Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver
potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli
occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti
idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che
pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi
una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio
di sentimento.
E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza
alla morte della mia bambina.
Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva
Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.
Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più
pronta l'assistenza del medico.
Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti
al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse
impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i
consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.
--Ti ammalerai anche tu!
--Non importa,--rispondeva.--Voglio far guarire mia figlia, anche a
costo della mia esistenza!
E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter
perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza
di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima
madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:
--Grazie!
--Le dia coraggio lei che è un uomo,--egli soggiunse.--Il disastro può
accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora
Maria?
--Si, sì!
E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le
parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche
giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva
nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel
rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a
lei. Non le avevo detto un giorno:--Possiamo attendere?--Avevo
dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non
riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.
Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e
fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si
scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile,
Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le
offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure
commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle
cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò,
lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a
trovare parole di conforto per me.
--La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non
ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!...
Dobbiamo salvarla!... Non mi rispondi, Dario?
Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue
strazianti parole.
Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per
impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!
Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così
feroce, di cui ho orrore ricordando.
Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola
cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di
fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa
commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto,
sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.
--Fausta! Per carità! Fausta!--balbettai, chinandomi a baciarla,
passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi
obbliato.
Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola
sillaba. Era sfinita.
Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa
appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette
amorosamente le mani.
--Lasciala riposare,--mi disse sottovoce.
I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva
la benefica calma del sonno.
Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e
mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava
l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.
Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto.
Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo
sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le
labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da
quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio?
Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile
delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui
mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale,
vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti
verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso
scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione,
celebrazione di un sacro rito.
E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto
gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via
dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro
primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora
allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da
parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:--Mi farai insuperbire!
La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti.
Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?
Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata
sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che
sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco
atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia;
seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche
principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!
Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che
Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore,
tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di
compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile
affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di
vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.
--Non affaticarti ancora a mentire!--mi disse una sera che volevo
indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un
maestro da lei tenuto in gran pregio.
Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente
creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.
--Non respingermi, Fausta!--esclamai,--Non sono stato mai così sincero
come in questo momento....
Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:
--Può darsi!
Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole
riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di
squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre.
Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei
con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di
cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di
colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo
salottino, e in quello di mia madre.
Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire
dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito.
Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi
con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di
quell'autunno che aveva tepori primaverili.
Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle
delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come
creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde
rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva
tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad
ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il
segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.
Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini,
la interrompevo sorridendo:
--Poetessa! Poetessa!
--La miglior poesia,--ella rispondeva,--è quella che si sente e non si
scrive.
--La più grande è quella, che si fa,--replicavo, pensando al germe che
già sapevo le palpitasse nel seno.
Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee,
un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle
cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano
unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.
E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi
faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei
miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la
prima volta, quando mi era venuta incontro--me lo aveva detto un
giorno--quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi,
fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un
rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei
stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia
madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo
accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:
--Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte
potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio
necessario per sparire volontariamente....
--Non dire così, Fausta!
--Ormai!
--La vita,--replicai,--non ostante le nostre aberrazioni, le nostre
miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una
giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa
di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il
nostro cuore.
--Tu insegui sempre il tuo sogno!
--No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per
la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.
--È la prima volta che la ricordi.
--Non volevo inacerbirti la piaga.
--Me la inacerbiva peggio il tuo silenzio. Parlami di lei, mi farai
bene. Io la sogno ogni notte; non so ancora persuadermi che ci abbia
abbandonati!... Ma no,--s'interruppe a un tratto,--dimentichiamo, Dario;
facciamo di tutto per dimenticare. È finita! Non possiamo far altro che
trascinarci, stanchi, delusi, pel corso degli anni che ci rimangono a
vivere. Siamo già due ombre!... È finita! Vi sono istanti in cui ti sono
grata degli sforzi di addolcire la fatalità che si è aggravata sopra di
noi; ma, più spesso, io provo--perchè celartelo?--un grande sdegno della
tua pietosa menzogna.... Non ostinarti.... È finita!
Chinai la testa, colpito dall'improvviso mutamento che aveva fin
alterato la dolcezza della voce con cui aveva pronunziato le parole:
Parlami di lei, mi farà bene!
--Se è finita per un verso,--ripresi dopo lunga pausa,--potrà
ricominciare da un altro.
--In che maniera, Dario? Tu non mi ami più.
--Si può amare in tanti modi.
--In un solo ed unico modo! Quel che tu chiami amore è una
falsificazione di esso; l'amicizia larvata. Che cosa vuoi fartene di me?
--La cara compagna della mia vita.
--Ero, potevo essere tale tuttavia; ora non più. Ti ho atteso; non
sapevo convincermi che tu fossi arrivato al punto di sentir repugnanza
dei miei baci, dei miei abbracci.... E perciò ti attendevo,
pensando:--Gli ho voluto immensamente bene! La mia più grande gioia, il
mio più grande orgoglio consistevano nel contribuire alla sua felicità
con tutte le forze dell'anima e del corpo. E se, contro ogni mia
intenzione, la cattiva sorte mi ha fatto complice del gran dolore che
gli ha scombuiato la vita, l'ingiusto rancore con cui mi gastiga non
potrà essere durevole.... Tornerà da me più affettuoso, più amante, come
forse non è mai stato--dopo l'arrivo della bambina cominciavo a
capirlo.--Tornerà! E attendevo, spiando ogni tuo atto, ogni tuo gesto,
con l'orecchio intento a indovinare, dal suono della tua voce, quel che
la parola non diceva.... Invano! Invano! Poi non ressi più all'ansia
angosciosa, e tentai di scuoterti, di strapparti un gesto, una parola
che potessero darmi lena di attendere ancora.... ricordi? Nel
boschetto.... Fosti senza pietà! E te ne fui grata.... Da alcune
settimane intanto, vuoi farmi vedere che qualche cosa di nuovo avviene
nel tuo cuore.... Oh, se fosse vero! Non è vero, povero Dario! Tuo
malgrado probabilmente, ma non è vero!
--Ah, Fausta! se tu sapessi!...
--Che cosa? Parla.... Vorrei crederti.... Parla!... Ma no; non voglio
udir niente.... Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue
braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci.... se è proprio vero,
Dario! Così! Così! Così!...
Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle
sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente
carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime
settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura
cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta.
Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la
sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle;
e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i
suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di
umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover
trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era
desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno
superbo.
Ella mormorava:--Così! Così! Così!--insaziata, insaziabile di sentirsi
baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità
notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto
dietro una cupola.
--Ah, Fausta!... Se tu sapessi!--replicai, sciogliendomi con uno sforzo
di riflessione dalle sue braccia.
--Oh, Dio!... Parla dunque, Dario!
Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.
Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati,
con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi
orrore.
--Mentisci!--gridò.--Ti sei messo d'accordo col dottore!
--No, Fausta!
--Mentisci!--replicò.--Che cosa ti figuri.... Oh!
--No, Fausta!--esclamai, così vivamente che ne fu impressionata.
--È forse infallibile costui?...--riprese.--Quand'anche? Voglio
sacrificare la mia vita al tuo e al mio sogno! Non me n'importa! Fammi
morire così, Dario!... Sarò felice di morire così!...
E mi si gettò tra le braccia con un delirio di baci.