Non è a dire che, dietro tali pensieri, fosse sùbito bandito e per
sempre ogni dubio, ogni angoscia. Agnese provò spesso il ritorno de'
suoi dolori; ebbe più e più volte ancora il cuore turbato dalla memoria
della perduta felicità; sentì di nuovo e più forte il rossore della sua
posizione; provò non la convenienza ma l'onta del mistero, in cui ella
doveva vivere sepolta. Ma non era per intoleranza o per stanchezza che
ella volgeva le sue preghiere al cielo. Quanto erano più gravi i suoi
dolori, altretanto più certa e più vicina attendeva la riabilitazione.
Dimandava a Dio la forza di sopportarli, non di rimoverli; d'essere
rassegnata, non assolta.
Di ciò diede prova quando surse questione sull'opportunità di
abbandonare la sua casetta. Nessuna esitanza attraversò tale
risoluzione; non la discusse, l'adottò come una necessità, come un
dovere. Prima che venisse il momento di spiccarsi dal suo soggiorno,
il solo pensiero di dover rinunciare a quell'asilo, che era stato
testimonio di tanta felicità, le cagionava una stretta sì forte, che
credette non avere animo a sopportarla. Ma quando Canziana le annunciò
d'essere riescita a procurarle un nuovo ritiro, ella gradì il troppo
sollecito servigio, e seppe troncare il filo di tante soavissime
rimembranze senza pure un sospiro.
La scelta della nuova dimora era stata affidata a Canziana. Pensò la
buona donna che era bene far presto; ma nello stesso tempo la prudenza
la tratteneva, ponendole dinanzi non pochi ostacoli. — Si arrestò
qualche tempo a considerare se fosse più conveniente il ridursi
a Milano, o a Campomorto. Sottili ma abbastanza valide ragioni la
persuasero a non far cadere la scelta sui due luoghi. In questo mezzo,
il caso le fece trovare, presso persona di sua antica conoscenza, una
romita casipola al di là del Ticino, dove Agnese sarebbe al riparo
d'ogni sguardo indiscreto e d'ogni scortese dicería.
Al momento di abbandonare la città, Agnese trasportò seco tre cose
soltanto: la lettera di suo padre, quella di Ognibene, e lo scritto del
conte da lui dimenticato a Campomorto. Erano i documenti più preziosi
della sua storia. — Al resto provide Canziana.
Quando Agnese si dolse pensando che lo staccarsi dalla dimora di
Pavia avrebbe affievolito le sue care memorie, si ingannò. Nel suo
deserto romitaggio, coll'ajuto del cuore, ella visitava ogni dì la
casa abbandonata, e ne richiamava gli oggetti con tanta vivacità
di colori, con sì squisita precisione di forme, come se li avesse
presenti. Nei primi dì ella era più taciturna del solito: ma a poco a
poco la nuova solitudine le riescì gradita; e se pensando al passato
ella aveva gravissime ragioni di piangere; nel presente, e ancor più
nell'avvenire, trovava qualche motivo d'essere consolata.
A fare meno triste la sua condizione presente, giovò l'esercizio della
più saggia carità: ella soleva trovare presso di sè molto superfluo
per farne parte ai poverelli. — Ad abbellire il futuro, le valse il
pensare alle prossime gioje della maternità: gioje sì vive e sublimi,
che non potevano essere turbate da nessuna memoria per quanto amara.
Ripigliò ella i lavori dell'ago, non per trapuntar ciarpe ed inezie,
come in addietro; ma per allestire il corredo dell'aspettato suo
consolatore. Nell'assiduo travaglio, e nello scopo di esso, temperò
le acerbe ricordanze, senza abbatterne quella parte che le faceva
sperare nuovi e più dolci compensi. Così mentre la mano, con alacrità
straordinaria, attendeva all'opera pietosa, la mente si occupava di
quello cui essa era destinata. La diletta creatura, che le aveva fatto
riamare l'esistenza, già viveva con lei e per lei; le appariva dinanzi
ad ogni momento vispo, amorevole, bello quanto un angelo. Ed ella lo
vedeva e lo ascoltava, pregustando tutte le delizie dell'esser madre.
Nè si arrestava ai primi passi della sua vita; ma lo vedeva crescere
garzoncello avido di affetti e di cognizioni; farsi giovine generoso ed
intrepido; maturare saggio e benvoluto cittadino. La stima che egli si
sarebbe procacciata, era tutto suo merito; di nulla egli era debitore
al casuale retaggio di un nome illustre. — Anche la riabilitazione
dell'infelice sua madre diverrebbe sua gloria. Quando quel frutto
della colpa fosse diventato un valent'uomo, chi mai avrebbe ardito
gettare la pietra contro la cagione de'suoi giorni? — Abbandonatasi a
tali pensieri, correva Agnese sur un pendío pieno di dolcezze, fino
a sognare una felicità completa e durevole. Quel figlio che le era
costato tante lacrime le prometteva, già prima di nascere, altretante
gioje. Le nostre leggitrici perdoneranno alla sventurata donna questo
delirio pel merito dei soavissimi affetti che lo inspirano.
Dopo alcuni mesi di un rigoroso ritiro, durante i quali la tranquilla
serenità di quell'anima non fu turbata che da un'ansia amorevole,
precorritrice degli eventi, venne il dì benaugurato, in cui lo
sguardo della madre potè finalmente fissarsi nelle sembianze della
sua creatura. Oh il primo bacio che ella stampò sulle gote rosee
del suo bel bambino! Quanta felicità, quale esultanza! — Allora la
natura, trionfando di tutti i riguardi umani, infundeva ad Agnese tale
sicurezza di sè, ch'ella non avrebbe esitato a dichiarare al mondo
intero che quella creatura era sua.
Ma l'orgoglio muliebre cedette sùbito e sempre a più imperioso
sentimento. Agnese dimenticò il mondo ed ogni cosa esteriore per non
occuparsi che di sè; e in sè stessa comprendeva appunto il suo caro,
il suo vezzoso bambino. Dopo avergli prodigato le più tenere carezze,
lo sogguardava con occhio innamorato, lo componeva nella culla; poi
di lì a poco, stanca di non vederlo, di non toccarlo, ne lo sollevava
di nuovo per palleggiarlo e stringerlo al seno; e lo chiamava sue
viscere, sua delizia; lo copriva di baci e di lacrime. Agli avvisi di
Canziana, che la vegliava con materna sollecitudine, e non aveva fine
di raccomandarle un po' di quiete per il ben suo e della creatura, non
si mostrò arrendevole, che quando la stanchezza vinse gli affetti, e
il consiglio divenne necessità. Allora Agnese giacque tranquilla; ma,
posata la testa sul capezzale, volgeva gli sguardi al suo diletto che
le dormiva allato. E l'occhio materno (che non è il miglior giudice
delle sembianze dei figli) aveva già riscontrato nel tondo e roseo
visetto del bambino i tratti vigorosi e severi del padre. A quella
scoperta, una lacrima di ben altra natura le spuntò sul ciglio. Pianse
la poveretta pensando che a tanta festa non pigliava parte chi vi aveva
il più sacro diritto. Dolevasi che lo sguardo di lui non scendesse un
momento su quella cuna; perchè ivi avrebbe dovuto farsi più mite e più
giusto.... In tale pensiero chiuse gli occhi affaticati, e sognò cose
liete.
Ma quando, poco dopo, una esile vocina la scosse dalla fantastica
visione e la condusse di colpo alla realtà del momento, oh come le
brillò caro e dolce alla mente il ricordo del novello acquisto! Pur
quella voce era flebile; il poverino piagnucolava: — “Che hai ben
mio? prorompeva la madre, perchè piangi?„ — ed accorsa alla cuna, ne
sollevava il tapinello colla maestría che le donne non apprendono, e
lo stringeva a sè, cullandolo dolcemente — E quando vide che il bambino
appoggiato al suo seno cessava dal piangere, quando s'accorse, che ella
compiva l'altro pietoso officio della maternità, nutrendolo della sua
vita, nuovo giubilo, nuova ebrezza!
Troppo arduo sarebbe l'enumerare e il dipingere convenientemente
tutte le fasi per cui trascorse l'amore sviscerato d'Agnese in
quei primi giorni. Quella vicenda di sollecitudini, di gioje, di
trepidazioni, quella litania di dolci ed iperbolici appellativi, con
cui una madre vezzeggia il suo bambino, sembreranno a taluni frivole
minuzie, pallide imagini di quanto si vede ognidì e dovunque. Ma
lo scandagliare per quel mezzo il cuore d'Agnese, e il comprendere
tutta la potenza de' suoi affetti, non sarà dato che a voi, sensibili
donne. — Voi, dalle placide ed incolpevoli gioje provate o presentite,
saprete misurare quelle più tempestose, ma non meno sacre, della
nostra eroina; e se la vista di un bel putto che dorme in grembo alla
madre vi fa tenerezza, a maggior ragione dovrete essere impietosite
nell'imaginarvi Agnese, il cui affetto era ravvivato ancor più da un
altro sentimento, maggiormente degno di pietà perchè tanto infelice. —
Anzi, (dovrò io apprendervelo come fosse una scoperta?) quello stesso
mistero che s'aggrava su lei la farà ai vostri occhi più cara e più
degna di compassione. La legge, che disconosce e condanna i fortuiti
legami della passione, può avere da voi il culto della coscienza
e dell'esempio, senza perciò provocare dal vostro labro un troppo
rigido giudizio contro le infelici, che in un consorzio d'affetti
offrirono virtù ed innocenza, e ritrassero colpa e vergogna. Costrette
a sentenziare Agnese, la vostra ragione non v'impedirà, condannando i
fatti, d'amare un po' la colpevole. Non vorremmo che, con danno delle
leggi sociali, voi l'assolveste troppo leggermente: non imploriam ciò
per Agnese. Imploriamo il vostro perdono; e non vi può essere perdono
dove non siavi stata colpa.