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I torbidi, per cui passò l'impero durante la disputata successione di

parecchi monarchi, giovarono per mezzo secolo all'indipendenza nostra:

tempo più che bastevole a rassodare la cosa publica, se le ambizioni

e le rivalità de' suoi cittadini non l'avessero commossa col continuo

travaglio della guerra civile.

Si creò l'officio di capitano generale della republica per contraminare

l'elezione del tribuno. L'onore della nuova dignità, che per poco non

toccò al feroce Ezzelino da Romano, tanta era la gelosia che ispirava

ogni nome cittadino, fu palleggiato tra il Marchese d'Incisa ed Oberto

Pelavicino.

Verso quest'epoca il Papa, pigliando in sospetto la crescente potenza

dei Torriani, violò il diritto popolare di eleggere i pastori, ed inviò

alla sede arcivescovile di Milano Ottone Visconti (1260). Era pensiero

del pontefice, che la ricchezza e la potenza di questa famiglia

risveglierebbero nel popolo milanese quella fiducia che l'infeudata

autorità dei Torriani aveva troppe volte delusa.

Ciò malgrado, la popolarità degli anziani serbavasi ancora assai

potente in Napo, benchè d'animo assai diverso de' suoi predecessori.

— Napo, camminando ardito sulle orme loro, varcò a poco a poco il

limite della tribunizia podestà; e a consacrare l'abuso impiegò l'arte

dei tiranni. Milano a quei tempi obliava la semplicità degli antichi

costumi, per fantasticar feste e baldorie, come la plebe di Roma. Con

questo mezzo, l'anziano perpetuo del popolo riesciva a divenirne il

padrone. Egli nominava il podestà, ed accordava alla sua creatura il

diritto di eleggere la metà dei membri del consiglio. Ambizioso, e

non vano, mostrò disprezzare quelle pompe esteriori, che tradiscono

l'interna sete di comando; mantenne vigorosamente le forme dell'antico

reggimento nelle monete, nelle adunanze, nelle publiche concioni;

ma ingannava tutti, e in sostanza regnò da tiranno. — Che se alcuna

volta vide il colosso della plebe levare su lui l'occhio torvo, egli

seppe rasserenarlo coi tornei, colle gualdane, con ogni maniera di

spettacoli; fra i quali per lungo tempo fu il più gradito il bando

od il supplicio d'un nobile. — Per tal modo codesti tribuni, che si

vantavano d'aver fatta libera la patria solo per ossequio ed affetto

verso di essa, e che di fatto l'avevano servita con zelo e fortuna,

ottenuto l'intento, non ponevano misura alle loro esigenze, e mettevano

a debito della publica gratitudine ogni pretensione sollevata dalla

loro cupidigia. — Si sarebbe detto che volevano avere il diritto di

ricondurre il paese all'antica ruina, pel merito d'averlo una volta

salvato.

Da tali arti potè il popolo milanese essere sedutto più volte, ma

non abusato sempre. — Ogni plebe, e specialmente la nostra, suol

essere pronta allo sdegno, ma non meno facile all'oblío delle offese

e generosa nel perdonarle. — I cittadini s'accorsero che chi aveva

frenata la prepotenza dei nobili, non agiva meglio di loro. Parvero

meno gravi le passate sciagure, da che lo stato presente non era

gran fatto più rassicurante. Il titolo di vicario imperiale, che Napo

sollecitò da Rodolfo d'Asburgo, contribuì a crescergli il disfavore

del popolo. Ottone Visconti rinfocolò i sospetti; raccolse partigiani a

Como e nel contado; li pose in armi e mosse verso Milano. Incontrato,

nella terra di Desio, l'esercito Torriano impegnò con esso una

battaglia decisiva, in cui Napo fu battuto, e fatto prigioniero (1277).

Dopo ciò, venne rinchiuso in una gabbia di ferro, dove perì miseramente

un anno dopo.

Qui comincia la grandezza dei Visconti. Il popolo milanese non avrebbe

spodestato il Torriano pel solo scopo di affrettare un mutamento di

signoria. — Era la libertà dei tempi della lega, ch'egli, con troppo

languide istanze, chiedeva; non un nuovo signore ed una larga dote

di promesse e di spergiuri. Ma tale era la sorte nostra. Nel momento

istesso che le varie classi ond'era composta la republica venivano

ad un accordo, già maturavano novelle ambizioni, foriere di altre

discordie. Colui, che per fortuna o per momentaneo favore del popolo

s'incamminava dinanzi ad esso col pretesto di farlo libero, sdegnava

poscia di rientrare nelle fila dei semplici cittadini, e rinnovava la

necessità di cacciarvelo a viva forza.

Quando un tesoro è debolmente custodito, torna buono ai tristi il

dire: tanto fa che io m'approprii ciò che non è mio, perchè altri

se lo piglierebbe. Il nostro popolo cessò dal custodire il tesoro

della propria libertà dal momento che, fidatone il deposito ad altri,

s'addormentava neghittoso alle seducenti declamazioni di civismo,

intonate da' suoi scaltri tribuni.

Ora tra Napo della Torre, tiranno in nome della plebe, e Ottone

Visconti, despota ottimate, vi era forse gran differenza? Quando

l'una classe doveva affaticarsi a schiacciar l'altra, qual conforto

per la republica se la plebe era vincitrice, e i nobili soccumbenti?

L'alternato inalzamento dei Visconti e dei Torriani era sempre vittoria

di un partito e, come tale, traeva seco indispensabilmente la sconfitta

del principio nazionale, al cui sviluppo è necessaria l'opera attiva e

sempre concorde di tutti. — Vero è che questa specie di altalena doveva

cagionare eguaglianza, al momento che gli ottimati erano tanto discesi

quanto erasi rialzata la plebe; perchè allora le due classi estreme

trovavansi ad uno stesso livello. Ma i partiti, mossi da un impulso

progressivo o retrogrado, non potevano arrestarsi; all'indimani la

plebe riguadagnava tutto quel più che jeri rendeva odiosa la sconfitta

nobiltà. Il flagello non era spezzato, ma cambiava di mano: e la cosa

publica, oltre al patirne gli abusi inseparabili da ogni autorità

conquistata colla forza, andava incontro alle fatali conseguenze di una

continua vicenda di gare, di discordie e di vendette.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 19 / 103 题