Medicina aveva

temuto per la sua vita, Giangaleazzo per la propria costanza. La

notizia che Barnabò aveva accolta la proposta del conte nel modo il

più benevolo assicurò il trionfo del ciurmatore, e tagliò corto ogni

perplessità del conte.

L'alleanza fra i due prìncipi prima dubia, guardinga, gelosa, sembrò

farsi aperta e sincera. Tali erano le parole, se non le intenzioni

dei due contraenti: l'uno e l'altro aspettavano da questo fatto il

vicino compimento dei loro voti; ciascuno godeva della pieghevolezza

dell'altro, come di una grande vittoria riportata a ben tenue prezzo.

Una differenza assai notevole però correva tra i due. Il conte

poneva l'essenziale della sua condotta nell'affettare un ossequio,

che disarmava la vigilanza dello zio; volontieri quindi si sarebbe

arrestato alla solennità di questo primo atto, senza sobbarcarsi alle

noje di un legame positivo ed indissolubile. Barnabò invece, aspettando

il buon effetto della nuova alleanza dalla piena esecuzione dei patti

che gli erano proposti, affrettava con impaziente desiderio il momento

di abbracciare suo nipote col nome di figlio.

In questa secreta discrepanza di vedute e d'azione, vinse, com'è

naturale, l'imperiosa volontà di Barnabò; per la qual cosa, dopo pochi

giorni, la novella del matrimonio del conte di Virtù colla principessa

Caterina, corse, colla rapidità consentita dalle stentate comunicazioni

d'allora, per tutte le città del doppio Stato, e fu ripetuta e

commentata su tutte le labra dei cittadini.

Come era noto a tutti il rancore che regnava tra i due prìncipi,

così apparve strana ed inopinata la riconciliazione. Tra il popolo

minuto, alcuni se ne rallegravano come di cosa utile al ben publico;

chè quello star sempre coll'arma al braccio era tutt'altro che vivere

in pace. Quei pochissimi che, come Medicina, avevano il tornaconto

a favorire l'antica ruggine, applaudivano anch'essi; perocchè, a

sentirli, l'accordo era apparente, e il nuovo patto doveva essere

l'inizio d'altra e più fiera rottura. Ma i più, non occupandosi di

queste discussioni, o non giungendo a comprenderne l'importanza, si

rallegravano, non fosse altro, per le vicine feste. Il popolo minuto

sognava corti bandite e tornei, piogge di terzuoli e fontane di

vino; più in su, s'occhieggiavano posti d'onore presso la leggiadra

principessa, e si facevano miracoli di cortigianeria per meritarne il

favore. Intanto nei due castelli era un continuo formicolare di gente

che accorreva a presentare ai padroni le felicitazioni d'uso, o a

chieder grazie, o a sollecitare impieghi.

Non è prezzo dell'opera il registrare le strisciate, gli inchini, i

sorrisi, le graziette artificiose di quei cortigiani. Nel mercato

sociale questi pleonasmi conservano anche oggidì più valore che

non meritano. — Privilegio del secolo era invece il convenire dei

menestrelli e dei trovatori, che all'annunzio delle splendide nozze

accorrevano dalle vicine corti, e, ripulita la bisunta ribeca,

provavano sulla triplice corda armonie nuove, versi da paradiso.

— Le imagini le più ardite erano ipotecate a celebrare il grande

avvenimento. La sposa era una stella, un giglio, una colomba; lo sposo

un leone, un'aquila, una quercia. — Smancerie poetiche che allora

avevano almanco il pregio d'essere originali.

Oracolo della publica opinione era la bocca dei pochi schiamazzatori,

non quella dei molti che tacevano. Il lagno sommesso e la reticenza

hanno un'eco postuma, alla quale la sola storia non è sorda. Checchè

si dica della liberalità di Barnabò e dell'esultanza del suo popolo,

devesi credere, che la novella inaspettata non generasse altro che

indifferenza presso quei molti che (fossero, o non fossero amici tra

loro i prìncipi di Milano e di Pavia) rimanevano invariabilmente i

poverelli e gli sventurati di prima. — V'era poi un bel numero di

patrioti, memori delle libertà antiche, che vedevano in questo fatto

un ribadimento di catene, un'altra speranza perduta. — V'era infine

un'anima, per la quale tutto ciò riesciva più terribile che una

sentenza di morte. — Vogliamo parlare d'Agnese, che lasciammo nel dubio

di una sventura, e che ora ritroviamo nella inesprimibile desolazione

di un male certo, e senza rimedio.

Infelicissima Agnese! Al diffundersi della terribile notizia, portata

da cento voci nel modo il più autorevole, vedeva crollare il fantastico

edificio delle congetture, con cui, poco prima, ella cercava di

puntellare le sue speranze. Nell'incertezza, aveva più volte invocato

l'inappellabile giudizio dei fatti; ora, resa certa dalla testimonianza

dei fatti, invidiava gli ingegnosi cavilli della perduta credulità.

In faccia a tanto dolore, avrebbe benedetto come un dono di Dio la

dimenticanza del passato; ma la memoria ed il cuore ponevano uno studio

crudele a ravvivarlo dei più ridenti colori; anzi, nell'alterna vicenda

del bene e del male, pareva che brillassero le gioje del passato,

appunto per fare più tetre le angosce presenti.

L'infelice, che non vuol soccumbere sotto il peso delle sventure, arma

la ragione contro la propria sensibilità; cerca, e non di rado trova,

chi è infelice quanto o più di lui. Quella pietà, che egli giunge a

consacrare al male degli altri, sarà gran sollievo a' suoi proprii. —

Ma la povera Agnese, scorrendo il lungo novero delle disgrazie terrene,

ritornava in sè colla desolante certezza di non aver trovato al mondo

una sventura maggiore della sua. Le parve che l'infermo nel letto de'

suoi dolori abbia almeno il conforto delle raddoppiate sollecitudini

de' suoi cari. — Il prigioniero ravveduto si consola, pensando che

la solitudine e i dolori gli guadagnano il perdono di Dio e degli

uomini; grave il prezzo, ma a mille doppii più prezioso il tesoro,

che egli si acquista. — Colui che è condannato nel capo inorridisce

al pensiero della tragica scena, di cui è il protagonista. Ma il

martirio di quelle ore, che la precedono, è misurato; ogni minuto

abbrevia d'un passo l'erta del suo calvario; ai piedi di esso troverà

l'uomo compassionevole che lo ajuta a portare la croce; lungo la via

incontrerà le anime pietose che piangeranno e pregheranno per lui.

Agnese, non d'altro colpevole che d'aver troppo amato, non era vicina

a morte; ma incominciava allora un'esistenza nuova, e moveva il primo

passo col preludio dell'abbandono, col sospetto di essere creduta

colpevole. Agnese trovava la vergogna, dove è il nobile orgoglio di

una donna. Quello che per altre era la buona novella, per lei era e

doveva essere una colpa, un mistero. Il suo supplicio non aveva misura

di tempo: doveva durare quanto la vita, fosse pur protratta a tarda

decrepitezza. Che più? perdurava al di là della vita, in quella del

figlio suo. Oh questo era il più terribile de' suoi tormenti! L'affetto

materno è geloso e diffidente, mentre ogni cosa arride; ma quando

sulla culla del suo bambino s'agita un dubio, o nelle viscere ov'egli

aspetta di risvegliarsi alla vita, scende un rimorso, oh allora quel

dubio e quel rimorso non si calmano per certo al raggio di una speranza

indeterminata! La sventura sospettata divien certa; certa almeno quanto

agli strazii che essa cagiona.

Quante volte Agnese passò in rassegna la parte più bella della sua

vita, per cercarvi la cagione dell'attuale mutamento. L'avrebbe voluto

scoprire anche a costo di accusare sè stessa. Ma in ogni sua parola,

in ogni atto, nei tanti e tanti nonnulla, che riempiono l'esistenza

di un cuore innamorato, non trovò che l'invariabile ripetizione delle

medesime proteste, le stesse prove d'amore; forse sempre crescenti a

grado, forse soverchie!

Rammentò poscia le velate e mal comprese parole con che Canziana, in

altri tempi, soleva dipingere a lei giovinetta il mondo, la società,

gli uomini. Aveva sentito più volte parlare di creature ingannate,

d'altre spergiure. — Aveva veduto più d'una donzella vestire a lutto,

senza che ciò le fosse imposto dalla morte di un parente; altre,

spiccarsi dal mondo, di cui erano la delizia, e correre giovani e

bellissime, a seppellirsi in un chiostro; altre ancora, a cui una

ruga prematura aveva scritto sulla fronte un mistero che la parte

più generosa degli uomini sembrava compassionare, ma non discutere. —

Allora Agnese ingegnavasi di convincere sè stessa, che la sua era la

storia di cento, di mille altre donne al par di lei derelitte; che la

sua virtù, come quella di tutte le sue pari, era stata gioco di una

passione quanto violenta altretanto passaggiera. Pensò alla gioventù

sgovernata, che si fa bella di così turpi conquiste. Pensò che, mentre

ella sentivasi lacerare l'anima, forse il suo amante era calmo; forse

pregustava nella sua mente nuove avventure, nuovi trionfi.

Questo non era trovar rimedio a' suoi mali, ma inacerbirli: perocchè

il nome di tradita ch'ella attribuiva a sè stessa, supponeva un

tradimento, e un traditore. Per la qual cosa, con una carità fin troppo

ingegnosa, sforzavasi di rialzare sè stessa, affinchè la sua vergogna

non fosse la condanna di un altro. In questo lavoro la ragione diveniva

sottile e ferma, come non era mai stata. Non voleva scolparsi, anzi si

rimproverava di aver tentato di farlo; accusavasi di inconsideratezza,

di inesperienza; e chiamava solo suo complice il destino, cagione unica

ed inevitabile di tanto male.

Ma infine il cuore voleva la sua ragione. Scoprire la causa della

sventura non era rimoverla od attenuarla. Nulla valeva a restituirle

la pace dell'anima; impossibile, il far rivivere la felicità dei

giorni passati, sì cari nella tranquilla inconsapevolezza del male,

belli e forse più ancora invidiabili negli stessi brevi turbamenti,

che accompagnano un amore appassionato. Dietro ciò, l'unico rimedio,

il solo conforto era il piangere; e piangeva la tapina lunghe ore, le

intere notti, talvolta sola, più spesso assecondata dalla pietosissima

compagna. — La quale non aveva parole per confortarla; ma, levando

gli occhi al cielo e stendendo ad esso le mani in atto supplichevole,

insegnava all'infelice, che non vi è anima derelitta che da esso si

diparta inconsolata. Agnese, che non aveva fin qui osato implorare

il soccorso di Dio credendosene indegna, rivolse ogni suo affetto a

lui; e, come sùbito, al primo slancio, sentì rinascere in se stessa

una fiducia nuova e consolatrice, in lui ripose ogni sua speranza, a

lui affidò gli interessi del suo cuore, il suo avvenire, quello di suo

figlio.

Le inspirazioni, che le scendevano all'anima da questo aprirsi col

vero consolatore degli afflitti, erano tenere, soavi, confortevoli:

ma largheggiavano di promesse a patto di abnegazione e di sacrificio.

Le lacrime da quel punto sgorgarono più libere e meno aduste; la voce

che le parlava al cuore pareva quella de' suoi genitori. Era una voce

autorevole ma affettuosa; erano parole non scevre da rimprovero,

ma promettitrici di perdono. Ella le ascoltava colle mani giunte,

ginocchioni, col viso inondato di lacrime, e l'occhio rivolto al

cielo. Il pallore, che già da tempo le sfiorava le gote, si ravvivò di

un incarnato pieno di brio e di gioventù. L'occhio, prima incerto e

sbattuto, si rilevò franco e sicuro a contemplare il cielo. Sembrava

che ella cercasse lo sguardo del suo giudice, certa di vedere a

fianco di lui due anime benedette che peroravano la sua causa, e le

promettevano il divino perdono.

“Miei diletti — diceva Agnese orando mentalmente — se io non fossi

rimasa orfana, ora non contristerei la vostra beatitudine colle mie

querele. O madre mia, te vicina, io non sarei scesa sì improvidamente

nelle battaglie del mondo, o se la sorte mi vi avesse trascinata,

vicina a te avrei saputo combattere e vincere. Non voglio nascondere

la mia colpa; essa è grave, sì lo comprendo; ma io era sola, inerme,

inconsapevole.... Perdona non a me, ma a quell'innocente che è sangue

tuo.... Tu sai quanto dolore costi ad una madre l'abbandonare il

proprio figlio? il mio angelo nascerebbe orfano, se sua madre fosse

maledetta! Deh, per pietà, per l'amor tuo, per le tue viscere, mi

affretta il perdono di Dio, ond'io sia degna di baciare in fronte

quella creatura, che porterà il tuo nome!„

In questo tacito colloquio trovò Agnese quel conforto, che invano aveva

cercato ai cavilli dell'umana ragione. È naturale quindi che ella vi

si abbandonasse con passione, quante volte sentiva venirle meno il

coraggio. Ma dalla rinata fiducia, ella non traeva argomento a credersi

degna dell'impunità; per essa preparavasi con animo sereno ad una

austera espiazione; e l'accoglieva e l'invocava come arra di pace.

Altra volta volgeva la parola a suo padre; e le sembrava che la fronte

severa del buon vecchio si spianasse alla pietosa sua invocazione.

“Tu, padre mio, diceva ella, tu m'insegnasti ad onorare colui;

io frantesi le tue parole, io varcai i limiti, de'tuoi comandi;

sconsigliata! Tua figlia però non si chiama indegna del tuo nome,

giacchè, coll'ajuto di Dio e con un'intera vita di sacrificj, saprà

cancellare questo passo indecoroso della sua giovinezza — È inutile,

che io ti sveli come vi fui travolta; non v'hanno misteri per le anime

beate. Dirò solo che ebbi un complice, non un seduttore. Io ti prego

anche per lui, padre mio; come mai potrei sperare d'essere perdonata,

quando non mi sentissi pronta a perdonare? Se egli fu ingannato, deve

soffrire al par di me: se ingannò, a suo tempo soffrirà a mille doppii

più di me — Deve essere pur doloroso il ricordo di uno spergiuro!

Ch'egli non lo provi mai!„

“Le tue parole, proseguiva Agnese dopo una pausa, io le ho nella mente

e nel cuore; le ho imparate, e le farò mie. _Non chiedere vendetta_, tu

mi scrivesti in sull'ultima ora della tua vita, _ma persevera nella via

della carità e della giustizia; per essa si giunge in miglior modo alla

medesima meta_. Questi detti sono sacri come il momento in cui furono

scritti. Giuro per l'amor tuo che farò ogni cosa possibile, perchè essi

non sieno smentiti giammai. All'annuncio della mia sventura, chiesi

al Signore la grazia di morirne; ora io rinovo più saggia preghiera,

chiedo di vivere per mio figlio. L'alleverò, come tu mi hai insegnato,

nel timor di Dio, e nell'amor della patria; e se egli mi chiederà un

giorno la storia di suo padre, io gli narrerò la tua, o dilettissimo

genitore. Oh quanto egli sarà superbo d'esserti figlio! In questo

santo proposito che mi rialza dalla polvere, sento tutta la dolcezza

del tuo perdono. Umana sapienza non porge tanto conforto. È il cielo,

che mi vuol salva; vostra mercè, Dio ebbe pietà de' miei dolori —

Grazie, o angeli miei tutelari; compite l'opera della mia salute; non

m'abbandonate, non m'abbandonate.„

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 45 / 103 题