XCIII.

I Visconti, già favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche

occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono

della vantata loro popolarità. Giovava inoltre ai primi il prestigio

di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. — Il popolo impreca

contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro,

fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie

colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi,

l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato, è ancor poco; non di

rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto

di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la

ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il

cruccio ed il sorriso in altra misura che non è quella del censo.

I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due

fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti,

alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano

guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà

nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si

appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro

ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli

al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono

che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che

furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non

di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta

Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso

la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere

ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva

nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di

servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.

Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir

tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei

rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze

monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi

sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio

ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da

ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non

sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti,

fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro

ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse

la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan

bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del

concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire

una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si

erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato

un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in

obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò

guari a mutarsi in principato[36]„.

Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente

legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde.

V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma

fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a

rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.

L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli

come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il

suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii

e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli.

Nell'elezione di un successore violava egli la prima e più importante

legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo:

ma nessuno osò opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perchè non

v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.

Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e

Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera

dello zio. Meno violento e più scaltrito di lui, chiamò a parte de'

suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola

a cospirare inconsapevolmente contro la libertà della patria. In

questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non

deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo

generosamente decretato.

Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno

d'armi; e già, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare

e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo

seppe soffocarla. — Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto

la dignità di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ciò erano

condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo,

tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo

signore. — A convalidare l'inganno, Matteo si finse restío ad accettare

la dignità conferitagli; e vi si piegò solo quando il consiglio

popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo

negare. — Ottenne dallo stesso consiglio la facoltà di usare contro

la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva già apprestato in

secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a

tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.

Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poichè le improntitudini di

Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre

costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a

cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). —

Matteo sopportò la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo

borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della

vita privata, aspettando com'ei diceva — “che i peccati dei Torriani

superassero quelli dei Visconti[37].„

Guido della Torre restaurò il governo popolare, e lo mantenne in pieno

vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione

di allargare la propria autorità, a spese dei diritti del popolo:

facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia

delle proprie franchigie.

Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva

in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo,

obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, già informato

di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad

incontrarlo al di là delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti

in grazia dell'imperatore; sicchè Matteo, dietro avviso dell'amico,

escì dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella

città di Asti, entrò in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa

di protezione. — Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segnò

la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani. Guido, sedotto da

falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi

partigiani, meditò un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non

che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte,

mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti,

Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta

decisiva, furono banditi dalla città, e taglieggiati nella vita e nelle

sostanze (1311).

Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa,

palliando con arte finissima la sua ambizione. — Lo stesso imperatore,

tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli confermò la

dignità di vicario imperiale, estendendola a più vasta giurisdizione. A

Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli,

strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il

piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue città.

Il Papa Giovanni XXII, ingelosito dai rapidi progressi di questa

famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le

lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignità

di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libertà

italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. — Matteo eluse

le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanità del titolo;

anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio

arcivescovile di Milano, perchè lo assumesse frate Aicardo Caccia,

eletto intempestivamente dal Papa. — Dalla condiscendenza di Matteo

l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i

diritti. Egli suscitò la Francia contro lui; e già le legioni regie

calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.

Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella.

— Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo

francese, disarmò gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale,

pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori

d'Italia senza colpo ferire.

Ancora più adirato il Papa brandì le armi spirituali, e fulminò la

scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi già troppo abusati

non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro

la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a

scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso

Alessandria, vi spedì in sua vece il proprio figlio Marco alla testa

di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. — Gli

inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti.

Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano

una seconda scomunica, condita di così strane imprecazioni, che il

successore Benedetto XII, per decoro della sede pontificia, le dovette

ritrattare ed annullare, l'anno 1341[38].

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 21 / 103 题