XCIV.

Ci sia permesso di ravvicinare e porre in confronto alcune date

storiche, onde rimovere il sospetto d'aver scelto ad arte le occasioni

di combattere la temporale autorità dei pontefici, d'averla giudicata

dagli abusi che la macchiarono, d'aver posto l'eccezione all'altezza

della regola.

Prima di Costantino, i pontefici oscuri, umili, poverissimi regnavano

sui loro seguaci per la fede ardentissima, e per la carità di cui erano

banditori e modelli. Essi facevano causa comune coi neófiti, dividevano

con essi nel bujo delle catacombe il pane del povero; fuor di quelle,

gli strazii e la gloria del martirio. — Il figlio di Costanzo Cloro,

abbracciando la fede di Cristo (312), pose fine alle persecuzioni.

Disfatto Massenzio ed ucciso in battaglia il feroce proconsole Licinio,

rassicurò alla novella cristianità un'era di pace; ma, traviato da un

improvido fanatismo, credette far più gloriosa la chiesa, arricchendola

di quella _dote madre di tanti mali_, che strappò allo sdegnoso poeta

quell'amara invettiva contro i chierci del suo secolo:

.... la vostra avarizia il mondo attrista,

Calcando i buoni e sollevando i pravi[39].

Gregorio Magno favorì la caduta degli esarchi ed inaugurò un'epoca

affatto nuova pei pontefici (590). Da quel momento il suo sacro officio

varcò il tranquillo e modesto esercizio delle virtù cristiane. Il

mansueto pastore cominciò a gustare la vanità mondana; ma scorrendo

sul pendío delle ambizioni, non seppe arrestarsi e, molto meno, potè

risalire alla purezza della sua originaria istituzione. Caddero gli

esarchi, e Roma si prosciolse dall'obedienza verso gli imperatori

iconoclasti (726); gran ventura per quel secolo, ma irreparabile

calamità pei successivi; perocchè d'allora

. . . . . . . . . . . . . la chiesa di Roma

Per confundere in sè duo reggimenti

Cade nel fango e sè brutta e la soma[40].

Quando Carlo Magno restaurò l'impero occidentale (800), i pontefici,

chiamati a consacrare l'eletto monarca, raccolsero nelle proprie mani

una parte della autorità di lui; imperocchè, mentre gli imperatori

confermavano o deponevano i papi, questi riconoscevano od esautoravano

gl'imperatori. L'accordo dei due poteri riesciva per solito fatale alla

libertà dei popoli; la discordia partoriva guerre lunghe e fratricide;

ma, nell'un caso e nell'altro, il concetto tutto spirituale della

cristiana associazione era travolto.

Troppo è per noi il consultare una storia veramente imparziale; ci

basta aprire un volume qualunque, compilato, se vuolsi, nelle cupe

cancellerie della curia romana, per proclamare altamente che i primi

pontefici furono senza confronto migliori dei successivi prìncipi, o

vassalli dei prìncipi. Dietro ciò, oseremo chiamare necessaria alla

incolumità della religione di Cristo una mondana potenza, che giovò

soltanto a rendere meno buoni coloro che se ne adornarono? Vuolsi che

la grandezza del principato civile sia mezzo necessario a proteggere

l'indipendenza e la inviolabilità della religione. Il buon senso e

l'alto concetto delle sublimi dottrine insegnate nell'evangelio ci

fanno restii a riconoscere una tale necessità. Imperocchè non fu

mai officio del debole sorreggere il forte; la verità non cercò mai

d'essere rischiarata dal fittizio bagliore delle glorie terrene. — Al

contrario, la storia c'insegna che le meschine alleanze immiseriscono

la buona causa. Quella carità che prosperò in mezzo al sangue versato

da tanti martiri, nè ora nè mai, dovrà reggersi colla spada, o cercare

mercè ai piedi d'un trono.

“I papi furono uomini e non angeli„, disse un rispettabilissimo

scrittore, facendo appello all'indulgenza della storia per palliare

le gravi esorbitanze dei prìncipi della chiesa[41]. Non temano le

anime ingenue; non vogliamo togliere la polvere a viete cronache. — La

storia politica dei papi, quale ci viene proposta dai rigidi censori

del progresso intellettuale, è soltanto una serie cronologica di nomi

non interrotta da Pietro fino a noi. — Quanto vi sia di sovrumano in

ciò non spetta a noi il dimostrarlo: accettiamo intanto il riserbo

della storia come uno splendido omaggio alla publica morale, e come

riprova di quanto abbiamo asserito. Ci limiteremo ad osservare che

nelle dinastie storiche il caso si compiace di avvicendare i buoni

ed i tristi; sicchè ogni stirpe deplora il suo Tiberio e vanta il suo

Tito. I pontefici, per converso, tolti dal seno di una casta, ben di

rado portarono al soglio le virtù individuali. Per patto d'elezione, e

come atomi d'una mole che ha vita propria ed eccentrica, conservarono

integri, e tradussero in atto, a totale vantaggio d'una potente

oligarchía, quei principj di cui si chiamavano i temporanei custodi.

Quindi la teocrazia romana, gloriosa della sua immobilità, pose

ogni cura ad eternare la mansueta ignoranza. Se la civiltà moderna,

coll'impeto del suo corso, non l'avesse trascinata dietro di sè,

Galileo sarebbe ancora per essa un tristo od un demente. — Le gloriose

scoperte della scienza, le nuove dottrine e perfino le industrie della

mano, si dovettero proclamare, diffundere, insegnare lungi da Roma e in

onta alle sue minaccie. Per la qualcosa, la città eterna, un dì maestra

del mondo, fu nell'evo recente l'ultima sempre a godere i beneficii

della civiltà, e non li gustò se non dopo aver visto i suoi reggitori

costretti a riconoscere ciò che prima, sprecando l'infallibile parola,

avevano combattuto.

Ben è vero, e non si deve tacerlo, che questa regola subì delle

importanti eccezioni. Alessandro III, a cagione di esempio, favorì

la lega lombarda; Gregorio VII tolse agli imperatori il diritto di

eleggere il pontefice. Entrambi accarezzavano il disegno di fondare in

Italia una republica teocratica svincolata da ogni straniera influenza.

Ma i mezzi per giungere alla gloriosa meta non erano acconci. Più

tardi, e in altra mano, quelle stesse armi dovevano tornar buone a

spegnere la propugnata libertà. Gregorio VII, per non dar ragione ai

popoli delle sue opere, e per trascinarli seco nell'ardua impresa,

impose ad essi la credenza nella sua infallibilità; tolse loro il

diritto d'eleggere i pastori: e, qualificandosi rappresentante di

Dio, costrinse prìncipi ed imperatori a chinarsi nella polvere ed

a baciargli il piede. — Noi, avvezzi agli atti tracotanti dello

straniero, godiamo in vedere coteste fronti coronate farsi umili e

riverenti davanti al povero monaco di Soana. Ma badisi che, consacrato

una volta un principio, bisognerà subirne le conseguenze anche quando

ne riescono fatali.

Infatti, i papi del secolo XIII non poterono compiere le splendide

gesta dei loro antecessori. Le armi erano già logore; il principio

ormai vieto divenne il retaggio di una fazione; contro questa surse

la fazione rivale. I guelfi favorivano il papa; ma di fronte ad

essi surgeva un partito non meno autorevole, e del pari fortunato e

potente. Anzi guelfi e ghibellini, a lungo andare, non erano più i

fidi combattenti di rivali autorità, ma partigiani inerti e spesso

spergiuri di due bandiere, oggi sventolate con orgoglio, dimani

vilipese, a norma dei momentanei interessi. E vero altresì, che anche

a quest'epoca guelfo voleva significare fautore della chiesa; ma la

chiesa dei guelfi non era già l'originaria società dei buoni nella fede

e nella carità insegnate dall'evangelio, sì bene una fazione, che aveva

censo, feudi, privilegi, armi, passioni come ogni estremo partito. —

Gelosa della propria potenza, tenace dei proprii diritti, scambiato il

mezzo col fine, non si affaticava già a rendere più grande e rispettata

l'autorità dell'evangelio, ma faceva arma di questo per avvantaggiare

ed estendere la sua terrena grandezza. — Così l'accessorio divenne

l'oggetto principale. Per conservare intatto un patrimonio di caduche

vanità, si pose il tesoro mondano sotto il manto della religione; si

rinchiuse la creta nel sacrario.

Intanto, mentre gli abusi della corte romana, e i suoi dispotici

giudizj turbavano le menti, i ministri di quella religione che insegna

a perdonare e ad amare, puntellavano le vacillanti credenze colla

spietata parola, e coi supplicj. Fu Innocenzo III (tra i papi non certo

il peggiore), che istituì un tribunale per indocilire le menti erranti

nelle astruse disquisizioni dogmatiche (1204). Il truce rimedio piacque

tanto a' suoi successori, che lo corredarono di squisite carneficine,

cui non erano per anco arrivati i sacrificatori di vittime umane. Si

era proibito di ardere i cadaveri per non ripetere una costumanza

pagana, e si credette di depurare l'aria contaminata dall'eresia,

nutrendo i roghi colle carni palpitanti dei vivi. — Allora la chiesa

parve chiamata a fare crudele vendetta di quelle persecuzioni, che

erano state la più bella gloria de' suoi primi tempi.

Altri pontefici, e non pochi, abusarono della sacra parola per

assordare e conquidere le ignoranti moltitudini, fulminando contro

di esse l'anatema di Dio. Per tal modo, il sovrano di Roma, oltre

al godere entro i confini del suo Stato di tutti quegli esorbitanti

diritti che la ferocia del secolo consentiva ai tiranni, possedeva un

potere sovrumano e terribile, che abolita ogni discussione, spuntava le

armi della lecita guerra, e penetrava, veleno rapido e sottile, nelle

fibre d'ogni lontano consorzio per recarvi la civile dissoluzione.

Anatemi, scomuniche, interdetti, dettati dal capriccio o da passioni

mondane, in contingenze del tutto politiche, furono arti di guerra,

che, prosciogliendo i popoli dai legami civili, ed aizzandoli alla

discordia fraterna, fecero versare torrenti di sangue.

Gli è per tutto ciò, che quell'anima sdegnosa dell'Alighieri preferì

abbeverarsi del fiele ghibellino, anzichè essere patriota coi guelfi.

Per colmo di sventure, venne il dì in cui gli stessi pontefici

gradirono l'alleanza dei rampolli imperiali; e ciò accadde quando

i capi delle opposte fazioni s'intesero nell'obbietto di spegnere,

a vantaggio reciproco, la libertà dei popoli. Allora cessarono o

diminuirono nei papi le velleità guerriere. Le armi estere si tolsero

l'assunto di arrestare il mondo; e, incoraggite dal cieco orgoglio

d'essere sacre alla causa della religione e della legitimità, si

scagliarono sui già oppressi per gravarli di un doppio giogo. — Dopo

ciò, il principe di Roma, che aveva condannato come ribellione la tarda

e naturale difesa del debole, chiamava atto meritorio il delitto del

prepotente, e lo arricchiva di mille benedizioni.

Se nel nostro secolo è sparito fin l'ultimo vestigio dell'antico

guelfismo, può negarsi che la parte ghibellina non vanti i suoi più

ardenti seguaci nei principi del Vaticano? Tra i più caldi zelatori

della podestà temporale del Papa non si annoverano forse quelle orde

oltramontane, in cui stanno raccolte le reliquie dell'antico impero?

Nei secoli andati, tale politica larvata di pietà, ravvolta nel manto

della religione, padrona di noi anche al di là della tomba, intimidiva

le menti, e fiaccava le deboli volontà. Ma se lo spirito umano,

soffocato da tanta autorità d'armi e di parole, camminava lentamente,

esso, altretanto tenace d'ogni sua conquista, non retrocedette mai.

La ragione raccolse in secreto i suoi giudizj, spense a poco a poco

il falso entusiasmo che travia la coscienza, e rilevossi dalle vane

paure. — Davanti ad essa, il bene ed il male, il giusto e l'ingiusto

assumono forme vaste e precise, sul cui giudizio riesce impossibile

l'ingannarsi. — Se per ossequio ad un principio, o per rispetto

alle consuetudini, o per incertezza dell'avvenire, essa si condannò,

spontaneamente e per secoli, alla toleranza, non è a dirsi che abbia

disconosciuto i principj raccolti e maturati durante il suo paziente

silenzio. Se stanca di un'abusata longanimità levò alfine la voce a

combattere l'errore dovunque lo scoperse, non deve esser fatta colpa

solo ad essa perchè nel demolire una falsa autorità si recò una scossa

a tutto l'edificio, minacciando ruina anche a ciò che pur si vorrebbe

conservare intatto. — Dicano le storie degli scismi e delle riforme se

mal ci apponiamo.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 22 / 103 题