XVII.

Ripensando il mio stato di animo di quel tempo, non mi stupisco di aver

potuto resistere al doloroso spettacolo che avevo ogni giorno sotto gli

occhi. La mia intelligenza era talmente ossessionata dalle prepotenti

idee metafisiche insinuatemi dal vecchio professore di filosofia, che

pur sapeva contemperare per conto suo l'ideale col reale, da rendermi

una specie di macchina dove il raziocinio avea distrutto ogni vestigio

di sentimento.

E così mi spiego in che modo potei assistere con crudele indifferenza

alla morte della mia bambina.

Il latte alterato dai dispiaceri l'aveva, pur troppo, come diceva

Fausta, avvelenata. Il mutar latte non valse a niente.

Nei primi giorni dell'autunno eravamo ritornati in città, per avere più

pronta l'assistenza del medico.

Ogni altra preoccupazione di Fausta e di mia madre era sparita davanti

al pericolo che minacciava il piccolo organismo. Fausta sembrava dovesse

impazzire. Vegliava la malatina giorno e notte, e le esortazioni e i

consigli di mia madre non riuscivano a moderarne gli eccessi.

--Ti ammalerai anche tu!

--Non importa,--rispondeva.--Voglio far guarire mia figlia, anche a

costo della mia esistenza!

E quando il dottore, che mi credeva desolato dall'angoscia di poter

perdere la bambina, mi annunziò, sottovoce, che non c'era più speranza

di salvarla, lasciando a me l'incarico di preparare l'afflittissima

madre alla imminente sventura, io risposi seccamente:

--Grazie!

--Le dia coraggio lei che è un uomo,--egli soggiunse.--Il disastro può

accadere da un momento all'altro. Vuole che ne parli anche alla signora

Maria?

--Si, sì!

E chiamai io stesso mia madre. Sentivo che non avrei saputo trovare le

parole opportune. Nel cuore non mi vibrava niente. Mi sembrava anche

giusto che quel testimone del mio disinganno sparisse; e già m'invadeva

nuova sorda irritazione contro Fausta, che non sapeva più sperare nel

rifiorimento della mia illusione da cui avrei potuto essere ricondotto a

lei. Non le avevo detto un giorno:--Possiamo attendere?--Avevo

dimenticata la smentita data recentemente a quelle mie parole; e non

riflettevo che sarebbe stato peggio se fosse avvenuto altrimenti.

Vedendomi aggirare, cupo, per la camera dove la bambina agonizzava, e

fermare davanti al lettino di ottone, sotto le coperte del quale si

scorgeva appena il corpicino ridotto pelle e ossa, irriconoscibile,

Fausta mi guardava ansiosa a traverso il velo di lagrime che le

offuscava gli occhi. Poteva mai immaginare che non mi sarei neppure

commosso in faccia alla dissoluzione di quell'esserino innocente, nelle

cui vene davano le ultime pulsazioni il suo e il mio sangue? E per ciò,

lei, la buona creatura che aveva tanto bisogno di conforto, riusciva a

trovare parole di conforto per me.

--La salveremo, è vero, Dario? Io la ristoro col mio alito, Dario! Non

ci sarà concessa altra gioia, mai più, mai più, se questa ci manca!...

Dobbiamo salvarla!... Non mi rispondi, Dario?

Assentii fiaccamente col capo, stupìto del profetico senso delle sue

strazianti parole.

Poco dopo, mia madre ed io la trascinavamo mezza svenuta di là, per

impedirle di accorgersi che la bambina era spirata!

Provai subito un senso di sollievo, di liberazione; qualcosa di così

feroce, di cui ho orrore ricordando.

Quando però tornai dal camposanto dove avevo accompagnato la piccola

cassa mortuaria, coperta di raso bianco che spariva sotto il cumulo di

fiori sciolti profusovi sopra e attorno, fui preso da improvvisa

commozione alla vista di Fausta stesa come una morta sul letto,

sussultante pei singhiozzi che non arrivavano a risolversi in pianto.

--Fausta! Per carità! Fausta!--balbettai, chinandomi a baciarla,

passandole la mano sui capelli con carezzevole gesto da molti mesi

obbliato.

Aperse gli occhi, mi fissò, e li richiuse senza pronunziare una sola

sillaba. Era sfinita.

Baciai anche mia madre che, seduta presso il capezzale, con la testa

appoggiata al guanciale accanto a quella di Fausta, le teneva strette

amorosamente le mani.

--Lasciala riposare,--mi disse sottovoce.

I singhiozzi erano cessati; sul pallido volto di Fausta già si scorgeva

la benefica calma del sonno.

Accostai un po' più gli scuri della finestra, evitando di far rumore, e

mi sedei a pie' del letto, con un lieve sbalordimento che mi dava

l'impressione di aver sognato e di continuare a sognare.

Che cosa accadeva dentro di me? Non sapevo rendermene conto.

Nell'istante del contatto delle mie labbra con quelle di Fausta avevo

sentito un leggiero brivido corrermi dalla nuca lungo la schiena. Le

labbra di lei erano ghiaccie, sì, ma il brivido o non proveniva da

quella sensazione, o la oltrepassava. Un principio di vano risveglio?

Una iniziale e oramai stolta ripresa della vita trascorsa con gentile

delizia dal giorno della nostra unione fino al terribile momento in cui

mi era parso che tutto fosse crollato attorno a me? Vita punto sensuale,

vita di affetto purissimo, quasi i nostri corpi fossero rimasti

verginalmente intatti per virtù dell'esaltazione prodotta dal grandioso

scopo che aveva reso il nostro congiungimento un atto di adorazione,

celebrazione di un sacro rito.

E nella penombra, proprio come in dormiveglia, mi passavano quasi sotto

gli occhi tutti i particolari, dal momento in cui avevo portato via

dalla sua casa il ritratto confidatomi dal fratello, fino al nostro

primo incontro e a le settimane passate nella villa ribattezzata allora

allora col suo nome; settimane d'ineffabile intimità, quasi di estasi da

parte mia, di cui Fausta sorrideva, ammonendomi:--Mi farai insuperbire!

La visione si arrestava là; la memoria rifuggiva di andare più avanti.

Tutto il resto doveva essere dunque come non avvenuto?

Ahimè, no! Mi riafferrava lo scoramento, il terrore della spietata

sentenza pronunziata dal dottore. Ma, anche senza di essa, quel che

sentivo dentro di me da qualche ora mi sarebbe sembrato da lì a poco

atto di fiacchezza intellettuale, contro cui dovevo tenermi in guardia;

seduzione alla quale dovevo assolutamente resistere; forse, anche

principio di infermità del corpo che influiva sullo spirito. No! No!

Intanto, con contradizione che mi meravigliava, di mano in mano che

Fausta andava superando l'abbattimento prodottole dall'immenso dolore,

tornavo a sentirmi spingere verso di lei da soave corrente di

compassione e di tenerezza che m'ispirava parole di gentile

affettuosità, gesti di carezze da un pezzo inusate. E mi affliggevo di

vedergliele accogliere con glaciale indifferenza.

--Non affaticarti ancora a mentire!--mi disse una sera che volevo

indurla a suonare al pianoforte alcuni pezzi dell'opera nuova di un

maestro da lei tenuto in gran pregio.

Fui spaventato della devastazione avvenuta nell'animo della dolente

creatura, e tentai di disingannarla, di rassicurarla.

--Non respingermi, Fausta!--esclamai,--Non sono stato mai così sincero

come in questo momento....

Un incredulo sorriso accompagnò la sua risposta:

--Può darsi!

Mi era parso che la calma fosse rientrata nel suo cuore, vedendole

riprendere le sue cure della casa dov'ella aveva messo un'impronta di

squisita eleganza che formava l'orgoglio e l'ammirazione di mia madre.

Mi compiacevo del ritorno dei fiori in tutte le stanze, disposti da lei

con mirabile senso di arte nei molti vasi e vasetti di porcellana e di

cristallo, su i tavolini e le mensole, e che spargevano una gaiezza di

colori e un'ebbrezza di profumi specialmente nel mio studio, nel suo

salottino, e in quello di mia madre.

Assistevo, lieto, a queste operazioni di ornamento, quasi il riapparire

dei fiori fosse emblema della rifioritura del suo cuore intristito.

Seguivo Fausta, con intima compiacenza, su la terrazza affollata di vasi

con piante di ogni sorta, alcune in isboccio nella mitezza di

quell'autunno che aveva tepori primaverili.

Erano state la sua passione. Voleva innaffiarle di sua mano, ripulirle

delle foglie morte, liberarle dai polloni soverchi, curarle come

creature sensibili, che le esprimevano la loro gratitudine col verde

rigoglio dei rami e i tenui colori delle corolle. Ora però ella faceva

tutto questo senza l'entusiasmo di una volta, quando mi invitava ad

ammirare ogni manifestazione di vita vegetale, quasi ne comprendesse il

segreto, quasi ne sentisse una sottile ripercussione nella sua.

Allora udendola parlare delle piante con tanta squisitezza di immagini,

la interrompevo sorridendo:

--Poetessa! Poetessa!

--La miglior poesia,--ella rispondeva,--è quella che si sente e non si

scrive.

--La più grande è quella, che si fa,--replicavo, pensando al germe che

già sapevo le palpitasse nel seno.

Ora attendevo invano una sola parola dalle sue labbra ridivenute rosee,

un guizzo di luce nei suoi occhi che avevano cessato di piangere. Quelle

cure, che ella era tornata a prodigare alle piante, sembravano

unicamente l'esecuzione di un dovere se non gravoso neppur piacevole.

E come più io mostravo di voler vincere la sua diffidenza, più ella mi

faceva apertamente capire che non credeva affatto alla sincerità dei

miei atti, e che non si sarebbe lasciata lusingare e illudere come la

prima volta, quando mi era venuta incontro--me lo aveva detto un

giorno--quasi con le mani cariche di rose da sfogliare ai miei piedi,

fidente e lieta di ricoverarsi così tra le mie braccia, come in un

rifugio di gioia e di pace. E vedendomi continuare in quel che lei

stimava gioco di astuzia infantile, una sera, su la terrazza dove mia

madre, dopo cena, ci aveva lasciati soli senza che noi ci fossimo

accorti della sua discreta sparizione, mi parlò duramente:

--Sono stata la tua disgrazia, lo capisco. Soltanto la mia morte

potrebbe renderti libero di rinnovare la vita; ma io non ho il coraggio

necessario per sparire volontariamente....

--Non dire così, Fausta!

--Ormai!

--La vita,--replicai,--non ostante le nostre aberrazioni, le nostre

miserie, le nostre colpe, è bella, Fausta; massime quando le sorride una

giovinezza come la tua, massime quando possiamo adoprarla per qualcosa

di nobile, di eccelso, da soddisfare la nostra coscienza, da appagare il

nostro cuore.

--Tu insegui sempre il tuo sogno!

--No, Fausta. Ormai! ripeto come te. In questo momento, te lo giuro per

la nostra morticina, non lo rimpiango neppure.

--È la prima volta che la ricordi.

--Non volevo inacerbirti la piaga.

--Me la inacerbiva peggio il tuo silenzio. Parlami di lei, mi farai

bene. Io la sogno ogni notte; non so ancora persuadermi che ci abbia

abbandonati!... Ma no,--s'interruppe a un tratto,--dimentichiamo, Dario;

facciamo di tutto per dimenticare. È finita! Non possiamo far altro che

trascinarci, stanchi, delusi, pel corso degli anni che ci rimangono a

vivere. Siamo già due ombre!... È finita! Vi sono istanti in cui ti sono

grata degli sforzi di addolcire la fatalità che si è aggravata sopra di

noi; ma, più spesso, io provo--perchè celartelo?--un grande sdegno della

tua pietosa menzogna.... Non ostinarti.... È finita!

Chinai la testa, colpito dall'improvviso mutamento che aveva fin

alterato la dolcezza della voce con cui aveva pronunziato le parole:

Parlami di lei, mi farà bene!

--Se è finita per un verso,--ripresi dopo lunga pausa,--potrà

ricominciare da un altro.

--In che maniera, Dario? Tu non mi ami più.

--Si può amare in tanti modi.

--In un solo ed unico modo! Quel che tu chiami amore è una

falsificazione di esso; l'amicizia larvata. Che cosa vuoi fartene di me?

--La cara compagna della mia vita.

--Ero, potevo essere tale tuttavia; ora non più. Ti ho atteso; non

sapevo convincermi che tu fossi arrivato al punto di sentir repugnanza

dei miei baci, dei miei abbracci.... E perciò ti attendevo,

pensando:--Gli ho voluto immensamente bene! La mia più grande gioia, il

mio più grande orgoglio consistevano nel contribuire alla sua felicità

con tutte le forze dell'anima e del corpo. E se, contro ogni mia

intenzione, la cattiva sorte mi ha fatto complice del gran dolore che

gli ha scombuiato la vita, l'ingiusto rancore con cui mi gastiga non

potrà essere durevole.... Tornerà da me più affettuoso, più amante, come

forse non è mai stato--dopo l'arrivo della bambina cominciavo a

capirlo.--Tornerà! E attendevo, spiando ogni tuo atto, ogni tuo gesto,

con l'orecchio intento a indovinare, dal suono della tua voce, quel che

la parola non diceva.... Invano! Invano! Poi non ressi più all'ansia

angosciosa, e tentai di scuoterti, di strapparti un gesto, una parola

che potessero darmi lena di attendere ancora.... ricordi? Nel

boschetto.... Fosti senza pietà! E te ne fui grata.... Da alcune

settimane intanto, vuoi farmi vedere che qualche cosa di nuovo avviene

nel tuo cuore.... Oh, se fosse vero! Non è vero, povero Dario! Tuo

malgrado probabilmente, ma non è vero!

--Ah, Fausta! se tu sapessi!...

--Che cosa? Parla.... Vorrei crederti.... Parla!... Ma no; non voglio

udir niente.... Voglio sentir stringermi violentemente tra le tue

braccia! Voglio sentir soffocarmi dai tuoi baci.... se è proprio vero,

Dario! Così! Così! Così!...

Non avevo saputo resistere alla malìa del suo accento, al contatto delle

sue mani che, brancicando, avevano afferrato le mie con predente

carezza. Mi sentii tutt'a un colpo trasportato indietro, alle prime

settimane del nostro matrimonio, quando Fausta mi era sacra come futura

cooperatrice nel gran miracolo di creazione per cui l'avevo prescelta.

Se non che, ora mi ritornava sacra, diversamente, pel suo dolore, per la

sciagura da lei ignorata e che non avrei più a lungo potuto nasconderle;

e perciò mi abbandonavo a quest'effusione che mi faceva assaporare i

suoi baci, le sue carezze per loro stessi, per quel che avevano di

umano, fin di sensuale; per tutto quel che m'era parso di dover

trascurare e sdegnare al tempo della mia infatuazione, quando Fausta era

desiderata e voluta soltanto come mezzo, come strumento del mio sogno

superbo.

Ella mormorava:--Così! Così! Così!--insaziata, insaziabile di sentirsi

baciare e ribaciare al cospetto del cielo stellato, nella oscurità

notturna, rischiarata appena dal fil di luna che si affacciava incerto

dietro una cupola.

--Ah, Fausta!... Se tu sapessi!--replicai, sciogliendomi con uno sforzo

di riflessione dalle sue braccia.

--Oh, Dio!... Parla dunque, Dario!

Non ricordo con quali parole le appresi il terribile divieto.

Ricordo soltanto che la vidi balzare indietro, con gli occhi spalancati,

con le labbra contorte da un riso sarcastico, quasi io le facessi

orrore.

--Mentisci!--gridò.--Ti sei messo d'accordo col dottore!

--No, Fausta!

--Mentisci!--replicò.--Che cosa ti figuri.... Oh!

--No, Fausta!--esclamai, così vivamente che ne fu impressionata.

--È forse infallibile costui?...--riprese.--Quand'anche? Voglio

sacrificare la mia vita al tuo e al mio sogno! Non me n'importa! Fammi

morire così, Dario!... Sarò felice di morire così!...

E mi si gettò tra le braccia con un delirio di baci.

Rassegnazione: Romanzo · 第 30 / 41 题