XCVII.

Colla successione al trono dei tre fratelli Matteo, Galeazzo e Barnabò,

rientriamo nella cerchia dei fatti che abbiamo preso a narrare, e

torniamo al nostro umile officio di cronisti. Questo sommario storico

ci parve indispensabile a chiarire meglio la condizione dei tempi a

cui risale il racconto. Non ci duole d'esserci di soverchio dilungati

in questa digressione. La storia è il più semplice e più salubre

nutrimento dello spirito umano: quand'essa è veritiera (e può esserla

anche in bocca ad umile narratore) non sarà mai, a parer nostro,

inopportuna e superflua.

Dei tre fratelli correggenti lo stato di Milano, ci venne dato di far

parola separatamente in varie pagine, e torneremo a parlare d'alcuno di

loro, se e quando lo sviluppo del racconto il richiegga. Ci sia intanto

permesso di chiudere queste notizie con una considerazione.

Il modo, con cui qui si è tracciata la storia dell'origine e

dell'incremento della dominazione viscontea, forse ci avrà meritato

l'accusa di parzialità verso una famiglia, che la maggior parte degli

storici chiama tirannica e liberticida; e se ciò fosse, si leverebbe

contro di noi il vecchio adagio: che una cattiva causa condanna chi

la difende. — Ma è bene dichiarare che non è e non può essere nostra

intenzione di attenuare la colpa di chi degrada la patria, privandola

della sua libertà; chè in questo caso saremmo rei di una pietà stolida

ed ingiusta. Ponendo i fatti come base dei nostri giudizj, asseriamo

intanto che colla signoria dei Visconti andò mano mano scemando la

libertà nei paesi a loro soggetti. Ma nel cercare la vera cagione di

ciò, non ci arrestiamo alla sola influenza di questa famiglia, nè al

volere, per quanto ferreo ed efficace, di pochi uomini. Convien salire

per trovarne una più alta e più potente.

Chi fosse chiamato a decidere quale fra le stagioni è la più bella,

quale fra le età dell'uomo la più robusta, certamente non esiterà nella

risposta. La primavera è la giovinezza della natura; come la giovinezza

è l'aprile della vita umana. — Ma questo dono, sì prezioso e più o meno

durevole, è sempre caduco. Sulla fede soltanto di queste povere pagine,

chi oserà porre in dubio che i tempi della lega lombarda rappresentano

la giovinezza del nostro popolo, la primavera della nostra vita civile?

Chi non preferisce l'austera e selvaggia virtù di quel secolo alle

balde millanterie dei cavalieri, ai canti evirati dei trovatori? Se

quell'epoca è la meno celebrata dagli storici, dicasi che “quando è

universale la virtù, non si fa pompa di virtuosi[47].„

Ma qui è necessario avvertire che, mentre il reggimento dei comuni dopo

le vittorie contro gli Svevi era popolare, il governo, per diritto, non

poteva dirsi del tutto libero: imperocchè anche nei migliori momenti

di quel secolo, quando il patto di Costanza, conquiso a Legnano,

fu il palladio delle franchigie italiche, il diritto eminente di

sovranità sopra queste terre rimase intatto pressa gli imperatori ed

i re alemanni. Se i prìncipi lontani e deboli non pesarono sempre con

braccio ferreo sopra un paese, che già vantava armi e leggi proprie,

lo spirito della dominazione straniera era tradutto nell'ingordigia dei

feudatarj, vera emanazione della nordica prepotenza.

Eppure, essendo la durevole concordia del popolo nelle condizioni

di quel tempo una virtù impossibile, queste famiglie, con tutto

l'odioso apparato delle loro ribalderie, potevano diventare lo scampo

della patria nostra. Codeste stirpi, ora bandite dal popolo pel

loro fasto insultante, ora richiamate a vestire gli alti officii di

capitani o di podestà, avrebbero potuto nel loro interesse compiere

quell'emancipazione, che il popolo colle rapide sue vittorie lasciava

a mezzo. — La via doveva essere lunga; i mezzi forse odiosi ed

illiberali: ma la meta certa ed onorevole. — Mentre le città erano

divise tra loro per vecchie ruggini o per gelosie recenti; mentre

diveniva un Marcello, come dice Dante, ogni villan che venisse

parteggiando; mentre infine l'Italia, per l'infelice destino di

Roma sottratta al patrimonio nazionale, cercava invano il faro a cui

rivolgere le prore fluttuanti delle sue cento republiche, nulla di

più opportuno, a coordinare ad una sola meta i moltiplici e discordi

tentativi, che l'opera violenta di una mano che raccogliesse gli sparsi

brani della nazione, frenando nei popoli la garrulità delle fazioni

e, per compenso, togliendo ai prìncipi stranieri quella autorità che,

anche fiacca e maldifesa, era sempre come una punta di ferro latente

nella cicatrice.

Queste famiglie avevano tutta l'ambizione che basta a rendere possibile

l'ardua impresa. — La maggior parte di esse vantava sangue italiano;

alcune, o franche o longobarde, eransi rese italiane vivendo sotto

questo cielo, il più adatto a naturalizzare le stirpi straniere.

Già in altri paesi, dove le popolazioni barbare ed ignare dei loro

diritti erano a discrezione dei tiranni, le nazioni, sparse in un

numero indefinito di famiglie, si collegavano, e si rendevano compatte

e formidabili. “Ivi i progressi nella civiltà, dice il Sismondi,

s'operavano a rilento; i padroni aumentavano in potenza, non già per lo

dirozzamento dei sudditi, sibbene per la congiunzione di nuovi stati; e

una decina di sovrani potenti era sottentrata a un centinaio di sovrani

più deboli[48].„

A tale rivolgimento non doveva e non poteva rimanere estranea l'Italia.

Già varie famiglie surgevano a far bottino della sovranità sbriciolata

nelle secolari contese. I Visconti tra queste non furono certamente

secondi ad alcuna. — L'ardito concetto rifulse nella vita dei più

fra i signori e duchi di Milano. Si chiamarono ghibellini, più che

non lo fossero: giacchè riconobbero il vassallaggio verso l'impero,

per consolidarsi con lui e per lui; l'ossequio ben presto cangiarono

in alleanza; coi matrimonii mirarono finalmente a trattare gli altri

prìncipi da eguali. Con tale procedere tentavano di rifare sulle ruine

del dominio straniero e delle interne fazioni il nuovo regno italico,

ed aspiravano a quella corona, che con perdonabile invidia vedevano

posare su fronti non italiane.

Quando i diritti sovrani sono abusati, nulla di più provido che il

vedere strappar lo scettro dalla mano del tiranno, perchè, ripartito

equamente sul popolo, sia da lui guardato con quella religiosa

osservanza con cui i gentili custodivano gli dei penati; ma quando

l'egoismo o l'ambizione operano di modo, che gli uni abbandonano in

un'obbrobriosa incuria il sacro deposito, gli altri lo mercanteggiano

o lo usurpano, è minor male, ch'esso ricada nella mano di un solo, il

quale si faccia garante della sua incolumità al cospetto della nazione.

Già si è veduto come le signorie d'Ottone, di Matteo I, di Galeazzo

I, d'Azzone, di Luchino, e di Giovanni, con più o meno fortuna,

riescissero al nobile intento di temperare le intestine discordie, e

di svolgere le forze necessarie a rendere ampio, securo e glorioso il

nuovo stato. Non si vuol dissimulare, che cotesta naturale espansione

fu inceppata dal maltalento dei tre figli di Stefano, ma la vedremo

ripigliare vigore poco dopo pel senno e per l'infaticabile operosità

del Conte di Virtù; il quale, associando alle armi la sagacia politica,

chiamò a sè molti popoli d'Italia, che sonnecchiavano in una maldifesa

libertà o, in braccio a tiranelli, si contorcevano in inutili rivolte.

Per lui, se la fortuna gli fosse stata propizia, avremmo veduto surgere

un forte regno, quale da Roma in poi non aveva mai esistito che di

nome, e a tutto nostra danno. Per lui l'italica corona, già da cinque

secoli, avrebbe cessato d'essere il trastullo dei prìncipi stranieri,

per divenire retaggio e gloria della monarchia italiana.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 25 / 103 题