--C'è il signor Lostini--mi annunziò il cameriere.
E avanti che io mi rizzassi dalla seggiola, per andargli incontro, egli
entrava nel mio studio, con un libro in mano, un gran fiore bianco
all'occhiello, vistosa cravatta bleu a fiorellini bianchi, ornata da
spilla con grosso brillante, corpetto a colori, calzoni chiari sotto il
kraus; elegantemente inguantato, proprio come parecchi anni addietro,
quasi giovane come allora, ma con un che di più serio in tutta la
persona, non ostante i baffi straordinariamente ritti, o i capelli un
po' diradati, pettinati con cura per celarne i guasti sofferti.
--Ah!--esclamò--mi sembra di rivivere i bei giorni di una volta in
questo tuo studio che mi ricorda....
E s'interruppe per abbracciarmi.
--Come qui?--domandai.
--Per pochi giorni. Ho voluto portarti io stesso il mio ultimo romanzo.
Lo leggerai? Spero che ti piacerà. Ho saputo.... Ma non parliamo di cose
tristi! Tu stai bene. E tua moglie? Mi presenterai; ho vivissimo
desiderio di conoscerla. Ho visto a Roma suo fratello. È stato appunto
lui che mi ha informato.... E tua madre? Voglio salutarla. Si ricorderà
di me la buona signora? Tu ti sei chiuso tutto nella vita di
famiglia.... Forse hai fatto bene. Io, sempre scapolo impenitente.
L'arte assorbe, e non dà, almeno in Italia, le soddisfazioni, le
consolazioni che noi abbiamo la dabbenaggine di chiederle.... Io,
veramente, non posso lagnarmi. A furia di ostinazione, di buona
volontà--vedrai--mi sono conquistato il mio posticino. Non so se tu
leggi i giornali. Un coro unanime di lodi per questo romanzo che pure è
una terribile sferzata contro il mondo bancario e gli affaristi di ogni
sorta. Non ho risparmiato nessuno: deputati, senatori, giornalisti
politici, critici di letteratura e di arte.... socialisti, clericali....
donne emancipate, donne così dette intellettuali.... Tutti! Provavo,
scrivendolo, una gioia feroce.... Mi sembrava proprio di sentire gli
urli delle bestie del mio «Serraglio».... E con tutto ciò.... Un gran
successo, quasi ognuno dei maltrattati voglia far credere che non si
tratti di lui; successo di lettura e di vendita; il secondo migliaio va
a ruba.... Oh, io non sono modesto! La modestia, a questi lumi di luna,
è merce che non va.... Ma già parlo, parlo, e non penso a domandarti: E
tu? Hai dunque compiutamente rinunziato?
--Si rinunzia a qualcosa che si potrebbe avere.
--Hai torto. E sappi che son venuto appunto per scuoterti, per
spronarti; ti voglio con me nell'impresa che sto per tentare. La
gratitudine è il mio forte. Le vostre critiche di allora, quando tu,
Lenzi e Bissi ridevate tanto di me, mi hanno fatto gran bene. Anche
Bissi sarà con noi. Un capolavoro il suo romanzo. È disgrazia talvolta
cominciare così.... Ma quel giovane ha tanto ingegno!... Lenzi è perduto
per la letteratura; sta per diventare il primo avvocato di Roma;
guadagna quattrini a palate.... Hai dunque indovinato quel che sto per
fare?
--No.
--Metto su una grande «Rassegna», da buttar giù la «Nuova Antologia» e
le altre rassegne minori. Ho centomila lire a mia disposizione.... per
cominciare. Ah! Milano è la città delle grandi imprese! Là tutto è
possibile; anche l'impossibile. «Nemesis!» Eh? Titolo indovinato.
Giacchè io voglio fare una rassegna viva, battagliera. Ogni suo
fascicolo dovrà sembrare lo scoppio di una bomba di dinamite da mandar
per aria tutte le fame usurpate, tutte le pedanterie, tutto il misero
ingombro dei grafomani prosatori, e poeti.... tutti i falsi genii della
musica, della pittura, della scultura....
--Purchè le bombe--gli dissi ridendo--non mandino alla fine per aria chi
si diverte a lanciarle!
--«Audaces», etc. Ricordo ancora un po' di latino.
Lo guardavo con grande ammirazione, ma senza invidia. Fin questo
sentimento era morto in me. Mentre Lostini parlava, mi sembrava che
ragionasse di cose alle quali mi ero interessato un po' in tempi così
lontani da ricordarle appena. Da un pezzo ogni velleità letteraria era
sparita dalla mia mente; mi ero già rassegnato ad assistere da semplice
spettatore a quel che facevano gli altri, convinto che la natura si era
crudelmente divertita a mettere in me la misera contradizione tra le
aspirazioni, tra la facoltà della riflessione e quella immaginativa. È
vero che avevo là, davanti a me, un esempio di quel che potevano far
ottenere la volontà e l'accanimento al lavoro anche a un ingegno che dai
suoi primi tentativi sembrava destinato alla più meschina mediocrità, e
invece era arrivato a produrre qualcosa superiore a ogni nostra
previsione.... Ma Lostini già si contentava di essere arrivato a un
punto più in là della mediocrità; io non me ne sarei contentato mai.
Probabilmente egli avrebbe oltrepassato quel punto; era giovane ancora.
L'improntitudine gli sarebbe forse giovata ad innalzarlo più che egli
non osasse di sperare. A me questa qualità faceva difetto. Per ciò lo
ammiravo senza punto invidiarlo.
E quando mi disse:--Tu dovrai essere mio assiduo collaboratore; il
critico letterario di «Nemesis», uno dei grandi dinamitardi della mia
rassegna,--scoppiai in una risata che lo confuse.
Si rinfrancò subito.
--Oh, io non ti lascio prima di aver avuta la tua formale promessa....
So quel che vali, so quel che puoi. Non ho dimenticato la finezza delle
tue osservazioni quando facevamo qui la piccola accademia.... Voglio
rivelare all'Italia un gran critico nato.
--È una pazzia!
--Chiamerò in mio aiuto la tua signora, tua madre.
--Povere donne! Lasciale in pace.
--Se ti vogliono bene, mi aiuteranno a vincere la tua sciocca
repugnanza; scusa se dico così.
E infatti, appena lo presentai a Fausta, le prime parole che egli le
disse furono:
--Lei dovrà essere la mia alleata! Anche lei,--soggiunse rivolto a mia
madre.
Lo trattenni a desinare con noi. Quella sua foga di parole e di gesti mi
divertiva, mi distoglieva dal pensare alle mie tristi circostanze. Da
molti mesi non avevo più visto Fausta ridere con tanta scioltezza come
alle strabilianti uscite di ogni sorta che Lostini profondeva. Mia madre
lo guardava maravigliata, ripetendogli a ogni po':
--Sempre lo stesso!
Rideva anche lui, soddisfatto, con un po' di fatuità, di quel che
diceva. Pareva che ripetesse a memoria brani di sue novelle, di suoi
articoli, e si ascoltasse con piacere.
--E non prenderà moglie?--gli domandò mia madre.
--Per certe sciocchezze si è sempre in tempo--rispose. Ma si corresse
immediatamente.-Parlo di me. Non sono serio. Le donne finora mi hanno
fiutato, e non si sono mai risolute a darmi retta, le rare volte che ho
avuto la debolezza di parlare di matrimonio. Non avrò più la tentazione
di riparlarne. E poi mi trattiene una tremenda paura....
--Di che cosa?--fece Fausta.
--Stavo per dire una storditaggine; me la rimangio.
--Dilla, pure: una di più non importa.
--Una di meno, sì, caro Dario.
--Di che cosa?--insistè Fausta incuriosita.
--Mi dispiacerebbe, se lei indovinasse.
Compresi e feci deviare il discorso, ma troppo tardi.
--Ha ragione,--disse Fausta con voce commossa,--I figli sono spesso un
gran dolore; ma sono anche una gioia senza pari.
--Ne ho già messi parecchi al mondo,--rispose Lostini ridendo,--i miei
libri. Non sono un portento di bellezza, di salute, di spirito.... Ma,
che vuole? gli voglio bene; anche ai mostricciattoli, ai primi.... Un
padre non può essere parziale.... E quando ne sentivo dir male.... (non
mi hanno adulato i critici) ebbene, francamente, ne provavo pena.
Domandi a Dario che risate facevano lui, il fratello di lei e Bissi ogni
volta che infliggevo ad essi la lettura di un mio aborto.... Facevo lo
sforzo di riderne anch'io.... Ridevo verde. Li ho benedetti dopo. Li
benedico ancora. E perciò ora voglio smuovere questo poltrone.... Che
fiammeggiare di ideali allora! Non è possibile che tutto sia morto nel
suo Dario.
Non sapeva come riparare la sua storditaggine, vedendo il viso di Fausta
improvvisamente rabbuiato. E continuò:
--Dovrà fare lei il prodigio. Tanti studi, tanta cultura, tanto acume
critico non devono andar perduti. Sarà un'occupazione, una distrazione
per lui; un articolo ogni due mesi! Non chiedo troppo.
--Io influisco così poco!--rispose Fausta.
--Non può essere.
--Te ne prego!--intervenni.--Non insistere. Da due anni non ho scritto
più una sola parola. Mi sento irrugginito. L'ideale?... È un gran
malanno.
--Come? Parli così, tu, hegeliano fino alla punta delle unge?
--Non insistere più!--replicai, e con tale accento che il povero
Lostini, mortificatissimo, soggiunse a bassa voce:
--Scusa. Credevo di mostrarti che ti voglio bene.
--E te ne ringrazio,--conclusi.
Uscimmo a prendere il caffè su la terrazza.
Lostini tornò loquace, divertente.
--A Milano ci si trovava bene?--gli domandò mia madre.
--Quasi ci fossi nato. Là è impossibile rimanere inoperosi. Io mi son
buttato nella mischia a corpo perduto. Mischia incruenta,
d'inchiostro--non si spaventi--ma che tiene agitati come se si trattasse
di botte, di colpi di sciabola o di coltello. Se ne soffre, ma non vuol
dire. Si fa anche soffrire. È la vita! Io pubblico un romanzo; un
critico rinomato me lo stronca, me lo riduce in poltiglia.... Ne soffro,
è naturale. Ed ecco che il critico rinomato pubblica un suo volume. Alla
mia volta, glielo stronco, lo riduco in poltiglia.... E allora soffre
lui, con mio vivissimo piacere. È la vita!
--Credevo che la letteratura fosse ben altro,--disse Fausta.
--Ed è ben altro,--rispose Lostini,--ma anche questo. Come accade in
tutte le cose, coloro che la manipolano ne hanno quasi nausea; coloro
che se ne servono la giudicano secondo il piacere ricavatone.... In
certi momenti, più che romanziere, novelliere, articolista, versaiuolo,
preferirei di esser fabbricante di saponi; in certi altri, non
scambierei il mio mestiere con quello di un milionario. Forse esagero su
questo punto: i milioni servono a tante cose; ma qualche volta non
servono a niente.... o a far male agli altri. Un romanzo, un cattivo
romanzo anche, come qualcuno dei miei, fa sempre un po' di bene ai
lettori imbecilli e promove la secrezione della bile ai signori critici.
Senza contare che quando si è occupati a scriverlo, ci dà la sensazione,
il convincimento di essere in procinto di mettere al mondo un
capolavoro.... Sensazione, convincimento che spesso i grandi ingegni non
hanno. Dubitano, esitano davanti a le difficoltà, guardano troppo in
alto (come un certo signore di mia conoscenza) e rimangono inerti, con
gli occhi alle nuvole.... Lei mi approva, signora Fausta. Ecco: io non
guardo in alto, nè in basso, ma diritto davanti a me, e procedo....
Continuò a parlare fino a tardi; sembrava che il mio silenzio,
l'attenzione e le risate di Fausta e di mia madre lo eccitassero. E per
quattro giorni la nostra vita fu invasa dalla sua voce, dalla sua
allegria, dai suoi gesti, quasi ravvivata da un'onda di luce, quasi
scossa da quella vivacità eccessiva, che a me intanto ispirava un senso
di repulsione per la inconsapevole volgarità che col mio modo di
giudicare scorgevo nelle parole e negli atti di Lostini.
--Buon giovane, del resto,--dissi a Fausta.
--E anche savio,--rispose.--Prende il mondo com'è. Non fantastica
irraggiungibili felicità, e non avrà mai disinganni.
--Soltanto l'aver potuto pensare l'irraggiungibile, come tu dici, vale
più di qualunque azione.
--Ti credo, senza comprenderti.
Com'era sottomessa, umiliante, affettuosa Fausta dal giorno della
terribile rivelazione! Come era silenziosamente implorante che io mi
decidessi ad accettare la generosa offerta della sua vita! Ora, lo
capivo, il pudore le impediva di ripetermi le disperate parole:--Fammi
morire così, Dario! Sarò felice di morire così!--Ma c'era nei suoi
sguardi, nella sua voce commossa, nelle sue contegnose carezze qualcosa
che mi esprimeva mutamente la stessa offerta. Io ero alla tortura.
Avevo avuto una scena quasi violenta con mia madre.
--Perchè non torni a dormire in camera? Durante l'allattamento stava
bene; ma ora....
Per espresso desiderio di Fausta, ella ignorava ancora.
--È più igienico,--risposi.
--Tuo padre diceva pure così.
L'espressione dell'accento fu di tale strazio, quasi tutti i dolori
della sua desolatissima vita le si fossero ridestati nel cuore in
quell'istante, che io infransi la promessa giurata a Fausta, e le
rivelai il triste segreto.
Stentava a credermi.
--E la povera figlia?
--Sa, da una settimana. Non riesce a consolarsene. Non vuol convincersi.
Dice:--Ma cotesto dottore è forse infallibile?
--Lo dico anche io. Faremo un consulto. Sì, il parto fu difficile; te
l'ho taciuto per non angustiarti inutilmente, dopo che tutto era finito
bene. Ma da questo, al pericolo che ci annuncia costui.... oh!... ci
corre.... e di molto. E tu la prendi così freddamente? Ti sei già
rassegnato?
--Come ci si rassegna all'inevitabile!
--Oh, Dario! Ho l'animo riboccante di amarezza. Pesa dunque su questa
casa la fatalità che nessuna donna debba esservi amata? Io vedo
riprodursi in Fausta la mia sorte: ho ripreso a rivivere e a soffrire in
lei tutti i miei dolori che credevo di poter dimenticare davanti allo
spettacolo della vostra giovinezza felice! Tu sei un egoista diverso da
tuo padre, ma egoista quanto lui; peggio di lui, lasciamelo dire. Quegli
sacrificò tutto all'idea di accumulare per un unico figlio la ricchezza,
i mezzi da poter renderlo considerato e onorato nella società, benefica
forza di azione per via dell'intelligenza, come egli era stato benefica
forza di produzione industriale e commerciale. Tu intendi di sacrificare
tutto a non so quale superbo tuo sogno, a non so quale delusa vanità, a
non so quale feroce idolo della tua immaginazione; e non ti accorgi che
stai per commettere l'assassinio della bella e buona creatura che ti ha
dato il suo cuore, la sua anima, tutta sè stessa, e che sarebbe pronta
infine a immolarti la vita--te l'ha, detto--in ricambio di un po' di
affetto sincero! E perchè uno sciocco dottore ti ammonisce:--Bada!--tu
chini il capo; cioè no, tu non sai nascondere la tua perversa
soddisfazione di essere sciolto da ogni dovere di uomo e di marito....
perchè il tuo orgoglio ha avuto una disfatta, e non vorresti esporti a
una seconda!
--Mamma! Mamma!--balbettai protendendo le mani in atto di
preghiera.--Non inveire così contro di me. Hai torto! Non sono più
quello di prima; ma la sola idea della possibilità di attentare alla
vita di Fausta m'ispira tale orrore!...
--Facciamo un consulto. Come non ti è passato pel capo?
--A Fausta repugna fortemente di doversi esporre alla indiscreta
curiosità dei dottori.
--I medici sono i confessori del corpo; non bisogna nasconder loro
niente, allo stesso modo che a quegli altri.
--Parlagliene tu; convincila tu!
--È ragionevole Fausta.
--Che punizione, mamma, è stata oggi la mia, sentendo parlare con tanta
durezza te, che mi avevi detto finora soltanto qualche parola di
affettuoso rimprovero, addolcita dalla benignità dell'accento commosso!
Ti ho contristata inconsapevolmente. Perdonami, mamma!... Sono un grande
infelice!
E parlai a lungo di Fausta e con tale effusione di tenerezza, con tale
foga di adorazione, che vidi a poco a poco schiarirsi la fronte e gli
occhi della mamma insolitamente rabbuiati, e riapparire il sorriso su
quelle labbra poco prima illividite dallo sdegno.
--Peccato che Fausta non sia in un canto ad ascoltarci!--ella disse.
E si affacciò alla finestra per nascondermi le lacrime di consolazione
che non poteva più trattenere.