_Elisa_⁸⁶, anzi acerbetta che no, “non per malizia, ma per antico
costume„, è d’animo molto sensibile e nell’abbandono in cui la lascia
l’uomo da lei amato è la causa del suo dolore inconsolabile.
..... Et è sí cruda la sua signoria,
Che giammai non l’ha mosso
Sospir né pianto alcun che m’assottigli.
Li prieghi miei tutti glien’ porta il vento,
Nullo n’ascolta, né ne vuole udire:
Per che ogni ora cresce ’l mio tormento;
Onde ’l viver m’è noia, né so morire....
È Elisa dolorosa che racconta la miserevole istoria di Gerbino e della
figlia del re di Tunisi, i quali innamorarono l’uno dell’altra per
udita, senz’essersi veduti mai; ella è che descrive le sofferenze del
mite conte d’Anversa; ella è che avvolge di sospirosa pietà il racconto
del puro e veementissimo amore il quale fu tra la figlia del conte
d’Anversa e il figlio della dama inglese.
Ma, come accade, Elisa è inasprita dal suo stesso dolore, sí che quasi a
vendetta di sé, la quale si lascia commovere dall’infelicità altrui e
dal ricordo della sua infelicità, ama le novelle di cui i personaggi han
l’animo pieno d’acerbità e d’amarezza: tutta festevole ripete le parole
con cui la Guasca scosse il re pusillanime; esalta la severa e pronta
risposta di Guido Cavalcanti agli amici beffardi, e il modo onde la
monaca si liberò dal castigo che la badessa volea infliggerle; e
d’un’acre gioia avviva il racconto della lezione che Ghino di Tacco
diede all’abate di Cligní. Piú, Elisa regina comanda che argomento alle
novelle sia la prestezza dei motti, perché da sí fatte novelle esse ed
altri possano trarre vantaggio.
È acerba quando, prima di novellare, ammonisce, e, ad esempio, avanti la
novella dello Zima essa dice: “Credonsi molti, molto sapiendo, che altri
non sappia nulla, li quali spesse volte, mentre altri si credono
uccellare, dopo il fatto sé da altri essere stati uccellati conoscono„;
e avanti quella della badessa caduta in peccato: “Assai sono li quali,
essendo stoltissimi, maestri degli altri si fanno e castigatori; li
quali, come voi potrete comprendere per la mia novella, la fortuna
alcuna volta, e meritamente, vitupera.„
Se, ne’ rari oblii dell’intima cura, è pronta al riso, piú pronta è allo
sdegno: ride infatti piú delle compagne ai princípi delle oscene canzoni
che Dioneo vorrebbe cantare, ma tosto lo minaccia dell’ira sua; nello
stesso modo che dopo aver riso di gran cuore al litigio fra Licisca e
Tindaro, Licisca, la quale troppo lo prolunga, minaccia di bastonate. Ed
è Elisa che irrompe come niuna delle sue compagne sarebbe capace, e per
due volte, contro i frati ed i preti.
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Il _Decamerone_ è veramente, come già altri affermò, un romanzo d’amore
con vita e vicende di personaggi: vivono essi nel libro immortale e non
per azioni, ma per i loro discorsi, per le canzoni e per le novelle
rivelano e rilevano i loro caratteri.
Il Landau dopo avere a pena accennato alle figure di Dioneo e di
Fiammetta, di Filomena e di Panfilo, scrisse: “Anche gli altri narratori
sembra che sieno stati realmente, e la maggior parte di essi rappresenta
nella descrizione del poeta un carattere determinato„; ma invece il
Körting avvertiva un carattere determinato solo in Fiammetta. A conforto
di quel che pensava il Landau il signor Camillo Antona-Traversi ripeté
le parole del Carducci: “Quei giovani e quelle donne, pur nella lieta
concordia con cui servono all’officio di narratori, sono gente viva,
hanno un carattere spiccato ciascuno, e ne improntano la loro
narrazione„, e, sempre per oppugnare il Körting, non accorgendosi poi di
contraddire in certo modo al Carducci e di dar ragione e torto a tutti e
due i critici tedeschi, aggiunse di suo: “I dieci personaggi del
_Decamerone_, piú che persone, sono dieci leggiadrissime macchiette
disegnate da mano provetta, sotto cui si rivela il grandissimo e geniale
artista. [87]_„ No, no, non macchiette: i dieci personaggi del
_Decamerone_ sono proprio dieci persone leggiadrissime!