Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono
esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni.
La prima delle due città venne smantellata; all'altra si recò grave
oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. — Durissime leggi
pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire
dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni
compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei
consoli milanesi[16]. Le pene ai contravventori erano, come le leggi,
fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono
nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere
invocarono la protezione dell'imperatore Federico. — Non ci è lecito
determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce
pietosa dei supplicanti. Certo è, che l'imperatore nel vendicare
l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi.
— Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo
del popolo italiano. — Le violenze dei milanesi fornivano il migliore
pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa spedì
a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva
ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.
Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso
coloro che gemevano in schiavitù, lo attesta la mala fortuna dei due
intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanzò tanto senno
da farli accorti, che la tutela altrui era ben più triste ventura,
che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse
s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in
premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.
Peggior sorte toccò poi al legato imperiale. Non appena si mostrò
ai consoli di Milano, ed esibì loro il diploma cesareo, l'ira dei
rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di
inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale
fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento
salva la vita[17].
Da ciò nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la
susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo
di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta
potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare
la libertà e repristinare l'antico ordine di cose.
La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa
d'assedio e distrutta. — Era spettacolo straziante il vedere quei
cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal
più terribile degli strazii, la sete. — Ma a riscontro di tante scene
desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della
loro patria, trovarono la più cortese ospitalità in Milano, e come più
tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro
patria e la riedificarono più forte, se non più bella, di prima.
Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano
sacrificata l'esistenza della loro città nativa al bene della patria
comune. Di tali esempi non è ricca la storia. Ciò prova, che le ire
di Milano non nascevano da vanità d'impero, ma da più nobile origine.
Cadevano Lodi e Como perchè troppo docili vassalle dell'imperatore: si
rialzava Tortona perchè sua dichiarata nemica.
Una più fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria
fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra
città. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile
ingrossato dalle stesse armi italiane che, più o meno di buon grado,
s'erano collegate alle sue. — Nella prima si venne a patti per la
troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei
milanesi. — Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale,
Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte
dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il più importante
risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in
poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica città.
Nella seconda calata, l'imperatore congregò di nuovo la dieta in
Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano.
— Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente
capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto
quando richiamò a se il diritto d'eleggere i Podestà e di sostituirvi
un ministro imperiale. — Se i cittadini avessero piegato il capo a
questo comando, la libertà loro poteva dirsi irreparabilmente perduta.
Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di
provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando;
le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate
alla schiavitù.
Ma i cittadini milanesi non deposero per ciò le armi. — Gli imperiali
avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo
difeso dagli imperiali. Vi furono atrocità inaudite nell'uno e
nell'altro campo. A nostro conforto però, possiam rilevare dagli
stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la
superiorità della ferocia non fu mai vanto degli italiani.
Tre anni duravano le ostilità tra l'imperatore e le terre amiche dei
milanesi. Un orribile incendio devastò la stessa nostra città, e ne
consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche
desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese
provava l'estremità della fame e della miseria; soffriva mille torture,
mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura
e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di
essi si lasciò in dono un occhio, onde guidasse i compagni in città,
e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico. — Resistette il
popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto,
nè mai uscì dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la
morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette
arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case
loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii
(marzo 1162). La tradizione ci tramandò questo fatto in un'appropriata
iperbole, dicendo che sulla ruinata città fu sparso il sale, e percorse
l'aratro.[18]