Se un personaggio rivestito di grande autorità, o mosso da amicizia o
da devozione, avesse osato proporre a Barnabò la più semplice, la più
sicura intrapresa, egli sarebbe caduto in sospetto; poichè nulla era
più ingrato a quel principe che lo zelo de' suoi cortigiani. Fosse
pure la proposta saggia e certa di un buon successo, pel solo fatto
d'essere escita dal cervello di un altro, sarebbe stata accolta come
un'impertinenza, e fors'anche punita come un oltraggio. Ma Medicina che
sapeva ciò per pratica, non rinunciava alla speranza di accomunare il
proprio col volere di Barnabò. Aveva appreso dalle dottrine empiriche
che un rimedio è bene o mal tolerato dal paziente secondo la formola
con cui viene amministrato; e perciò ricorreva allo spediente di
mettere nel suo filtro un po' di magia per raddolcire la mistione,
facendo scendere dalle stelle ciò che si era maturato nelle cellule del
suo cerebro. — Vi riescì: e il merito del successo fu in parte suo,
in parte di Canidia, che seppe maneggiare con sapiente parsimonia la
_meravigliosità_ dell'iniziato.
Barnabò uscì da quel paretajo senza aver fiutata l'insidia. Non ancora
convinto della saggezza ed opportunità di quanto aveva ascoltato,
s'avviava, mercè le arti di Canidia, a convincersene da per sè. Il
responso ravvolto in mistiche parole, serviva, in modo indiretto ma
efficace, al trionfo della bugiarda scienza; svegliando nell'adepto
l'imperiosa necessità di tradurre il falso oracolo in una più falsa
sentenza. Sciolto il convegno, egli corse difilato a rinchiudersi nelle
sue stanze. — Non ebbe bisogno di raccogliere la mente, e di chiamarla
a dare un giudizio; le parole udite gli brulicavano nel cervello
come le note confuse di una gradevole armonia. — Tornò su di esse
coll'animo commosso. Surgevano difficoltà; ei si gloriava d'abbatterle:
ripullavano i dubj, ed egli pretendeva rischiararli colla face sinistra
della sua mezza ebrietà. — Tardo ed irrequieto scese finalmente il
sonno a ristorare le sue forze ornai esauste; ma, fosse puro accidente
od effetto della misteriosa bevanda, sognò le parole di Canidia e
le chiose, ch'egli vi aveva apposte. — Per tal modo, all'indimani il
progetto altrui era divenuto cosa sua; ed egli deliberava di metterlo
ad esecuzione con animo risoluto, come soleva fare in ogni cosa che
nascesse di primo getto dalla sua indomabile volontà.
Quanto al modo di effettuarlo, avrebbe dovuto anzitutto consultare
interessi ed affezioni. — Barnabò ebbe trentatrè figli, alcuni nati
dalle due mogli, Regina della Scala, e Donnina de' Porri; altri da
concubine[50]. Amava singolarmente Rodolfo non perchè figlio della
potente Scaligera, o ricco di belle doti, ma perchè, qual primogenito,
avendo il privilegio dei favori paterni, doveva raccogliere in sè
le speranze della futura grandezza dei Visconti. Perciò giovinetto
lo investì dei feudi di Parma e di Bergamo, lasciandolo padrone di
reggerli a suo capriccio, come già ne fosse assoluto signore; e per tal
modo ebbe presto la trista consolazione di vedere un degno emulo della
sua tirannide, e di saperlo sì esoso e malvoluto quanto suo padre. —
Amava Carlo perchè strenuo soldato e potente per la parentela cogli
Angioini, da lui stretta sposando Beatrice d'Armagnac. Per la stessa
ragione predilegeva Verde maritata ad un principe degli Absborgo. —
Ma fra la turba dei rimanenti non faceva distinzione; o se ve n'era
alcuna, consisteva essa in un men rigido governo a favore dei bastardi,
perchè gli ricordavano le illecebre di Beltramola de' Grassi, di
Montanina de' Lazzari o di Muzia Figina, o più probabilmente perchè
privi d'ogni diritto di successione, tenevano l'occhio basso dinanzi
al padre, come chi sconta una pena; accettando per carità un modesto
appannaggio, che non intaccava la pingue successione del primogenito.
Non deve far meraviglia se ad un'epoca come questa, in cui i genitori
padroneggiavano i destini della prole non ancor nata, un uomo
come il Visconti facesse assegnamento sul docile sacrificio di una
delle sue figlie, senza nemmanco mettere in questione l'opportunità
d'interrogarla. La scelta fu fatta prima che egli vedesse ad una
ad una le povere sue vittime, di cui per anco non conosceva bene
il nome, e meno le inclinazioni. Ma così aveva egli proveduto altra
volta, decretando le nozze di Donnina coll'avventuriero Hawkwood, e di
Angleria col Burgravio di Norimberga. Non dissimilmente aveva riempito
il seggio vacante della badessa di S. Margherita, ponendovi Margherita
sua figliuola, e si sbarazzò di Visina e di Soprana, altre delle sue
figlie naturali, costringendole a pigliare il velo. — In quella notte
adunque, durante la lunga insonnia, penetrò colla fantasia nel gineceo,
dov'era raccolta una plejade di beltà più o meno attraenti, ma tutte
infelici, per cercarvi chi fosse più degna della sua scelta.
In un appartato quartiere del castello vivevano, come in un chiostro,
le figliuole di Barnabò, circondate da una regale superfluità di vesti,
d'ornamenti e di servi, ma prive di ciò che è il primo e più caro
alimento della vita, l'aria libera ed il libero pensiero. Crescevano
le poverette come fiori trapiantati in un tepidario: belle, precoci,
convenientemente istrutte nell'ago, e sui libri; ma pallide, delicate
e straniere alle vivaci mariuolerie della fanciullezza. — Sorvegliate
da vecchie governanti, che avevano in sospetto la gioventù, perchè
perduta da un pezzo, le infelici riscuotevano un vano tributo di
frasi e di ossequj, senza giunger mai a deviare i guardi severi, che
agghiacciavano ogni moto inconsueto di ilarità; senza mai poter rompere
i fili dello spionaggio, che mettevano capo all'inesorabile genitore,
e traducevano dinanzi a lui ogni meno calma parola, ogni sospiro mal
represso.
Il Visconti, nel prendere una deliberazione e far scelta, avrebbe
dunque consultato inutilmente le sue viscere paterne. Fra Damigella
o Ginevra, fra Taddea o Beroarda, ancora donzelle, non era vi
predilezione: lo snaturato padre avrebbe steso la destra a designare
fra esse la vittima, colla indifferenza del pollajuolo (ci si perdoni
il confronto) che mette mano alla stía, e ghermisce il pulcino, che
più si dibatte. In tanta incertezza, egli pervenne allo scopo per mezzo
delle esclusioni. L'una trovò troppo mansueta, l'altra poco avveduta,
questa immatura, quella trasandata; infine eccettuò tutte le nate da
illegittimo amore, che portavano per toleranza il nome del padre.
Ed ecco come e perchè la sorte cadde sulla giovinetta Caterina;
benchè prima destinata a reggere un monastero. Le badesse erano a quei
tempi tenute in grande onore, per la dignità loro e più per l'impero
assoluto che esercitavano nell'interno del chiostro sopra una numerosa
famiglia di prigioniere, ciascuna delle quali reggeva in modo più o
meno efficace altre famiglie ed aderenze. — Perocchè i genitori di
allora, e di molti secoli dopo, usando ogni maniera di torture per
strappare l'assenso dalle labra tremanti delle novizie, solevano poi,
ad ogni dubio o difficoltà, correre alla grata del chiostro, a dimandar
consigli e protezione; credendo con tali ipocrisie, di sanar la piaga
della violenza operata, e di propiziare il cielo, onorando le vittime
immolate al suo culto.
Caterina non vantava quella perfezione e quel rilievo di forme, che
colpiscono a prima giunta, e riscuotono una pronta ammirazione. Era
una di quelle creature gracili e scolorate, che portano impresse sul
viso un animo freddo ed una rassegnazione scevra di sacrificio. — Dopo
averla veduta più volte però, bisognava accordarle il merito di una non
mediocre bellezza. Aveva occhi grandi, ben disegnati, di un purissimo
color turchino, per abitudine e per vezzo leggermente socchiusi. Aveva
capelli di un biondo pallido, viso di un ovale alquanto risentito, e
carni bianche e trasparenti come il marmo pario.
Quando le fu partecipato il disegno del padre, (e fu l'ultima a
conoscerlo) chinò la fronte in atto di obedienza, e si preparò ad amare
lo sconosciuto cugino, come un mese addietro si era rassegnata al velo
ed alla clausura. In questo caso, però, riescì facile alle garrule
governanti l'onestare la mutabilità dei comandi paterni. Il confronto
tra un chiostro ed una corte riescì a tutto vantaggio di quest'ultima;
l'invidiuzza delle sorelle scosse alquanto il cuore gelido di Caterina,
e fece correre sulle sue labra un sorriso d'aggradimento affatto nuovo.
Ma questa partecipazione e questo assenso erano preceduti da secrete
pratiche, che non dobbiamo omettere.