XCVI.

Morto Luchino, le redini del governo furono raccolte dall'arcivescovo

Giovanni. Sagace quanto il fratello, valendosi d'una amministrazione

già bene avviata, fu e potè essere più di lui umano e tolerante.

Richiamò i nipoti dall'esilio; tolse dal carcere Lodrisio; e si mostrò

disposto a vivere in pace con tutti. Pose la prima delle sue ambizioni

nel rendere invidiato il suo governo. — E non andò guari infatti che

Bologna, stanca delle malversazioni di un tirannello, implorò d'essere

aggregata alla signoria di Milano. Egli gradi l'offerta, e fece pago il

principe spodestato con una somma di denaro.

Il papa Clemente VI, dolente forse d'aver lasciato sfuggire l'occasione

di riavere quella città, non riconobbe tal patto, ed intimò al Visconte

di scioglierlo e di rimettere entro 40 giorni la città di Bologna al

suo antecedente possessore; sotto pena d'interdetto contro lui e il suo

popolo. Giovanni rispose colle parole tante volte ripetute dagli stessi

pontefici “tenere egli l'evangelio con una mano, coll'altra la spada„,

e rimandò i legati del Papa senz'altro. Chiamato poscia a scolparsi

della doppia inobedienza presso la corte d'Avignone, si mostrò docile

all'invito, e fece correre la voce che stava allestendo 12 mila cavalli

e 6 mila fanti per fare onore alla chiamata[45]. Bastò la nuova perchè

l'ira del Papa si calmasse, senza altra ritrattazione. Bologna divenne

città dello Stato di Milano, al solo patto che il Visconti in quella

terra s'intitolasse Vicario della Santa Sede.

In questo mezzo la republica veneta, ingelosita delle prospere sorti

di Genova in levante, preparavasi a moderarne l'orgoglio. I pretesti

ad una guerra sono l'ultima e la più facile cosa a trovarsi, quando

fervono le gelosie, e le armi son pronte. Non appena scoppiate

le ostilità, la vittoria fu pei Veneziani soccorsi dal re Pietro

d'Aragona. Genova allora bloccata in mare dalle galere Venete,

assediata sulla costa di ponente dalle schiere aragonesi, provò

estrema penuria di viveri. L'unica escita dell'affamata città s'apriva

verso le terre d'Alessandria e di Tortona possedute dal Visconti. —

L'arcivescovo Giovanni non si mostrò sollecito a soccorrerla, pensando

forse che le durezze dell'assedio portate all'estremo sarebbero tornate

a suo maggior profitto. Nè s'ingannò: i Genovesi, piuttosto che darsi

vinti ai Veneziani od agli Aragonesi, offrirono la signoria della

republica al Visconti, che di buon grado l'aggiunse all'altre città

dello stato (1353). In questa occasione, il vessillo dei milanesi

sventolò la prima volta sul mare. Le navi di Genova, cariche d'armi

milanesi, respinsero vittoriosamente le galere veneziane fino sul lido

d'Istria; ed ivi, messa a terra una piccola armata, videro andare in

fiamme la città di Parenzo, uno dei porti più formidabili della costa

veneta.

Dopo sei anni di governo, il signore di Milano cessò di vivere (1354),

e la sua morte fu sinceramente compianta. Chi ricorda con noi, che

. . . . . . . . . . . . giunta la spada

Col pastorale, l'un coll'altra insieme

Per viva forza mal convien che vada[46].

non inclinerà per fermo a trovar provida la signoria di Giovanni

Visconti, arcivescovo, principe e capitano. E saremmo di tale avviso,

se, per onor del vero, non si dovesse confessare, che la condotta di

lui non mirò a conciliare i due poteri, usandoli o meglio abusandoli ad

una volta. Vivo Luchino, fu prelato e non principe; nè mai s'immischiò

nel governo. Dopo la morte del fratello, condotto dalla forza degli

avvenimenti al trono, brandì la spada e dimise la stola; nè mai di

questa fe' sostegno a quella: perciò, nell'urto dei due poteri, preferì

difendere i diritti del principato civile; e, libero da ogni vano

ossequio, verso l'ambiziosa corte d'Avignone, raggiunse l'onorevole

scopo di far felice il suo popolo. — Per lui la patria divenne grande,

ricca, potente; e se, in mezzo a tanto splendore, egli non fu largo di

istituzioni libere, è temerario l'accusarne il maltalento del principe;

mentre ci è lecito credere, che il popolo di buon animo s'accomodasse

al governo di un sovrano assoluto, quand'ei fosse mite ed illuminato

come il Visconti.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 24 / 103 题