All'alba, ero su l'alta terrazza della villa. Quattro anni addietro,
dallo stesso posto, avevo avuto la gioia di assistere assieme con Fausta
allo spuntare del sole, spettacolo nuovo per lei. L'avevo condotta lassù
con strano senso di superstizione, per farla benedire dal sole appena
uscita dal mio abbraccio nuziale, quasi il tepore di quei primi raggi
dovesse investirla di vive forze cooperatici al gran mistero della
concezione.... E la rivedevo come quella mattina, un po' pallida, un po'
sbalordita del suo nuovo stato, sorridente, stretta al mio braccio; e mi
sembrava di riudire le sue parole di esclamazione ammirativa:
--Oh, che bellezza! È una festa!...
E pensavo che quella festa si era ripetuta da allora in poi,
indifferentemente ogni giorno, e che si sarebbe ripetuta ancora ogni
giorno, per anni, per secoli indefiniti senza che le creature riflettano
quali correnti di vita, quali correnti di pensiero arrivino ad esse con
le vibrazioni di quella luce e le impressioni di quel calore!
Un irresistibile bisogno di aria libera, di frescura mi aveva spinto a
salire su la terrazza. Venere scintillava nel cielo opalino; tutta la
campagna attorno era ancora immersa nell'ombra, in una specie di
torpore, di dormiveglia, di soddisfazione di benessere, e me ne sentivo
compenetrare, quasi quello stato corrispondesse alla mia condizione
interiore. Un senso di stanchezza, di prostrazione, era seguìto infatti
all'esaltazione nervosa della giornata.
L'abbattimento però si accresceva di mano in mano che l'ampia vallata
usciva dalla penombra, che l'orizzonte si tingeva di un roseo dorato,
che i contorni dei monti e delle colline si accendevano ai primi raggi
del sole quasi scoppiassero in fiamme al loro tocco, e tutta la campagna
vibrava di sussurri, di canti di uccelli, in un delizioso fremito di
risveglio che mi sembrava, più che un'irrisione, un rimprovero. Che cosa
ero io venuto a fare colà, in mezzo a tanto rigoglio di vita, se neppure
sapevo ritrovare in me la forza di darmi la morte, con orgoglioso gesto
di rinunzia in faccia alla irragionevole prepotenza della Natura?
E non attesi che il sole si levasse alto su l'orizzonte.
Sul tavolino della mia camera luccicava il revolver, accanto ad esso era
spiegato il foglio nel quale, all'arrivo, avevo scritto in fretta poche
parole con cui chiedevo perdono a mia madre dell'atto disperato che
stavo per compire. Mi parve di vedere la povera donna nel momento di
leggerle, e mi sentii correre un brivido per tutta la persona. Strappai
il foglio.
--Ormai!
Fu l'unica parola che mi sfuggì di bocca. E significava che la vita e la
morte avevano lo stesso valore per me. Non dovevo riputarmi come morto
da un pezzo?
I muratori erano già al lavoro sul tetto della casa del colono. Uno di
essi cantava, interrompendosi per dire delle buffonate che facevano
ridere gli altri. Li osservavo con tristezza compassionevole per quella
loro serenità di creature umane, condannate a una esistenza quasi
animalesca, senza barlume di pensiero.
Lavoravano intentamente a rizzare un muricciolo, sovrapponendo pietre su
pietre, mattoni su mattoni, manovrando di cazzuola, e tutto il
funzionamento del loro cervello si riduceva a quella misera opera di
muratura.... Così, un po' più distante, sei contadini sarchiavano curvi,
movendo in cadenza le braccia, sgretolando con le mani, di tratto in
tratto, la terra smossa, e buttando via da parte qualche sasso,
anch'essi condannati a un'esistenza quasi animalesca, senza barlume di
pensiero.
E non era forse meglio per loro che fosse così?
--È la Provvidenza!--mi rispondeva poco dopo il parroco.
Andava attorno di buon'ora, sgambettando per le viottole,
accompagnandosi coi contadini avviati al lavoro, dando consigli, facendo
paternali, e tutto alla lesta, quasi avesse qualcuno che lo stimolasse
col pungolo e lui volesse liberarsene.
Vistomi affacciato alla finestra mi aveva dato la voce.
--Bravo! L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, come suol dirsi....
Ha dormito bene? Veggo che è mattiniero. Bravo! In campagna si va a
letto coi polli.... ma ci è lo svegliarino dei galli e degli uccelli....
Sì, quel tetto pericolava; il rinforzo del muricciolo.... sì, sì. Fa
bene a sorvegliare i lavoranti, anche a distanza. Non bisogna fidarsi
troppo.
--Guardi. Povera gente!--risposi additando i sarchiatori.
--Perchè?
--Che colpe ha commesso da essere punita a quel modo?
--È la Provvidenza!
--Poteva, mi pare, provvedere altrimenti.
--Se non l'ha fatto, vuol dire che doveva essere così.
--Voi la proclamate onnipotente.
--La proclamiamo? È, figliuolo mio! È!... Ma già lei va d'accordo col
dottore.... nelle stramberie. E ci vuol tanto poco a pensare giusto!
--Salga su, venga a prendere una tazza di caffè....
--Ecco la Provvidenza! Ieri ho finito la mia piccola provvista.... e per
ciò sono uscito dalla canonica a stomaco vuoto; i fondi ribolliti non mi
piacciono.... Neghi la Provvidenza se può!... Eh? Eh?
Mentre egli faceva il giro del muro di cinta per entrare dal cancello,
io avevo fatto preparare nella sala da pranzo le tazze pel caffè.
--Anche i biscotti!--esclamò.--Mi vizia, come la sua mamma.... Le ha
mandato i miei ossequi?... Il caffè bisogna prenderlo in piedi,
sorseggiarlo, centellinarlo.... Squisito! Il mio è un lontano, molto
lontano parente di questo.... Ma lo bevo e lo gusto lo stesso: tutto sta
nell'abituarsi.... E lei dice male della Provvidenza!
--Ne dice male lei, attribuendole certi fatti.... Dandone la colpa al
caso, che non sa quel che fa, e se sbaglia....
--Quistione di nomi. Noi diciamo Provvidenza, anche quando non sappiamo
spiegarci la ragione dei suoi atti; li accettiamo quali sono, li
rispettiamo, e la nostra ignoranza è confortata dalla Fede che la
Provvidenza sa quel che fa e che fa tutto a fin di bene. Loro dicono
Caso perchè non vogliono confessare la loro ignoranza, e trovano comodo
di attribuire a un cieco tante belle cose che farebbero onore anche a
chi possedesse quattro paia di occhi.... Un'altra tazzina?
Volentieri.... Ben zuccherato; il caffè, dicono, così è più
digestivo.... E poi rimettendoci alla Provvidenza, a Dio, noi viviamo
tranquilli.... Loro, invece, si beccano il cervello e.... che cosa
concludono?
--Il guaio è, caro don Luca, che la vita resta ugualmente una brutta
cosa sia che la prepari la Provvidenza o ce la intrugli il Caso.
--E ne dice male, lei, lei a cui niente manca per essere felice?
--Crede che la felicità stia nei quattrini?
--No, perchè in tal caso io sarei tra i più disgraziati del mondo. La
felicità sta nel contentarsi, nell'adoprare alla meglio tutti i mezzi
che Dio ci ha messi a portata di mano. Quei contadini sarchiano, cosa
che lei non sa fare nè può fare; non resisterebbe. Sarchiare per loro è
come.... studiare per lei; come dir messa, recitar l'ufficio,
confessare, portare il viatico.... per me; ognuno al suo posto; ogni
frutto alla sua stagione.... Lei mi fa parlare, mi fa distrarre.... e
questo è il quarto o quinto biscotto che mangio senza punto badarci....
--E non ci badi!
--Eh, no! Avrei fatto meglio a mettermeli in tasca e portarli a qualche
povera malata; ne ho rimorso....
--Porti questi altri che rimangono.
--Ma allora la buona azione non la faccio io.
--Che importa? Purchè sia fatta!
--È vero.... E intanto non dica più che la vita è una brutta cosa. È
quello che è; secondo si prende. E inoltre c'è la consolazione del
compenso che riceveremo nell'altra....
--Ne è sicuro?
--Sicurissimo! Se non fosse così....
--E se davvero non fosse così?
--Dove vuol condurmi? Cotesti «se» non li ammetto. Se li ammettessi un
solo istante, in certi momenti.... Dio me ne scampi.... non ci penserei
due volte. Ma, no, no: la vita è bella anche quando.... è brutta. Se lo
immagina lei il mondo senza la vita? Buio fitto, freddo intenso.... Eh,
no! Questo bel sole, questo bel verde.... Ah! E quest'aria che rinfresca
i polmoni.... Ah!
--E la Morte non la conta?
--Passaggio! Passaggio!... Un po' duro, se vuole.... specialmente quando
bisogna farlo troppo presto, all'inaspettata.... Ma passaggio e niente
altro.... E per ciò non è male portarsi via, nel mondo di là, un
fagottino di buone azioni sotto braccio....
--Lei dunque fa il bene in vista della ricompensa che può venirle....
--Certamente, e mi astengo dal male pel castigo che mi attirerebbe
addosso. Sono sincero. Coloro che dicono di fare il bene unicamente pel
bene, se non mentiscono, sono illusi dalla loro vanità.... Ed ecco un
sesto biscotto andato di mezzo! È un'indecenza.... Io non posso star
fermo; mentre la lingua parla, le mani armeggiano, afferrano.... quasi
quasi non lo finirei.... Ma che significa quel gran fumo laggiù...
dietro gli ulivi?
E dopo aver guardato un momento, gridava a uno dei sarchiatori:
--Ehi! Pietro!... Corri, va' a vedute che cosa avviene nella fattoria
dei Contardi.... Correte in due, in tre, per dar soccorso se mai!...
Vado io, sarà meglio. Il fumo aumenta!...
--L'accompagno.
Stentavo a tenergli dietro. La fattoria dei Contardi distava dalla villa
mezzo chilometro. Don Luca scavalcava viottole, improvvisava
scorciatoie, saltava fossati, lasciando indietro me, i contadini, che
pure correvano vedendo correre il loro parroco a cui volevano bene.
Ora si sentiva il crepitìo delle fiamme, e un grido invocante aiuto. Era
la voce di un ragazzo che strillava, piangendo, spaventato, davanti a la
casa che bruciava.
Bruciava da tutte le parti con terribile impeto. Globi nerissimi di fumo
uscivano dalle finestre e dal tetto, lingue di fuoco vibravano tra il
fumo, alimentate dal vento che sembrava vi soffiasse su con maligna
violenza.
Al nostro arrivo, don Luca interrogava il ragazzo, s'interrompeva per
chiamare i contadini che non rispondevano, tornava a interrogare quel
poverino, guardiano di una mucca, e non riusciva a ottenere risposte
concludenti.
--I tuoi padroni dove sono?
--Non lo so!
--Non li hai visti questa mattina?
--Non li ho visti.
--Li hai visti ieri sera?
--Non li ho visti.
Una gran confusione. Mancavano recipienti per l'acqua, mancavano scale,
mancava tutto! Era difficile di accostarsi specialmente dalla parte
davanti; le fiamme, il fumo che il vento spingeva da tutti i lati, in
basso, quasi per tener discosta la gente che avrebbe voluto dare qualche
soccorso, ci facevano rimanere spettatori del disastro, in attesa che i
muratori e i contadini, spediti alla villa, portassero recipienti,
scale, picconi.
Don Luca smaniava, alzava le braccia al cielo, si aggirava attorno a la
casa, chiamando per nome il Contardi e sua moglie, che dovevano essere
là dentro soffocati dal fumo e forse carbonizzati dal fuoco se non
davano nessun segno di vita; forse erano andati in città, e questa
ipotesi ci consolava.
Intanto parte del tetto crollava con gran fracasso; e parve per pochi
minuti che il materiale di tegole e di calcinacci venuto giù attutisse
l'incendio. Già ferveva l'opera di estinzione ora che dalla villa erano
arrivati recipienti di ogni sorta. Venivano riempiti alla meglio
attingendo acqua dal pozzo, e a una gora poco distante. Due scale erano
state appoggiate a un albero, che il fumo avvolgeva tra le sue spire, e
ai muratori montati fino agli ultimi scalini, i contadini, don Luca ed
io porgevamo i secchi e le brocche ripiene che quelli si sforzavano di
vuotare su i muri, su le imposte delle finestre mezzo consumate, dentro
quella voragine apertasi al crollo di parte del tetto.
Duo o tre volte i muratori avevano dovuto scendere per non essere
soffocati dal fumo, sostituiti subito dai contadini. Don Luca, buttata
via la zimarra, era montato su anche lui, per dare l'esempio, esortando
con la voce arrochita, mostrando un'agile forza proprio straordinaria
per la sua età. Pensava, anche a me:
--Lasci fare; non si affatichi.... Vede?
Avevo rovesciato un secchio nel fare lo sforzo di porgerlo al contadino
in basso della scala....
--Regoli meglio la catena!... Passando da una mano all'altra secchi,
orci, brocche, si fa più presto....
Le mura fumigavano, ma le fiamme già si abbassavano....
Mi era parso di udire un grido, di sentir picchiare; in una grata.... Ed
ero accorso dietro la casa. C'era una sola finestra in alto, da dove
usciva poco fumo; e tra quel fumo, due manine che picchiavano con una
chiave, e una figurina incerta tra il fumo che, mezzo soffocata, poteva
appena gridare.
--La ragazzina! La ragazzina!...
Don Luca saltò giù dalla scala col pericolo di fiaccarsi il collo.
Anche oggi io ho un'idea molto confusa di quel che oprai in quel
momento. Ricordo soltanto che mi sentii preso da un impeto di vigoria e
di coraggio, che respinsi bruscamente don Luca e un muratore che
volevano impedirmi di afferrare una scala. Ricordo il mio grido:
--Il piccone! Il piccone!
E mi rivedo, come in un sogno, arrampicato alla scala, dar furibondi
colpi per scassinare la grata. Il fumo aumentava, mi accecava. Dietro la
grata, aggrappata ad essa, con gli occhi atterriti, il respiro
affannato, intravedevo la ragazzina che pareva stentasse a reggersi. Ah,
quella maledettissima grata come resisteva!... Finalmente!... Da una
sola parte però.... La spinsi indietro, per aprire un varco alla
ragazza.... E gettai un urlo di orrore! La poverina non aveva potuto
reggersi più!
Ricordo soltanto che, tardi, a notte avanzata, mi svegliai quasi da
sonno profondo, che avevo la testa fasciata, che mia madre, il dottore e
il parroco mi stavano ansiosamente dattorno, e che il dottore mi disse:
--Non è niente!
--Sì, Dario; fortunatamente, non è niente!--soggiunse mia madre.
E le tremava la voce.