Lo sdegno del Papa Giovanni XXII contro la signoria dei Visconti
non si raffreddò nemmanco dopo la morte di Matteo, avvenuta l'anno
1322. Avendo il figlio Galeazzo iniziato il suo governo con atti
tirannici, il papa tentò smovere il popolo milanese dalla sua inerte
rassegnazione, e sollevarlo contro il suo principe. Ma poichè il popolo
rispondeva troppo debolmente a' suoi avvisi, egli colse il destro
di togliere Piacenza alla signoria dei Visconti, facendosi vindice
di Bianchina Landi, dama di quella città, oltraggiata nell'onore da
Galeazzo. Ordinò poscia al clero milanese, che chiudesse i tempj, ed
abbandonasse la città; publicò infine una bolla, nella quale venivano
accordate larghissime indulgenze a quanti italiani o stranieri
pigliassero le armi a danno dei Visconti.
Un esercito numeroso, composto del rifiuto delle orde avventuriere di
varie nazioni, mosse contro Milano colla croce in testa; e, strettala
d'assedio, per ischerno alle vane difese degli abitanti, fe' correre il
pallio sotto le sue mura. Legga il Moriggia ed il Corio chi desidera
conoscere per minuto di quali enormità si macchiarono nei sobborghi
indifesi codesti paladini della Chiesa.
Tornò buona al Visconti l'amicizia dell'imperatore Lodovico il Bavaro;
alla cui detronizzazione mirava l'ambizioso pontefice. — Le armi
imperiali ruppero il cerchio di ferro, che stringeva le nostre mura.
Marco fratello di Galeazzo, con piccolo nerbo di valorosi, sconfisse i
papalini al passaggio dell'Adda presso Vaprio (1324). Le reliquie della
Crociata rinchiuse in Monza, dopo un blocco di otto mesi, dovettero
calare agli accordi, e chiedere mercè alla biscia scomunicata.
A fare le vendette del Papa e a dar credito a' suoi anatemi, contribuì
in sèguito l'incostanza di Lodovico il Bavaro: il quale nella sua
seconda calata in Italia pigliò in sospetto i Visconti, e li carcerò
nei famosi forni di Monza, appunto allora compiuti dal crudele
Galeazzo. Nella mente dei guelfi parve che il cielo si togliesse il
carico di continuare le vendette. La prigionia fu breve; ma non meno
breve la vita degli scarcerati. Stefano Visconti morì improvisamente
il 1327. Galeazzo suo fratello lo seguì nella tomba un anno dopo; e
il valoroso Marco, che sognava grandezze ed aveva animo e braccio a
conseguirle, fu spento e gittato da un balcone, l'anno 1329.
Considerando la storia di questo secolo, ardua cosa riesce il
dipanare l'intricata matassa degli avvenimenti e il risalire, pel
vero corso di essi, fino a riconoscerne l'origine. Erano alquanto
sbollite le due grandi rivalità, che partivano l'Italia, ma sotto le
ceneri ancor tiepide fervevano altre passioni. Le gare municipali,
cresciute e rinfocate dalle novelle dinastie, non avevan tregua. I
rapidi avvolgimenti della guerra, rotte le vecchie alleanze, creavano
nuove amicizie, mutabili sempre come la fortuna. Le città marittime
divenivano ognidì più gelose del dominio del mare; in queste, e nelle
mediterranee, la varia sorte del commercio e delle armi accendeva
invidie e livori. Il dirsi guelfo ormai più non bastava a chiarire
quale fosse la bandiera inalberata. Un Papa sedeva ad Avignone in
Giovanni XXII; un altro in Italia ed aveva nome Nicolò V. — Così dei
Ghibellini. Lodovico il Bavaro fu per gli uni il legittimo imperatore,
per gli altri un intruso. E lui cacciato, al sopravenire di Giovanni
re di Boemia, quasi tutte le città d'Italia aprirono le porte al più
splendido fra i principi stranieri; mentre i Fiorentini prima, poscia i
signori di Lombardia, levatiglisi contro, lo forzavano a cedere i suoi
possedimenti e ad uscire d'Italia. Di qui surse l'alleanza tra Milano
e Firenze, prima stretta per la comune difesa dei due Stati, poscia
bruscamente rotta da gelosia municipale. Ed a Firenze s'aggiunse poscia
Venezia, insospettita dell'alleanza fra i Visconti e gli Scaligeri.
Ma quanto è difficile tener dietro alle moltiplici vicende, per
scoprirne l'origine, altretanto è ovvio il riassumerne le conseguenze.
Nella lotta che ferveva da oltre un secolo tra la libertà ed il
principato, il popolo, per istinto inchinevole alla prima ma ognidì
più svigorito, cedeva terreno a palmo a palmo a quelle famiglie, che
egli stesso aveva inalzato. E ciò senza gravi convulsioni e lentamente,
sicchè avveniva della cosa publica ciò che accade di un tessuto nel
quale i fili non sono omogenei e l'uno consuma l'altro, ed è alla sua
volta consunto; così che entrambi si logorano prima del tempo. — Questa
consunzione di forze s'operava lenta e quasi inavvertita. I passi che
gli antichi governi popolari facevano verso l'assoluta monarchia erano
brevi, ma continui; ogni occasione essendo buona a dare un crollo alla
maldifesa libertà, ogni piccolo evento propizio per togliere qualcosa a
chi non ne ha cura, e per aggiungerlo a chi smaniosamente l'ambisce.
La signoria di Milano fu conferita ad Azzone figlio di Galeazzo I, per
decreto del Consiglio generale della città, pronunciato a voti unanimi
il 14 marzo 1330[42]. Ma ci è lecito asserire che quella rappresentanza
non fosse libera di scegliere altro individuo, quando pure Azzone non
fosse quel buon principe, che giustificò coi fatti l'alta stima in cui
era tenuto.
Intanto lo sgoverno dei minori municipj favoriva le ambizioni
del Visconte. — Brescia, per sfuggire agli Scaligeri, invocava la
protezione di Giovanni re di Boemia. Altre città di Lombardia, e la
stessa Milano, dovettero subirla; ma Azzone, per trarne più largo
profitto per se, ottenne dal monarca straniero il titolo di vicario
imperiale. — Per buona sorte, il re di Boemia non tardò a far
conoscere di qual peso fosse la sua tutela; onde nel 1332 fu tenuto in
Castelbaldo di Verona un congresso di prìncipi italiani, i quali, posti
in oblio gli antichi rancori, si strinsero in lega per fiaccare il
comune nemico, e trarre a ruina il pontefice, che seco lui congiurava.
Cacciato il re di Boemia (1333) e sbaldanzito il Papa, surse Azzone
più potente e rispettato di prima. Vercelli e Cremona lo eleggono loco
signore: Franchino Rusca gli cede la città di Como: il popolo di Lodi,
bandito l'esoso Pietro Tremacoldo, invoca le sue armi. Piacenza s'offre
a lui, a patto d'essere liberata dalla tirannide di Francesco Scotto.
Per tal modo, la successione dei Visconti alla signoria di Milano
s'andò sempre più consolidando. E quel che era in Milano, avveniva
d'altre città: a Verona s'insediavano gli Scaligeri, a Padova i
Carraresi, a Ferrara ed a Modena i Marchesi d'Este, a Mantova ed
a Reggio i Gonzaga, nel Piemonte i marchesi di Monferrato. Presso
qualche comune esisteva ancora, il nome di republica, ma la libertà
republicana era spenta del tutto. Bologna, a cagion d'esempio, sfuggiva
al malgoverno del legato Bertrando del Poggetto, dandosi ai Popoli;
Perugia e Siena obedivano servilmente a Firenze, schiava alla sua volta
di Gualtieri di Brienne, duca di Atene, odiosissimo fra i tiranni[43].
Ogni minore città, che non fosse serva di un'altra, aveva il suo
tiranello.
Non era dunque più questione di libertà o di servaggio: l'obedire
poteva dirsi una necessità. Fortunato il popolo cui fosse dato di
piegarsi a men crudo signore. Il mediocre parve buono; il buono ottimo.
Invidiavansi i milanesi, e quanti come essi potevano senza adulazione
chiamare Azzone il migliore fra i prìncipi. E lo era di fatto: perchè
nelle sventure della sua prima età aveva appreso quanto è uggioso
l'imperio non secondato dall'amore dei soggetti. Egli, che aveva
languito un anno nei forni di Monza, non ebbe cuore di rinchiudervi il
suo più fiero nemico. E quando l'amore dei popoli gli suscitò contro la
gelosia dei principi rivali e dovette ricorrere alle armi, seppe usare
della vittoria con moderazione. — Nell'interno poi, onde rendere meno
gravi i disagi della guerra, promosse le arti e le industrie, riedificò
le mura della città, ne rabbellì le case e le strade, e costrusse una
reggia sì splendida, che destò l'invidia degli stessi imperatori.
L'ambizioso Lodrisio Visconti, cugino di Azzone, mal soffrendo l'umile
suo stato, meditò di cacciarlo dalla signoria e di collocarsi al suo
seggio. Accarezzò a quest'uopo la plebe colle promesse, i soldati di
ventura colle paghe generose; ed, allestita la famosa compagnia di S.
Giorgio, modello di feroce valore, si gittò sulle terre del milanese,
e pose le tende sulle rive dell'Olona. Ma Azzone (prova non dubia che
egli era amato) non appena dichiarò il pericolo, vide tutto il popolo
pigliar l'armi in sua difesa, e seguirlo. La vittoria di Parabiago
(21 febrajo 1339) è tra le glorie delle armi milanesi. — Tale fu
l'impeto dei soldati e sì luminosa la vittoria, che si volle segnalarla
come prodigio del cielo. Vive ancora nella memoria dei posteri la
tradizione che s. Ambrogio a cavallo, armato di staffile, percotesse
le schiere fuggenti di Lodrisio. Lo stesso condottiero nemico cadde in
potere dei milanesi. Azzone gli risparmiò la vita; pago di sottrarlo
alla tentazione di nuove congiure rinchiudendolo nel castello di s.
Colombano.
Sei mesi dopo, Azzone morì (16 agosto 1339); e il lutto del popolo
milanese fu profondo e sincero. Convocato il dì seguente il Consiglio
generale, furono acclamati signori di Milano Luchino e Giovanni zii
del defunto. L'elezione, come nei tempi republicani, fu convalidata
dall'unanimità dei membri del Consiglio; ma giova ricordarlo, essi
non erano i rappresentanti del popolo, sì bene creature del principe,
perchè nominate da lui, o dal podestà, che era suo ministro.
Nella divisione dello Stato, Luchino ben presto raccolse in sè la
parte d'imperio spettante al fratello. Valoroso nelle armi, sagace
nella civile amministrazione, instancabile nel sorvegliare l'operato
de' suoi ministri, severo fino alla crudeltà, ma giusto perchè severo
con tutti, egli possedeva i più sodi requisiti di un principe chiamato
a fondare una novella monarchia. — Le buone leggi emanate da lui sono
il suo miglior elogio. Soppresse ogni sdegno di parte. Ghibellino per
interesse dinastico, rispettò i guelfi, e li eguagliò nei favori ai
proprii partigiani. — Proibì che si bruciassero le case dei banditi,
detrimento della città e sfogo spesse volte di passioni private. Vietò
i duelli, pose freno alle soperchierie dei feudatarj, abolì le tasse
arbitrarie, compartì equamente le imposte, assolse i contadini e gli
artigiani dall'obligo della milizia, perchè attendessero all'industria
e all'agricultura, nutrì i poverelli, e seppe preservare Milano dalla
pestilenza che desolò tutta Italia nell'anno 1348.
Pari alla sapienza delle leggi era la fermezza di chi doveva
sorvegliarne il rispetto. Fe' guerra a oltranza alle masnade che
infestavano le campagne, e minacciavano le città; ma, dopo averle
debellate, le riabilitò coll'assisa e colla disciplina, di un esercito
stanziale. Per esso aggiunse altre sette città alle dieci, che
componevano lo stato ai tempi d'Azzone, e portò le armi vittoriose
fin sotto le mura di Pisa, da cui riscosse un vistoso tributo. — Creò
un giudice d'appello per le cause civili, ed, abolite le immunità
processuali, piegò all'unica legge ogni ordine di cittadini. — Nella
politica estera si tenne egualmente lontano da atti di timido ossequio
e di ostentata indipendenza. Amò vivere in pace coi prìncipi stranieri,
ma non sollecitò mai l'amicizia d'alcun potente con indecorose
proteste. Sopratutto adoperò rara sagacia a sfuggire ogni occasione di
doversi dire vassallo e vicario dell'imperatore.
Da sì accorta amministrazione derivò pronto vantaggio al novello Stato.
— Le guerre erano state brevi e fortunate. Benchè gl'interni dissidj
fossero soltanto assopiti, la severità di Luchino e la fermezza del suo
governo comandavano quella apparente concordia, che, se non è morale
progresso, favorisce pur sempre lo sviluppo della prosperità materiale.
— Il commercio, l'industria, l'agricultura, durante il suo governo,
avevano toccato un alto grado di floridezza.
Farebbe triste officio lo storico che si provasse a difendere Luchino
nel suo procedere contro la famiglia Pusterla. Che il capo di essa
Francesco, per viste ambiziose, tendesse le fila di una cospirazione
a danno dei Visconti, è cosa fuor di dubio; ma ciò non giustifica
nè le arti con cui si adescò l'esule a ritornare in patria per
tradirlo al carnefice, nè l'atroce sentenza pronunciata contro la
virtuosa sua donna, i figli di lei, ed un gran numero di cittadini,
di null'altro colpevoli che d'essere amici dell'ambizioso Pusterla.
Ma l'inesorabile Luchino possedeva a perfezione l'arte di governare
a dispetto dei partiti e senza l'amore dei sudditi. — La ragione
di Stato era il suo idolo: e questa tetra divinità, che richiede
talora sacrificii di sangue, non sapeva in altro modo accordargli
la imperturbata sicurezza del suo governo. Per tal modo, egli già
consacrava coll'opera le dottrine più tardi raccolte da Machiavelli,
il quale insegnò ai tiranni: che essendo difficile l'essere amato e
temuto, meglio è si cerchi d'essere temuto che amato; badando però ad
usate cautamente della roba d'altri più che non del sangue, “perchè
gli uomini sdimenticano prima la morte del padre, che la perdita
del patrimonio[44]„. Sentenza umiliante ma vera, che non discolpa i
tiranni, ed accusa l'intera umanità.
Contemporaneamente alla condanna dei Pusterla, Luchino, fatto accorto
che i tre suoi nipoti Matteo Galeazzo e Barnabò erano impazienti di
dividere il pingue suo retaggio, e che a questo fine tenevano pratiche
co' suoi sleali amici, s'accontentò di bandirli dalla città e dalle
terre del Milanese. — Questa volta l'accortezza non lo preservò dalla
congiura. Il truce disegno dei nipoti ebbe compimento per opera di
Isabella del Fiesco, moglie di lui ed amante dell'esule Galeazzo. —
La Fiesco, ancora più famosa per la perversità dell'animo che per la
rara bellezza della persona, sospettando che le sue tresche incestuose
fossero note al marito, prevenne la collera di lui, e si liberò del suo
giudice con un veleno (1349).