Medicina soleva dire: che il primo prossimo è _sè stesso_; e fin qui
tutto il male sta nello scandalo della parola; perchè al mondo non
v'era, non v'è, e, pur troppo, non vi sarà penuria di chi pensa così,
e di chi opera su questo metro. Per amar molto gli altri, continuava
egli, bisogna cominciar dall'amar moltissimo sè e gli interessi
proprii. — E in questo gioco di parole egli non solo trovava il
coraggio e l'acume necessario alle sue ribalderie, ma acquietava la
coscienza quelle poche volte che essa osò porre, fra lui e le sue mire,
l'ostacolo momentaneo di qualche brusca puntura. — Ma, l'abbiam detto e
speriamo che il lettore l'avrà appreso dai fatti fin qui esposti, egli
non era l'uomo da preferir sempre il certo e scarso guadagno d'oggi al
pingue, ancorchè incerto, dell'indimani. — Il rischio, ch'ei poneva
nelle sue imprese, valeva a persuaderlo che, gittandosi in braccio
alla fortuna, spettasse a lei sola la responsabilità dei fatti che ne
derivavano; e, con questa arte finissima, giungeva ad addormentare ogni
sinderesi, riputandosi lo stromento del destino, e chiamando fortuito
quanto egli aveva temerariamente operato. Seduto ad una mensa sontuosa,
su cui la fortuna imbandiva i suoi tesori, egli non soleva trinciar
giù alla buona, e pigliarsi sulle prime il meglio che gli stuzzicasse
l'appetito. Il suo egoismo era salito al grado di scienza, ed assumeva
perfino il colore di virtù, facendolo schiavo di una artificiosa
sobrietà. Quindi egli si fingeva talvolta sollecito del bene degli
altri, tal'altra curvava il groppone ai capricci di un tiranno,
o sapeva rinchiudersi in un mansueto silenzio aspettando migliori
momenti; ma tutto ciò pel fine di salvare, a migliore occasione ed a
più certo scopo, mente, labro e braccio, rinvigoriti dalla sua studiata
astinenza.
Con ciò noi abbiamo reso completo il ritratto di questa mostruosa
individualità. I nostri lettori sanno che egli obediva alla volubile
sorte press'a poco come i ministri d'Iside si piegavano alle infami
rivelazioni degli oracoli, che essi stessi avevano dettato. Vogliamo
ora smascherarla del tutto; poichè non vi è perversità più profonda ed
esiziale di quella che adopera ad empio fine mezzi leciti e di onesta
apparenza, facendo del bene strumento al male.
La lettera del Manfredi, vergata da una mano convulsa, concepita da una
mente credula, febrile, traviata da false rivelazioni, era l'ingenua
e santa parola di un amico, che dal fondo della sua miseria si rileva
un istante, ed approfitta di un lampo fuggevole di vita per dare
un avviso salutare alla figlia del suo benefattore. Tale era dessa,
almeno nell'intenzione di chi la scriveva. — Ma nelle mani di Medicina
diveniva lo strumento di un supplicio lungo ed atroce: era la face
agitata sur un acervo di materie incendevoli, o la pietruzza mossa dal
vertice del monte che stacca la valanga. Già, prima di ricevere quello
scritto, varii sospetti travagliavano l'anima d'Agnese, e la rendevano
incredula della propria felicità, perchè essa era soverchia. A poco
a poco la gelosia del bene posseduto s'andava mescolando coi presagi
di un male ancor lontano ed indeterminato. La stessa ragione sembrava
piegarsi più di buon grado a confermare che non a dissipare i vani
timori. Ma il più strano si è che il suo interno rodimento era, per una
parte non piccola, il riflesso di quella mestizia, che ella medesima
portava sul viso; poichè il conte, scorgendo la languidezza, il pallore
e la taciturnità d'Agnese, se ne accorava, e non tanto in secreto che
non lo facesse conoscere all'amante.
Oltre a queste larve prive di forma, aveva Agnese un'altra ragione
positiva ed urgente che la rendeva mesta. Già da qualche tempo la sua
salute era meno florida, le sue forze diventavano ognidì più languide
e sbattute; e quelle sofferenze, che in diversa circostanza l'avrebbero
fatta lieta ed altera, in questa le porgevano il continuo ricordo di un
sospetto, al quale l'animo vinto dall'abitudine finiva per accomodarsi
come a cosa vera.
Dopo quella lettera, ogni dubio s'era dileguato, ed alla scarsa
speranza, che prima le era lecito nutrire, subentrò in lei una certezza
ardita e sicura di sè, che decise la questione, come la sentenza tronca
il giudizio. Ma quanto era grande il coraggio di Agnese nel sopportare
di nascosto le sue torture, altretanto ella era timida nel pigliare
una risoluzione: quella fin anco d'aprire il suo cuore all'amante, e di
provocare da lui una conferma od una discolpa.
Intanto Medicina faceva un fatto e due servizii. — Già fin da tempo
addietro, conduttosi inanzi al Conte di Virtù come soleva fare di
sovente, dopo avergli narrate le cento cose più o meno significanti
raccolte al castello di Barnabò, con quella studiata indifferenza, con
cui il maledico lancia il primo dardo della calunnia, parlò d'Ognibene
Manfredi, qualificandolo un avanzo della congiura di Maffiolo
Mantegazza, a caso, o per oblio de' giudici, scampato al patibolo.
— Tale novella ridestò la curiosità illanguidita dell'ascoltatore,
il quale non fu sazio di volgere dimande sul conto di costui, sulle
circostanze, che lo avevano condotto alla Rocchetta, e sul privilegio,
che lo aveva scampato al supplicio. — Medicina rispose a questa
furia di inchieste come il reo interrogato dal giudice. Non mostrava
d'aver fretta a narrare: porgeva ad una ad una le sue rivelazioni,
quasi fossero le più innocenti e le più frivole cose del mondo; non
palesava circostanza, che non gli fosse prima dimandata; ma poneva
studio a tener viva la curiosità di chi l'ascoltava, ed a provocare
colle altre interrogazioni la necessità d'altre risposte. In questo
cambio di parole impazienti e maliziose, non fu mai nominata Agnese;
ma, assai peggio che il nome, ne fu indirettamente profanata la virtù.
— Imperocchè Medicina, quando venne il buon momento, seppe indurre il
conte a sospettare che tra il Manfredi ed Agnese, vivente ancora il
padre, esistesse un legame d'affetto.
“Le prove...„ sclamò con calore il conte, dimenticando a quella
ingiuriosa asserzione la sua consueta prudenza.
Medicina fu, o finse d'essere, sbigottito. Non per una vana
circospezione o per diletto di propinare a stille il veleno, aveva
cincischiato sull'esordio del suo racconto. Lodò, a cielo fra sè la
propria pensata, e rinovò il proposito di trarne partito. Vedendo che
il conte aveva il cuor dolce, conchiuse non esservi cosa più opportuna
a stuzzicare la sua curiosità, che il fingere di voler disdire o
menomare l'asserito. L'artificio riescì. Non appena il conte vide
che il ribaldo, tutto mogio e rappreso si faceva piccino, e biasciava
monosillabi vuoti di senso, per farne una scusa, si fè buono e, con
voce pacata, tornò ad interrogarlo.
“Suvvia, parla. Possibile che io sia giunto a farti paura? Dimmi quanto
sai; t'avrò grado per la tua schiettezza; se fosti ingannato, più tardi
mi rallegrerò d'esserlo stato ancor io.„.
Medicina pigliò tempo a rispondere, asserendo che quanto aveva
narrato si doveva considerare come una diceria. Chiese quindi licenza
per allora; e giurò che sarebbe tornato con delle prove, appena gli
fosse dato raccoglierne. Così, in questa come in ogni circostanza, ei
ricorreva all'arte di mettere in dubio quello appunto, che bramava far
credere agli altri: e vi riesciva.
In una seconda conferenza, contemporanea alla spedizione di Bergonzio,
mostrò Medicina d'aver raccolto quanto era necessario alla chiara
spiegazione del mistero. Allora tornò l'uomo d'altra volta; bandita
la scaltra timidezza, si fece a narrare minutamente quanto aveva
saputo od imaginato intorno al Manfredi, componendone una storia che
inevitabilmente riesciva a danno d'Agnese. — La verità gli prestò
alcuni fatti principali, ma egli seppe ricucirli di maniera che
acquistassero più o meno rilievo a seconda dell'importanza e del nesso
che avevano colle sue mire. Non lanciò a chiare parole una calunnia;
ma ne pose il seme e lo coltivò, perchè portasse in poco tempo molto
frutto. Finse di voler palliare con ogni studio una colpa; e per tal
modo confermava l'accusa. Tal fiata, arrestò la parola, sfuggendo
all'aperta dichiarazione di una circostanza, che traspariva poi più
certa dalla sua stessa reticenza; tal altra, dinegò timidamente ciò,
che egli aveva già sotto il velo d'altre frasi dichiarato nelle sue
premesse. — Il colpo di grazia era riserbato all'ultima e più positiva
asserzione: quella, cioè, di una lettera escita di soppiatto dal
carcere del Manfredi, e consegnata in tutta secretezza nelle mani
d'Agnese.
Questa rivelazione ridestò l'ira del conte a tale che parve vicina a
prorumpere. — Medicina allora si sarebbe volontieri dato una fregatina
di mano in segno di esultanza; ma la rimise a miglior momento, pensando
che aveva ancor molto a fare, e che la trama, benchè concepita a
meraviglia, era ancora troppo leggermente avviata.
Del contenuto in quella lettera non volle dir verbo; asserendo e
giurando, nel modo il più solenne, di non esserne al fatto; e per
quanto il conte colle promesse e colle minacce lo invitasse ad essere
schietto, perdurò nel silenzio, promettendo che avrebbe messo in opera
tutti i suoi mezzi per saperne qualcosa; e poi riferirlo. Questa fu
l'opera del secondo convegno; gli rimanevano ancora due giorni, prima
di render conto a Barnabò del suo procedere; in questi due giorni egli
sperava di potere raccogliere pel suo padrone più assai di quel che
aveva promesso, e prometteva a sè di trarre più pronta e più lucrosa
vendetta di quel che aveva osato sperare.
Il conte, dopo la fatale scoperta, fu in procinto di correre alla
casa di Agnese, per chiederle uno schiarimento; ma volle e seppe
frenare l'impeto della passione, forse temendo di sè, forse sperando
di giungere del pari, e meglio, allo scioglimento del terribile enigma
col silenzio e colle investigazioni. Intanto, per opera del perfido
Medicina, surgeva fra il conte ed Agnese un fantasma ad arrestare
d'improviso il placido corso degli affetti ed a rallentare in entrambi
ogni confidenza. La posizione dei due amanti diveniva quanto strana
altretanto crudele. Ciascuno pensava essere il giudice; ed appariva
invece il colpevole; questi cercava sul viso di quella la cagione di
un turbamento, che egli senza saperlo tradiva sullo stesso suo volto.
— Come era stato eguale in entrambi l'affetto e la felicità, così
doveva essere pari il male, ed identico il successo di una calunnia,
destramente sceneggiata a danno d'ambedue.
In quel dì, al nuovo incontro, l'uno si mostrò forse più contegnoso del
consueto: l'altra, cercando d'imporre al suo viso ed alle sue parole
la consueta ilarità e quell'aria di confidenza che le era propria
negli ordinarii convegni, apparve affettata, e quindi fu male intesa.
Appena i due amanti furono separati, ciascuno riescì a quest'unica
conclusione: lodavasi d'aver saputo resistere alla tentazione
di rompere in querele; ma deplorava la presenza dei sintomi che
accertavano la sciagura. Quel silenzio, che ognuno si era imposto come
atto di prudenza, diveniva il titolo dell'accusa, la prova ineluttabile
della colpa.