XC.

Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far

deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in

uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora

i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I

avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo

tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne

seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e

_credenze_ erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo,

riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò

ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione

diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni

casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i

proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di

vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.

In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti

che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della

cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata

a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. —

Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il

concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti

d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi

che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente

fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica,

che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie.

Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere,

quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo.

In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni

cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più

dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso

perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma

per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno

vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo.

Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un

abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio

d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo

caro e di custodirlo.

Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di

cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile.

Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una

distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto:

bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano

quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna

contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio

della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè

la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de'

suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali

differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che

le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e

renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale

un'eguaglianza perfetta e durevole.

Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al

cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a

poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti.

La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente

privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e

culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati.

Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il

volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare

l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento

nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona

intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano

traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli.

Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie,

ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il

popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì

l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando

la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella

di pochi.

Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero

dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del

reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con

questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da

tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio,

che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che

faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità

venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già

riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso

glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio

di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi

più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà,

esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da

Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso

il governo monarchico.

In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava

nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine

affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero

che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo

XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà

Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro

alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva

giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere

la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco

furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel

merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte

l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata

alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei

devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga

Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate

dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono

fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si

apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del

medio evo.

L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra

si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi

furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa.

I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi

superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in

salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando

terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre

signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che

preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza

(1237).

Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre

memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in

essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate

l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata,

credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse

de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo

scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore.

Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente

gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di

Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto

che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non

risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche

in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro

indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella

della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche

nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla.

Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con

una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle

piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare

i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere

chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e

fratricida.[21]

Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica

tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della _credenza_

(1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo

nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e

sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro

Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito

dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè

meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal

valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di

chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito,

dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii

in quote proporzionate, colla scorta dell'_inventario_ o catastro del

censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta

_fodro_, che è la prima e più netta idea del carico prediale.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 18 / 103 题