Abbiamo aperto e consultato un volume di storia, scorrendone il
sommario rapidissimamente. Ora ne torna acconcio il proseguire
quest'esame; almeno per ciò che riguarda la storia milanese; fino
all'epoca cui mettono capo le prime fila del racconto; che andiamo
svolgendo. L'arrestarci potrebbe indurre taluno a credere che ogni
aspirazione ed ogni gloria nostra siano esclusivamente legate a
quest'epoca storica.
Chi è giovane e vigoroso non cura gran fatto i proprj giorni; ei
crede che la vita abbia il suo interesse a stringersi con lui. Ma
chi discende il declivio degli anni, se trovasi sospinto in qualche
pericolo, consulta, non senza angoscia, le proprie forze; il che vuol
dire che non ha piena fiducia in esse, e che troppo stima l'oggetto
ch'ei rischia di perdere. Così un popolo. Ne' suoi primi anni ama la
libertà più assai che la vita; fatto maturo, preferisce la gloria alla
vita ed alla libertà; volto a vecchiezza, vuol vivere ad ogni patto,
quasi gli bastasse di conservare le forme esterne del suo edificio
civile. — Spettano ai popoli nati o risurti di fresco quegli slanci
inconsulti, che suscitano od affrettano le grandi imprese. Una nazione,
da lunga mano civile, riordina, di rado edifica.
La republica milanese nel secolo XII godeva entro angusti confini
tutta la vigoria della sua gioventù, la massima libertà civile e
politica.[10] Il popolo, per mezzo di una numerosa assemblea, faceva
le leggi. — Sull'esempio di Roma, di Ravenna e di Ferrara, che fino
dal secolo X avevano eletti dei consoli, tolse anch'essa dalle diverse
classi dei cittadini un vario numero di magistrati, che, esercitando
il potere esecutivo in luogo degli officiali regii, completarono la
sovranità popolare.[11] Nel consesso legislativo, i conti ed i baroni
erano rappresentati dai capitani; la minore nobiltà dai valvassori;
la plebe trafficante ed industriale dalle _credenze_. I consigli
consolari, composti talvolta perfino di 18 o 20 individui, costituivano
il governo della republica. Ma come l'aumentarne il numero non bastò
sempre a mantenere l'equilibrio fra le caste a cui appartenevano, i
patrizii pensarono di crescerne l'importanza preponendo ad essi un
Podestà, che in certe occasioni investivano di un potere dittatoriale.
Allora la plebe, dal canto suo divenuta più gelosa dei proprii diritti,
vi contrapose un tribuno, chiamandolo capitano del popolo. — I podestà
erano sempre chiamati da qualche republica amica; in più d'un caso si
elessero due, tre, e perfino cinque magistrati con questo nome.
Benchè tali fatti accennino una gara penosa e tutt'altro che
fratellevole, pure in realtà essi giovarono per qualche tempo ad
equilibrare le varie forze, facendole concorrere tutte ad un solo
scopo. — Già la republica, in via di fatto, esercitava i diritti
sovrani d'imporre i tributi, di far la guerra e di concludere la pace.
All'imperatore non era riservato che il diritto eminente di riscuotere
una tassa, e di porre il proprio nome sull'esergo delle monete, già
fregiate della croce milanese.
Ma il palladio della libertà era il popolo armato. Ogni comune aveva
a propria difesa quanti cittadini erano atti a reggere un ferro. Nei
momenti di pericolo, tutti gli uomini convenivano sotto la bandiera
del comune; e quando le operazioni militari richiedevano lungo tempo
e lungo lavoro, una parte o l'altra dei cittadini (e questa dicevasi
_quartiere_) andava al campo.
In questo turno, anche i vescovi si videro costretti a rimettere al
popolo, od a' suoi rappresentanti, quella porzione di diritti sovrani
che nel traffico feudale si erano usurpati. Anzi, l'autorità vescovile
discese a tanto che l'arcivescovo di Milano dovette in più d'un casa
implorare dal consiglio consolare la conferma dei decreti emessi dai
sinodi. E ciò ne insegna che, altre volte e in un secolo nel quale la
riverenza alle persone che rappresentavano la chiesa era giovata dal
fanatismo, non s'ebbe scrupolo di invadere, quando la publica salute lo
dimandò, i diritti temporali del clero, casualmente associati alla sua
spirituale autorità.
Fu in ossequio a tale principio, che Arnaldo da Brescia, nel bel
mezzo di Roma, levò la voce contro l'avidità del clero; e suggellò
la coraggiosa asserzione col martirio. Quasi contemporaneamente,
un povero prete milanese, chiamato Liprando, s'oppose all'elezione
dell'arcivescovo Grossolano, chiamandolo simoniaco; ed invitato a
provare la sua asserzione coll'esperimento del fuoco, escì illeso dal
rogo, davanti ad un sinodo convocato a fare testimonianza del giudizio
di Dio.[12]
Ogni successione d'imperatore metteva in pericolo l'ancora malferma
libertà. Sotto l'impero di Enrico III e di Corrado suo figlio, amendue
occupati dalla guerra per le investiture, i milanesi avevano guadagnata
e prosperata la loro indipendenza. Ma Arrigo V, fratello di Corrado,
senza porre tempo di mezzo, scendeva in Italia (1110) col proposito di
rivendicare i diritti della corona imperiale, e di ridurre le città
italiane all'antica obedienza, o per dir meglio all'obliata servitù.
L'imperatore dichiarò ribelli tutte quelle terre, che avevano scosso
il giogo straniero; e come tale castigò Novara, mettendola a sacco e
distruggendola col fuoco.
Sgomentite le città sorelle, spedirono al campo dell'imperatore i
loro rappresentanti, affinchè colle preghiere, colle promesse e coi
donativi, cercassero di rabbonire l'indignato monarca: — _Nobilis urbs
sola Mediolanum populosa non servivit ei nummum_, scrive Frate Donizone
nella sua cronaca[13]; anzi, trattò il superbo principe come fosse
nemico, e peggio; perocchè ad un potente riesce assai più oltraggiosa
la noncuranza, che la stessa ribellione. E come se tutto ciò fosse
ancor poco, sotto gli occhi dello stesso imperatore reduce da Roma, il
Comune di Milano punì colle armi la più fedele delle città imperiali,
provocando Lodi ad una guerra, che finì colla totale sua distruzione.
Gli storici non sanno trovare la ragione di questa discordia, e
nemmanco la natura dei fatti che la provocarono[14]. In tanto vuoto di
congetture, non ci sembra temerario l'asserire che Milano non avesse in
ciò altra mira che quella di esprimere all'imperatore, nel modo il più
efficace, il sentimento della propria indipendenza; e che l'oltraggio
fatto a Lodi fosse il castigo inflitto ad una città, che si era troppo
facilmente rassegnata alla tutela straniera.
Le stesse prepotenze, per una identica ragione, e sempre colla vittoria
della maggiore republica, furono operate a danno di Como, di Cremona e
di Pavia. La nostra città imitava Roma, il cui ingrandimento fu l'opera
delle armi guidate da una virtù selvaggia, che nelle intemperanti
aspirazioni della gloria municipale, non riconosce legame di natura e
d'interessi all'infuori delle proprie mura.
Ma ciò che i cronisti contemporanei non seppero giustificare, fu
chiaramente spiegato dai fatti posteriori. Le violenze di città contro
città erano il sinistro preludio di quelle due leghe formidabili, che
dovevano scuotere l'Italia non solo, ma tutta Europa, e che sul campo
di Winsberg (1140) armarono e posero di fronte i duchi d'Alemagna col
nome di Guelfi, e gli imperiali con quello di Ghibellini.[15]
Questo seme di discordia trovava terreno preparato a' suoi progressi
nelle terre italiane, le quali, nella vacillante libertà, sentivano
esser legge pel debole lo stringersi al forte. Ma i cittadini milanesi
avevano imparato a diffidare tanto della protezione imperiale, quanto
di quella del Papa. Estranei fin qui ad ogni lega, che minacciasse
l'integrità dei loro diritti, afferravano ogni pretesto per combatterle
entrambe nei vicini, che ad esse troppo leggermente s'accostavano.
— Gli sdegni che fervevano tra città e città rassodavano intanto
la concordia fra gli individui, cui mura o fossa legasse in un solo
comune.
S'accordano i popoli, come gli individui, in ciò che tutti vogliono
o credono volere il proprio vantaggio. Si discute e si dissente non
già nel fissare quale sia il meglio, ma nello scegliere i mezzi più
acconci a raggiungerlo. Noi meniamo troppo rumore delle discordie dei
nostri maggiori. Era condizione dei tempi se ciò che adesso esala in un
rabbuffo della penna, allora faceva correre il sangue.