Un fiume gonfio scava il suo letto, abbatte quanto lo vuol far
deviare, e trascina seco i rivi minori. L'acqua invece, che poltre in
uno stagno, si suddivide in pozzànghere, e nella sua inerzia elabora
i veleni che l'ammorbano. — Così fu di noi. Le guerre di Federico I
avevano ritemprato l'ardor nostro, e fatto convergere ad un solo scopo
tutte le forze nazionali. La mitezza di Ottone IV, e la pace che ne
seguì, generarono il contagio della discordia. Capitani, valvassori e
_credenze_ erano una sola cosa, durante il pericolo: scomparso questo,
riconobbero diritti parziali, e si levarono a difenderli. Da ciò
ebbe origine quella delimitazione di caste, che creò una prevenzione
diffidente ed astiosa fra i nobili capitani e i sottofeudatarj. Ogni
casta volle avere il suo consiglio, perchè ognuna sentì d'avere i
proprj interessi. Non di rado da tali interessi nacque disparità di
vedute; queste generarono dissidj, minaccie, violenze.
In quel secolo, le personali ambizioni dovevano essere meno potenti
che non più tardi, quando la risurta civiltà fece dell'ingegno e della
cultura intellettuale una forza di prim'ordine, spesso indirizzata
a buon fine, talvolta abusata per mire egoistiche e sovversive. —
Pure, malgrado l'eguaglianza cagionata dalla comune barbarie, il
concetto di una republica, costituita sull'equilibrio dei diritti
d'ogni classe e d'ogni individuo, era cosa più bella ad imaginarsi
che facile ad ottenersi. La sovranità, spartita una volta equamente
fra gli individui, era simile al talento della parabola evangelica,
che a ciascuno recò frutto diverso a seconda delle diverse industrie.
Il conservarlo integro, riesciva come andare al chino e perdere,
quand'altri più operosi o più accorti avevano saputo avvantaggiarlo.
In un paese, in cui la sovranità fosse talmente sminuzzata che ogni
cittadino ne posseda la sua piccola parte, la custodia di essa è più
dovere che diritto; e l'esercizio del medesimo riesce più increscioso
perchè meno facoltativo. Non per difetto delle istituzioni popolari, ma
per la natura dell'uomo, ciò che è comune, benchè necessario, è meno
vagheggiato di quanto ci solleva dalla folla, fosse anche superfluo.
Quando a tutti gli individui di un paese venisse distribuito un
abito di un sol colore e di una foggia sola, cesserebbe l'orgoglio
d'ornarsene; e colla estinta vanità scemerebbe l'interesse di averlo
caro e di custodirlo.
Cacciati i tiranni e ricomposta la republica sopra un nuovo ordine di
cose, spontaneo fu il volere, facile l'ottenere l'eguaglianza civile.
Il dì in cui si fonda una società, ogni membro di essa presenta una
distinta ed eguale quota di oblighi e di diritti. Ma non è tutto:
bisogna che questi doveri e i corrispondenti diritti si mantengano
quali sono, o crescano e s'avvantaggino a beneficio di tutti. Bisogna
contenere le forze eccedenti perchè non oltrepassino il livello medio
della forza comune; scuotere e ravvivare quelle che languono, perchè
la parte inerte non discenda troppo, e nel far modesta rinuncia de'
suoi diritti, leda e trascuri i proprj doveri. Tutto ciò, e le naturali
differenze generate dall'età, dal clima e dalle circostanze, non che
le incidentali, cagionate dall'educazione e dalla civiltà, resero e
renderanno sempre arduo l'assunto di conservare all'edificio sociale
un'eguaglianza perfetta e durevole.
Chi era tolto dalla folla assai di rado vi rientrò, e vi si confuse, al
cessar del favore che lo ebbe sollevato. Intorno a lui si stringevano a
poco a poco inavvertitamente i consanguinei, i partigiani, i clienti.
La superficie sociale non fu più perfettamente piana. Gruppi di gente
privilegiata formarono le caste. In mezzo ad esse, quasi centro e
culmine di altretante associazioni parassite, sursero gli ottimati.
Era intento loro di dividersi in parti eguali la somma del potere; il
volevano, o piuttosto dissero di volerlo: bastò un nonnulla a turbare
l'equo riparto dei diritti; bastò a tanto il momentaneo allentamento
nella pratica delle virtù cittadine. — Le passioni, malgrado ogni buona
intenzione, si gettavano sulle coppe della bilancia, e la facevano
traboccare. Le caste si cangiarono in partiti; gli ottimati in emuli.
Una guerra sorda, piena d'invidie, di prevenzioni, di false amicizie,
ruppe il buon accordo della famiglia. Venne presto il giorno, in cui il
popolo, vedendo irreparabilmente turbato l'ordine prestabilito, compì
l'ultimo suo atto sovrano, rinunciando ai proprj diritti, ed accettando
la signoria di un solo, sempre meno uggiosa e più tolerabile che quella
di pochi.
Tale fu la nostra sorte. Le discordie, i partiti, le turbolenze tennero
dietro ben presto a quel fortunato equilibrio, che era l'essenza del
reggimento popolare. Il comune era fatto un campo: bisognava star con
questo o con quello; quindi contro l'uno o l'altro. — Ad escire da
tante incertezze, la rappresentanza popolare non trovò miglior rimedio,
che conferire il supremo comando ad un solo individuo, imitando ciò che
faceva l'imperatore prima della pace di Costanza. Ed a questa autorità
venendo designati uomini d'altre città italiane, non si volle già
riconoscerne la comunanza di stirpe, il che sarebbe stato un progresso
glorioso; ma si cercò nell'individuo d'altra republica un principio
di autorità straniera, un potere che fosse meno famigliare, e quindi
più riverito. Il primo di tali magistrati che, col nome di podestà,
esercitò sul comune di Milano la dittatura, fu un Oberto Visconti da
Piacenza. Questo fu il primo e decisivo passo del nostro popolo verso
il governo monarchico.
In questo mezzo l'eresia, altra cagione di discordia, fermentava
nel nostro paese, alimentata per una parte da uno spirito d'indagine
affatto nuovo, per l'altra nutrita dalla stessa intoleranza del clero
che credeva spegnerla coi roghi e nel sangue. Al principio del secolo
XIII si enumeravano in Milano quindici professioni eretiche. Il podestà
Oldrado da Tresseno arse a centinaia i novatori (1233) e si rese caro
alla curia romana.[20] Intanto il popolo non infrequentemente si faceva
giustizia da sè, rompendo il filo degli atroci processi collo spegnere
la vita degli inquisitori. Fra Pietro da Verona e fra Pagano da Lecco
furono di questo numero; e, in premio del martirio sofferto e pel
merito di averlo fatto subire a tanti traviati, ottennero dopo morte
l'incenso e le preci dei beati. La profetessa Mainfreda era gettata
alle fiamme; il prete Andrea, che divideva con essa le offerte dei
devoti di Chiaravalle, la seguì sul rogo; e le ceneri della taumaturga
Guglielmina, poco prima venerate come una reliquia, furono strappate
dall'avello e disperse al vento. Citiamo questi fatti perchè ritraggono
fedelmente il fanatismo intemperante del secolo; non volendo che ci si
apponga l'accusa d'essere ciechi ammiratori delle artistiche scene del
medio evo.
L'imperatore Federico II ricondusse la guerra in Italia; e colla guerra
si riaccesero in noi le virtù intiepidite. A Cortenova i milanesi
furono battuti dagli imperiali; ma la sconfitta non fu ingloriosa.
I più preferirono morire sul campo anzichè arrendersi; i pochi
superstiti, raggruppati intorno al Carroccio, seppero condursi in
salvo, e serbare incontaminato il vessillo della libertà, attraversando
terre infestate da nemici, o da amici sleali. Fu Pagano della Torre
signor di Valsassina che guidò l'impresa; e fu quest'impresa che
preparò a lui ed a' suoi figli un mezzo secolo di gloria e di potenza
(1237).
Della rotta di Cortenova ebbero i milanesi larga rivincita in tre
memorabili giornate. Duplice fu la vittoria di Camporgnano, poichè in
essa furono battuti gli imperiali e gli alleati Saraceni. A Casorate
l'esercito dell'imperatore, tratto in inganno da una finta ritirata,
credette per un momento d'essere padrone del campo, che poscia coperse
de' suoi cadaveri, ed abbandonò. — Presso Gorgonzola, in un terzo
scontro, cadde in potere dei milanesi Enzo figlio dell'imperatore.
Fu questa l'ultima e la più segnalata vittoria nostra; doppiamente
gloriosa giacchè, mercè sua, si fiaccò per sempre la baldanza di
Federico; e più ancora perchè i vincitori resero, senz'altro patto
che una promessa di neutralità, il reale ostaggio a colui, che non
risparmiò la vita ad uno solo dei prigionieri italiani. — Ed anche
in questa occasione i nostri maggiori, combattendo per la loro
indipendenza, davano prova di una moderazione, che è assai più bella
della stessa vittoria. La santità della causa consigliò sempre, anche
nell'ardore delle battaglie, l'uso saggio dei mezzi atti a difenderla.
Si diede la vita e la libertà al figlio del nostro mortale nemico con
una generosità degna di miglior secolo, mentre e prima e poi, nelle
piccole e vulgari lotte municipali, i vincitori solevano oltraggiare
i vinti fratelli con un carico d'ingiurie, che potrebbero essere
chiamate villanie puerili se non fossero figlie di un livore empio e
fratricida.[21]
Il servigio reso da Pagano della Torre diede origine ad una carica
tribunizia conosciuta sotto il nome di anziano della _credenza_
(1240). Ne fu insignito lo stesso Pagano e, morto lui, Martino suo
nipote. Egli doveva difendere la plebe dalle prepotenze dei nobili e
sorvegliare l'amministrazione delle entrate. Durante la guerra contro
Federico, per strettezze di finanza si era posto in giro il credito
dei notabili rappresentato da un obligo scritto.[22] Era, nè più nè
meno, la carta moneta dei nostri giorni; e, come ai dì nostri, un tal
valsente non gradiva ai cittadini sospettosi sempre dei soprusi di
chi li regge. L'anziano diede opera all'estinzione di questo debito,
dividendolo in otto rate annuali, e suddividendolo fra proprietarii
in quote proporzionate, colla scorta dell'_inventario_ o catastro del
censo (1248). Da ciò nacque l'imposta sulla proprietà fondiaria, detta
_fodro_, che è la prima e più netta idea del carico prediale.