LXXXVI.

Questi pochi fatti risolvono la questione che ci siamo proposta. —

La vita d'un popolo corre la vicenda delle stagioni; può un nembo del

cielo disertare ed isterilire un campo, ma non farà mai retrogradare

i raggi del sole, nè posporrà i fiori alle frutta. Le nazioni hanno

un'epoca in cui gettano il seme, un'altra in cui mietono. Viene anche

per esse il pigro inverno, triste ed infeconda stagione in cui si vive

di ciò che si è raccolto: — Roma attraversò queste vicende: con Numa,

coi due Bruti e con Augusto segnò i confini della sua triplice età. —

Ma Roma era altra cosa che l'Italia. La caduta dell'Impero simigliava

al decesso di un avo glorioso e decrepito, cui tien dietro una turba

di nepoti che ne ereditano le memorie e le sciagure. — Poco fruttarono

ai posteri le prime; nell'ultime, invece, si ritemprarono le languide

virtù, s'accesero i nobili sentimenti, si maturarono le opere generose.

È la più provida delle leggi eterne quella che volge la stessa sventura

a profitto dell'umanità. — Senza Attila non avremmo la potente Venezia;

senza le irruzioni dei Saraceni non sarebbe surta l'invitta republica

di Pisa; e non avremmo la lega lombarda e la vittoria di Legnano se

non avesse esistito il Barbarossa. Fatti cotesti che non vogliono

essere considerati soltanto come rimedii ai mali estremi, nè come

glorie spente, simili a quelle che ingemmano gli annali di Roma. Essi

costituiscono la parte più efficace e più feconda d'ammaestramento

della storia moderna: in essi si fondò la genesi del nuovo diritto, e

si consacrò quell'alto concetto della dignità dei popoli, che per una

lunga strada di secoli e di dolori condusse la patria nostra ad essere

quella che è: una grande nazione.

Dobbiamo dire dunque che nei molti secoli intermedii lo spirito

d'indipendenza non era estinto del tutto, ma che ardeva sotterra

come le faci dei primi cristiani, aspettando il momento di celebrare

i suoi riti alla faccia del sole. Quella meta fu avvicinata, ma non

raggiunta dal governo dei comuni. Ognuno di essi aveva in sè tutti gli

elementi, che ponno rendere completa ed invidiabile la libertà di un

popolo, ma il fascio popolare non era ancora raccolto da quel legame,

che lo rende unico e perciò invitto. — Erano nondimeno più patriotiche

le sommesse aspirazioni di un cittadino di quei giorni, che non le

classiche apologie dei poeti del secolo d'oro. L'ultimo e meno glorioso

municipio italiano era meglio esperto della libertà, che non Roma

quando vantavasi d'essere: _mari oceano, aut amnibus longinquis septum

imperium_.[7]

Nel 1042 un patrizio di Milano uccise un plebeo e si dispose ad

ottenere venia del sangue versato, pagando una misera ammenda, giusta

il prescritto dalle tariffe feudali.[8] La plebe, indignata del fatto e

stanca d'essere merce di sì vil prezzo, si sollevò contro i feudatarii

e, guidata da Lanzone, corse armata ad abbattere i ripari feudali.

Nell'attrito delle armi, il giusto sdegno pur troppo trasmodò in truce

vendetta. I nobili, capitanati dall'arcivescovo Ariberto, resistettero

alla furia popolare; due anni durò la lotta cittadina; ma infine la

libertà ne escì vittoriosa. — I feudatarii ed Ariberto furono espulsi

dalla città; i beneficiati vennero costretti a render conto dei beni

posseduti per simonia, e ad abbandonare le loro donne, considerate

quali concubine. Il fatto di Milano trovò imitatori nelle ville e nelle

città vicine. L'Ildebrando favorì dalla sedia pontificia il movimento

popolare.

Anche la contessa Matilde di stirpe straniera, erede delle immense

ricchezze dei Longobardi in Toscana, osteggiò quanto potè la baldanza

feudale. — Valga questo buon intendimento a scemare la colpa delle sue

improvide larghezze al Vescovo di Roma. — Le terre di colei furono

l'asilo dei vassalli proscritti; i patti che ella dettava potevano

essere accolti da cittadini, e questi, rinvigoriti al travaglio dalla

restaurata dignità, porsero in breve tempo luminosi risultamenti del

lavoro commesso a libere braccia. Per opera loro si diede il crollo al

servaggio feudale: e fu da quel tempo che gli schiavi della gleba si

diffusero sulle terre finitime cambiati in coloni. “La prima onda di

questa corrente si mosse dalla nostra patria poco dopo il mille.„[9]

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 14 / 103 题