In quest'epoca i popoli d'Europa, scossi da una febre comune, o
istrutti dall'esempio dell'audacia fortunata dei loro dominatori,
traboccarono armati dai proprii confini per cercare fortuna su terra
straniera. L'Italia fu più spesso e più crudelmente desolata da queste
invasioni. Attraversando con rapido esame la storia dei cinque secoli,
che seguirono la caduta dell'impero di Occidente, ci si presenta una
ripetuta sovraposizione di leggi, di esazioni, di violenze comandate
dagli stranieri. Qualche larva di libertà, qualche ricordo dell'antica
grandezza giungiamo a scoprire a quando a quando nell'ingrata
esplorazione di quelle pagine; ma tali avanzi, simili ai fossili di
un terreno perturbato da naturali convulsioni, accennano ad una vita
spenta da secoli, di cui non v'ha, e non vi può esser riscontro nelle
condizioni successive. Dietro tale esame, solo ci è dato di numerare
gli strati di materie distruggitrici che ricopersero il bel paese,
desolarono le sue fertili campagne, uccisero la civiltà dei suoi
abitatori.
In questa universale emigrazione vediamo i Franchi occupare la Gallia,
i Visigoti la Spagna, i Sassoni ed i Normanni l'Inghilterra. Ogni paese
ebbe il suo invasore: l'Italia li provò tutti.
Rovesciato l'argine dalla prima onda, era facile alle successive
l'irrumpere nell'indifeso piano, occuparlo, e scacciarne i primi
arrivati. Il condottiero delle orde incomposte quivi pigliava nome di
capitano o di re. Sulle fumanti ruine delle città banchettava e mesceva
nei cranii dei vinti. Quanto apparteneva al popolo soggiogato tornava
nella legge primitiva, che dà il diritto ad ogni uomo di ritenere
per se ciò che è di nessuno. L'avventuriero che forzava l'ingresso in
una città, la faceva cosa propria: suoi erano quindi i diritti, gli
averi, le vite dei cittadini. — Ma a favor suo e de' suoi egli intanto
cangiava la preda di guerra in diritto patrimoniale, e voleva essere
italiano pel fatto d'aver contribuito a disfare l'Italia.
All'imperversare di tanto flagello, la nazione scomparve. Il silenzio
forzato dei vinti generò la codarda rassegnazione; questa, la smarrita
coscienza de' proprj diritti. Assai bene s. Ambrogio, scrivendo intorno
al 400, qualificò i municipii italici col nome di _cadaveri di città_;
e invero, dopo tanti secoli di glorie, dopo sì numerose prove di
nazionale orgoglio, una toleranza sempre rassegnata era infallibile
sintomo di morte.
Il trono d'Odoacre, puntellato da milizie miste d'Eruli, di Turcilingi
e di Rugi, fu presto travolto dall'ostrogoto Teodorico. Ma la gente di
costui, rammollita da una mezza civiltà, contrasse presto l'impotenza
delle orde fortunate. Addormentatasi nelle delizie di un clima dolce e
di un'agiatezza non mai provata, (sotto il regno del pessimo Teodato)
fornì a Belisario, generale degli imperatori d'Oriente, l'occasione ed
i mezzi alla rivincita (anno 536).
Agli otto monarchi goti successe la dominazione dei Longobardi,
rappresentata da ventun re. Più barbari ma più belligeri dei Goti,
condussero le loro armi colla fortuna, che facilmente sorride agli
audaci. Solo, per mancanza di istituzioni civili, non seppero estendere
il loro impero su tutta Italia, nè conservare a lungo le provincie
soggiogate. Infatti, un ministro dell'imperatore d'Oriente governava
l'esarcato di Ravenna; il patriarca d'Occidente teneva Roma, e nel
mezzodì della penisola le città greche si reggevano a popolo.
Al governo civile di Roma presiedeva un magistrato spedito da
Costantinopoli, ove s'erano rifugiati gli avanzi della grandezza
imperiale. Ma il maltalento di quei proconsoli e l'impotenza di un
governo staccato dal suo centro d'azione, impegnavano il popolo romano
a rivolgere gli sguardi e le speranze al vescovo che ei medesimo
eleggeva, e che riuniva in sè l'autorità di patriarca d'Occidente e di
capo della Chiesa latina. — Allora il pontefice fu veramente il padre
del suo popolo: allora si brandirono le armi spirituali per maledire
lo straniero che desolava la nostra patria. — Giunta infatti al trono
di Costantinopoli una famiglia d'eretici iconoclasti, il vescovo di
Roma, che allora assunse il titolo di papa, prosciolse dal giuramento
i sudditi italiani, e restaurò l'antica libertà. La risurta republica,
per lui, salutò di nuovo il suo senato, i suoi consoli.
Se non che, l'autorità tutta morale del pontefice non bastava a far
paga l'ambizione dei successori. Fu per opera di costoro, che s'iniziò
a danno d'Italia quella fatale politica delle avvicendate predilezioni
per lo straniero, che fu la prima e la più esiziale cagione delle
sventure nostre dal medio evo in poi. Tentavano i Longobardi
d'impossessarsi dell'Esarcato di Ravenna, e il vescovo di Roma chiamava
i Franchi a combattere quegli invasori, che Stefano III, scrivendo a
Carlo Magno, chiamò _razza perfida e fetentissima_. Carlo Magno sceso
in Italia, sconfitti i Longobardi, ripetè l'oltraggio dei precedenti
invasori; ma meno barbaro di quelli, restaurò a proprio profitto
l'impero, e ricevette da Leone III la corona e il titolo d'Imperatore
d'Occidente.[5](Anno 800)
La dinastia di Carlo Magno regnò meno di un secolo sull'Italia, ed
estinguendosi lasciò la penisola in balía ai due pretendenti, Guido
di Spoleti e Berengario, nepoti agli imperanti Pipino e Lodovico il
pio (888); i quali si contesero lo scettro italico, e finirono per
ispezzarlo, tenendone ciascuno un troncone. A comporre definitivamente
la contesa dei due emuli, scese in Italia Ottone I. di Sassonia, e co'
suoi feroci Alemanni battè ad uno ad uno i rivali, e ridusse il paese
disputato sotto il suo scettro, pigliando la corona dei re d'Italia
(anno 962).
In questo e nel successivo secolo la sventura nostra toccò
quell'estremo, davanti al quale diventa impossibile un peggioramento.
Alla mancanza di un governo stabile, alla successione rapida e violenta
di prìncipi di ignota origine e di troppo nota crudeltà, al rovescio
d'ogni legge patria, alle continue scene di sangue provocate da un
armeggiare senza tregua, rimaneva muta, o sembrava esserla, la voce dei
popoli sì pronta e sagace, nei periodi di libertà, a sindacare i fatti
di chi li governa. Il Cristianesimo aveva abolito la servitù personale;
ma l'intera nazione, esautorata de' suoi diritti, non era più che una
turba d'iloti. Coi terreni erano divenuti roba di rubello gli uomini
che li coltivavano; quindi scarsi, e a poco a poco nulli i frutti
dei campi; perocchè la troppo vantata feracità dei suolo italiano
non risponde a braccia neghittose per fame o indolentite dai ceppi.
S'arroge, che i vincitori, per sdebitarsi verso i fidi condottieri
che avevano guidato a buon esito le imprese, solevano premiarli
dividendo fra loro le terre e le persone dei vinti.[6] — Tolto ogni
patrocinio della legge pel popolo debellato, questo non poteva trovar
scampo nemmeno fra le intime e definite angustie de' suoi oblighi
servili; poichè il vincitore non riconosceva limite a' suoi diritti.
Nel lungo ordine di anni, che accompagnò questa totale ruina, le città
italiane (e Roma, anzi tutto, già ricca di qualche millione d'abitanti)
s'andavano spopolando. Ogni commercio era morto; ogni cultura sbandita;
poche e disconosciute le reliquie di una gloriosa civiltà di dieci
secoli.
Ma coi mali estremi si ridestò negli Italiani l'istintivo amore
alla vita, naturale così nei popoli, come nell'individuo. Il gigante
giaceva a terra sanguinoso, stremo di forze, immobile; ma il suo cuore
s'allargava ancora a qualche battito intermittente. Fu da quel resto
di vitalità che si accese la favilla dell'amore d'indipendenza, sì
caldeggiata dopo il mille, sì validamente protetta dalla costituzione
dei comuni.
Per quanto i conquistatori, e gli avventurieri che facevano causa
comune con essi, operassero a tutto potere, onde cancellare ogni
traccia di libertà sulla terra dei vinti, spegnendo le istituzioni e
oltraggiando i monumenti, pure, per la completa ignoranza della lingua
e dei costumi italiani, non giungevano essi a rendersi in tutto e
sempre e prontamente intesi. Per la qual cosa, si dovette conservare
fra padroni e servi una magistratura che si facesse interprete del
comando degli uni, e garante della docilità degli altri. Questo
potere intermedio, strana saldatura di due sostanze eterogenee che si
avvicinarono senza confondersi mai, ebbe da principio il solo officio
di ripartire i balzelli, più tardi vegliò alla tutela personale dei
cittadini, finchè, simulando sollecitudine per gli interessi dei
dominatori, potè favorire i proprj.
In quel tempo non erano infrequenti le subinvasioni d'altre genti
nemiche. — Alani, Vandali, Svevi, Borgognoni prima e poi, con varia
vicenda, furibondi per fame o per avidità di sangue, si spingevano,
s'incalzavano, si mescevano su questa infelicissima terra. — V'erano
oltracciò delle masnade perdute le quali, o calate dai monti o
spergiurato il vessillo del capo avventuriero, invadevano le terre
e le città, mettendo per conto proprio ogni cosa a ruba ed a sacco.
— La Venezia era stata più volte desolata dagli Ungari; le coste
d'Italia subivano frequenti invasioni dai Saraceni d'Africa. Il popolo,
sgomentato dalle continue minacce, accorreva alla curia cittadina ad
implorare armi e difese. I magistrati popolari porgevano ai capitani
stranieri, questi ai loro signori, la preghiera dei cittadini. Per tal
modo, dopo ripetute istanze e nell'interesse medesimo dei dominatori,
si ottenne l'assenso di riedificare le mura delle città, abbattute
nelle precedenti invasioni.
Fu allora che ogni città, e sull'esempio di quelle ogni grosso borgo,
pose mano a restaurare le proprie bastite, ed a munirle di torri e
di castella. — Allora le braccia dei cittadini ripigliarono le aste
e le targhe. Nei cuori rinacque la speranza di miglior avvenire; e
colla speranza s'avviò in essi il primo battito di amor patrio. —
Coloro, che avevano abbandonata la terra natale, e s'erano dispersi
nei campi per essere risparmiati dagli invasori, ora che le città
possedevano mura ed armi, rimpatriavano. Al ritorno di costoro,
i duchi, i conti ed i prelati che tenevano in feudo le città e vi
esercitavano diritti sovrani, mal tolerando il contatto con una plebe
armata, che sottovoce balbettava parole di libertà, volontariamente si
condannarono all'ostracismo: e ritiratisi nelle rocche, si piegarono
a vedere ristretta la superficie del loro dominio, per la speranza
di conservarne integra l'essenza. — Però, siccome il moltiplicarsi
delle armi e degli armati rendeva malsicuro il loro asilo e scarso
il satellizio che li circondava, così si videro costretti ad armare
gli agricultori già servi della gleba. — Doppio fu il vantaggio di
ciò: dall'un canto nelle città, tolta l'oppressione dei nobili,
si svilupparono rapidamente le istituzioni civiche; dall'altro
la classe campagnuola, addestrata alle armi, si rilevò anch'essa
dalla sua servile abjezione; e, nella difesa del proprio signore,
apprese a difendere sè stessa, il suo focolare, i suoi diritti.
— Tanto è ciò vero, che dopo l'istituzione dei coloni militanti
prosperò l'agricultura, e si moltiplicarono le braccia ad ogni genere
d'industria.
Luminosi effetti di questo generale armamento si raccolsero nella lunga
querela tra Roma e l'impero a proposito delle investiture; querela, che
costò all'Italia sessant'anni di guerra civile, ma che mostrò quanto
già fossero gagliarde e poderose le forze popolari. Imperocchè delle
due parti una pugnava per la libertà; l'altra, fosse poi legata al
papa o all'imperatore, non traeva le armi servilmente, ma faceva sua la
causa d'altri, e pugnava per esso come un alleato.
Il milanese Eriberto aggiunse alle schiere combattenti il _carroccio_,
su cui accoppiò il vessillo della redenzione e la bandiera del comune,
affinchè le milizie raccolte intorno alla doppia insegna della libertà
e infervorate dal sentimento che fa di Dio e della patria una sola
religione, operassero prodigi di valore. — Allora l'arte della guerra
non fu più professata da orde incomposte, ma da piccoli eserciti aventi
un capo, un centro, una bandiera. Le spedizioni militari non erano
inconsulte: le _credenze_ e i seniori, radunati dai consoli a suon di
campana, discutevano e deliberavano: il braccio obediva alla mente.