I Visconti, già favorevolmente noti ai milanesi per le cospicue cariche
occupate, crebbero nel favore del popolo, quando i Torriani abusarono
della vantata loro popolarità. Giovava inoltre ai primi il prestigio
di una ricchezza fuor d'uso munifica e generosa. — Il popolo impreca
contro i ricchi solo quando li trova spietati; ma, se ha pane e lavoro,
fa lume coll'esempio ai declamatori, e precede le facili teorie
colla pratica di una vita sobria, industriosa e rassegnata: anzi,
l'accontentarsi di un pane parco ed affaticato, è ancor poco; non di
rado lo vediamo compiacersi dello splendore altrui, come se il fasto
di pochi fosse un vanto di tutti. Esso dunque comprende che tra la
ricchezza e la miseria la Providenza pose l'equilibrio, distribuendo il
cruccio ed il sorriso in altra misura che non è quella del censo.
I Visconti erano ghibellini; ma a quest'epoca il nome delle due
fazioni non aveva più il significato primitivo. Le famiglie potenti,
alle quali i comuni avevano conferito il governo delle città, erano
guelfe o ghibelline, non perchè favorissero lo sviluppo della libertà
nazionale, o difendessero i diritti della corona cesarea; ma si
appoggiavano a questa o a quella parte per rassodare la potenza loro
ed infeudare nella propria stirpe quell'autorità, che poteva guidarli
al trono. — È dunque erronea la sentenza di quanti storici asserirono
che la parte guelfa fosse la nazionale. — “Nei vesperi siciliani, che
furono un fatto di nazione, quant'altro mai, non si fece strage se non
di guelfi[35]„. Erano guelfi i Torriani, come lo fu pressochè tutta
Italia, quando Carlo d'Angiò ebbe sconfitto il re Manfredi e con esso
la parte imperiale: ma erano guelfi, perchè non potevano più essere
ghibellini. — La conseguenza era una sola e la stessa: l'Italia subiva
nell'un caso e nell'altro la dipendenza straniera; e, in cambio di
servire ai Cesari alemanni, obediva ai re francesi.
Se i Visconti non fossero stati ghibellini di nascita, dovevano divenir
tali come successori dei Torriani, per distruggere la potenza dei
rivali, e per volgere a vantaggio della propria famiglia le tendenze
monarchiche quali si manifestavano nella languente republica. Assisi
sul trono e sicuri, avrebbero cessato di mostrare un inutile studio
ad una fazione od all'altra: intenti solo a liberare la patria da
ogni influsso straniero, a spese della libertà interna, che ormai non
sapevasi abbastanza difendere. Venne infatti il dì che i Visconti,
fidando la propria fortuna alle armi, schiacciarono con mano di ferro
ogni fazione; allora si dannò perfino a morte chi solo pronunciasse
la parola di guelfo o di ghibellino. Ma finchè essi salivano, avevan
bisogno di un appoggio; il ghibellinismo favoriva lo sviluppo del
concetto monarchico, ed abituava i tralignati republicani a riverire
una dinastia. Del trionfo della parte ghibellina tutti i nobili si
erano felicitati; ma “immiseriti da un lungo esilio, avevano pigliato
un contegno rimesso ed ossequioso; la loro condiscendenza tralignò in
obedienza, e la republica di Milano, governata dai Visconti, non tardò
guari a mutarsi in principato[36]„.
Da qui inanzi, per quasi due secoli, la storia di Milano è strettamente
legata a quella dei Visconti, sì che l'una nell'altra si confonde.
V'ebbe un periodo in cui ricomparve la signoria dei Torriani; ma
fu brevissimo: l'intrusa potenza sembrò suscitata dal destino a
rinfrancare viemeglio la grandezza de' suoi rivali.
L'arcivescovo Ottone Visconti, settuagenario, trattava armi e cavalli
come un giovine capitano; ma, giunto a decrepita vecchiezza, chiuse il
suo governo cedendolo al pronipote Matteo, dopo averlo coi supplicii
e colle alleanze messo al riparo dalle pretensioni degli emuli.
Nell'elezione di un successore violava egli la prima e più importante
legge della costituzione republicana. Grave dovette essere lo scandalo:
ma nessuno osò opporsi. Il Consiglio fu interrogato, solo perchè non
v'era dubio che avrebbe ratificata l'usurpazione.
Ottone passava gli ultimi suoi giorni nell'abbazia di Chiaravalle; e
Matteo, col nome di capitano del popolo, continuava in Milano l'opera
dello zio. Meno violento e più scaltrito di lui, chiamò a parte de'
suoi ambiziosi disegni la stessa rappresentanza del popolo, forzandola
a cospirare inconsapevolmente contro la libertà della patria. In
questo senso soltanto, e come maestro nelle arti degli ambiziosi, non
deve negarsi a Matteo il nome di Magno, che la storia gli ha troppo
generosamente decretato.
Per frenare i replicati tentativi dei Torriani egli aveva bisogno
d'armi; e già, l'annuncio di una nuova crociata minacciava di suscitare
e rivolgere a lontana impresa l'ardore guerriero de' suoi. Matteo
seppe soffocarla. — Dall'imperatore Adolfo di Nassau implorava intanto
la dignità di vicario imperiale. Ma le pratiche intorno a ciò erano
condotte con tale mistero, che quando giunse il diploma cesareo,
tutta Milano credette dovere esso tornar nuovo e quasi sgradito al suo
signore. — A convalidare l'inganno, Matteo si finse restío ad accettare
la dignità conferitagli; e vi si piegò solo quando il consiglio
popolare gli diede quell'assenso, che in niun caso gli avrebbe saputo
negare. — Ottenne dallo stesso consiglio la facoltà di usare contro
la fazione torriana di quei mezzi, ch'egli aveva già apprestato in
secreto; e fece nominare capitano il figlio Galeazzo, proponendolo a
tale officio con quel piglio dei tiranni, che non ammette discussione.
Ma l'avveduto principe fu cieco padre: poichè le improntitudini di
Galeazzo affrettarono il ritorno de' suoi nemici. Guido della Torre
costrinse colle armi il Visconti ad abbandonare la signoria, e a
cercare nell'esilio l'oblio della sua sventurata ambizione (1302). —
Matteo sopportò la mala fortuna con non comune grandezza. In un piccolo
borgo della terra veronese seppe gustare per molti anni la calma della
vita privata, aspettando com'ei diceva — “che i peccati dei Torriani
superassero quelli dei Visconti[37].„
Guido della Torre restaurò il governo popolare, e lo mantenne in pieno
vigore per cinque anni. Ma, rieletto capitano, cedette alla tentazione
di allargare la propria autorità, a spese dei diritti del popolo:
facile impresa, da che questo aveva ormai rinunciato alla custodia
delle proprie franchigie.
Fu a quest'epoca che Enrico di Lucemborgo, eletto imperatore, scendeva
in Italia per cingervi la doppia corona; rito, per circa un secolo,
obliato da' suoi antecessori. Scendeva egli in Piemonte, già informato
di quanto accadeva a Milano da Francesco Garbagnate, accorso ad
incontrarlo al di là delle Alpi. Lo zelo di costui rimise i Visconti
in grazia dell'imperatore; sicchè Matteo, dietro avviso dell'amico,
escì dal suo modesto ritiro di Nogarola; e, trovatosi con Enrico nella
città di Asti, entrò in domestichezza con lui, e n'ebbe larga promessa
di protezione. — Infatti, la venuta dell'imperatore in Milano segnò
la seconda ed irreparabile caduta dei Torriani. Guido, sedotto da
falsi consigli, troppo fidando nel numero e nell'ardimento de' suoi
partigiani, meditò un piano di resistenza contro gli imperiali. Se non
che, scoperta la trama da quelli stessi, che dovevano prendervi parte,
mentre i figli del Visconte (non del tutto innocenti) escivano assolti,
Guido, i suoi congiunti e gli amici della sua parte, dopo una rotta
decisiva, furono banditi dalla città, e taglieggiati nella vita e nelle
sostanze (1311).
Lo scaltro Visconti aveva condotto a buon fine la difficile impresa,
palliando con arte finissima la sua ambizione. — Lo stesso imperatore,
tratto in inganno dalle sue disinteressate proteste, gli confermò la
dignità di vicario imperiale, estendendola a più vasta giurisdizione. A
Matteo spettava la suprema amministrazione dello stato; a' suoi figli,
strenui soldati, la difesa e l'ampliamento di esso. In tre anni, il
piccolo stato soggetto ai Visconti, comprendeva undici cospicue città.
Il Papa Giovanni XXII, ingelosito dai rapidi progressi di questa
famiglia, che minacciava di raccogliere sotto il suo scettro le
lacerate province italiane, moveva querela contro Matteo per la dignità
di vicario imperiale da esso lui accettata a danno della libertà
italiana, che in quel punto tornava bene il difendere. — Matteo eluse
le iraconde pretensioni del Papa dimettendo la vanità del titolo;
anzi, persuase il proprio figlio Giovanni a spogliarsi del pallio
arcivescovile di Milano, perchè lo assumesse frate Aicardo Caccia,
eletto intempestivamente dal Papa. — Dalla condiscendenza di Matteo
l'irrequieto pontefice trasse maggiore baldanza ad osteggiarne i
diritti. Egli suscitò la Francia contro lui; e già le legioni regie
calate dalle alpi minacciavano il Visconti d'una guerra di sterminio.
Ma il sagace Matteo anche questa volta seppe scongiurare la procella.
— Con larghe proteste e generosi doni, secretamente spediti al campo
francese, disarmò gli spiriti guerrieri del capitano nemico; il quale,
pago delle spiegazioni ottenute, ricondusse il suo esercito fuori
d'Italia senza colpo ferire.
Ancora più adirato il Papa brandì le armi spirituali, e fulminò la
scomunica contro il Visconti (1322). Ma gli anatemi già troppo abusati
non produssero alcun effetto. Volevasi sollevare il popolo contro
la signoria, e questo non si scosse. Matteo, invitato solennemente a
scolparsi davanti al legato pontificio residente in un borgo presso
Alessandria, vi spedì in sua vece il proprio figlio Marco alla testa
di una poderosa armata, contraponendo minaccia a minaccia. — Gli
inquisitori non aspettarono il figlio dell'impenitente Visconti.
Postisi al sicuro in Valenza, fulminarono contro il signore di Milano
una seconda scomunica, condita di così strane imprecazioni, che il
successore Benedetto XII, per decoro della sede pontificia, le dovette
ritrattare ed annullare, l'anno 1341[38].