CXIII.

La mattina del terzo giorno il ciurmatore, accennando al bisogno di

recarsi precipitosamente a Milano, si presentò al conte per ricevere i

suoi comandi e pigliar congedo. Vedendolo più cupo del solito, volle

sembrare compunto, ed affettò tale imbarazzo da confondersi colla

timidezza. Premesse le consuete strisciate — “Se Vostra Grazia non

ha altro bisogno di me, disse egli, io con sua licenza ritorno al mio

posto.„

Il conte non rispose motto.

Medicina osò fare un lieve gesto d'impazienza, che non sapremmo

copiare, ma che si voleva tradurre come un segno di scontento verso sè

stesso — Egli lo spiegò meglio con queste parole:

“Vorrei un'ora sola mutar panni con qualcuno....„

Il conte si scosse, ed, ammiccando il ciurmatore con un fare non troppo

incoraggiante, ripetè “e poi...?„ pronunciando le due sillabe con un

tono interrogativo quasi imperioso.

“E poi.... Se io fossi il Conte di Virtù imiterei il signor Barnabò,

suo glorioso zio, che d'ogni cosa disgraziata sa trar profitto.„

“Lascia da parte Barnabò, soggiunse il conte più rabbonito, e dimmi che

farebbe un tuo pari al mio posto?„

“Noi povera gente.... è un altro affare. Quando ci capita di tali

rovesci, sappiamo vendicarci del tradimento, col mostrar di accettarlo

come un ben di Dio. — Niente di più sciagurato che il belare e mettere

sospiri appiè di una donna. Ohibò! sarebbe un dar la spezia in bocca al

giumento, con vostra licenza — Manca femine al mondo?„

Il tuono plebeo di queste parole doveva fare stomaco ad uomo come il

conte. Ma il sugo di esse aveva la sua parte di saggezza, e il conte

non sacrificava l'opportunità dell'avviso alla vile forma di esso; anzi

lo gradiva appunto perchè non aveva l'aria magistrale di un consiglio.

Intanto poichè egli taceva, Medicina tirò avanti sull'istesso tenore.

“Noi poveretti abbiamo a pensare a ben altre cose; la fame, o provata o

temuta, ci fa essere filosofi. — Voi (poichè mi permettete di parlare)

voi potete trarre il miglior diletto del mondo da queste avventure — Vi

mancano forse i mezzi di vendicarvi?„

Si rannuvolò il conte alla parola di vendetta.

“Vendicarvi, che dico io? — riprese Medicina; — non è precisamente la

parola che si fa al caso nostro. Se l'uno ci abbandona non può dirsi

vendetta il cercare altri — E quanto a ciò, Vostra Grazia non avrebbe

che l'imbarazzo della scelta.„

Il conte, seduto di faccia al ciurmatore, teneva il gomito destro

sull'appoggiatojo dello scranno, e nascondeva la fronte nel cavo della

mano. — Ma Medicina s'accorse d'essere compreso, e forse già previde

che le sue parole toccavano dritto al cuore di chi fingeva di non

ascoltarlo.

“C'è dell'amaro per me in tutto questo, o mio signore. Se voi foste in

guerra, io potrei seguirvi, e cogliere il destro di mettermi di mezzo

tra le aste dei nemici e il vostro petto. — Ora, in simili negozii,

la mia fedeltà non giova a nulla. Posso bene liberarvi di chi vi reca

fastidio; ma non sono in istato di rendervi chi vi consoli; e molto

meno di farvi gradire le idee dell'illustrissimo signor Barnabò —

Eppure vostro zio vi porgerebbe i mezzi d'escire da quest'imbroglio....

Sì, per certo; ve lo giuro...„ — E tra sè aggiunse: “Il dado è

gettato.„

Il conte alzò il capo con aria di stupore.

“Mio zio?... e che sai tu....?„

“Come io sia addentro in ogni cosa che riguarda la corte di Milano, voi

lo sapete da un pezzo. — Vivendo nell'anticamera, io fo il gonzo per

frodare la gabella. Il sornione fiuta, fiuta, ma tacendo raccoglie. —

È vero che non tutto è di buona lega; pure v'ha sempre il tornaconto a

non gettar nulla nelle spazzature — Udite questa, che appunto ha il suo

piccolo merito. — Il signor di Milano, tempo addietro, fece l'occhio

amorevole al nobilissimo suo nipote....„

“A me?„

“A voi, messer sì„

“E com'egli si è degnato di ciò?„

“Quante volte gli uomini scoprono la fortuna levando l'occhio in alto!

Le stelle, a cui il nobilissimo vostro zio non professa molto rispetto,

gli hanno un bel dì raccontato, ch'ei n'avrebbe gloria e fortuna a

stringer meglio la parentela con voi, accordandovi una delle sue figlie

in isposa.„

“Perchè non mi parlasti prima di ciò?„

“Perchè?... pensai che avreste male accolto le mie parole. Il

cognato del re di Francia poteva aspirare a nozze più fortunate. Non

per dir male del nobilissimo sangue dei Visconti, me ne guardi il

cielo, ma.... messer Barnabò.... ha messo sì poco zelo a conservarlo

puro.... D'altronde, il Manfredi.... a quei dì taceva.... Insomma

tacqui anch'io, perchè non mi pareva cosa che vi potesse riescire

caro od utile il sapere. Mutate le circostanze, forse ciò diviene meno

inopportuno. — Ma dico a me, se un tale affare avesse la consistenza di

un progetto ragionevole, si farebbe strada da per sè, senza l'ajuto del

pover'uomo che son io.„

Il conte in questo momento se ne stava silenzioso, quasi ponesse grande

attenzione alle parole altrui; in realtà era assorto, e non ascoltava.

Il parlatore, che se n'era avveduto, vagava intorno a lui, accarezzando

per così dire la sua meditazione colla quieta armonia di un borbottare

sommesso; press'a poco come fa la nutrice che continua a cantar la

nanna a un bimbo addormentato, affinchè non si desti. — Medicina non

avrebbe scambiato quel silenzio colle più amorevoli parole e con una

grossa mancia.

Senza divagare più oltre in questo dialogo, che non ha altro interesse

fuor quello di convalidare la già troppo vantata accortezza di

Medicina, eccone brevemente i risultati. Il conte di Virtù accolse il

progetto, o meglio vi si abbandonò ciecamente, sperando di trovare in

un ordine tutto nuovo d'avvenimenti quella pace che invano chiedeva

alla sua ragione. Colle parole di Medicina e coi progetti di Barnabò

forse si riaccese in lui più viva quell'ambizione, che non lo faceva

pago di una porzione del retaggio avito, e gli prediceva future

grandezze. Seppe che la fanciulla chiamata a divenire la contessa

di Virtù era la bella e timida Caterina. — Non le diè merito per la

bellezza, ma fece grande assegnamento sulla sua docilità; poichè le sue

nozze non gli avrebbero richiesto alcun affetto: egli voleva sempre

esserle cugino e non sposo. Ma non lo si accusi di un pensiero di

vendetta: impalmando altra donna, egli legitimava l'antica passione di

Agnese, e le accordava piena libertà di farla rivivere, condonandole il

sospettato spergiuro.

Eppure, mentre da un lato la gelosia, sotto apparenza di giustizia

calma e dignitosa, lo consigliava a troncare di colpo ogni rapporto

con Agnese onde evitare inutili rampogne o atti di codarda indulgenza,

dall'altro, la stessa passione più libera e spigliata lo trascinava

contro la sua volontà a disconoscere i fatti proponimenti. — Poche

ore dopo il dialogo riferito sopra, mentre la ragione aveva in modo

inappellabile sentenziato una rottura, egli, lo stesso giudice, quasi

inconscio di sè, si trovava in quella casa e presso quella donna, che

aveva risoluto di non vedere mai più.

Il fatto non verrà giudicato da tutti sì strano come esso pare a prima

giunta. — Pensiero ed affetto, mente e cuore non sono sempre fidi

alleati fra loro nelle guerre della vita, e se non agiscono d'accordo,

la passione pur troppo sarà sempre, o più spesso, la vincitrice.

Quell'incontro però (ne duole il dirlo) che doveva rischiarare il

fatale mistero e ricondurre i due amanti alla conoscenza di uno

scambievole inganno, non fece che spargere nuove tenebre, ed aggiunger

credito all'errore. Quando i due amanti si videro, ognuno volle essere

il primo a scoprire nello sguardo dell'altro il suo giudizio, la sua

sentenza; ma ognuno venne meno all'uopo; e, ritraendosi dal campo,

lasciò nell'altro la certezza della propria sconfitta. Fu come una

sfida, nella quale entrambi i campioni cadono feriti sul terreno.

Ciascuno crede d'essere il vincitore perchè vede il sangue del suo

antagonista; e di fatto ciascuno è vinto.

Meglio è che il lettore non conosca come, e con quali parole,

s'arrivasse a sì funesta conclusione. Il dialogo fu breve, ma solenne;

la passione non ebbe tempo di erumpere sulle labra, e perciò ribollì

più terribile nel cuore, ov'era contenuta di forza. Quando il conte,

più d'Agnese impaziente, parlò della lettera del Manfredi come di una

scoperta casuale, che gli dava diritto di sospettare e di giudicare;

Agnese più dolorosamente straziata dal tuono dell'inchiesta, che non

dalle parole, si rialzò con atto severo, e rispose al suo accusatore

tacendo, e volgendo le spalle a chi l'aveva già condannata coll'insulto

di un sospetto tanto indecoroso. — Il conte, posseduto dalla più

irragionevole delle passioni, scambiò lo sdegno col rossore; confuse

l'orgoglio colla vergogna. Convinto di non aver bisogno d'altre prove,

si allontanò o meglio fuggì da quella casa e da quella donna, colla

presunzione d'essere interamente guarito dal suo disgraziato amore.

Egli dunque si propose di scordare un triste sogno; e ripigliò il

filo della sua vita a quel punto in cui la passione per Agnese l'aveva

interrotta.

Tutti gli storici s'accordano nel confermare che Giangaleazzo Visconti,

come erede del primogenito fra tre fratelli succeduti a Luchino e

Giovanni, vantasse il diritto alla intera signoria di Milano. Ora

egli cercò appunto in queste dimenticate pretensioni il rimedio della

secreta sua piaga. — Far valere i suoi diritti colle parole, sarebbe

stata cosa vana: colle armi, impresa perigliosa. Prima dei fatti che

lo legarono ad Agnese, era suo intendimento di aspettare il giorno

propizio per rivendicare ciò che gli era dovuto. Fino ad un certo

punto riesci ad addormentare la sospettosa vigilanza dello zio. Ma

il suo amore, qualificato da taluno come una tacita alleanza coi

cospiratori di Milano e di Reggio, aveva acceso dei sospetti, e scemato

il frutto di sua lunga dissimulazione. — Ecco ora il nuovo suo cómpito;

ripigliare il perduto con un atto d'ossequio inaspettato e completo. —

Tale era appunto per Giangaleazzo la dimanda in isposa di una figlia

del suo rivale. Barnabò di buon grado avrebbe sacrificato i suoi

affetti alle illusioni di questa vittoria domestica.

Medicina, vedendo che il conte era tornato a' suoi vecchi disegni,

sperava d'esserne fatto l'interprete presso lo zio. E quanto a ciò,

ei si credeva in grado di promettere una mediazione efficace. Già

gli sorrideva il pensiero di provedere con questo mezzo alla propria

sicurezza; poichè l'aria di Pavia cominciava a sembrargli greve. Ma

il conte non gradì l'offerta. Senza porre tempo di mezzo, e senza dar

campo a nuove investigazioni, per non aver agio di pentirsi, inviò

uno de' suoi cortigiani, il più esperto a destreggiare un incarico

dilicato, alla corte di Milano, perchè chiedesse in tutta forma alla

Grazia del signor Barnabò la mano di sposa della giovine principessa

pel nobilissimo Conte di Virtù, signore di Pavia.

E Medicina intanto dovette rimanere al castello, perchè la sua testa

fosse caparra della sincerità de' suoi detti. — Nell'ozio penoso dei

tre giorni che passarono tra la partenza dell'inviato e il suo ritorno,

pensò seriamente ai casi suoi, alla probabile incostanza di Barnabò,

al pericolo di una smentita. — Sapeva il furfante che il signor di

Milano, in più di un incontro, aveva fatto della volubilità il più

valido argomento di sua potenza; se in questa occasione egli non si

fosse degnato di confermare le proprie parole, il ribaldo Medicina

era castigato da un più ribaldo di lui. — Da tutto ciò il prigioniero

traeva queste due conseguenze: che il suo mestiere non era sì liscio

e sì prospero, come taluni credevano, e che in vita sua egli ebbe più

spesso a temere di quanto disse colla scorta del vero, come in questo

caso, che non di ciò che aveva inventato di pianta, per servire a'

suoi fini. — Tristissima conclusione, che lo faceva dubitare di non

essere ancora compiutamente scelerato, e lo rinfrancava nel progetto di

volerlo divenire alla prima occasione.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 44 / 103 题