CVII.

Abbozzato in nube il progetto, Barnabò sentiva il bisogno di avere

persona accorta e fedele, che lo ajutasse ad avviarlo.

Egli non pretese di trovare degli amici; poichè avrebbe consumata

inutilmente tutta la vita a cercarne uno. — Ei non volle aprirsi con

alcuno di quei cortigiani, che facevano folla intorno a lui; poichè li

aveva in grande disprezzo, come codardi, pronti a strisciare nel fango

per tornare graditi al padrone, ma inetti a destreggiare qualunque

bisogna escisse dalle formole delle frasi d'anticamera.

Anche questa volta, a furia d'escludere gli insufficienti e i

malfidati, si trovò di fronte un unico individuo; e costui era

Medicina. Il decidersi a far conto di lui non voleva ancora significare

che Barnabò riponesse tutta la fede in quell'uomo. Fu a ciò indutto dal

pensiero, che Medicina doveva avere maggiore interesse che ogni altro

a tenere in credito la veridicità dell'indovina: pensò inoltre che,

avendo egli assistito alla conferenza, non richiedeva d'essere istrutto

sul passato, a lui già ben conosciuto.

Dopo quella notte feconda di vaghi progetti e di gravi risoluzioni,

Medicina fu chiamato a comparire dinanzi al principe. Costui gli espose

essere suo pensiero di seguire esattamente i consigli dell'indovina;

occorrergli però all'uopo una persona fida ed accorta, che s'unisse

a lui per condurre l'impresa a buon fine. — E lo scaltro sgherrano,

che prima di creare l'imbarazzo aveva preparato il modo di escirne,

inchinandosi dinanzi al principe con un atto di ipocrita servitù,

dichiarò di voler mettere a sua disposizione vita ed ingegno: chiedendo

solo che gli fosse accordato il tempo necessario a studiare e maturare

un progetto degno della fiducia in lui riposta.

Il giorno dopo, tornò Medicina al cospetto del principe con un stare

in sul grande che accennava il trionfo, e che riesci bene accetto allo

stesso Barnabò, solito a vedersi davanti visi abbacchiati ed occhi a

terra. Il ciurmatore, senza dichiarare pel minuto il piano concepito,

entrò a dimandarne formalmente i mezzi, ed a stabilirne le condizioni.

“Permetta Vostra Grazia, prese egli a dire, che io abbia a mia

disposizione ciò che è necessario ad avviare la cosa. — Bramate

voi, che quanto sta nei vostri progetti vi sia richiesto come un

favore, onde non abbiate a fare altro che ad aggiungervi il vostro

consentimento?... Ebbene, se così vi aggrada, rivestitemi per alcun

tempo dell'autorità di vostro ministro. — La mia testa vi sia caparra

che non abuserò della fiducia riposta nel più devoto dei vostri servi.„

— E s'inchinò, attendendo una risposta del principe.

Questa non si fece aspettare, e fu quale era desiderata. — Allora

Medicina trasse di sotto al giustacuore l'anello, che aveva servito

agli incantesimi di Canidia, e mostrandolo al principe continuò:

“Ho bisogno che, come vostro favorito, io possegga un ordine sovrano,

che m'apra le porte della corte e della rocchetta. — Quest'anello,

in cui sta effigiato il formidabile biscione, sarà il mio talismano.

— Vostra Grazia mi conceda l'onore di tenerlo meco fino ad affar

compiuto.„

Barnabò fe' cenno affermativo col capo.

“A noi ora, — riprese il ciurmatore, battendosi il petto con un tuono

di piena sicurezza; — fra tre giorni un primo cenno, fra un mese

un'umile dimanda del graziosissimo nipote vostro; fra due al più tardi

le nozze. — Non chiedete di più, o signore; io volo a servirvi.„

Ed infatti escì subito dagli appartamenti del principe, e corse

difilato alla rocchetta di Porta Romana, dove, mostrando al castellano

il suggello della signoria, venne fatto abile di visitare ogni angolo

del fortilizio. — Ei se ne prevalse per chiedere conto di Ognibene

Manfredi, e per scendere tosto nel suo carcere ed abboccarsi con lui.

Il silenzio e la discretezza erano il primo patto della grazia di

Barnabò; e Medicina sembrava non farne gran conto, rinvesciando, in

sul bel principio dell'impresa, il sugo del secreto ad un nemico del

principe, che languiva in un carcere, ma che forse non aveva ancora

rinunciato alla speranza di una vendetta. — Ma Medicina, che aveva

bisogno di persona degna della fede di Agnese, onde avere dalla sua

mano uno scritto che la ponesse in sospetto dell'amore del conte, non

guardò pel minuto alla strada, quando per essa riescisse ad ottenere

ciò che gli era necessario. — Non appena ebbe persuaso il Manfredi a

scrivere quella lettera, di cui ci è noto il tenore, spedì latore di

essa il Seregnino; mentre egli per altra via, e con altri propositi,

s'avviava al castello del Conte di Virtù.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 37 / 103 题