Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date
storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni
di combattere la temporale autorità dei pontefici, d'averla giudicata
dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza
della regola.
Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano
sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carità di cui erano
banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi neófiti, dividevano
con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle,
gli strazii e la gloria del martirio. — Il figlio di Costanzo Cloro,
abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni.
Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio,
rassicurò alla novella cristianità un'era di pace; ma, traviato da un
improvido fanatismo, credette far più gloriosa la chiesa, arricchendola
di quella _dote madre di tanti mali_, che strappò allo sdegnoso poeta
quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:
.... la vostra avarizia il mondo attrista,
Calcando i buoni e sollevando i pravi[39].
Gregorio Magno favorì la caduta degli esarchi ed inaugurò un'epoca
affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio
varcò il tranquillo e modesto esercizio delle virtù cristiane. Il
mansueto pastore cominciò a gustare la vanità mondana; ma scorrendo
sul pendío delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, potè
risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli
esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori
iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile
calamità pei successivi; perocchè d'allora
. . . . . . . . . . . . . la chiesa di Roma
Per confundere in sè duo reggimenti
Cade nel fango e sè brutta e la soma[40].
Quando Carlo Magno restaurò l'impero occidentale (800), i pontefici,
chiamati a consacrare l'eletto monarca, raccolsero nelle proprie mani
una parte della autorità di lui; imperocchè, mentre gli imperatori
confermavano o deponevano i papi, questi riconoscevano od esautoravano
gl'imperatori. L'accordo dei due poteri riesciva per solito fatale alla
libertà dei popoli; la discordia partoriva guerre lunghe e fratricide;
ma, nell'un caso e nell'altro, il concetto tutto spirituale della
cristiana associazione era travolto.
Troppo è per noi il consultare una storia veramente imparziale; ci
basta aprire un volume qualunque, compilato, se vuolsi, nelle cupe
cancellerie della curia romana, per proclamare altamente che i primi
pontefici furono senza confronto migliori dei successivi prìncipi, o
vassalli dei prìncipi. Dietro ciò, oseremo chiamare necessaria alla
incolumità della religione di Cristo una mondana potenza, che giovò
soltanto a rendere meno buoni coloro che se ne adornarono? Vuolsi che
la grandezza del principato civile sia mezzo necessario a proteggere
l'indipendenza e la inviolabilità della religione. Il buon senso e
l'alto concetto delle sublimi dottrine insegnate nell'evangelio ci
fanno restii a riconoscere una tale necessità. Imperocchè non fu
mai officio del debole sorreggere il forte; la verità non cercò mai
d'essere rischiarata dal fittizio bagliore delle glorie terrene. — Al
contrario, la storia c'insegna che le meschine alleanze immiseriscono
la buona causa. Quella carità che prosperò in mezzo al sangue versato
da tanti martiri, nè ora nè mai, dovrà reggersi colla spada, o cercare
mercè ai piedi d'un trono.
“I papi furono uomini e non angeli„, disse un rispettabilissimo
scrittore, facendo appello all'indulgenza della storia per palliare
le gravi esorbitanze dei prìncipi della chiesa[41]. Non temano le
anime ingenue; non vogliamo togliere la polvere a viete cronache. — La
storia politica dei papi, quale ci viene proposta dai rigidi censori
del progresso intellettuale, è soltanto una serie cronologica di nomi
non interrotta da Pietro fino a noi. — Quanto vi sia di sovrumano in
ciò non spetta a noi il dimostrarlo: accettiamo intanto il riserbo
della storia come uno splendido omaggio alla publica morale, e come
riprova di quanto abbiamo asserito. Ci limiteremo ad osservare che
nelle dinastie storiche il caso si compiace di avvicendare i buoni
ed i tristi; sicchè ogni stirpe deplora il suo Tiberio e vanta il suo
Tito. I pontefici, per converso, tolti dal seno di una casta, ben di
rado portarono al soglio le virtù individuali. Per patto d'elezione, e
come atomi d'una mole che ha vita propria ed eccentrica, conservarono
integri, e tradussero in atto, a totale vantaggio d'una potente
oligarchía, quei principj di cui si chiamavano i temporanei custodi.
Quindi la teocrazia romana, gloriosa della sua immobilità, pose
ogni cura ad eternare la mansueta ignoranza. Se la civiltà moderna,
coll'impeto del suo corso, non l'avesse trascinata dietro di sè,
Galileo sarebbe ancora per essa un tristo od un demente. — Le gloriose
scoperte della scienza, le nuove dottrine e perfino le industrie della
mano, si dovettero proclamare, diffundere, insegnare lungi da Roma e in
onta alle sue minaccie. Per la qualcosa, la città eterna, un dì maestra
del mondo, fu nell'evo recente l'ultima sempre a godere i beneficii
della civiltà, e non li gustò se non dopo aver visto i suoi reggitori
costretti a riconoscere ciò che prima, sprecando l'infallibile parola,
avevano combattuto.
Ben è vero, e non si deve tacerlo, che questa regola subì delle
importanti eccezioni. Alessandro III, a cagione di esempio, favorì
la lega lombarda; Gregorio VII tolse agli imperatori il diritto di
eleggere il pontefice. Entrambi accarezzavano il disegno di fondare in
Italia una republica teocratica svincolata da ogni straniera influenza.
Ma i mezzi per giungere alla gloriosa meta non erano acconci. Più
tardi, e in altra mano, quelle stesse armi dovevano tornar buone a
spegnere la propugnata libertà. Gregorio VII, per non dar ragione ai
popoli delle sue opere, e per trascinarli seco nell'ardua impresa,
impose ad essi la credenza nella sua infallibilità; tolse loro il
diritto d'eleggere i pastori: e, qualificandosi rappresentante di
Dio, costrinse prìncipi ed imperatori a chinarsi nella polvere ed
a baciargli il piede. — Noi, avvezzi agli atti tracotanti dello
straniero, godiamo in vedere coteste fronti coronate farsi umili e
riverenti davanti al povero monaco di Soana. Ma badisi che, consacrato
una volta un principio, bisognerà subirne le conseguenze anche quando
ne riescono fatali.
Infatti, i papi del secolo XIII non poterono compiere le splendide
gesta dei loro antecessori. Le armi erano già logore; il principio
ormai vieto divenne il retaggio di una fazione; contro questa surse
la fazione rivale. I guelfi favorivano il papa; ma di fronte ad
essi surgeva un partito non meno autorevole, e del pari fortunato e
potente. Anzi guelfi e ghibellini, a lungo andare, non erano più i
fidi combattenti di rivali autorità, ma partigiani inerti e spesso
spergiuri di due bandiere, oggi sventolate con orgoglio, dimani
vilipese, a norma dei momentanei interessi. E vero altresì, che anche
a quest'epoca guelfo voleva significare fautore della chiesa; ma la
chiesa dei guelfi non era già l'originaria società dei buoni nella fede
e nella carità insegnate dall'evangelio, sì bene una fazione, che aveva
censo, feudi, privilegi, armi, passioni come ogni estremo partito. —
Gelosa della propria potenza, tenace dei proprii diritti, scambiato il
mezzo col fine, non si affaticava già a rendere più grande e rispettata
l'autorità dell'evangelio, ma faceva arma di questo per avvantaggiare
ed estendere la sua terrena grandezza. — Così l'accessorio divenne
l'oggetto principale. Per conservare intatto un patrimonio di caduche
vanità, si pose il tesoro mondano sotto il manto della religione; si
rinchiuse la creta nel sacrario.
Intanto, mentre gli abusi della corte romana, e i suoi dispotici
giudizj turbavano le menti, i ministri di quella religione che insegna
a perdonare e ad amare, puntellavano le vacillanti credenze colla
spietata parola, e coi supplicj. Fu Innocenzo III (tra i papi non certo
il peggiore), che istituì un tribunale per indocilire le menti erranti
nelle astruse disquisizioni dogmatiche (1204). Il truce rimedio piacque
tanto a' suoi successori, che lo corredarono di squisite carneficine,
cui non erano per anco arrivati i sacrificatori di vittime umane. Si
era proibito di ardere i cadaveri per non ripetere una costumanza
pagana, e si credette di depurare l'aria contaminata dall'eresia,
nutrendo i roghi colle carni palpitanti dei vivi. — Allora la chiesa
parve chiamata a fare crudele vendetta di quelle persecuzioni, che
erano state la più bella gloria de' suoi primi tempi.
Altri pontefici, e non pochi, abusarono della sacra parola per
assordare e conquidere le ignoranti moltitudini, fulminando contro
di esse l'anatema di Dio. Per tal modo, il sovrano di Roma, oltre
al godere entro i confini del suo Stato di tutti quegli esorbitanti
diritti che la ferocia del secolo consentiva ai tiranni, possedeva un
potere sovrumano e terribile, che abolita ogni discussione, spuntava le
armi della lecita guerra, e penetrava, veleno rapido e sottile, nelle
fibre d'ogni lontano consorzio per recarvi la civile dissoluzione.
Anatemi, scomuniche, interdetti, dettati dal capriccio o da passioni
mondane, in contingenze del tutto politiche, furono arti di guerra,
che, prosciogliendo i popoli dai legami civili, ed aizzandoli alla
discordia fraterna, fecero versare torrenti di sangue.
Gli è per tutto ciò, che quell'anima sdegnosa dell'Alighieri preferì
abbeverarsi del fiele ghibellino, anzichè essere patriota coi guelfi.
Per colmo di sventure, venne il dì in cui gli stessi pontefici
gradirono l'alleanza dei rampolli imperiali; e ciò accadde quando
i capi delle opposte fazioni s'intesero nell'obbietto di spegnere,
a vantaggio reciproco, la libertà dei popoli. Allora cessarono o
diminuirono nei papi le velleità guerriere. Le armi estere si tolsero
l'assunto di arrestare il mondo; e, incoraggite dal cieco orgoglio
d'essere sacre alla causa della religione e della legitimità, si
scagliarono sui già oppressi per gravarli di un doppio giogo. — Dopo
ciò, il principe di Roma, che aveva condannato come ribellione la tarda
e naturale difesa del debole, chiamava atto meritorio il delitto del
prepotente, e lo arricchiva di mille benedizioni.
Se nel nostro secolo è sparito fin l'ultimo vestigio dell'antico
guelfismo, può negarsi che la parte ghibellina non vanti i suoi più
ardenti seguaci nei principi del Vaticano? Tra i più caldi zelatori
della podestà temporale del Papa non si annoverano forse quelle orde
oltramontane, in cui stanno raccolte le reliquie dell'antico impero?
Nei secoli andati, tale politica larvata di pietà, ravvolta nel manto
della religione, padrona di noi anche al di là della tomba, intimidiva
le menti, e fiaccava le deboli volontà. Ma se lo spirito umano,
soffocato da tanta autorità d'armi e di parole, camminava lentamente,
esso, altretanto tenace d'ogni sua conquista, non retrocedette mai.
La ragione raccolse in secreto i suoi giudizj, spense a poco a poco
il falso entusiasmo che travia la coscienza, e rilevossi dalle vane
paure. — Davanti ad essa, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto
assumono forme vaste e precise, sul cui giudizio riesce impossibile
l'ingannarsi. — Se per ossequio ad un principio, o per rispetto
alle consuetudini, o per incertezza dell'avvenire, essa si condannò,
spontaneamente e per secoli, alla toleranza, non è a dirsi che abbia
disconosciuto i principj raccolti e maturati durante il suo paziente
silenzio. Se stanca di un'abusata longanimità levò alfine la voce a
combattere l'errore dovunque lo scoperse, non deve esser fatta colpa
solo ad essa perchè nel demolire una falsa autorità si recò una scossa
a tutto l'edificio, minacciando ruina anche a ciò che pur si vorrebbe
conservare intatto. — Dicano le storie degli scismi e delle riforme se
mal ci apponiamo.