Cinque anni dopo, i milanesi toccavano di nuovo il suolo patrio; e,
coll'animo rinvigorito dal patto di ventitrè città giurato a Pontida,
si affrettavano a riedificare Milano. La novella città surse come per
incanto; anzitutto fu cinta di validi terrapieni, muniti di torri.
Poscia, con più vasto intendimento, a difesa di tutta quanta la pianura
bagnata dal Po, la lega edificò Alessandria, che fu ed è la più salda
trincea dell'insubre indipendenza.
Qui delle due cose l'una. Se la condotta dei milanesi verso le città di
Lodi e di Como fu solo un atto severo di sdegno diretto a reprimere le
improvide alleanze e la servile obedienza, noi dovremo scriverla fra
quegli slanci di selvaggio patriotismo, che trovano una scusa nella
barbarie dei tempi, perchè rivelano un culto ardente alla libertà.
Ma se, com'è assai più verisimile, fu abuso di forza e concussione
dispotica, dovremo altamente commendare la magnanimità delle città
oppresse, che, scordato l'oltraggio fraterno, accorsero prontamente in
ajuto della compagna pericolante. In questo dilemma sta indubiamente il
fatto vero; e l'una e l'altra ipotesi spettano alla storia nostra; nè
ci ha il tornaconto per noi a voler nascondere la colpa di una città,
quando a riscontro di essa sta l'eroismo di molte.
L'imperatore Federico non rivolse le sue armi soltanto contro le
città dell'Italia settentrionale. L'anno istesso, in cui queste si
stringevano in lega, egli scese ad Ancona per punirla dell'alleanza
contratta coll'imperatore d'Oriente Manuello Comneno. — Federico,
colle sue rapide mosse, prevenne gli effetti di questa lega, ed
accerchiò Ancona, non d'altro forte che del valore de' suoi figli.
La resistenza di quella nobile città costituisce un altro fasto della
storia italiana. L'imperatore fu costretto a levare le tende da quei
campi e, rôso nell'anima dalla vergogna dell'impresa fallita, piombò su
Roma, ed ebbe l'indegna gloria di devastarla. Ma non gli fu concesso
di godere a lungo le dolcezze de' suoi trionfi: perocchè nell'estate
il veleno dell'aria decimò il suo esercito, e spense oltre a due mila
gentiluomini e baroni; per la qual cosa, ritornò sbaldanzito alla sua
reggia.
La potenza della nuova lega, l'insubordinazione impunita d'Ancona, gli
antichi diritti del serto imperiale obliati o manomessi, risvegliarono
gli ardori guerrieri di Federico, che nell'anno 1174 scese pel Cenisio
in Italia e, dopo aver incendiata Susa e taglieggiata Asti, mosse
contro Alessandria, dov'era raccolta una parte delle forze alleate.
Le recenti mura della fortezza sostennero l'urto delle armi nemiche
per ben quattro mesi; scorsi i quali, le milizie della lega pigliarono
l'offensiva e, rotto il blocco, costrinsero il nemico a raccogliere
le proprie forze in lontana pianura, per ivi tentare una battaglia
affrontata. — Il campo di essa fu la terra di Legnano; l'epoca, il 29
maggio 1176. In quel dì, l'esercito della lega annientò le schiere
imperiali; 900 giovani milanesi, che costituivano la legione della
morte, operarono prodigi di valore, e, fatto salvo il carroccio,
rassicurarono la vittoria degli italiani. In quella pugna lo stesso
imperatore sarebbe caduto in potere dei vincitori, se, visto il
rovescio, non si fosse celato in un mucchio di cadaveri. I suoi soldati
lo credettero morto; ed è fama che l'imperatrice avesse già indossato
il lutto della vedovanza.
La vittoria di Legnano è il più glorioso avvenimento del medio evo
italico; questo gran fatto non fu opera di un esercito, ma dell'intera
nazione; e perciò dall'intera nazione furono usufruttati i vasti
suoi risultamenti. — Per essa l'imperatore Federico dovette scendere
a patti coi vincitori; e, soscritte le condizioni della pace nella
dieta di Costanza, le registrò nel corpo delle leggi come base al
diritto publico del popolo italiano (25 giugno 1183). In forza di quel
patto, la feudalità venne bandita dalle terre di Lombardia, ogni città
della lega riacquistò il pieno diritto di reggersi da sè, di erigere
fortificazioni, d'assoldare armate proprie, di far pace, guerre ed
alleanze, di godere di tutte le regalíe, e di dare forza di legge alle
proprie consuetudini. — L'imperatore conservò il diritto eminente di
accordare le investiture ai consoli delle republiche, di riscuotere
un decennale giuramento, e di definire in ultima istanza le querele
insurte fra i cittadini o fra le città della lega, qualora la parte
soccumbente lo richiedesse. Quest'ultimo atto di sudditanza però,
poteva dalla lega istessa venir commutato nell'annuo tributo di due
mila marche d'argento.
Federico Barbarossa, che dagli storici alemanni è proclamato un eroe,
ed è per noi il più esecrabile fra i nostri nemici, non fu nè l'uno, nè
l'altro. — Non fu grande guerriero, perchè spesso e troppo facilmente
battuto da forze minori; nè insigne politico, perchè non tenne conto
della indomabile potenza di un principio, quand'esso surge a dominare
ogni materiale interesse di un popolo. — Ma non deve essere nemmanco
il bersaglio d'ogni nostra invettiva; perocchè, mentr'egli non era per
nulla più barbaro del secolo in cui visse, giovò più ch'altro, colle
armi sue infelicemente adoperate, a rassodare l'indipendenza di quel
paese, contro cui egli le aveva rivolte.
I tiranni (ce lo dice la storia, e ce lo confermano i fatti di cui noi
stessi siamo oggidì testimonii) sono alcuna volta la providenza dei
popoli. Non è sempre vero che gli oppressi sieno facili a sollevarsi
contro chi li regge. Spesso anzi s'addormentano negli ozii inverecondi
e nei servili ossequii, se la tirannia è blanda, o pel solo fatto che
essa è d'antica data. Allora si esita a far getto delle abitudini,
benchè indecorose; allora o non si riconosce il bene di una più libera
condizione, o se ne discutono le probabilità; e per questo misero
conteggio è impossibile giungere alla gloria delle imprese difficili.
Ma se le catene diventano insopportabili, se lo strazio è indefinito,
e la morte certa, rivivono gli istinti, ed ammaestrano l'oppresso a
raccogliere le forze per lottare e vender cara la vita. I migliori
amici dei popoli, che hanno perduta la loro libertà, furono dunque
e sono sempre quelli, che l'hanno calpestata più crudelmente. Se la
lotta, dice un moderno publicista, è la condizione necessaria della
vittoria, il nemico diviene il nostro migliore alleato[19].