Eravamo andati a passare l'estate a «Villa Fausta». Leggendo in cima ai
pilastri del cancello questo nome sostituito per consiglio di mia madre
a quello di «Villa Maria», riflettevo che avrei dovuto farvi incidere
l'altro di «Villa Amara», come l'aveva chiamata il babbo al tempo della
mia malinconica fanciullezza.
E una mattina, mentre per desiderio di Fausta noi due ci inoltravamo nei
boschetti in cerca dei fiori di campo, lasciai sfuggirmi di bocca:
--Chi sa che mio padre non avesse ragione di chiamar questa villa «Villa
Amara»!
--Tu la farai divenir tale per tua madre e.... per me!--rispose Fausta
con insolito accento di tristezza.
Mi fermai per guardarla in viso. Era impallidita, tutt'a un tratto,
quasi si sentisse mancare.
Avrei dovuto scusarmi di aver profferito quelle stolte parole, darle una
spiegazione qualunque che avesse potuto almeno attenuarne il
significato. Invece stetti zitto, attendendo con severa aria
interrogativa che ella riprendesse a parlare.
--È inutile,--disse dopo alcuni istanti di pausa,--che tu continui nella
tua misera finzione; non inganni nessuno; me, molto meno degli altri. E
se crederai che io me ne lagni per mio personale interesse, prenderai un
grande abbaglio. Quel che mi ha fatto passare tanti terribili mesi di
ansia sopportati in silenzio è, sventuratamente, arrivato. Tu non mi ami
più. Forse non mi hai amato mai. Amavi in me il tuo sogno; e quando esso
è svanito, io sono rimasta per te uno strumento inservibile, un
ingombro. Non mi importerebbe che sia così, se non ci fosse di mezzo mia
figlia. Tu la stimi tanto poco tua che io non ho saputo mai dir «nostra»
parlando di lei. Ieri ti ho accennato di quella contadina che vorrei
scegliere per balia. Ti sei maravigliato della mia risoluzione.... È
necessaria, è urgente; sarebbe un'infamia ostinarmi più oltre ed
avvelenare col mio latte guasto la povera creaturina che ha avuto la
disgrazia di venire al mondo mal gradita dal suo babbo. Tu non te ne sei
accorto, perchè non la guardi; ma essa, da qualche mese in qua,
deperisce; ha continui dolorini.... Non voglio vedermela morire di
sfinimento.... Il mio latte si è mutato in veleno.
L'ascoltavo a capo chino, con le sopracciglia corrugate, come un
accusato che sente pronunziare contro di sè un'ingiusta sentenza. Ella
interruppe un istante lo sgorgo della parola, quasi per rifiatare; poi,
riprese lentamente:
--Senza la bambina, sarei stata più forte di te; avrei sopportato il
disinganno.... Giacchè avevo il mio sogno anch'io; sogno di affetto, di
dedizione, di sottomissione, di sacrifici, non meno bello, non meno
elevato del tuo e che avrei saputo attuare, perchè più ragionevole, più
naturale. In altre circostanze mi sarei rassegnata. Non ti avrei mai
rimproverato:--Perchè non mi ami più? Che cosa ti ho fatto?--So che non
si ama quando si vuole, ma quando si può.... Mi sarei rassegnata senza
cercare distrazioni o compensi; e avrei atteso il tuo nuovo risveglio,
lusingandomi che potesse avvenire.... Ora no! Tu sei di quegli infelici
che hanno superbamente difformato la propria intelligenza, il proprio
cuore, e li hanno resi inumani.... Se non sentissi una gran pietà di te,
non ti avrei detto niente. Non vorrei vederti fingere, perchè capisco
quanto deve costarti. A che scopo, Dario? Rispondi: a che scopo?
C'era tanto dolore e tanta tenerezza nella sua voce, che avrei dovuto
sentirmi spietrare il cuore, e buttarmele ai piedi per chiederle
perdono. Le rivolsi una dura occhiata, mordendomi le labbra. Si era
appoggiata con le spalle al tronco di un albero, e il pallore del suo
viso risaltava tra i riflessi verdi delle foglie, tra le piccole chiazze
d'oro con cui il sole, infiltrandosi a traverso i rami, ne punteggiava i
folti capelli neri, la camicietta grigia, stretta ai fianchi da larga
cintura di cuoio, e la gonna di color rosso cupo che il sole sembrava
avesse spruzzata qua e là di vivo sangue.... La ho davanti agli occhi,
dopo tanti anni, fissata nella memoria dall'iroso dispetto che in quel
momento mi rendeva più avverso a colei della cui pietà mi sentivo
offeso, quasi al danno fattomi ella osasse di aggiungere ora anche lo
scherno.
Ma ella insisteva:
--Rispondi, Dario: a che scopo?
--Tu e mia madre,--feci cupamente,--dovreste lasciarmi covare il mio
dolore, non occuparvi di me, tollerarmi se vi riesce. Ho fatto di tutto
per nascondervelo. Passerà, forse, come passa ogni cosa in questo mondo.
Mi sento però mortalmente colpito.
--È mai possibile, Dario, che un uomo come te si lasci abbattere dal
crollo di una fantasticheria?...
--Era l'unica ragione della mia esistenza!
--Come sei spietato, Dario!
--Non vuoi tu che non finga, che non mentisca?
--Vorrei pure ben altro da te: uno sforzo, uno scatto di virilità, un
impeto di resistenza.
--Non sono mai stato giovane. Non sono mai stato neppure fanciullo. Il
mio triste destino è cominciato a svolgersi fin dalla culla. Mia madre
mi ha visto crescere con lungo stento. Mio padre, un forte, aveva quasi
sdegno di me. Forse, se egli fosse vissuto ancora, mi avrebbe
risparmiato di commettere lo sbaglio che contrista te e mia madre. Io
avrei dovuto vegetare e morire come una di quelle gracili pianticine
selvatiche che non si sa perchè nascano, che non fanno fiori, che non
danno frutto, che il sole inaridisce o il vento strappa alle rocce dove
han trovato quasi un rifugio....
--T'inganni, Dario!
Mi prese per una mano, attirandomi. Ebbi la durezza di svincolarmi.
--Ero venuta da te con tanta gioia,--ella continuò dolorosamente,--con
tanta ferma risoluzione di sollevarmi fino alla tua altezza e riuscire
di esser degna del tuo nobile affetto. Ah, se allora, avessi saputo che
tu avresti preteso da me l'impossibile, quel che nessuna volontà, nessun
estremo sacrificio mi avrebbe mai concesso di darti!... E tu mi porti
rancore di questo, come di una colpa, volontariamente commessa, come di
un vilissimo tradimento.... Non dire di no!... Ne ho pianto in segreto,
per non affliggerti di più. Tua madre ed io vorremmo confortarti,
consolarti, e non sappiamo come. Abbiamo quasi paura di te noi due
povere donne che daremmo volentieri la nostra vita per renderti felice.
--Paura di me?
--Non sdegnarti, se non so esprimermi bene. Son tante settimane che
avrei voluto dirti quel che finalmente ti ho detto oggi. Tua madre mi
consigliava:--Lascialo stare! Se sapesse il male che ti fa, diverrebbe
più intrattabile, non per cattiveria.--è buono, immensamente buono--ma
per vedersi ridotto suo malgrado a far del male a qualcuno.--Ed io
invece ho pensato: E perchè devo permettere che egli inconsapevolmente
mi faccia del male? Mi sarà grato di averlo avvertito; dovrebbe essermi
grato! Per questo ho disobbedito alla mamma. Ne sono punita! Dunque tra
te e me non c'è più niente, niente oltre il legame civile e religioso
che ti è divenuto pesante catena?
--Oh, Fausta! Me ne fai accorgere ora tu; non mi è passato per la mente
neppure un istante in questi miserrimi mesi! Perchè non hai taciuto?
Perchè hai voluto rendermi più infelice? Ero così sopraffatto dal mio
dolore che non mi preoccupavo punto del dolore degli altri!... Quel mio
sogno distrutto....
--Possiamo riprendere e sognarlo. Sarebbe così bello, così dolce! Non mi
dicesti un giorno: Sarà per un'altra volta; possiamo attendere?
--Non spero più! Certi sogni non si risognano!
--E dovremo vivere come due estranei che si sono incontrati
accidentalmente per via?
--Voglio essere più forte del mio destino. Voglio vincere la brutalità
del caso. Voglio aver l'orgoglio di proclamare: Non mi son sottomesso!
--Sottomesso a chi? A tua madre? A me?
--Vedi? Non mi comprendi!
Potevo dire: C'è qualcosa di peggio di quel che tu immagini?
E per sfogare tutta l'acredine che mi sentivo nel cuore, mi misi a
calpestare furiosamente le erbe e le pianticine fiorite che smaltavano
il suolo. Due lunghe lacrime rigavano le guance di Fausta. Ed io godei
che ella piangesse!
Tornavamo verso la villa come due sconfitti, uno dietro all'altro.
--Non contristare la mamma, facendole sapere quel che è avvenuto tra
noi.
--Non dubitare,--risposi un po' scosso dall'accento supplicante di
Fausta. Avrei voluto aggiungere qualche parola cortese se non
affettuosa; ma mi si fermò a mezza gola.
--E i fiori?--ci domandò mia madre, venendoci incontro.
--Non ne abbiamo trovati,--si affrettò a dire Fausta.
E corse verso la culla di vimini a ruote, dove la bambina armeggiava,
con le manine, all'ombra della palma dai grandi rami quasi spioventi.
La seggiola là accanto indicava che la nonna si era intrattenuta durante
la nostra assenza a sorvegliarla, a svagarla.
--Non ha pianto,--ella disse rivolta a Fausta.
Mi accostai e feci una lieve carezza alla bambina, solleticandole il
mento. Sorrise, guardandomi fisso, quasi avesse indovinato che quella
mano compiva un atto insolito e avesse voluto mostrarmi che lo gradiva.
--Povera piccina!--mormorò Fausta, mentre mi allontanavo temendo che
ella non sapesse contenersi. Paventavo una scena alla presenza di mia
madre.
Ero irritato profondamente di sapere che ella e Fausta si erano accorte
di quel che io intanto non mi curavo molto di nascondere; avrei voluto
che avessero finto di non avvedersi di niente, di abbandonarmi alla mia
tristezza che esse, pensavo, non potevano intendere. Il mio
convincimento delle inferiorità dell'intelligenza femminile aveva
ricevuto una gran conferma dal recente colloquio con mia moglie. Quel
che essa avea chiamato inumana disformazione della mente e del cuore era
tuttavia per me il solo atto che mi rendeva degno del nome di uomo,
un'elevazione oltre il senso, oltre l'immaginazione: la riflessione
ridotta vita, carattere. Non voleva dir nulla, se circostanze
accidentali ne avevano attraversato la compiuta azione. Il semplice
tentativo mi inorgogliva; e il vederlo miseramente abortito non
m'ispirava nessuna fiducia per rinnovarlo, anche se avessi ora ignorato
il divieto fatale!
Una grave tristezza era piombata sulla nostra casa, un lutto di anime,
di cui gli estranei non potevano avvedersi. Credevano che con la nascita
di quella bambina ci fosse arrivata tale felicità da renderci gelosi di
farla conoscere agli altri, da staccarci da tutto e da tutti, per
concentrarci in un egoistico godimento di intense gioie domestiche. E
tra quelle mura dove l'agiatezza, l'amore, la paternità spandevano,
secondo la gente, gran luce di sorrisi, regnava invece la desolazione,
della quale non sapevo riconoscermi, in parte, autore; vi si aggiravano,
come ombre desolate, due caricature umane: Fausta, la bellezza
intelligente, la giovinezza amorosa; mia madre, la sacrificata per tutta
la vita, che non si era lamentata mai della sua sorte, e che aveva
indarno sperato di veder consolati almeno gli ultimi suoi anni dalla
felicità di un figlio costatole tante lacrime e tante cure.
E il sapermi anche invidiato a torto rendeva più vivo, più intenso il
mio rancore contro le brutali forze della Natura, davanti a cui la
sovranità del pensiero umano rimaneva impotente.