LXXXV.

In quest'epoca i popoli d'Europa, scossi da una febre comune, o

istrutti dall'esempio dell'audacia fortunata dei loro dominatori,

traboccarono armati dai proprii confini per cercare fortuna su terra

straniera. L'Italia fu più spesso e più crudelmente desolata da queste

invasioni. Attraversando con rapido esame la storia dei cinque secoli,

che seguirono la caduta dell'impero di Occidente, ci si presenta una

ripetuta sovraposizione di leggi, di esazioni, di violenze comandate

dagli stranieri. Qualche larva di libertà, qualche ricordo dell'antica

grandezza giungiamo a scoprire a quando a quando nell'ingrata

esplorazione di quelle pagine; ma tali avanzi, simili ai fossili di

un terreno perturbato da naturali convulsioni, accennano ad una vita

spenta da secoli, di cui non v'ha, e non vi può esser riscontro nelle

condizioni successive. Dietro tale esame, solo ci è dato di numerare

gli strati di materie distruggitrici che ricopersero il bel paese,

desolarono le sue fertili campagne, uccisero la civiltà dei suoi

abitatori.

In questa universale emigrazione vediamo i Franchi occupare la Gallia,

i Visigoti la Spagna, i Sassoni ed i Normanni l'Inghilterra. Ogni paese

ebbe il suo invasore: l'Italia li provò tutti.

Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive

l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi

arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di

capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle città banchettava e mesceva

nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava

nella legge primitiva, che dà il diritto ad ogni uomo di ritenere

per se ciò che è di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in

una città, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli

averi, le vite dei cittadini. — Ma a favor suo e de' suoi egli intanto

cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere

italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.

All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio

forzato dei vinti generò la codarda rassegnazione; questa, la smarrita

coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno

al 400, qualificò i municipii italici col nome di _cadaveri di città_;

e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo sì numerose prove di

nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile

sintomo di morte.

Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi

e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di

costui, rammollita da una mezza civiltà, contrasse presto l'impotenza

delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e

di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato)

fornì a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed

i mezzi alla rivincita (anno 536).

Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi,

rappresentata da ventun re. Più barbari ma più belligeri dei Goti,

condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli

audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere

il loro impero su tutta Italia, nè conservare a lungo le provincie

soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava

l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel

mezzodì della penisola le città greche si reggevano a popolo.

Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da

Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza

imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un

governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano

a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo

eleggeva, e che riuniva in sè l'autorità di patriarca d'Occidente e di

capo della Chiesa latina. — Allora il pontefice fu veramente il padre

del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire

lo straniero che desolava la nostra patria. — Giunta infatti al trono

di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di

Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento

i sudditi italiani, e restaurò l'antica libertà. La risurta republica,

per lui, salutò di nuovo il suo senato, i suoi consoli.

Se non che, l'autorità tutta morale del pontefice non bastava a far

paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'iniziò

a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni

per lo straniero, che fu la prima e la più esiziale cagione delle

sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi

d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava

i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano III, scrivendo a

Carlo Magno, chiamò _razza perfida e fetentissima_. Carlo Magno sceso

in Italia, sconfitti i Longobardi, ripetè l'oltraggio dei precedenti

invasori; ma meno barbaro di quelli, restaurò a proprio profitto

l'impero, e ricevette da Leone III la corona e il titolo d'Imperatore

d'Occidente.[5](Anno 800)

La dinastia di Carlo Magno regnò meno di un secolo sull'Italia, ed

estinguendosi lasciò la penisola in balía ai due pretendenti, Guido

di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il

pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per

ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente

la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co'

suoi feroci Alemanni battè ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese

disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia

(anno 962).

In questo e nel successivo secolo la sventura nostra toccò

quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento.

Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta

di prìncipi di ignota origine e di troppo nota crudeltà, al rovescio

d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un

armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei

popoli sì pronta e sagace, nei periodi di libertà, a sindacare i fatti

di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servitù personale;

ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era più che una

turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini

che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti

dei campi; perocchè la troppo vantata feracità dei suolo italiano

non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi.

S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri

che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli

dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti.[6] — Tolto ogni

patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar

scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi

servili; poichè il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti.

Nel lungo ordine di anni, che accompagnò questa totale ruina, le città

italiane (e Roma, anzi tutto, già ricca di qualche millione d'abitanti)

s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita;

poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civiltà di dieci

secoli.

Ma coi mali estremi si ridestò negli Italiani l'istintivo amore

alla vita, naturale così nei popoli, come nell'individuo. Il gigante

giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore

s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto

di vitalità che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, sì

caldeggiata dopo il mille, sì validamente protetta dalla costituzione

dei comuni.

Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa

comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni

traccia di libertà sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e

oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua

e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e

sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare

fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del

comando degli uni, e garante della docilità degli altri. Questo

potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si

avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio

di ripartire i balzelli, più tardi vegliò alla tutela personale dei

cittadini, finchè, simulando sollecitudine per gli interessi dei

dominatori, potè favorire i proprj.

In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti

nemiche. — Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia

vicenda, furibondi per fame o per avidità di sangue, si spingevano,

s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. — V'erano

oltracciò delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o

spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre

e le città, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco.

— La Venezia era stata più volte desolata dagli Ungari; le coste

d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo,

sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad

implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani

stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal

modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori,

si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle città, abbattute

nelle precedenti invasioni.

Fu allora che ogni città, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo,

pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e

di castella. — Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste

e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e

colla speranza s'avviò in essi il primo battito di amor patrio. —

Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi

nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le città

possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro,

i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le città e vi

esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe

armata, che sottovoce balbettava parole di libertà, volontariamente si

condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono

a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza

di conservarne integra l'essenza. — Però, siccome il moltiplicarsi

delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso

il satellizio che li circondava, così si videro costretti ad armare

gli agricultori già servi della gleba. — Doppio fu il vantaggio di

ciò: dall'un canto nelle città, tolta l'oppressione dei nobili,

si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro

la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilevò anch'essa

dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore,

apprese a difendere sè stessa, il suo focolare, i suoi diritti.

— Tanto è ciò vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti

prosperò l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere

d'industria.

Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga

querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che

costò all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostrò quanto

già fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocchè delle

due parti una pugnava per la libertà; l'altra, fosse poi legata al

papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la

causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.

Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il _carroccio_,

su cui accoppiò il vessillo della redenzione e la bandiera del comune,

affinchè le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libertà

e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola

religione, operassero prodigi di valore. — Allora l'arte della guerra

non fu più professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi

un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano

inconsulte: le _credenze_ e i seniori, radunati dai consoli a suon di

campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 13 / 103 题