LXXXVII.

Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il

sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire

quest'esame; almeno per ciò che riguarda la storia milanese; fino

all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo

svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni

aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a

quest'epoca storica.

Chi è giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei

crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma

chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche

pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol

dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto

ch'ei rischia di perdere. Così un popolo. Ne' suoi primi anni ama la

libertà più assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla

vita ed alla libertà; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto,

quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio

civile. — Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci

inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione,

da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.

La republica milanese nel secolo XII godeva entro angusti confini

tutta la vigoria della sua gioventù, la massima libertà civile e

politica.[10] Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva

le leggi. — Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino

dal secolo X avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse

classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando

il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la

sovranità popolare.[11] Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni

erano rappresentati dai capitani; la minore nobiltà dai valvassori;

la plebe trafficante ed industriale dalle _credenze_. I consigli

consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano

il governo della republica. Ma come l'aumentarne il numero non bastò

sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i

patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un

Podestà, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale.

Allora la plebe, dal canto suo divenuta più gelosa dei proprii diritti,

vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. — I podestà

erano sempre chiamati da qualche republica amica; in più d'un caso si

elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.

Benchè tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che

fratellevole, pure in realtà essi giovarono per qualche tempo ad

equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo

scopo. — Già la republica, in via di fatto, esercitava i diritti

sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace.

All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere

una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, già

fregiate della croce milanese.

Ma il palladio della libertà era il popolo armato. Ogni comune aveva

a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei

momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera

del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo

e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi

_quartiere_) andava al campo.

In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al

popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani

che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorità vescovile

discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in più d'un casa

implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai

sinodi. E ciò ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la

riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal

fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo

dimandò, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua

spirituale autorità.

Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel

mezzo di Roma, levò la voce contro l'avidità del clero; e suggellò

la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente,

un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione

dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a

provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, escì illeso dal

rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio

di Dio.[12]

Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma

libertà. Sotto l'impero di Enrico III e di Corrado suo figlio, amendue

occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata

e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado,

senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di

rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le città

italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servitù.

L'imperatore dichiarò ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso

il giogo straniero; e come tale castigò Novara, mettendola a sacco e

distruggendola col fuoco.

Sgomentite le città sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i

loro rappresentanti, affinchè colle preghiere, colle promesse e coi

donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: — _Nobilis urbs

sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum_, scrive Frate Donizone

nella sua cronaca[13]; anzi, trattò il superbo principe come fosse

nemico, e peggio; perocchè ad un potente riesce assai più oltraggiosa

la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ciò fosse

ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il

Comune di Milano punì colle armi la più fedele delle città imperiali,

provocando Lodi ad una guerra, che finì colla totale sua distruzione.

Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e

nemmanco la natura dei fatti che la provocarono[14]. In tanto vuoto di

congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in

ciò altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il più

efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio

fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una città, che si era troppo

facilmente rassegnata alla tutela straniera.

Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria

della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e

di Pavia. La nostra città imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera

delle armi guidate da una virtù selvaggia, che nelle intemperanti

aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e

d'interessi all'infuori delle proprie mura.

Ma ciò che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu

chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di città contro

città erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che

dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo

di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col

nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.[15]

Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi

nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libertà, sentivano

esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi

avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto

di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse

l'integrità dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle

entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano.

— Gli sdegni che fervevano tra città e città rassodavano intanto

la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo

comune.

S'accordano i popoli, come gli individui, in ciò che tutti vogliono

o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non

già nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi più

acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei

nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ciò che adesso esala in un

rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 15 / 103 题