“Dimmi ora, come abbatterò io quell'emulo, che signoreggia vicino a
me, e confonde la sua miseria colla mia potenza?„ — chiese Barnabò col
tuono riverente di chi aspetta un consiglio.
“Non colle armi, o principe:„ rispose nettamente Canidia.
“Con qual mezzo, dunque?„
“Se il tuo rivale fosse povero, ti direi, fállo ricco: egli è debole;
ed io ti dico, fa di lui un uomo potente.„
Il tenore di questo responso s'accostava all'assurdo, e l'assurdo ha le
sue attrattive. Una verità ovvia non avrebbe produtto il magico effetto
di questo paradosso.
“Dar mezzi a colui per soverchiarmi?...„ chiese Barnabò sorpreso, ma
non scandolezzato, da simile proposta.
“È scritto così. — L'umana saggezza fonda i suoi consigli sui precetti
dettati dall'esperienza; ma la grande maestra che insegna le regole
della vita, non tien conto delle eccezioni. Il perchè, anche i saggi
s'ingannano a partito. Non chiedere alla fortuna, perchè ella sia
talvolta prodiga, tal altra avara; essa è l'aggregato di oscure virtù,
le quali non hanno nome. Se le sue leggi fossero moderate da quella
sapienza che regola il mondo, ella non sarebbe nè cieca, nè dea. — Chi
spinge la nave in un mare ignoto, studia forse e indaga la ragione del
vento propizio che io incalza, o dell'avverso che lo rattiene? Bisogna
spiare la fortuna e sorprenderla, non mai interrogarla, e peggio
tentare di costringerla„.
Canidia, dopo queste parole, rimase muta e pensierosa, colla
testa alta e l'occhio rivolto alle stelle, quasi aspettasse di là
l'inspirazione profetica. — Barnabò invece, come uomo smarrito in un
mondo sconosciuto, attendeva in silenzio il momento d'esserne cavato;
e, pigliando un'aria mansueta, sembrava dimandar pietà a chi lo aveva
abbandonato in quelle angustie. Ad arte la fattucchiera non lo distolse
per qualche tempo a' suoi pensieri; l'imbarazzo accendeva la fede
nell'animo dell'iniziato, e lo preparava ad ascoltare ed a gradire i
patti ch'ella stava per imporgli.
Fu ella ancora che ruppe il silenzio. Dopo aver messo alcuni profondi
sospiri, che davano alle sue arcane invocazioni un non so che di
faticoso e di solenne, prese a dire:
“Tutta la scienza dei futuro sta nei numeri. Essi costituiscono
l'alfabeto di un linguaggio, ignoto ai molti, e di divina origine. I
più trovano in essi null'altro che la progressione delle quantità,
e non vanno più oltre. Costoro maneggiano gli utensili di una arte
sovrumana, e non giungono a scoprire la cagione formale delle cose
e degli eventi, insite in quelle cifre. — Consultai i cieli e le
traccie della tua mano, non per averne una pronta rivelazione, ma per
riconoscere quel numeri, che hanno la virtù meravigliosa ed efficace
d'additarmi la pagina del gran libro, e di tradurne i segni mistici.
Ed ecco ciò, che mi viene rivelato. — Di trentadue armi, che intorno
ti fanno corona, una tu volgerai al tuo rivale, porgendogliela, come
fa un amico, per l'elsa. — Ti parrà forse d'aver perduto cedendo ad
altri ciò che è tuo. Il seme germoglia e cresce a beneficio di colui
che lo nascose nella terra. Diverrà tuo quel suolo, in cui avrai sparso
la semente de' tuoi beneficii. — Così con più chiare parole è spiegato
l'arcano. — Cresce nella tua reggia un'avventurosa famiglia composta di
trentatre figli. Uno tra quelli sia l'arma nascosta, che spegne la già
inferma potenza di un nipote ribelle. A lui, che trema di te, presenta
la mano di una fanciulla; egli stenderà la sua e la stringerà, come il
naufrago stringe lo sterpo. Abbilo teco allora quell'infingardo, e lo
signoreggia coll'imperio della tua volontà. — Ma bada che il giorno del
patto non senta governo di Marte o di Saturno: torci l'occhio a questi
forieri di sinistri avvenimenti. Guardati dal Cancro e dallo Scorpione,
sopratutto se ascendenti. Ti saranno favorevoli invece gli altri segni,
e più ancora Vergine e Libra. — E se hai a far scelta fra le ore del
giorno, scegli le maschie, le dispari, cioè, del dì o della notte,
contando dall'alba o dal tramonto del sole...„
Il campo, cui ci siamo avvicinati, si estende all'infinito, e per
poco che uno vi metta il piede, non troverà nè via ad uscirne, nè modo
d'arrestarsi. — Lasci ognuno svagar sbrigliata la fantasia, e non creda
d'aver foga che basti a toccare i confini di questa anarchia d'assurdi.
Il delirio ivi è vasto e profondo come l'oceano; nelle viscere de' suoi
abissi ci è lecito sognare foreste di coralli, alluvioni di perle,
e mostri portentosi, che non sursero mai a fior d'acqua. — Chi si
compiace di questi sogni, consulti la famosa libreria di Don Ferrante;
noi tronchiamo senz'altro le stolide digressioni dell'indovina per
affrettarci a dirne le conseguenze.