LXXXIV.

Con vezzo rettorico, antico osiam dire come la civiltà, il consorzio

umano viene paragonato ad un corpo vivo, le cui membra ricevono legge

da una forza interna, ed obediscono ad un'unica volontà. — È noto

l'apologo di Menenio Agrippa. Quando la plebe di Roma, ammutinata

sulle rive dell'Aniene, udì dal suo tribuno le fatali conseguenze della

rivolta tra le membra operose e lo stomaco infingardo, dimise le vane

pretensioni, e si rassegnò agli ultimi scanni della republica.

Il meccanismo fisiologico ci fornisce una chiara imagine del vivere

sociale; anzi, più che imagine, ne è quasi embrione. — Nelle deserte

lande che fiancheggiano l'Orenoco v'hanno dei selvaggi, liberi da ogni

patto, i quali, appena divezzati dalla madre, errano soli, immemori

della famiglia, scarichi d'ogni dovere, stupidi e quasi atei. Costoro,

fatta ragione ad ogni istinto, traggono la vita come i bruti, finchè

sull'ultima ora abbandonano, a chi passa, l'arco e le frecce, e legano

le ossa alle fiere. — Ma tali tipi di monarchie individuali, in cui

l'istinto può dirsi il sovrano, il braccio l'esercito, e il resto del

corpo le minori gerarchie, vanno scemando in ragione della crescente

civiltà, la quale o li trascina a sè, o li costringe a collegarsi in

bande, come i lupi nelle steppe del nord, per difendere il privilegiato

individualismo. — Da ciò nasce l'aggregamento degli individui in

famiglie ed in tribù, anche presso coloro cui non era già prima'

consigliato da mitezza di sangue e da istintiva sagacia.

Nelle tribù si trovano più nettamente delineati i contorni di una

società. La verga del comando vuol essere conferita al più forte, od al

più saggio[1]. Vi potrà essere in ciò errore di scelta, non disparità

d'intenzioni. Il vile o l'inetto non sarà mai il favorito. Per volere

dei più quel comando può essere tolto all'uno, e reso ad un altro,

oppure conservato nell'istesso individuo, e perfino legato a' suoi

discendenti. Il capo della tribù impera; ma altri saggi gli stanno

allato, e lo giovano di consigli e d'opera. La gioventù apparecchia le

armi, s'addestra nell'usarle, s'ordina in ischiere; veglia o pugna alla

comune difesa.

Le primitive abitazioni dell'uomo sono gli antri, disputati alle

belve. Poscia si costruiscono capanne fuor terra; più tardi i tugurj

sparsi e maldifesi vengono abbandonati, e i singoli abitatori che si

sono stretta la mano combattendo a fianchi, convengono nella plaga più

sicura e più feconda, ed ivi edificano i proprii casolari[2]. Ecco un

altro sacrificio d'individuale libertà, di abitudini e di simpatie,

compensato largamente dalla maggior sicurezza, dalla scambievole

protezione, dalla speranza di crescente prosperità. Il tugurio dell'uno

s'appoggia su quello dell'altro; si accomunano le pareti; si disegnano

le publiche strade. Tutti hanno il rispettivo abituro; mentre la siepe,

che cinge il gruppo di capanne, è comune a tutti; per tutti sono le

vie, il rigagnolo, la reggia, il tempio. All'emergere di dissensi o

contese fra i soggetti, il capo della tribù chiama a consulta i saggi,

e decide; chi soccumbe cerca invano di resuscitare la questione.

Le sentenze del capo diventano leggi; le consuetudini ingrossano il

codice, la tradizione supplisce alla storia.

Se la tribù è minacciata da un'invasione di nemici, tutti corrono alle

armi, escono fuor del ricinto a difendere la giovine patria; e, dove il

nemico è rotto, viene trascinata una pietra a ricordo della vittoria.

Ecco pertanto una società civile costituita su basi quanto semplici

altretanto solide e complete. Qui v'hanno governanti e governati,

leggi, milizia, equilibrio di poteri e di forze; qui sta la genesi di

una nazione che pone le basi alla sua storia, e già l'illustra co' suoi

rozzi monumenti. “Nella agricultura essa fonda la sua economia, nella

possidenza territoriale sta il fondamento del suo potere[3].„

Non è difficile che in quella nascente società vi sieno degli uomini

che arrestano fra tali confini i loro desiderj, e che, paghi di

un modesto benessere, vogliano eternare quella _mediocrità_, che è

_aurea_ per le republiche come per gl'individui. Ma un impulso più

gagliardo spingerà gli inerti a ricercare nelle terre finitime stirpi

consanguinee od affini, con cui accomunare la civiltà e le forze.

Non parliamo delle conquiste, perchè il vincitore tratterà i vinti

come _uomini senza dei_ o imiterà il popolo ebreo, che _allo straniero

assetato non additava il fonte_[4]. Non parliamo delle alleanze

fondate sugli interessi, perchè saranno mutabili come la base su cui

s'appoggiano. Ben più saggia guida è la natura: questa insegnerà ai

popoli come si debbano riconoscere, e riunire in una sola nazione.

Cesserà il vincolo fraterno dove la natura avrà posto i suoi confini;

nè il moverli potrà mai essere lavoro d'uomini o di secoli.

Abbiamo divagato in queste lontane speculazioni per annicchiarci un

po' in alto, ed acquistare il diritto di movere una dimanda. — Può

un popolo, chiediam noi, rifare il cammino retrogrado sulla via della

civiltà, e correre direttamente e per gradi alla primitiva barbarie?

Invero, dopo la caduta di Roma cagionata dal malgoverno de' suoi

imperatori, ma più efficacemente affrettata dall'ignavia del popolo,

la nostra penisola offre il tristo spettacolo di una nazione che si

affatica in questo indecoroso regresso.

Poichè la porpora imperiale divenne la posta di un gioco azzardoso,

l'eletto ad ornarsene era colui, che meglio sapeva trafficare il

baratto. — Allora la fortuna non fu più cieca; diventò malefica. Lo

scettro non passò da questa a quella mano; ma cadde di pugno all'uno,

perchè l'altro lo raccogliesse: e questi, senza punto tentare di

purgarlo dall'onta delle replicate cadute, non potendo avvantaggiarsi

del despotismo, di cui era un simbolo vuoto, s'accontentava della

vanità d'essere salutato col nome di imperatore da centoventi millioni

di soggetti. Vanità e non gloria; perocchè il nome di cittadino

s'attribuiva soltanto alla parte dei sudditi che soggiornava in

Roma, ed i diritti civili spettavano esclusivamente alla casta

senatoriale e patrizia. Il resto era un'immensa colluvie di servi;

tra i quali emergevano soltanto alcuni favoriti, tolti dalla plebe,

e più tracotanti dei nobili; dappoichè la inerte mollezza di questi

accordava loro l'uso delle armi, il comando delle milizie e perfino la

sostituzione nelle magistrature.

Per tal modo l'impero, logoro nell'interna sua costituzione per

l'impotenza e la precarietà dei tiranni, non che per le soverchianti

ambizioni dei clienti e dei legionarii, stremo di forze per le

continue ribellioni delle province lontane, contro cui si movevano

scarse e spesso infide milizie, screditato nel suo culto pel trionfo

dell'evangelio, trionfo splendido ed incontrastato perchè nemico d'ogni

schiavitù, consumava due secoli in una ignominiosa decrepitezza. — E

i soggetti, imbaldanziti dalla provata impotenza dei tiranni, nuovi

all'arte della guerra ma strenui di corpo, gelosi della loro medesima

barbarie, che li separava dalla inferma grandezza dei dominatori,

ben lungi dal lasciarsi corrompere dalle molli costumanze di Roma,

moltiplicavano le sedizioni e le rivolte; finchè, vestiti delle assise

imperiali ed aggregati alle legioni romane, drizzarono contro gli

imperatori quelle armi che avevano impugnato per loro difesa.

Così lo spirito civilizzatore della città eterna si spense sotto la

pressura corrotta de' suoi stessi allori. L'aquila del Campidoglio

non fece più ritorno al suo nido; e sulle torri romane sventolò lo

stendardo straniero di Odoacre (Anno 476.)

Il Conte di Virtù vol. 2/2 Storia italiana del secolo XIV · 第 12 / 103 题