LXXXVIII.

Gli sdegni dei milanesi contro Lodi e Como, fide all'impero, furono

esorbitanti: la discordia fu crudelmente protratta oltre 40 anni.

La prima delle due città venne smantellata; all'altra si recò grave

oltraggio, atterrandone le bastite e le torri. — Durissime leggi

pesavano sui vinti; era prescritto, che nessun lodigiano potesse escire

dalla propria capanna, dopo il tramonto del sole; ogni vendita, ogni

compera, e perfino ogni matrimonio doveva sottoporsi al placito dei

consoli milanesi[16]. Le pene ai contravventori erano, come le leggi,

fuor misura feroci. Per la qual cosa, due esuli lodigiani si recarono

nascostamente alla dieta di Costanza (1153) e prostesi nella polvere

invocarono la protezione dell'imperatore Federico. — Non ci è lecito

determinare fino a qual punto operasse sull'animo di costui la voce

pietosa dei supplicanti. Certo è, che l'imperatore nel vendicare

l'offesa fatta ai lodigiani, assecondava i suoi proprii interessi.

— Lo scettro imperiale era, per antiche ragioni di guerra, il giogo

del popolo italiano. — Le violenze dei milanesi fornivano il migliore

pretesto a richiamarli alla dimenticata soggezione. Il Barbarossa spedì

a Milano un suo ministro, latore di un decreto sovrano, che ingiungeva

ai milanesi di desistere da ogni prepotenza in danno dei lodigiani.

Ma in qual conto fosse tenuta la protezione straniera anche presso

coloro che gemevano in schiavitù, lo attesta la mala fortuna dei due

intercessori, che l'avevano invocata. Agli oppressi avanzò tanto senno

da farli accorti, che la tutela altrui era ben più triste ventura,

che la fraterna discordia. Laonde i reduci da Costanza, che forse

s'aspettavano dai proprii concittadini gratitudine e onore, s'ebbero in

premio dell'inconsulte pratiche un carico di villanie e il bando.

Peggior sorte toccò poi al legato imperiale. Non appena si mostrò

ai consoli di Milano, ed esibì loro il diploma cesareo, l'ira dei

rappresentanti ruppe in parole amare ed in espressa dichiarazione di

inobedienza. Gli ordini sovrani furono respinti, il rescritto imperiale

fu lacerato e messo sotto i piedi; e l'ambasciatore ebbe a grave stento

salva la vita[17].

Da ciò nacquero le due calate del Barbarossa in Italia, e la

susseguente dieta di Roncaglia (1154); nella quale un numeroso stuolo

di feudatarj e di vescovi oltraggiati ed impoveriti dalla cresciuta

potenza popolare, indussero l'imperatore a pigliar l'armi per soffocare

la libertà e repristinare l'antico ordine di cose.

La prima a sentire gli effetti di questa alleanza fu Tortona, presa

d'assedio e distrutta. — Era spettacolo straziante il vedere quei

cittadini lottar dalle mura contro le armi nemiche, esinaniti dal

più terribile degli strazii, la sete. — Ma a riscontro di tante scene

desolanti, la storia ci narra come i tortonesi, dopo l'eccidio della

loro patria, trovarono la più cortese ospitalità in Milano, e come più

tardi, ajutati dal braccio e dal denaro milanese, ritornarono alla loro

patria e la riedificarono più forte, se non più bella, di prima.

Era debito dei milanesi il soccorrere ai fratelli, che avevano

sacrificata l'esistenza della loro città nativa al bene della patria

comune. Di tali esempi non è ricca la storia. Ciò prova, che le ire

di Milano non nascevano da vanità d'impero, ma da più nobile origine.

Cadevano Lodi e Como perchè troppo docili vassalle dell'imperatore: si

rialzava Tortona perchè sua dichiarata nemica.

Una più fiera tempesta s'addensava intanto sopra Milano: l'ingiuria

fatta al ministro imperiale doveva essere espiata dalla nostra

città. Due volte Federico volse contro Milano un esercito formidabile

ingrossato dalle stesse armi italiane che, più o meno di buon grado,

s'erano collegate alle sue. — Nella prima si venne a patti per la

troppo facile mediazione del conte Guido di Biandrate, capitano dei

milanesi. — Ma questa non fu pace, fu tregua; durante la quale,

Milano dovette suo malgrado rassegnarsi alle condizioni imposte

dall'imperatore e ratificate dall'infido conte. Il più importante

risultamento di tale accordo fu la riedificazione di Lodi, che surse in

poco tempo a quattro miglia dalle ruine dell'antica città.

Nella seconda calata, l'imperatore congregò di nuovo la dieta in

Roncaglia, e raccolse altri titoli di malcontento contro Milano.

— Pentito forse d'essere stato troppo generoso nella precedente

capitolazione, cercava pretesti ad infrangerla. E la infranse di fatto

quando richiamò a se il diritto d'eleggere i Podestà e di sostituirvi

un ministro imperiale. — Se i cittadini avessero piegato il capo a

questo comando, la libertà loro poteva dirsi irreparabilmente perduta.

Non v'assentirono; prescelsero di essere dichiarati ribelli, e di

provarne le terribili conseguenze. Milano fu quindi posta al bando;

le robe dei cittadini abbandonate al saccheggio; le persone condannate

alla schiavitù.

Ma i cittadini milanesi non deposero per ciò le armi. — Gli imperiali

avevano distrutto Crema alleata coi ribelli; questi ripresero Trezzo

difeso dagli imperiali. Vi furono atrocità inaudite nell'uno e

nell'altro campo. A nostro conforto però, possiam rilevare dagli

stessi cronisti alemanni che, in questa e in altre simili vicende, la

superiorità della ferocia non fu mai vanto degli italiani.

Tre anni duravano le ostilità tra l'imperatore e le terre amiche dei

milanesi. Un orribile incendio devastò la stessa nostra città, e ne

consunse una terza parte; intanto che le continue scorrerie nemiche

desolavano la campagna, mietendo le biade immature. Il popolo milanese

provava l'estremità della fame e della miseria; soffriva mille torture,

mille oltraggi. Una volta, alcuni cittadini esciti a caso dalle mura

e caduti in potere degli imperiali, venivano accecati; solo ad un di

essi si lasciò in dono un occhio, onde guidasse i compagni in città,

e mostrasse a' suoi gli effetti dello sdegno nemico. — Resistette il

popolo fino all'estremo; i consoli esaurirono ogni parola di conforto,

nè mai uscì dalla loro bocca una proposta codarda. Ma prima che la

morte di tutti rassicurasse il trionfo dell'inimico, il popolo dovette

arrendersi. Per editto imperiale i cittadini abbandonarono le case

loro, che furono rase al suolo in un colle mura e coi publici edificii

(marzo 1162). La tradizione ci tramandò questo fatto in un'appropriata

iperbole, dicendo che sulla ruinata città fu sparso il sale, e percorse

l'aratro.[18]

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 16 / 103 题