Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnabò,
rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e
torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico
ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a
cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati
in questa digressione. La storia è il più semplice e più salubre
nutrimento dello spirito umano: quand'essa è veritiera (e può esserla
anche in bocca ad umile narratore) non sarà mai, a parer nostro,
inopportuna e superflua.
Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far
parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di
loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto
permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.
Il modo, con cui qui si è tracciata la storia dell'origine e
dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avrà meritato
l'accusa di parzialità verso una famiglia, che la maggior parte degli
storici chiama tirannica e liberticida; e se ciò fosse, si leverebbe
contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi
la difende. — Ma è bene dichiarare che non è e non può essere nostra
intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola
della sua libertà; chè in questo caso saremmo rei di una pietà stolida
ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo
intanto che colla signoria dei Visconti andò mano mano scemando la
libertà nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di
ciò, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, nè al
volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire
per trovarne una più alta e più potente.
Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni è la più bella,
quale fra le età dell'uomo la più robusta, certamente non esiterà nella
risposta. La primavera è la giovinezza della natura; come la giovinezza
è l'aprile della vita umana. — Ma questo dono, sì prezioso e più o meno
durevole, è sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine,
chi oserà porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano
la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile?
Chi non preferisce l'austera e selvaggia virtù di quel secolo alle
balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se
quell'epoca è la meno celebrata dagli storici, dicasi che “quando è
universale la virtù, non si fa pompa di virtuosi[47].„
Ma qui è necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo
le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non
poteva dirsi del tutto libero: imperocchè anche nei migliori momenti
di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano,
fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di
sovranità sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed
i re alemanni. Se i prìncipi lontani e deboli non pesarono sempre con
braccio ferreo sopra un paese, che già vantava armi e leggi proprie,
lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei
feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.
Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni
di quel tempo una virtù impossibile, queste famiglie, con tutto
l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo
della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel
loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di
capitani o di podestà, avrebbero potuto nel loro interesse compiere
quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava
a mezzo. — La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed
illiberali: ma la meta certa ed onorevole. — Mentre le città erano
divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre
diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse
parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di
Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui
rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di
più opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi
tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi
brani della nazione, frenando nei popoli la garrulità delle fazioni
e, per compenso, togliendo ai prìncipi stranieri quella autorità che,
anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente
nella cicatrice.
Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile
l'ardua impresa. — La maggior parte di esse vantava sangue italiano;
alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto
questo cielo, il più adatto a naturalizzare le stirpi straniere.
Già in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro
diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un
numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte
e formidabili. “Ivi i progressi nella civiltà, dice il Sismondi,
s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non già per lo
dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e
una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani
più deboli[48].„
A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia.
Già varie famiglie surgevano a far bottino della sovranità sbriciolata
nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente
secondi ad alcuna. — L'ardito concetto rifulse nella vita dei più
fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, più che
non lo fossero: giacchè riconobbero il vassallaggio verso l'impero,
per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono
in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri
prìncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine
del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico,
ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano
posare su fronti non italiane.
Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di più provido che il
vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perchè, ripartito
equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa
osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando
l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in
un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano
o lo usurpano, è minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il
quale si faccia garante della sua incolumità al cospetto della nazione.
Già si è veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo
I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con più o meno fortuna,
riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e
di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il
nuovo stato. Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione
fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo
ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosità
del Conte di Virtù; il quale, associando alle armi la sagacia politica,
chiamò a sè molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa
libertà o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte.
Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere
un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di
nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, già da cinque
secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prìncipi stranieri,
per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.