III.

Allo stesso modo avevo attraversato la giovinezza nelle scuole superiori

imparando attentamente quel che m'insegnavano, riponendolo, con ordine,

nei varii scompartimenti della memoria, come avrei potuto disporre nelle

vetrine d'un museo minerali, conchiglie, farfalle, oggetti rari e

preziosi, senza che tutto quel materiale prendesse realmente possesso di

me, o, per dir meglio, senza che me lo assimilassi, lo rendessi pensiero

mio; se non pensiero--era troppo presto--sentimento mio, insomma, intima

parte del mio organismo spirituale.

Le cose da studiare giornalmente erano troppe. Le mie scarse forze vi si

esaurivano. Non me ne rimanevano affatto per prender parte al chiasso,

agli scherzi, alle scapataggini dei miei compagni. I quali, per qualche

tempo, mi canzonarono spietatamente, chiamandomi: «la signorina». Poi,

mi lasciarono in pace, non occupandosi più di me, quasi non esistessi

per loro e non fossi un collega.

Tre di essi, cinque anni dopo, si stringevano con me in amicizia di

studio; un po' forse, per la ragione che potevano approfittare delle

nuove pubblicazioni italiane e francesi che io avevo i mezzi di comprare

e che compravo perchè un libraio, per ordine di mio padre, me le mandava

in osservazione a casa, e rimanevano sul mio tavolino, non badando io a

restituirle neppure quando non facevamo per me; un po' anche perchè la

mia attenzione allo studio, la facilità con cui apprendevo e ritenevo le

cose apprese mi davano agli occhi loro una superiorità di cui non potevo

insuperbirmi, non avendone nessuna coscienza.

Essi possedevano--specialmente due--assai più ingegno di me. Erano

infatuati dell'arte, e cominciavano già a scrivere in certi giornali. Il

terzo suppliva con la faccia tosta, con la presunzione, a l'ingegno che

gli mancava. Discuteva con tutti schiamazzando, trinciando giudizi

sbalorditivi, dicendo spropositi con aria così tranquilla, così

convinta, che io lo stimavo quasi più di quegli altri, quantunque lo

sapessi mediocrissimo. La sua faccia tosta, la sua presunzione mi

parevano indizio di forza.

Ci riunivamo in casa mia nei giorni di vacanza. Facevamo qualche

lettura--Bissi leggeva benissimo, con un po' di teatralità, se si vuole,

ma efficacemente--e poi ci mettevamo a ragionare intorno ai lavori

letti: poesia, novella, capitolo di romanzo. Dovrei dire--si mettevano a

ragionare: il Lenzi e il Bissi avendo sempre molte belle cose da dire;

il Lostini spropositando e chiacchierando per lo meno quanto quei due

presi insieme.

Io mi meravigliavo di quel che il Lenzi e il Bissi potevano e sapevano

cavare dal fondo dell'anima loro, suggestionati dalla lettura. Mi

meravigliavo egualmente di quell'ammasso di cose strampalate che il

Lostini sbrodolava; quasi spiattellasse le cose più nuove e più

interessanti di questo mondo. A me non riusciva di dir nulla. Eppure mi

pareva che avrei potuto dire le stesse cose che il Lenzi e il Bissi

dicevano. Provavo la strana sensazione che essi parlassero pure per

conto mio e che quelle idee me le cavassero di mente per mezzo di

qualche operazione magica a me ignota; tanto le riconoscevo conformi al

mio modo di sentire e di pensare. Se non che ero convinto che, da me,

non avrei mai saputo metterle fuori, anzi che non avrei mai avuto, senza

l'aiuto dei miei amici, neppure il sospetto che esse esistessero nel mio

cervello.

A poco a poco intanto cominciavo ad avventurarmi nelle discussioni, a

tentar di formolare con la parola quel che mi ribolliva in istato di

indefinitezza nella mente e nel cuore. La parola, dapprima restìa, vaga,

scialba, diveniva facile, colorita. La mia attitudine all'osservazione

arguta e giusta si svolgeva lentamente ma gradualmente. Ora, infine, si

meravigliavano essi di quel che dicevo; ma io me ne stupivo più di loro.

Sentivo un piacere doppio, squisitissimo, e per la cosa detta e perchè

l'avevo detta io, senza che altri me la cavasse fuori a mia insaputa.

Ma quando, dopo due o tre ore di questo esercizio, essi mi lasciavano

perchè io non volevo seguirli a una passeggiata, a un divertimento dove

sapevo che sarei rimasto estraneo per la mia timidezza e la mia

ombrosità, mi sentivo riafferrare dal mio solito torpore; quasi l'anima

mia tornasse a rinchiudersi dentro quel guscio da cui si era affacciata

un istante per impulso altrui e non per sua propria virtù.

Il Lenzi e il Bissi erano due bei giovani: l'uno, biondo, con folti

baffi e occhi cilestri, svelto della persona, di modi signorili, che

l'accuratezza del vestire faceva spiccare meglio; l'altro, bruno, con

occhi nerissimi, vivacissimi, barbetta fina, appuntata, baffetti un po'

radi e capelli densi, tagliati a spazzola, sui quali il cappello a

larghe tese non era mai calcato, quasi pesasse troppo e impacciasse la

spaziosa fronte dentro cui si agitavano tante e tante cose--sogni d'arte

e lieti fantasmi di avvenire. Il Lostini, alto, magrissimo, con mani che

sembravano granfie, andava sempre in tuba e abito chiuso, con enormi

colletti, enormi polsini, enormissime cravatte rosse o azzurre, spille

da dar nell'occhio lontano un miglio, vistosi fiori all'occhiello e

mazza con pomo di argento, ogni cosa all'ultima foggia e così

esageratamente da far fermare le persone per via. Eppure io lo ammiravo;

mi pareva che occorresse un bel coraggio per mascherarsi a quel modo.

Tutti i giovedì e tutte le domeniche egli arrivava in casa mia con un

gran rotolo di manoscritto. Il Lenzi e il Bissi lo prendevano in giro

spietatamente; gli davano senza cerimonie dell'asino e del cretino; ma

egli non se ne offendeva. Spiegava il manoscritto sorridendo, lasciava

passare la sturata dei motti pungenti, delle sanguinose ironie, e

cominciava a leggere. Notavo che, alla fine, egli riusciva sempre a

farsi ascoltare e discutere.

--Via, ditemelo francamente: non c'è male, mi pare. Questa volta l'ho

imbroccata.

Non l'aveva imbroccata affatto. Io stupivo, riflettevo come mai non si

accorgesse della miseria dell'opera sua, che il Lenzi e il Bissi gli

analizzavano punto per punto, riducendogliela in minuzzoli,

polverizzandola.

--E non parlo delle sgrammaticature!--conchiudeva il Bissi.

--Sgrammaticature poi! È un po' troppo!--egli protestava ridendo.--Lo

dite per farmi arrabbiare. No; questa volta l'ho imbroccata!

E andava via con tale convinzione, annunziando tronfiamente che

preparava un volume di versi giovanili, editi e inediti, per mettere in

evidenza il proprio nome, per forzar la mano al pubblico. Aveva già

trecento abbonati; le spese di stampa erano coperte. I guadagni

sarebbero venuti dopo.

Il Lenzi e il Bissi parlavano anch'essi del loro avvenire, ma entravano

nella mischia, nella lotta per la vita, ben altrimenti preparati ed

armati.

Il Lenzi, studiando diritto, mirava alla deputazione, o alla diplomazia;

avrebbe scelto quando fosse arrivato il momento opportuno; non disperava

di diventare, un giorno o l'altro, ministro del regno d'Italia. Intanto,

per rifarsi dell'aridità degli studi scientifici, si divagava con studi

d'arte; li stimava valevoli mezzi, armi poderose, anche per un uomo

politico.

Il Bissi, invece, odiava la politica, regno delle mediocrità, secondo

lui, della volgarità, della materialità. L'attuale decadenza degli

ingegni e dei caratteri non si doveva tutta ad essa? E non leggeva

giornali quotidiani, viveva chiuso nel suo mondo estetico, ambizioso

soltanto di guadagnarsi un bel posto nel gran movimento di rinnovazione

artistica, che affermava prossimo a rivelarsi. In questa nuova fase

della vita italiana, egli voleva trovarsi alla testa del movimento.... o

tirarsi un colpo di pistola. Non cercava vie di mezzo; e si preparava

benissimo anche lui.

Io soltanto non scorgevo nessun avvenire per me.

Non osavo fermarmi un momento a riflettere quale avrebbe potuto mai

essere, nel caso che mi fossi deciso a rappresentare una parte attiva

nella società. Non mi riconoscevo nessuna attitudine speciale, spiccata,

per l'arte, nè per la politica, e molto meno per l'azione di qualunque

natura. Mi sentivo condannato a vivere da parassita, a consumare senza

produrre, a trascinarmi impotente tra la folla portata via dal turbine

dell'attività industriale, letteraria, politica; oggetto di compassione

o di riso o di disprezzo; fantasma tra tanti vivi. Niente altro!

Era possibile?

Eppure potevo osservare che qualche non lieve mutamento era avvenuto in

me durante quegli anni di apparente inerzia. Un fine senso della

concezione d'arte già traspariva dai miei ragionamenti. A ogni nuova

lettura, mi sembrava che i confini della mia intelligenza si fossero

spostati; intravedevo che un sordo lavorìo era dovuto accadere e

accadeva tuttavia dentro di me; lavorìo di digestione, di chilificazione

delle immense letture, operato nei più misteriosi recessi del pensiero,

dell'energia intellettuale, allo stesso modo della digestione e della

chilificazione dell'organismo fisico, se in certi momenti mi riconoscevo

cresciuto e fortificato spiritualmente come prima non ero.

Perchè non mi provavo a fare, a produrre?

Il Lostini non riusciva perchè non sapeva, e intanto aveva l'illusione

di poter fare, ingannato dalla sua fatuità e dalla sua presunzione. Col

Lenzi e col Bissi non ardivo di paragonarmi. Erano organismi perfetti,

delicatissimi; sapevano quel che volevano, dove tendevano e dovevano

arrivare, e già coordinavano ogni loro minimo atto con quello scopo,

sicuri delle loro forze, pronti ad abbattere gli ostacoli e col

presentimento dell'immancabile vittoria in fondo al cuore.

Come li ammiravo e come li invidiavo!

Rassegnazione: Romanzo · 第 16 / 41 题