In pochi giorni l'idea del suicidio mi aveva talmente invasato, che io
ne sentivo una specie di esaltazione, di ebbrezza gioconda. Non dovevo
fare nessuno sforzo per ingannare mia madre e il signor Bardi che
avevano voluto informarmi di alcuni particolari di amministrazione, e
consultarmi intorno allo impiego di un grosso capitale inaspettatamente
recuperato.
--Sono stato uno sciupone nei mesi scorsi,--avevo detto scherzando.
--Se tutti gli sciuponi somigliassero a lei! Di tanto in tanto è bene
però dare una scossettina alle rendite, per impedire che ammuffiscano.
Era una delle tante curiose teoriche del signor Bardi. L'altra, più
savia, era questa:
--Sapere come si fa il denaro è il miglior insegnamento per goderselo.
Io, secondo il signor Bardi, ero per ciò un cattivo goditore.
--Dovresti sollevarmi un po' dal peso della responsabilità....
--Quale responsabilità, mamma?--la interruppi.--Non ne hai nessuna. Tu
sei padrona assoluta in questa casa, ed io mi stimo felicissimo di poter
rimanere ancora figliuolo di famiglia e nient'altro.
L'idea della morte volontaria ha un fascino incredibile. Stordisce o
annulla la nostra sensibilità; forse lusinga anche il nostro amor
proprio o, meglio, la nostra vanità col farci credere superiori alla
maggioranza degli uomini così attaccati alla vita. Quel che dà la spinta
verso la morte è il meno, nella più gran parte dei casi. Il coraggio, la
freddezza nell'esecuzione provengono dall'anestesia morale che tien
dietro alla decisione di finirla con la esistenza. Non so spiegarmi
altrimenti la serenità, la imperturbabilità con cui facevo i preparativi
senza badare menomamente al dolore che avrei cagionato a mia madre,
senza sentirmi commosso dalla vista della povera donna che mi voleva
tanto bene e che aveva tanto sofferto per me. Pensavo solamente di
evitarle lo spettacolo del mio corpo insanguinato; e per questo avevo
risoluto di prendere il pretesto di andare a sorvegliare gli urgenti
lavori di riparazione nella casa dei contadini a Villa Fausta.
Precauzione superflua, perchè mia madre non aveva nessuna ragione di
sospettare di me. Infatti non sospettò neppure quando io, sul punto di
partire, l'abbracciai e la baciai con insolita insistenza.
Oh come mi parve che Fausta mi venisse incontro per l'ombrato viale! Oh
come mi parve di rivederla sotto il portico, su per la rampe della scala
esterna, o affacciata alla terrazza tra i vasi di azalee in fiore che la
ornavano! Così l'avevo vista più volte in quel mese della luna di miele
che rimaneva tuttavia il più puro, il più eccelso, il più commovente
ricordo della mia vita coniugale.
E mi sembrava, nei primi momenti, che io fossi andato colà non per
cercarvi la morte, ma per rivivervi quasi realmente, con
l'immaginazione, le ore, i giorni, le settimane passativi insieme, a
rinnovare con essi il mio cuore e la mia intelligenza, e a prendervi
nuove forze per impiegare la vita in modo assai più degno che non pel
passato.
E trascorsi tutta la giornata, cercando di qua e di là, frugando i posti
consacrati dalle nostre deliziose passeggiate, dalle nostre soste
sull'erba, all'ombra degli alberi e delle siepi; dolcemente scosso dalla
scoperta di un fiore di campo nello stesso punto dove allora ne avevo
raccolto uno simile per lei, contento di sedermi sul ciglione di un
sentiero dove mi ero seduto accanto a lei; maravigliato di scorgere che
l'aspetto dei luoghi e la vita vegetale erano poco o niente cambiati,
quantunque già cominciassi a riprendere coscienza che intanto tutto era
cambiato, e irrimediabilmente, dentro di me.
--Oh! signor Dario! Buon giorno!
Era il medico condotto di campagna, vecchietto grasso, rubicondo, sempre
di buon umore, grande amico di mia madre da lui chiamata la «Tesoriera
dei poveri», o pure il suo «braccio diritto» nelle opere di carità.
--Solo, questa volta? Peccato!
--Mia madre,--risposi,--mi ha investito delle sue funzioni di
«Tesoriere»; disponga di me.
--Grazie pei malati. Ne ho parecchi. Cattiva stagione l'estate!
Dominedio ha avuto torto di creare i contadini. Che cosa poteva
costargli di far fruttificare la terra senza bisogno della mano
dell'uomo? Lavorano peggio delle bestie, soffrono come le creature
ragionevoli, e non sono interamente nè l'uno nè l'altro. Io che li
pratico da quarant'anni ne so qualcosa.
--Le macchine,--dissi,--a poco a poco emanciperanno l'uomo dal lavoro
manuale.
--Non me ne parli! Le hanno ridotte così perfette da sembrare che
vogliano vendicarsi di essere costrette a lavorare per conto altrui; e
di tanto in tanto storpiano, mutilano, stritolano un povero diavolo che
non c'entra. Giusto un mese fa.... che orrore! Un misero padre di
famiglia... Quella trebbiatrice ha qualche diavolo negli ingranaggi. Non
è la prima volta.... Non me ne parli!
--E lei, sempre contento di vivere in campagna, tra' contadini?
--È il mio mestiere; non saprei farne altro. Ognuno deve fare quel che
può, se vuol oprare un po' di bene. Io sarei stato un cattivo medico di
città; sono troppo rozzo e troppo allegro. I contadini mi prendono come
sono, ed io li ricambio della stessa moneta. Una buona parola, una
barzelletta, certe volte, valgono meglio di una medicina. Per questo il
farmacista mi vuol bene quanto il fumo agli occhi. I contadini mi
compensano. Povera gente! Ma cominciano a guastarmeli. Non si contentano
più del loro stato, messi su da certi apostoli.... Prima erano
contadini, di padre in figlio, buoni fittavoli, buoni giornalieri.... È
questo il gran guaio: non adattarsi alla propria sorte.... Si figuri me,
se mi fossi messo in testa di voler essere professore di clinica! La mia
felicità è stata di riconoscere che avrei potuto essere soltanto un
mediocre medico condotto. Non l'ho sbagliata.... Salute, appetito, buon
umore, e non importa se pochi quattrini. Svaghi? La caccia, la pesca con
la lenza, quando i malati me lo permettono. Ho un roccolo famoso. Ma io
chiacchiero, chiacchiero, e non ero venuto precisamente per questo.
Appena seppi:--Alla Villa Fausta c'è gente--dissi: È arrivata la
Tesoriera dei poveri.... E son venuto.... prima che si presentasse il
parroco.... Mi fa la concorrenza.... E la signora Maria gli usa un po'
di maggior riguardo, per via della veste. Si sa; coi servi di Dio....
Bisogna portar rispetto al cane per amor del padrone.... Lei faccia pure
come la mamma: un po' a me, un po' a lui. Spesso ci troviamo attorno
allo stesso letto di miseria, io pel corpo, colui per l'anima; e
facciamo ognuno del nostro meglio. Quando mi accorgo che non c'è più
speranza di guarigione, gli dico:--Tocca a lei!--E, poverino, li fa
andar via contenti all'altro mondo, promettendo un paradiso, che sarebbe
proprio un'infamia se non ci fosse, che ci sarà, spero.... quantunque,
in certi momenti.... Non capisco, ecco, perchè il Signore non ha voluto
darcene una piccola anticipazione anche quaggiù.
Non lo interrompevo. Quella figura tozza, un po' volgare, mi si
trasformava sotto gli occhi, mi si spiritualizzava quasi, e per le cose
che diceva, e per la giocondità con cui le diceva. Lo conoscevo da un
pezzo; ma quando veniva a farci spesse visite, io lo lasciavo volentieri
in compagnia di mia madre. La serenità, l'inesauribile buon umore di lui
mi riuscivano, per le mie idee di allora, un pochino antipatici. E per
ciò ora mi maravigliavo di stare ad ascoltarlo volentieri, e di sentirmi
penetrare nell'animo conturbato qualcosa di quella sua semplice, dolce
filosofia ch'egli metteva in pratica da tanti anni, che lo aveva fatto
arrivare alla sana robusta vecchiezza, e gli permetteva di adempire,
senza stancarsi, le gravi fatiche di quel che egli chiamava umilmente il
suo mestiere.
Si era arrestato ridendo, per esclamare:
--Guardi: il mio concorrente!
Il parroco veniva verso di noi, con passi così frettolosi, che sembrava
dovesse impigliarsi da un momento all'altro nella scolorita zimarra di
mussola nera, stretta attorno al corpo lungo e magro. Invece di
tricorno, portava calcato su la testa un rozzo cappellone di paglia.
Salutava da lontano, agitando le braccia.
--Sta bene? E la signora Maria? Sente che caldo?... I miei poveri
l'attendevano.... Io ho il brutto viziaccio di correre invece di
camminare; non so frenare le gambe. Se avessi una giumenta come il
nostro dottore.... La signora Maria non ci mancherà quest'anno, voglio
augurarmi.... Le fa specie il mio cappellone di paglia?... Qui in
campagna, possiamo permetterci tutto.
--L'abito non fa il monaco,--dissi io.
--Eh!... Lo fa, lo fa! Sembra una sciocchezza, ma se non avessi addosso
questo straccio di zimarra, non mi stimerei prete neppure da me. Il
dottore mi ha preceduto.... Ci sarà però qualcosina anche pei miei
poveri....
--Perchè non dire: nostri?--fece il dottore.
--È vero. Ma, infine, essi non sono di nessuno, o di chi fa loro la
carità.... Starebbero freschi se dovessero contare soltanto su noi!...
Riparazioni, eh? Lavoro; è la miglior carità. Non umilia, non degrada.
Io, se fossi signore, non darei un soldo di elemosina: lavoro, lavoro,
lavoro; nient'altro.
--E a chi non può lavorare?
--Stia zitto, dottore; in famiglia c'è sempre qualcuno che può lavorare
per gli altri. Dico bene, signor Dario? Non lavora anche lei, a modo
suo? Siamo stati messi al mondo per fare ognuno qualcosa; tant'è vero,
che chi non può e non sa fare il bene, fa il male, pur di non stare
inoperoso, con le mani in mano.
--Oh, questo poi!--esclamò il dottore, dando in una delle sue rumorose
risate.
--Non dovrebbe essere così, ma è così,--rispose il parroco.--Tante cose
noi pensiamo che dovrebbero andare in un modo e, invece, vanno in un
altro. Lei mi aveva dato per ispacciata la povera moglie di
Testagrossa.... Io le ho amministrato il viatico e l'estrema unzione. Le
hanno profittato meglio del chinino; non me lo aspettavo neppure io. La
ho vista ora ora, davanti a l'uscio di casa; pettinava una bambina.... E
i famosi uccelletti che mi ha promesso, da mangiare con la polenta?
Il parroco mi divertiva per quel passare da una cosa all'altra, senza
transizioni, ruzzolando le parole con la stessa nervosità con cui moveva
le gambe.
Egli e il dottore mi seguirono, invitati, fino alla villa. La serata era
dolcissima. Mi sentivo compenetrato tutto dalla divina serenità della
campagna. E quei due, così diversamente semplici, buoni e allegri, sotto
il portico, attorno al tavolino di ferro coi bicchieri e due bottiglie
di vino, ragionando, ridendo, mi producevano un inatteso sollievo, che
somigliava a un soave sbalordimento.
Mi avevano guardato in viso un po' stupìti di quel che avevo dato in
nome della «Tesoriera dei poveri».
--È anche troppo!--aveva esclamato il parroco, ringraziandomi.
--Non è mai troppo!--soggiunse il dottore ridendo.
Era già tardi quando andarono via, con quello splendido lume di luna
piena che pareva piovesse calma e riposo dattorno. E quasi
immediatamente fui ripreso dalla tristezza, dal cupo proposito per cui
ero andato colà.
Perchè indugiavo? Perchè rimanevo alla finestra, dopo di averli
accompagnati con l'occhio fino allo svolto della strada, laggiù? Perchè
quel grido lontano della botta che interrompeva il gran silenzio
notturno mi teneva intento ad ascoltarlo quasi potesse avere un qualche
significato per me?
Avevo fatto un'opera buona a nome della mamma, e (quei due non se
n'erano accorti) mi eran tremate le mani vuotando il portafoglio di
tutti i biglietti di banca che mi trovavo per caso. Riflettevo.
--A quest'ora, certamente il suo pensiero è qui, ed io mi preparo ad
abbandonarla!
La vedevo, con l'immaginazione, andare da una stanza all'altra,
osservare attentamente ogni cosa, riparare un piccolo disordine,
chiudere bene un uscio, borbottando, intanto, le preghiere della
sera....
La botta continuava lo stridulo grido. Anch'essa vegliava, invocava
forse il maschio; forse esprimeva soltanto un rudimentale sentimento di
gioia per la frescura, pel silenzio, per la bianca luce lunare.
--Perchè indugiavo?
Pensavo a quel ritratto di Fausta che non avevo voluto portare con me
per non far insospettire mia madre; sarebbe stato un atto così insolito!
Eppure sentivo che, se lo avessi avuto sotto gli occhi, mi sarei deciso
subito, senza esitare un istante, quasi per precipitarmi tra le braccia
in attesa, o immergermi assieme con lei nella gran pace del Nulla.
Tornavo a pensare a quei due che adempivano modestamente,
tranquillamente il loro dovere di uomini; consapevoli della loro
pochezza, contenti del loro stato, come altri ne avevo osservati quella
mattina, contadini, operai che lavoravano alacremente, cantando,
scherzando, soffrendo in silenzio, accettando la vita quale l'avevano
ricevuta in sorte, rendendosi utili a sè stessi ed agli altri,
contribuendo, per quanto era in loro, al benessere comune.
Era forse la prima volta che osservavo questo? No. Ma allora sentivo un
profondo disdegno per tutto quel che non era pensiero o opera di
pensiero; non mi ero mai fermato a riflettere che tutte quelle creature
umane condannate a rimanere nei bassi strati della vita sociale
esercitavano una necessaria e benefica funzione, preparatrice di
materiali, di alimenti a coloro che si trovavano destinati a funzioni
più alte; e che questi, alla lor volta, lavoravano per quei pochi nei
quali funzionava, per così dire, soltanto il cervello, artisti,
scienziati, pensatori, e che erano la somma di tutte le altre attività,
il resultato complesso di tante funzioni diverse ma indirizzate a unico
fine.
E mi tornavano in mente le allegre parole del dottore:
--Si figuri me, se mi fossi messo in testa di voler essere professore di
clinica!
Io avevo voluto tentare qualcosa di simile; e la mia superbia delusa mi
spingeva a finirla con la vita!
Ma subito mi rimproveravo:
--Tu già ti lasci lusingare dalla vigliaccheria!
E subito rispondevo a me stesso:
--Non è forse maggiore vigliaccheria disertare dalla vita unicamente
perchè essa non ha soddisfatto la tua vanità, il tuo orgoglio, i superbi
tuoi sogni?
Mi sembrava impossibile che l'insegnamento, la salvezza, forse la
redenzione, dovessero venirmi appunto dalle umili cose e dalle umili
persone tanto da me misconosciute e disprezzate!