Qualche cosa del nostro corpo e dell'anima nostra si espande forse
attorno a noi e si attacca indelebilmente alle mura della casa che
abbiamo lungamente abitata, agli oggetti di ogni sorta che ci hanno
tenuto compagnia per tutta la vita e sono stati muti, inerti testimoni
delle nostre gioie e dei nostri dolori.
Non so spiegarmi altrimenti le impressioni ricevute dopo solo sei mesi
di assenza.
Mia madre, venuta ad incontrarmi all'arrivo, mi aveva abbracciato con
straordinaria commozione.
--Sei stato malato?
Avevo tale cera da giustificare l'ansiosa domanda. Ero pallido,
dimagrito, e la grande tristezza che non sapevo dissimulare aumentava la
mia aria di sofferente.
--No, mamma--risposi.--Lo strapazzo del viaggio, la perdita del
sonno.... Pochi giorni di riposo basteranno a rimettermi nello stato di
prima.
Sorrideva, un po' incredula.
--Ero certa che ti saresti trovato qui per domani l'altro. Milano è
città maliarda; fa dimenticare facilmente. Non ti rimprovero, Dario. Le
mamme sono un po' egoiste; bisogna compatirle.
Con che dolcezza mi guardava e mi parlava! Sentivo rimorso di aver
mentito, scrivendole che avevo pensato anche io di trovarmi presente al
primo anniversario della morte di Fausta.
--Ho già disposto ogni cosa,--soggiunse.--Molti fiori, oh, molti! Li
amava tanto! Durante questi sei mesi glien'ho portati io stessa ogni
venerdì, giorno della sua morte. Non le mancheranno mai finchè campo....
E mi parve che intendesse di dire:
--Morta io, forse non li avrà più. Povera Fausta!
Volevo protestare; ma non ebbi animo di aggiungere una probabile
menzogna a quella che le avevo scritto da Milano.
Passando da una stanza all'altra, quasi per istintiva sollecitudine di
riprenderne possesso, provavo la strana sensazione di sentirmi
risospingere molto addietro, agli anni più fecondi di illusioni, alle
lotte contro me stesso, a quella specie di sottomissione a un ideale
meno elevato, ma consolantissimo che mi aveva fatto stendere la mano a
Colei che avrebbe dovuto avverare il mio nuovo sogno. E questa
sensazione era così fresca, così «presente»--non trovo un'espressione
più esatta--da farmi credere, come l'altra volta, che la mia vita si
fosse arrestata a quel punto e che dovessi allora riprendere a procedere
innanzi, quasi le delusioni non fossero arrivate, quasi il disastro non
fosse avvenuto, ed io non avessi commesso l'atto disperato di tentar di
ammazzarmi moralmente, non avendo forse il coraggio di ammazzarmi
realmente.
Se non che notavo un particolare. Niente mi parlava di Fausta, come se
ella sdegnasse di ripresentarsi alla mia mente, di far ripalpitare il
mio cuore. Non la ritrovavo in nessun angolo di quella casa che pure era
stata illuminata dai suoi sorrisi, che avea risonato della sua voce,
delle sue gaie risate nei bei giorni dell'attesa.
Il suo salottino, che conservava qualche traccia di disordine nei libri,
nei ninnoli, negli oggetti di arte, da dover dare la idea che ogni cosa
fosse stata recentemente smossa dalla mano della signora del luogo, era
significantemente silenzioso, di un silenzio inesprimibile, di un
silenzio di orgoglio--mi pareva--e di dispetto.
I ritratti, belli, somigliantissimi, in varie pose, rimanevano muti
anch'essi, come di persona ignota, di cui potevo ammirare la purezza
delle linee, l'espressione degli occhi e delle labbra, senza che mi
producessero la più lieve tristezza di ricordi.
Questa inaspettata aridità di cuore mi stupiva grandemente; non sapevo a
che cosa attribuire l'impressione negativa di quei giorni, quantunque
mia madre, immaginando di farmi piacere, mi parlasse spesso di Fausta,
con voce piena di lacrime, con tenerezza profonda.
La giornata era grigia, senza sole. In quell'ora mattutina, pei viali
del cimitero non si incontrava anima viva. Mia madre mi precedeva con
passo affrettato. La modesta tomba di Fausta, era sparita sotto un gran
cumulo di fiori; emergeva soltanto, tra le rose gialle e bianche, la
breve colonnina sormontata da una piccola urna di porfido. Al cancello
di ferro battuto si erano, torno torno, avviluppati rami di piante
rampichine con penduli fiori di colore amaranto; otto grossi ceri già
ardevano agli angoli.
Mentre mia madre, inginocchiata sul gradino sporgente dalla base pregava
in gran raccoglimento, io, rimasto in piedi dietro a lei, mi sentivo
invadere da un tormentoso senso di invidia per Colei che dormiva
sotterra il sonno da cui nessuno si desta. Non riuscivo a immaginarmela
disfatta, ridotta orrido scheletro, irriconoscibile. Ora mi si
ripresentava proprio quale l'avevo veduta allora appena da me composta
nella cassa mortuaria, col viso cereo, con gli occhi chiusi, e le labbra
smorte, serena; e mi sembrava che avesse dovuto continuare a dormire,
forse a sognare come io le avevo affettuosamente sussurrato nell'istante
del distacco.
--Felice te!--pensavo.--Vorrei già poter dormirti accanto, ora che non
ho più niente che mi lega alla vita!
E a poco a poco quel tormentoso senso di invidia si calmava per dar
luogo a un sentimento di compassione di me stesso, che tornava a farmi
zampillare nel cuore inaridito la sincera e copiosa onda di affetto di
cui era stato capace negli ultimi mesi della vita di Fausta, quando
l'avevo amata umanamente, senza sottintesi, senza secondi fini, per la
sua bellezza, pel suo affetto, pel suo sacrifizio; e avevo tremato
dall'angoscia di perderla, dal rimorso di aver affrettato
sconsigliatamente la sua misera fine; e l'avevo pianta come non avevo
mai pianto fino allora, nè dopo.
E così Colei, che nei giorni scorsi mi era parsa assente da ogni angolo
della casa, rientrava trionfatrice nella riposta intimità dell'anima
mia; consolatrice anche, suaditrice di andarle incontro con la stessa
ferma volontà con la quale ella aveva affrontato il terribile enimma da
cui dipendeva per lei la vita e la morte.
Mia madre mi rivolse un'occhiata supplicante, allorchè, rientrati in
casa, le dissi:
--Lasciami qualche ora solo con lei!
Sentendomi parlare di Fausta come di persona ancora viva, ella esitò un
istante, temendo forse per la mia ragione; la indifferenza dei giorni
scorsi doveva esserle parsa uno sforzo per ingannarla intorno al vero
stato dell'animo mio. La rassicurai con una stretta di mano; ed entrato
nel salottino, chiusi l'uscio dietro a me.
Spalancai la finestra. Il sole, diradato il fitto velo di nuvole che lo
aveva nascosto nella mattinata, penetrava nella stanza infondendo un
palpito di vita su tutti gli oggetti sparsi attorno che la sapiente mano
di Fausta aveva disposti sui tavolinetti, su le mensoline, alle pareti,
con squisito senso di armonia. Fin i fiori, già inariditi nei vasi
senz'acqua, sembravano rinverdire i brevi rami e rianimare il colorito
delle foglie risecchite e ingiallite.
Non ostante la diffusa luce, io guardavo attorno come chi entrato in un
luogo mezzo buio strizza gli occhi per scorgere gli oggetti che vi si
trovano, e li vede a poco a poco quasi venir fuori dalla penombra per
virtù di tenue propria luminosità. Non mi bastavano la forma, il colore
degli oggetti; volevo che essi mi rivelassero qualcosa delle mani che li
avevano toccati, e disposti qua e là: il profumo, la essenza vitale che
avean dovuto rimanere attaccati ad essi nei ripetuti contatti.
E, quasi come una realtà, Fausta si aggirava pel salotto, ripetendo
nella mia memoria gesti, atteggiamenti, mosse che ora mi rappresentavano
tanti lieti e tristi momenti della nostra vita di sposi; si aggirava pel
salotto, muta però, perchè io non riuscivo a produrmi, ricordando,
l'illusione di udirne la voce, allo stesso modo che mi riproducevo un
movimento delle mani, un passo, un sorriso, un balenar di occhi, un
cruccio che le aveva velato improvvisamente la dolce serenità del viso,
un'espressione di dolore che le aveva contratto le labbra.
Avrei voluto che mi fosse avvenuta una compiuta allucinazione; i soli
ricordi non mi appagavano. E se, anche per un istante, avessi potuto
vedermela comparire davanti, le avrei gridato:--Portami via, portami via
con te! O dammi la forza di venir volontariamente a raggiungerti!
Era stata sublime. Se non era arrivata precisamente alla decisione di
voler morire, aveva dato prova di eroico coraggio affrontando
l'incognita del pericolo preavvisato dal dottore. Aveva dovuto dubitare
qualche volta, e certamente esclamare:--Che importa? In ogni caso,
meglio così!--Era stata sublime!
Io, invece, avevo commesso la vigliaccheria di rinnegare ogni mio
ideale, la profanazione di stringere tra le braccia quasi consacrate dal
suo bellissimo corpo, di baciare con le labbra che erano state ribaciate
dalle sue, vilissimi corpi e impure labbra insozzati dell'imbrattamento
di altri contatti non meno vili ed impuri. Mi sentivo soffocare dalla
nausea di esser potuto giungere a tanto. La grande idealità che aveva
rallegrato e confortato la mia giovinezza, che mi aveva preservato da
ogni bassa azione ed era stata il mio unico grandissimo orgoglio, mi
rigurgitava nuovamente nell'intelletto e nel cuore, operava nel mio
spirito un misterioso purificamento, adempiva la redenzione iniziata
poche ore addietro dall'influsso di Fausta davanti alla sua tomba
infiorata.
Oh! Se lei non veniva a portarmi via, ora mi sentivo degno di andarle
incontro nell'indefinita serenità dell'Ignoto, che in questo momento la
fantasia mi animava, contro ogni mia convinzione, di persistenti forme
di vita.
--Dario!--chiamò mia madre, picchiando leggermente all'uscio e aprendolo
a mezzo.
Mi riscossi e le feci cenno di entrare.
--Senti:--disse dopo di aver guardato tristamente attorno.--Io credo che
noi dobbiamo pensare ai nostri morti senza dolore e senza rimpianto. Se
è vero, che essi ci stiano attorno, vivano, invisibili, la stessa vita
di una volta o almeno ritornino di tanto in tanto per aiutarci e
ispirarci qualche buona azione--ho questa fede, da donna mezza
ignorante, e non la cambierei con la opposta certezza di voialtri
sapienti--se ciò è vero, noi non dovremmo affliggerli con lo spettacolo
di un dolore inconsolabile, che non giova ad essi nè a noi. Senti,
Dario: tu mi dai una gran pena restando così chiuso con me; mi sento
come esclusa dal tuo cuore.
--Oh, mamma!--esclamai.
--Poco fa,--ella proseguì,--hai avuto il coraggio di dirmi:--Lasciami
solo con lei!--Perchè? Non le ho voluto bene anche io? Non l'ho pianta
anche io? Parliamone insieme, Dario. Onoriamone la memoria con una
bell'opera di carità. Ho fatto qualche cosa a tua insaputa, e non
soltanto per conto mio. Prendi ora tu una generosa iniziativa.
--Ho pensato appunto a questo!--risposi, mascherando con un sorriso il
tetro significato delle mie parole.