LA NOVELLA DI FIORDILIGI

Iroldo amava Tisbina come già Tristano amò la regina Isotta, e quanto

bene Isotta volle a Tristano, Tisbina voleva ad Iroldo: per questo

vivevano lieti e contenti. Ma in digrazia d’entrambi la bella dama,

trovandosi un giorno con molte persone a un suo giardino in Babilonia,

ebbe vaghezza di certo gioco pe’l quale alcuno, nascostole il capo in

grembo e levata una mano dietro il dorso, dovea indovinare chiunque

veniva a batterlo su la palma; e secondo la sorte e la vicenda del gioco

anche Prasildo s’inginocchiò dinanzi a Tisbina e le posò il capo nel

grembo. Prasildo era un gentile e valoroso barone. Nella soave positura

egli si sentí dunque accendere improvviso in cuore un fuoco di cui mai

aveva sentito l’uguale; una sí viva fiamma che per timore avrebbe voluto

non dovere piú rialzarsi, e cercava di non indovinare; e questa fu la

prima radice della sua passione senza conforto. In breve a tal partito

lo condussero Amore e l’altera resistenza di Tisbina che un dí, piena

l’anima di tristezza, si ridusse in un boschetto a piangere e a meditar

di morire.

— Udite voi, fiori, — diceva con lamentevole voce — e voi, piante, e tu,

sole, le mie parole estreme, e vedete la mia cruda fine; ma che nessuno

la sappia, perché colei che mi vi forza potrebbe ricevere incolpazione

di crudeltà, ed io pur sí crudele l’amo e l’amerò ancora nell’altro

mondo. —

Cosí trasse la spada dal fianco, e pallido per la morte imminente chiamò

piú volte Tisbina, quasi nel nome di lei il paradiso si dovesse aprire

al suo spirito. Ma Tisbina si trovava per caso proprio là presso a lui;

giacché venuta a caccia in quel luogo con Iroldo, l’uno e l’altro

avevano ascoltate le querele dell’infelice giovane e con tanta pietà,

che quando egli ripeté il suo nome, ella si fece innanzi di tra le

fronde e, come ivi fosse giunta allora allora, tutt’ansiosa e tremante

gli disse queste parole:

— Prasildo, se tu m’ami non mi abbandonare, ché sono in pericolo

dell’onore e della vita; e io ti faccio sicuro del mio bene se tu

compirai ciò che mi vuole e ti domando. —

Bisogna sapere che oltre la selva di Barberia era l’orto dove Medusa

custodiva il tronco del tesoro dai rami d’oro e dai pomi di smeraldo, e

che Medusa era una rea femmina la quale a vederla ammaliava in guisa da

togliere ogni piú salda ricordanza del tempo trascorso; onde Tisbina,

per consiglio di Iroldo, disse a Prasildo ch’avea gran necessità d’un

ramo del prezioso tronco.

Ma un assai cattivo consiglio aveva dato Iroldo alla sua donna,

sapendosi bene che l’amore vince tutte le cose.

————

Ricorderete come anche madonna Dianora sdegnosa dell’amore di messer

Ansaldo Gradense, pensasse liberarsi di lui con domandargli, se voleva

gli compiacesse, un giardino di gennaio bello come di maggio, e come

messer Ansaldo, pur comprendendo che nella richiesta era una cosa quasi

impossibile, tanto s’adoprò e ricercò che un negromante, a condizione di

grandissima mercede, la mattina del primo dí di gennaio fece apparire un

giardino quale era desiderato. Quanto patí allora madonna Dianora!; e a

lungo avrebbe pianto la sua onestà perduta, se messer Ansaldo, in udire

la generosità del marito di lei, che la mandò a lui affinché, non

trovando via di sciogliersene, osservasse la data parola, generosamente

non l’avesse sciolta dell’obbligo contratto per sua poca considerazione.

————

Prasildo, dunque, speranzoso d’amore, senza por tempo in mezzo e

avanzando sé stesso d’ardire e di desiderio si pose in viaggio; traversò

in nave il mar Rosso e giunse ai monti di Barca. Ivi, a sua gran fortuna

s’imbatté in un vecchio pellegrino, il quale udita la cagione del suo

viaggio gli insegnò la maniera di compier l’impresa: entrasse nel

giardino di Medusa dalla porta della Povertà recando uno specchio in cui

Medusa si scorgesse riflessa non già co ’l viso candido e vermiglio, che

dimostrava per malia, ma con la faccia, che aveva per natura, di serpe

orribile e feroce, e cosí la facesse fuggire atterrita di sé medesima

dalla custodia dell’albero d’oro; spiccato il ramo, uscisse per la porta

della Ricchezza lasciando un po’ del ramo all’Avarizia, la quale alla

Ricchezza sta sempre d’accanto. Ciò fece il barone, e poté tornare in

patria tutto giulivo; poté far sapere alla dama amata ch’egli era pronto

a mostrarle il ramo d’oro di cui l’aveva richiesto. All’annunzio Tisbina

fu ferita da acuto cordoglio e stesasi su ’l letto ruppe in lamenti

della sua sorte e dell’amante, e pur questi, come l’udí lamentare e

n’apprese la ragione, pianse e si dolse senza misura. Stringeva al seno

Tisbina sua e confondendo le sue lagrime con quelle di lei diceva invano

che meritava pena egli solo, perché egli stolto l’aveva fatta fallire, e

che morire toccava a lui solo: la dama voleva la morte con lui a pena

che avesse attesa la promessa a Prasildo. Pertanto i due amorosi

infelici ordinarono di bere il veleno che un medico saggio ed antico

preparò loro in sí fatta tempera, che avrebbe dovuto privarli dell’anima

con singolare dolcezza. Prima Iroldo sorbí metà della tazza, poi la

porse alla dama senza guardarla, ed ella la vuotò fino al fondo. E dire

che fu per lei un martirio piú grande il dovere andare a Prasildo!; e

nondimeno v’andò.

— Per mantenere ciò che ti giurai perdo l’onore ma anche la vita — gli

disse quand’egli scorgendola patita e lagrimosa volle allietarla con

belle parole; e alla fine il barone apprese quel che non avrebbe mai

voluto apprendere. Di che afflitto oltremodo, rimproverò Tisbina d’aver

dubitato della sua cortesia e l’assolse del giuramento; e poiché ella

tra breve sarebbe morta, seco stesso deliberò di seguitare il suo

esempio.

Non era cosa nuova che due amanti si dessero la morte, ma sarebbe stata

nuova che tre morissero per un solo amore: se non che il medico antico e

saggio essendo venuto in sospetti si recò dal barone allorché questi,

partita la dama, stava per compiere il suo divisamento, e a tempo poté

accertarlo che non già un veleno, bensí un mite narcotico aveva

preparato a Tisbina.

Avvenne pertanto che Prasildo corresse a casa d’Iroldo, il quale di già

risvegliatosi gemeva accanto la sua donna in sembianza di morta, e gli

spiegasse come il succo bevuto non era neppure nocivo e come la dama era

libera per suo volere dell’obbligo verso di lui. Allora Iroldo sentí

rifluirsi la vita al cuore; e, tanto fu cortese, volle vincere la

generosità di Prasildo; volle che la bella donna restasse di lui, ed

egli incontanente partí da Babilonia. Per vero Tisbina, quando riebbe i

sensi e seppe l’accaduto, tramortí una volta e due; ma via!, si rassegnò

poi presto.

Ciascuna donna è molle e tenerina

Cosí del corpo come de la mente;

E simigliante de la fresca brina

Che non aspetta il caldo al sol lucente:

Tutte siam fatte come fu Tisbina,

Che non volse altra battaglia per nïente,

Ma al primo assalto subito si rese,

E per marito il bel Prasildo prese.

————

Cosí Fiordiligi finí la novella raccontata a Rinaldo per distrarlo dalla

noia del viaggio, che entrambi avevano da percorrere in groppa allo

stesso cavallo, e dalla cupidigia che gli potea venire della sua

bellezza. E Fiordiligi fu abile raccontatrice: la patetica istoria scese

canora dalle sue labbra, disinvolta e atteggiata in leggiadria d’ottave,

e non già aspra per forma di stecchiti periodi e non interrotta.

Ma s’io m’interruppi fu per un salto di pensiero, per un lampo di

memoria che mi richiamò al Boccaccio; e, del resto, credo che nel caso

mio uno qualunque de’ giovinetti eruditi i quali si atteggiano a Rajna e

a Landau e spasimano alla ricerca delle fonti non già di belli e regali

fiumi, ma di arsi ruscelletti e di gore morte, e vagano in oriente ed

occidente e traversano secoli per scoprire un riscontro casuale, pur che

paia necessario, a una frase o a una imagine; uno qualunque di quei

tanti che sanno tante nuove cose di storia letteraria, affermerebbe e

insegnerebbe:

— Nel canto duodecimo, parte prima dell’_Orlando_, il Boiardo imitò,

parafrasò, copiò la quinta novella della decima giornata del

_Decamerone_. E, come vuole la critica positiva, si prova.

Messer Ansaldo Gradense fu “uomo d’alto affare e per arme e per cortesia

conosciuto per tutto„, e Prasildo è “un barone„.

Di Babilonia stimato il maggiore;

E certamente ciò ben meritava,

Ch’è di cortesia pieno e di valore.

Molta ricchezza, di ch’egli abbondava,

Dispendea tutta quanta in farsi onore;

Piacevol ne le feste, in arme fiero,

Leggiadro amante e franco cavaliero.

Madonna Dianora andò a casa di messer Ansaldo “in su l’aurora, con due

suoi famigliari innanzi e con una cameriera appresso„; e quando Tisbina

andò a casa di Prasildo

Era di giorno e lei accompagnata.

Nota Gilberto che “quasi ogni cosa diviene agli amanti possibile„, e

Tisbina:

Deh quanto è pazza quell’alma che crede

Che amor non possa ogni cosa compire!;

e cosí via.

Prove di nessun valore; ma senza tener conto di esse si può anche

ammettere che il Boiardo rammentasse il Boccaccio, e non si può negare

certa somiglianza nella concezione generale del racconto e la quasi

identità nelle condizioni in cui son posti i personaggi. Se non che

quanta differenza ne’ tratti, nel colore, nell’atteggiamento tra le

figure del poeta e del novelliere, e quanto diversa l’arte di questo

dall’arte di quello!

Vedete: Tisbina è una creatura graziosa nella sua dolcezza e debolezza.

Per amore non vuol concedere ad altri le gioie che concede al suo amante

e vuol morire con lui; non ama il barone, ma lo compiange e l’ammira, e

glielo dichiara fin prima d’essere assoluta dalla sua promessa. Dopo,

gli dà un bacio e lo consola; ultimamente gli si acconcia tosto e

volentieri. — Dianora è nobile donna, forte, sdegnosa. Amava suo marito?

Non è detto: per onestà rifiuta i meravigliosi doni e disprezza la fama

dell’innamorato Gradense; per onestà, e non per pietà, con domanda di

cosa creduta impossibile tenta indurlo a cedere dinanzi la sua

resistenza. Curiosa come ogni donna, si reca a vedere il giardino a pena

comparso e lo loda, ma ritorna a casa afflitta “a quel pensando a che

per quello era obbligata„; non pensando al cavaliere il cui fervente

amore ha potuto tanto; e se il marito non la costringesse, sarebbe

disposta a perdere piú tosto la stima di donna leale che di moglie

onorata. Accompagnata e in su l’aurora, per non esser vista, va a casa

del barone, e senza troppo ornarsi, perché il marito le ha fatta

raccomandazione di cercar via a disciogliersi dalla promessa serbando

puro il suo onore, e primo mezzo a riuscire nell’intento ella pensa

trovare nel mostrarsi poco piacevole: miracolo della virtú che in questa

donna può piú della vanità!

Ogni altro mezzo adopera poi, senza pregare né piangere, nelle sue poche

parole al barone. Gli dice: — “Né amor ch’io vi porti, né promessa fede

mi menan qui.... — Non l’ama né pur ora, né l’amerà mai; e piuttosto che

acconsentire ai suoi desideri mancherebbe alla parola data —... ma il

comandamento del mio marito, il quale, avuto piú rispetto alle fatiche

del vostro disordinato amore che al suo e mio onore, mi ci ha fatto

venire.„ — Rileva la liberalità del marito e incolpa l’amante; rileva

che suo marito è debole, ch’ella è forte; che suo marito ha compassione

di lui e che essa no. Né altro concede ad Ansaldo se non una dignitosa

espressione di gratitudine: — “Niuna cosa mi poté mai far credere,

avendo riguardo a’ vostri costumi, che altro mi dovesse seguir della mia

venuta, che quello ch’io veggio che voi ne fate; di che io vi sarò

sempre obbligata.„ —

E chi affermerebbe che Iroldo e Prasildo furono foggiati sui tipi stessi

del marito e dell’innamorato di Dianora?

Gilberto è ritratto d’uomo che è inflessibile nell’adempimento del

dovere; che riflette e non può essere perturbato a lungo dalle

commozioni: si adira alla confessione della moglie, ma tosto si frena e

la rimprovera mite; non inveisce contro il barone, ma anzi affermando

che quasi ogni cosa è agli amanti possibile, sembra scusarlo, e certo lo

stima, se ha speranza che Dianora possa ottenere da lui di non macchiare

la propria onestà. Leale cavaliere e sicuro della fedeltà della moglie,

nella scelta tra il disonore che ella si ceda per una volta all’amante e

il disonore ch’ella manchi alla data parola, non può restare a lungo

dubbioso; e gode e confessa di sentirsi capace di un sacrificio che

nessuno forse saprebbe compire. Lo piega ad esso anche il timore del

negromante, è vero, ma senza questo tanta vigoria d’animo non sarebbe un

po’ inverosimile? Ansaldo arde d’amore e splende di magnificenza e

d’ogni lode, tuttavia Gilberto non teme, perché sa che sua moglie potrà

concedergli il corpo, l’animo no, e perché sente, con sentimento il

quale noi vantiamo di moderna perfezione spirituale, che la donna

contaminata dall’amore di chi ella non ama è ugualmente degna d’affetto

e di stima.

Ansaldo Gradense è il signore di grand’animo, sicuro di sé in ogni

parola e in ogni atto, ripugnante da ogni voglia disordinata e volgare.

Per la donna che ama cerca e procura ciò che egli stesso credeva

impossibile; ma quando Dianora viene alla sua casa, le muove incontro

composto e rispettoso e la prega, “se pure il lungo amore il quale le ha

portato merita alcun guiderdone„, di dirgli la ragione della sua venuta,

giacché tal donna non deve esser là per soddisfarlo del suo desiderio. E

udita la risposta di lei e sentita improvvisa la invidiabile liberalità

di Gilberto, subito scioglie madonna Dianora del doloroso legame e le

raccomanda di rendere grazie al marito che stima e amerà sempre come un

fratello.

Iroldo e Prasildo sono invece due cavalieri molto simili nella grazia

dell’aspetto e ugualmente appassionati e appassionabili e poeticamente

piú docili agli affetti che alla ragione. Per compassione Iroldo

suggerisce a Tisbina il mezzo di salvare Prasildo; e venendo da lui il

consiglio, è meno mirabile la sua generosità quando prega la donna (egli

prega e non comanda come Gilberto) di andare all’amante; per

disperazione beve il veleno; per riconoscenza scongiura il Cielo a

rimeritare Prasildo della sua cortesia; per emulazione di generosità

lascia Tisbina a Prasildo.

Prasildo è timido come l’amico: va incontro a Tisbina onorandola, ma non

sa che si fare per la vergogna, e l’assolve del giuramento per provarle

ch’egli non ha mai voluto dispiacerle, piú tosto che per riconoscenza

della lealtà di lei e delle generosità d’Iroldo.

In sostanza, nella novella di Fiordiligi non è il meraviglioso rilievo

dei caratteri, la scultoria interezza delle figure ottenuta dal

Boccaccio, come seppe egli solo, con brevità e semplicità di mezzi: essa

è una gentile e pietosa narrazione e rappresentazione di fatti per

finzione poetica diffusi ed elevati a tragica intensità: i personaggi

del novelliere predominano ai casi in cui vengono per forza d’amore, per

necessità di doveri, per disposizione d’animo; dove i personaggi del

poeta soggiacciono alla forza dei casi loro e nella gravità di essi e

nell’urto violento delle passioni smarriscono colorito e fisonomia.

In sostanza non mi pare che il Boiardo abbia imitato troppo il

Boccaccio. Ma che poesia è la sua! E quanta dolcezza e freschezza per

tutto l’episodio, e che ingenua espressione di passione umana, pur

finamente osservata, nell’invenzione romanzesca! Iroldo in disperazione

beve il veleno:

E poi che per metade ebbe sorbito

Sicuramente il succo venenoso,

A Tisbina lo porse sbigottito.

Non essendo di morte pauroso,

Ma non ardisce a lei far quell’invito,

Però, volgendo il viso lagrimoso,

Mirando a terra la coppa le porse,

E di morire allora stette in forse.

Non del tossico già, ma per dolore,

Che ’l venen terminato esser dovria.

Ora Tisbina con frigido core,

Con man tremante la coppa prendia,

E biastemmando la fortuna e amore,

Che a fin tanto crudel la conducia,

Bevette il succo ch’ivi era rimaso,

In sino al fondo del lucente vaso.

Iroldo si coperse il capo e ’l volto,

Perché con gli occhi non volea vedere

Che ’l suo caro desío gli fosse tolto....

E che elegante mollezza di versi nelle similitudini semplici e delicate!

Prasildo si strugge d’amore:

Ma quale in prato le fresche vïole

Nel tempo freddo pallide si fano

Com’il splendido ghiaccio al vivo sole.

Cotal si disfacea ’l baron soprano,

E condotto era a sí malvagia sorte

Ch’altro ristor non spera che la morte.

E quando riceve consolazione, ché né egli né Tisbina morirà di veleno:

Come dopo la pioggia le vïole

S’abbattono e la rosa e ’l bianco fiore:

Poi quando al ciel sereno appare il sole,

Apron le foglie e torna il bel colore;

Cosí Prasildo a la lieta novella

Dentro si allegra e nel viso si abbella.

————

A dire la verità, strana e inaspettata riesce la deliberazione e la

ripetizione dell’atto generoso per cui Iroldo lascia Tisbina, che tanto

ama e da cui è amato tanto, a Prasildo, e fugge di Babilonia; ma al

Boiardo non bastava concludere, come il Boccaccio, senza prove

dell’amicizia seguita ne’ due cavalieri: al Boiardo bisognavano gli

epici tipi di amici perfetti, e Iroldo e Prasildo, personaggi della

novella di Tisbina, diverranno personaggi vivi e attivi del poema; e

incorrendo a gravi pericoli, per vicendevole salvezza a vicenda

s’esporranno alla morte.

————

Erano già due lunghi anni che Iroldo, rimeritato il liberale Prasildo

con lasciargli la parte dell’anima sua, andava pellegrinando e dolorando

pe’l mondo, quando un dí pervenne al paese d’Orgagna. Vi regnava

Falerina la trista, che era maestra di tutte le frodi e di tutti gli

incanti e all’ingresso d’un vago giardino manteneva un serpente voglioso

di carne umana: per questo nessun forestiero sfuggiva dalle lusinghe di

lei e poi dai denti del mostro. E anche il misero Iroldo fu preso

d’inganno, e da quattro mesi attendeva in carcere insieme con molti

miseri cavalieri e dame il dí della morte nefanda. Due vittime erano

destinate ogni giorno pe’l drago: un cavaliere e una dama. Ma Prasildo

fu in tempo ad apprendere, Dio sa come, la sorte che aspettava il suo

Iroldo, e camminando giorno e notte venne in Orgagna e propose gran

somma d’oro al guardiano di Falerina se gli liberava l’amico. Invano.

Con l’oro offerse sé stesso in cambio di vittima, e il guardiano

accettò, e Iroldo fu libero.

Tuttavia Iroldo voleva morire egli pure, perché il giorno che l’amico

dovea essere condotto alla belva, si mise in un boschetto presso a una

fonte ad aspettare ch’ei passasse di là fra i custodi, e contro di essi

egli voleva combattere solo. Aspettando piangeva, non già di sé, che

sarebbe perito da valoroso per amore fraterno, ma della sorte la quale

per sua cagione toccava a Prasildo; e Rinaldo, a caso in quel bosco,

l’udí lamentare e gliene chiese la causa.

Saperla e disporre il suo valore in premio e salute d’una cosí ferma e

santa amicizia fu un punto; fu un punto per lui scorgere la turba che

con a guida il gigante Rubicane traeva al supplizio un cavaliere e una

dama e piombare su quella e sbaragliarla. Ma di bei colpi fu capace

anche Iroldo, e la battaglia presto finita. La donna era Fiordiligi, che

aveva raccontata a Rinaldo la storia d’Iroldo e di Prasildo, e il

cavaliere era Prasildo; e i due amici si gettarono l’uno tra le braccia

dell’altro.

————

Damone e Pizia. Meglio, per riguardo all’origine della loro amicizia e

fratellanza, Iroldo e Prasildo rievocano a mente Gisippo ateniese e Tito

Quinzio Fulvo romano. Gisippo — ve ne rammentate? — come sa che Tito,

l’amico suo di giovinezza e di studi, è preso della bellezza di Sofronia

sua fidanzata, fa ch’egli l’ottenga per inganno in isposa. Ma poi,

quando, trascorsi molti anni, Gisippo arriva a Roma in povero stato e

crede che Tito non voglia riconoscerlo e a fin di morire s’incolpa

d’avere ucciso un uomo, Tito “per scamparlo dice sé averlo morto. Il che

colui, che fatto l’avea, vedendo, sé stesso manifesta, per la qual cosa

da Ottaviano tutti sono liberati....„

To’! — esclamerebbe adesso un piccolino Livingstone della storia

letteraria —: anche la novella ottava della giornata decima del

_Decamerone_ è una fonte dell’_Orlando Innamorato_! —, e con gli occhi

stanchi, che san le ricerche, ravvivati di nuova luce e di nuovo gaudio

suderebbe alla scoperta di prove.

Ma che prove! Potrà anche credersi che il Boiardo si ricordasse pur di

quest’altra novella; non per ciò l’analogia dell’invenzione, ch’è il

meno, ha alcuna importanza, se tra i due scrittori è tanto diversa la

potenza, l’attitudine, la fattura artistica, ch’è il piú. Vedete in

confronto di Iroldo e Prasildo, Gisippo e Tito. Questi sono d’animo

romano e di senno ateniese e son dotti, come scolari di Aristippo, a

sottomettere il sentimento alla ragione. Filosofi, tengono l’amicizia

per il piú gran bene; onde l’uno può cedere la sposa all’altro e l’altro

accettarla: l’uno viene a tanta liberalità perché le mogli non si

trovano con la difficoltà con cui si trovano gli amici; e l’altro

acconsente alla dedizione perché comprende di acquistare dall’amico suo

con l’amata donna la vita stessa, essendo egli per mal d’amore ridotto

quasi a termine di morire.

Vedete in confronto di Tisbina, Sofronia giovinetta.....

— E a che cosa giova tale studio?

Tardi giunge l’ironica domanda; alla quale per altro io so rispondere a

tempo che il Boccaccio non è Masuccio e né pure Matteo Boiardo è

Gianfrancesco Loredano, e che, almeno a mio parere, i classici non si

sono studiati e ammirati mai abbastanza.

¹ Masuccio Salernitano, novella XXI.

² _Novelle degli Accademici Incogniti_: par. II, nov. prima.

³ Ant Fr. Ghiselli, _Memorie di Bologna antica_, manos. nella R.

Bibl. Univ. di Bologna: T. XVI, all’anno 1579 (23 giugno).

⁴ Idem, anno 1576 (24 agosto). — Pellegrina era nata il 23 luglio

1564 (Cicogna, _Iscrizioni veneziane_, T. II, p. 211): andò dunque

sposa un mese piú che dodicenne.

⁵ Rinieri, _Diario_ (alla Bibl. Comunale di Bologna).

⁶ Ghis., T. XVII, anno 1583 (23 decem.); ’84 (14 aprile), e T. XVIII,

pagina 507.

⁷ Ghis., T. XVIII, 1588 (pagina 547 e seg.).

⁸ Firenze, Marescotti, 1581: in-8. Il Verino, “dottore ordinario e

lettor pubblico della filosofia e cittadino fiorentino„, dedicò

anche ad Ulisse Bentivogli una sua _Lezione dove si ragiona delle

idee et delle bellezze_.

⁹ _Il Ballarino di m. Fabrizio Caroso, diviso in due trattati_,

Venezia, Ziletti, 1681.

¹⁰ Pref. alle _Rime_, par. III: Bologna, Vit. Benacci, 1590: in-12.

¹¹ Ghis., T. XX, 16 agosto 1595.

¹² Cito il mio libro _Romanzieri e romanzi del cinquecento e del

seicento_, avvertendo il lettore che ne scrisse assai male il noto

critico Zannoni nel fasc. XXIV della _Nuova Antologia_ (1891), pag.

781-783. — Delle persone mascherate nella _Fuggitiva_ diedero i

nomi veri il Ghiselli, il Mazzucchelli, il Giordani ed altri, ma

non furono concordi a determinare quello dell’amante piú fortunato

di Pellegrina: che fosse Fl. Malvezzi dice il Montefani (_Spoglio

delle famiglie bolognesi_, ms. nella R. Bibl. di Bologna), fam.

_Bentivoglio_. — L’anno della morte di Pellegrina cercai

inutilmente nelle memorie e nei diari bolognesi. Il cavalier

Saltini, a cui mi rivolsi e a cui debbo grazie, suppone come

probabile il 1598 (estate) ed io tengo certa questa data, per piú

ragioni che sarebbe troppo lungo dichiarare. È curioso che il

marito e i figli della Bonaventura “adirono„ all’eredità de’ beni

di lei soltanto il 22 maggio 1615: ma forse fu perché si sopisse il

ricordo della sua fine. Infatti il notaio che redasse il rogito non

sapeva pur egli la data della morte di Pellegrina e scriveva:

_“.... cum multis annis iam elapsis ab intestato decesserit Ill. et

Ecell. dona Peregrina De Bonaventura et de Capellis....„_

(_Scritture della fam. Bentivoglio_: Archivio di Stato di Bologna).

¹³ Ghiselli, op. cit., T. XXVI.

¹⁴ Montefani, _Fam. Malvezzi_.

¹⁵ Galeati, _Diario_ (Bibl. Com. di Bologna), all’11 maggio 1618;

Ghiselli, T. XXII, al 23 dicem. 1611.

¹⁶ Galeati, op. cit.

¹⁷ Del Barbazza letterato e poeta e accademico Gelato, Incognito,

della Notte, etc., dissero anche troppo il Fantuzzi (_Scrittori

bolognesi_), il Mazzucchelli, l’Aprosio (_Biblioteca_, 1673, pag.

324-329); io, per il breve mio studio, credo d’aver detto

abbastanza pur essendomi dimenticato di ricordare che il Barbazza

fu anche autore d’un dramma — _Il Ratto di Proserpina_ — recitato a

Bologna nel 1640. Dimenticanza grave!

¹⁸ Lett. del Marini, ediz. 1673, pag. 269.

¹⁹ Vedi il Mazzucchelli e l’Aprosio (_Biblioteca_, pag. 324); e per le

relazioni tra il Marini e il Barbazza, il Menghini, _Vita e opere

di G. B. Marini_ (Roma, 1888).

²⁰ _Spira, appresso Henrico Starckio_, MDCXXIX, in-12. Ma non

_Roberto_, Robusto _Pogommega_. Errore gravissimo!

²¹ Galeati, _Diar._ (_Appendice_ I, pag. 8); Ant. Maria Carati, _Li

matrimoni contratti in Bologna, fedelmente estratti da’ loro

originali parrocchiali_, T. I (ms. alla Bibl. Com. di

Bologna). — Bianca ebbe in dote 40000 scudi.

²² Fra gli _Epitalami_ del Marini.

²³ Ghiselli, T. XXII, p. 525-529.

²⁴ Ghiselli, T. XVIII, pag. 370 e seg.

²⁵ Malvasia, _Felsina Pittrice_, p. IV, pag. 42.

²⁶ Ghiselli, T. XXIII, pag. 462-579. A stampa: _Breve descrizione

della festa nella gran sala del Sig. Podestà l’anno 1615, il dí 2

di marzo_: Bologna, Stamperia Camerale.

²⁷ Ghiselli, T. XXIV, pag. 567-573. Posidonio e Fr. Maria Tagliaferri,

_Diario_ (alla Bibl. Universitaria di Bologna), pag. 51-52;

Galeati, _Diario_, pagina 21.

²⁸ G. B. Guidicini: _I Riformatori dello stato di libertà della città

di Bologna dal 1394 al 1797_, T. III, pag. 47. Il Guidicini

trascrisse dal Ghiselli la relazione dell’assassinio del Pepoli;

errò ponendo il primo ferimento dell’Aldrovandi al 1620 anzi che al

1621. L’Aldrovandi fu ferito anche da Ugo e Giacinto Barbazza dopo

che il Pepoli fu ammazzato da Guido Antonio.

²⁹ Galeati, _Diario_, pag. 21.

³⁰ Ghiselli, T. XXIV, luogo cit.

³¹ Galeati, _Diario_ pag. 112.

³² Ghiselli, T. XXVI.

³³ _Canzone del Sig. Cav. Andrea Senatore Barbazza in morte della

Contessa Bianca Bentivoglio defonta li 29 ottobre 1629_: ms. nella

Bibl. Com. di Bol. — A stampa: Bologna, 1631: in-4.

³⁴ Guidicini, op. cit., pag. 52.

³⁵ Gregorio Leti: _Lettere sopra differenti materie_ (Amsterdam, 1700:

in-8) T. I, 30. — Una volta per sempre: Moreri, _Dizionario_;

Niceron, _Mémoires_ T. II, pag. 359-379.

³⁶ G. L. _Lettere_, T. I, 32.

³⁷ _Lettere_ cit., T. I, 21.

³⁸ _Lett._ cit., T. I, 24.

³⁹ _Lett._ cit., I, 13.

⁴⁰ Gr. Leti, _Lettere_, I, 195; Larousse, _Grand Dictionnaire

Universel_.

⁴¹ Larousse, op. cit.; — _Les Illustres Avanturieres dans les cours

des princes (Cologne, chez Pierre du Marteau, 1706_) pag. 41; pag.

48.

⁴² Gr. Leti, _Lettere_, I, 197.

⁴³ _Lett._ cit., I, 199.

⁴⁴ _Lett._, cit., I, 206.

⁴⁵ Larousse, op. cit.

⁴⁶ Leti, _Lett._, I, 203.

⁴⁷ _Lett._ cit., I, 221.

⁴⁸ _Lett._ cit.; luogo cit.

⁴⁹ _Lett._ cit., I, pag. 226-229.

⁵⁰ _Lett._ Cit. T. II, pag. 36; pag. 583-584. Anche: Pref. alla

_Monarchia di Luigi XIV_, di G. L.

⁵¹ _Lett._ cit., T. II, pag. 45 e seg.

⁵² _Il Puttanismo Romano nuovamente ristampato, con l’aggiunta d’un

dialogo tra Pasquino e Marforio sopra lo stesso soggetto, et

insieme con il Nuovo Parlatorio delle Monache — Satira comica di

Baltassaro Sultanini Bresciano_ — Londar (sic) per Tomaso Buet,

1669.

⁵³ Leti, _Lett._, II, pag. 318-323.

⁵⁴ .... _e Pasquino morto risuscitato_, senza luogo e nome di stamp.,

1668: in-12.

⁵⁵ Colonia, Antonio Turchetto, 1676: in-12.

⁵⁶ Leti, _Lett._, II, 3. — _Critica, storica, politica, morale,

economica e comica su le Lotterie antiche e moderne_, Amsterdam,

1697.

⁵⁷ _Lo scolare, Dialoghi di Annibale Roero, l’Augusto Intento, ne’

quali con piacevole stile a pieno s’insegna di fare eccellente

riuscita ne’ piú gravi studi, et la maniera di procedere

honoratamente._ Pavia, G. B. Dismara, 1604: in-8.

⁵⁸ _Della Carrozza di ritorno, o vero dell’esame del vestire e costumi

alla moda, di Giovanni Tanso Mognalpina_ (Agostino Lampugnani):

Milano, Lodovico Monza, 1650; in-12., pag. 47. Mi giovò anche la

_Carrozza da Nolo_ dello stesso: Venezia, Zenero; 1648: in-12. A

proposito delle mode parigine del suo tempo il Marini scriveva una

lettera curiosa a don Lorenzo Scoto. Vedi _Lettere del M._ (ediz.

1627), pag. 177. Delle mode femminili “attraverso i secoli„ scrisse

articoli la _Contessa Lara_ nel periodico _La Tavola Rotonda_

(1891-92): vedi in proposito il n. 8. Anche: A. Robida, _Mesdames

nos aieules_, Paris, Librairie Illustrée, 1890.

⁵⁹ Cosí Carlo Celano negli _Avanzi delle Poste_.

⁶⁰ Ghiselli, op. cit., T. XXX, pag. 232.

⁶¹ Vedi la _Storia del Giorno di G. Parini_ scritta da G. Carducci.

⁶² Cicogna, _Iscrizioni Veneziane_, I, 135.

⁶³ Non tutte queste opere furono stampate. Cicogna, op. cit.

⁶⁴ Ang. Aprosio, _La Biblioteca Aprosiana_ (Bologna, Manolessi, 1673),

pag. 173; Tarabotti, _Lettere_, p. 207.

⁶⁵ Arc. Tarabotti, _Lettere famigliari e di complimento_: Venezia,

Guerigli. 1650: in-12.

⁶⁶ Fu stampata con la _Controsatira_ del Torretti prima dal Sarzina

nel 1638, poi a Siena dal Bonetti nel 1656 insieme con la _Censura_

del Sesti e l’_Antisatira_ della Tarabotti.

⁶⁷ Aprosio, op. cit., pag. 168.

⁶⁸ _Antisatira_, Venezia, Valvasense, 1644: in-12; ediz. cit. del

1656, pag. 54.

⁶⁹ Aprosio, op. cit., pag. 168.

⁷⁰ Tarabotti, _Lett._, pag. 168.

⁷¹ Aprosio, op. cit., pag. 169.

⁷² Tarabotti, _Lettere_, pag. 313 e pag. 30.

⁷³ Tarabotti, _Lettere_, pag. 315 e pag. 157.

⁷⁴ Tarabotti, _Lettere_, pag. 273 e pag. 298.

⁷⁵ G. F. Loredano; _Lettere_ (Bologna, Longhi, 1674: in-12.), p. 182.

⁷⁶ Venezia, Guerigli, 1630-1636: in-8. Un cenno di questo libro dié

anche il Cantú: _Della letteratura italiana esempi e giudizi_, pag.

353.

⁷⁷ _La rigogliosa_ — “Niuna il venti et ottesimo anno passato avea né

era minor di diciotto.... Delle quali la prima, e quella che di piú

età era, Pampinea chiameremo„. (_Introd. al Decam_.)

⁷⁸ Πᾶν ϕίλος = tutto amoroso.

⁷⁹ νέη ϕίλη = giovinetta amorosa.

⁸⁰ Amante del canto. — Nella favola, Filomena “con giudizioso

procedimento„ avvertí Progne della colpa di Tereo.

⁸¹ Διώνεος = venereo.

⁸² Αἱμυλία = lusinghiera.

⁸³ Proemio al _Filostrato_.

⁸⁴ Camillo Antona Traversi nelle note al Landau — _Giovanni Boccacci,

sua vita e sue opere_ — pag. 548.

⁸⁵ Laura = Dafne. Forse perché per “mutar vesta„ Lauretta “disse sí„ a

un amante dal quale ora vorrebbe rifuggire come già la debole Dafne

fuggi da Apollo (v. pag. 193).

⁸⁶ Didone, la tradita.

⁸⁷ Lo stesso nell’opera cit., pag. 316.

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*ERRORI DI STAMPA.*

_Seppelita_, pag. 50; _invitare_, pag. 73. In alcune copie a pag. 129 si

legge, nella seconda riga, _1634_ in vece di _1654_.

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_Finito di stampare_

_il dì 2 maggio MDCCCXCII_

_nella tipografia di Nicola Zanichelli_

_in Bologna_.

Parvenze e sembianze · 第 41 / 42 题