Con vezzo rettorico, antico osiam dire come la civiltà, il consorzio
umano viene paragonato ad un corpo vivo, le cui membra ricevono legge
da una forza interna, ed obediscono ad un'unica volontà. — È noto
l'apologo di Menenio Agrippa. Quando la plebe di Roma, ammutinata
sulle rive dell'Aniene, udì dal suo tribuno le fatali conseguenze della
rivolta tra le membra operose e lo stomaco infingardo, dimise le vane
pretensioni, e si rassegnò agli ultimi scanni della republica.
Il meccanismo fisiologico ci fornisce una chiara imagine del vivere
sociale; anzi, più che imagine, ne è quasi embrione. — Nelle deserte
lande che fiancheggiano l'Orenoco v'hanno dei selvaggi, liberi da ogni
patto, i quali, appena divezzati dalla madre, errano soli, immemori
della famiglia, scarichi d'ogni dovere, stupidi e quasi atei. Costoro,
fatta ragione ad ogni istinto, traggono la vita come i bruti, finchè
sull'ultima ora abbandonano, a chi passa, l'arco e le frecce, e legano
le ossa alle fiere. — Ma tali tipi di monarchie individuali, in cui
l'istinto può dirsi il sovrano, il braccio l'esercito, e il resto del
corpo le minori gerarchie, vanno scemando in ragione della crescente
civiltà, la quale o li trascina a sè, o li costringe a collegarsi in
bande, come i lupi nelle steppe del nord, per difendere il privilegiato
individualismo. — Da ciò nasce l'aggregamento degli individui in
famiglie ed in tribù, anche presso coloro cui non era già prima'
consigliato da mitezza di sangue e da istintiva sagacia.
Nelle tribù si trovano più nettamente delineati i contorni di una
società. La verga del comando vuol essere conferita al più forte, od al
più saggio[1]. Vi potrà essere in ciò errore di scelta, non disparità
d'intenzioni. Il vile o l'inetto non sarà mai il favorito. Per volere
dei più quel comando può essere tolto all'uno, e reso ad un altro,
oppure conservato nell'istesso individuo, e perfino legato a' suoi
discendenti. Il capo della tribù impera; ma altri saggi gli stanno
allato, e lo giovano di consigli e d'opera. La gioventù apparecchia le
armi, s'addestra nell'usarle, s'ordina in ischiere; veglia o pugna alla
comune difesa.
Le primitive abitazioni dell'uomo sono gli antri, disputati alle
belve. Poscia si costruiscono capanne fuor terra; più tardi i tugurj
sparsi e maldifesi vengono abbandonati, e i singoli abitatori che si
sono stretta la mano combattendo a fianchi, convengono nella plaga più
sicura e più feconda, ed ivi edificano i proprii casolari[2]. Ecco un
altro sacrificio d'individuale libertà, di abitudini e di simpatie,
compensato largamente dalla maggior sicurezza, dalla scambievole
protezione, dalla speranza di crescente prosperità. Il tugurio dell'uno
s'appoggia su quello dell'altro; si accomunano le pareti; si disegnano
le publiche strade. Tutti hanno il rispettivo abituro; mentre la siepe,
che cinge il gruppo di capanne, è comune a tutti; per tutti sono le
vie, il rigagnolo, la reggia, il tempio. All'emergere di dissensi o
contese fra i soggetti, il capo della tribù chiama a consulta i saggi,
e decide; chi soccumbe cerca invano di resuscitare la questione.
Le sentenze del capo diventano leggi; le consuetudini ingrossano il
codice, la tradizione supplisce alla storia.
Se la tribù è minacciata da un'invasione di nemici, tutti corrono alle
armi, escono fuor del ricinto a difendere la giovine patria; e, dove il
nemico è rotto, viene trascinata una pietra a ricordo della vittoria.
Ecco pertanto una società civile costituita su basi quanto semplici
altretanto solide e complete. Qui v'hanno governanti e governati,
leggi, milizia, equilibrio di poteri e di forze; qui sta la genesi di
una nazione che pone le basi alla sua storia, e già l'illustra co' suoi
rozzi monumenti. “Nella agricultura essa fonda la sua economia, nella
possidenza territoriale sta il fondamento del suo potere[3].„
Non è difficile che in quella nascente società vi sieno degli uomini
che arrestano fra tali confini i loro desiderj, e che, paghi di
un modesto benessere, vogliano eternare quella _mediocrità_, che è
_aurea_ per le republiche come per gl'individui. Ma un impulso più
gagliardo spingerà gli inerti a ricercare nelle terre finitime stirpi
consanguinee od affini, con cui accomunare la civiltà e le forze.
Non parliamo delle conquiste, perchè il vincitore tratterà i vinti
come _uomini senza dei_ o imiterà il popolo ebreo, che _allo straniero
assetato non additava il fonte_[4]. Non parliamo delle alleanze
fondate sugli interessi, perchè saranno mutabili come la base su cui
s'appoggiano. Ben più saggia guida è la natura: questa insegnerà ai
popoli come si debbano riconoscere, e riunire in una sola nazione.
Cesserà il vincolo fraterno dove la natura avrà posto i suoi confini;
nè il moverli potrà mai essere lavoro d'uomini o di secoli.
Abbiamo divagato in queste lontane speculazioni per annicchiarci un
po' in alto, ed acquistare il diritto di movere una dimanda. — Può
un popolo, chiediam noi, rifare il cammino retrogrado sulla via della
civiltà, e correre direttamente e per gradi alla primitiva barbarie?
Invero, dopo la caduta di Roma cagionata dal malgoverno de' suoi
imperatori, ma più efficacemente affrettata dall'ignavia del popolo,
la nostra penisola offre il tristo spettacolo di una nazione che si
affatica in questo indecoroso regresso.
Poichè la porpora imperiale divenne la posta di un gioco azzardoso,
l'eletto ad ornarsene era colui, che meglio sapeva trafficare il
baratto. — Allora la fortuna non fu più cieca; diventò malefica. Lo
scettro non passò da questa a quella mano; ma cadde di pugno all'uno,
perchè l'altro lo raccogliesse: e questi, senza punto tentare di
purgarlo dall'onta delle replicate cadute, non potendo avvantaggiarsi
del despotismo, di cui era un simbolo vuoto, s'accontentava della
vanità d'essere salutato col nome di imperatore da centoventi millioni
di soggetti. Vanità e non gloria; perocchè il nome di cittadino
s'attribuiva soltanto alla parte dei sudditi che soggiornava in
Roma, ed i diritti civili spettavano esclusivamente alla casta
senatoriale e patrizia. Il resto era un'immensa colluvie di servi;
tra i quali emergevano soltanto alcuni favoriti, tolti dalla plebe,
e più tracotanti dei nobili; dappoichè la inerte mollezza di questi
accordava loro l'uso delle armi, il comando delle milizie e perfino la
sostituzione nelle magistrature.
Per tal modo l'impero, logoro nell'interna sua costituzione per
l'impotenza e la precarietà dei tiranni, non che per le soverchianti
ambizioni dei clienti e dei legionarii, stremo di forze per le
continue ribellioni delle province lontane, contro cui si movevano
scarse e spesso infide milizie, screditato nel suo culto pel trionfo
dell'evangelio, trionfo splendido ed incontrastato perchè nemico d'ogni
schiavitù, consumava due secoli in una ignominiosa decrepitezza. — E
i soggetti, imbaldanziti dalla provata impotenza dei tiranni, nuovi
all'arte della guerra ma strenui di corpo, gelosi della loro medesima
barbarie, che li separava dalla inferma grandezza dei dominatori,
ben lungi dal lasciarsi corrompere dalle molli costumanze di Roma,
moltiplicavano le sedizioni e le rivolte; finchè, vestiti delle assise
imperiali ed aggregati alle legioni romane, drizzarono contro gli
imperatori quelle armi che avevano impugnato per loro difesa.
Così lo spirito civilizzatore della città eterna si spense sotto la
pressura corrotta de' suoi stessi allori. L'aquila del Campidoglio
non fece più ritorno al suo nido; e sulle torri romane sventolò lo
stendardo straniero di Odoacre (Anno 476.)