IV.

Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale;

capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era

d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella

mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto

metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione

che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi

lasciai trascinare.

La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione

di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di

critica--con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze

giuridiche non ce li faceva neppur vedere--e non far mai cosa volgare.

Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale.

I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati

con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che

rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni

dell'arte.

Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone.

Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei

suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da

quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza,

mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi

intera.

Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a

larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.

--Vorrei leggervi....

E si era arrestato, per guardarci in viso.

Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la

spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse

improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e

stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera

d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi

era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona

dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto

l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.

Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo

in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti,

nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni

minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la

provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile

lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza

che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per

dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per

virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le

immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni

fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e

mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento,

opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e,

nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento

della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona,

eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature,

di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i

dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi

loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che

le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad

ascoltarlo, rapiti!

La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte

mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.

Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso

potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio

amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla

benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce,

l'accento, e nulla più.

E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le

scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:--Tu sarai il primo

simbolista d'Italia!--io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima

parlare gli altri, scoppiai in un energico:

--Zitto! Non dire bestialità!

E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il

giudizio del Lenzi e il mio.

Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per

mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da

cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte:

novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di

nuovo.

E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco

d'intensità, senza che io me n'accorgessi.

Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva;

mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un

primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza

critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la

inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di

consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in

maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un

delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio

del Lostini!

Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di

organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.

Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far

bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che»

indefinibile che nessuno studio può far acquistare.

Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque

cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non

dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio

supplizio.

Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della

malattia che mi affliggeva.

Che cosa avrei potuto essere?

L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava

la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che

fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto,

quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di

qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da

tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei

stato cosa del cliente, suo schiavo!

La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole

costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava

inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!

Gli affari?

Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta

l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui,

attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi

di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente

smania di guadagnare sempre più?

Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo

sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la

cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa

infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si

rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella

stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!

Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni,

tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva

scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva

lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore,

la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di

fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio

svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni

altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione

la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella

durezza degli scuri, smisi subito nauseato.

Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo

disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta

per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi

toglievano da ogni bassa occupazione manuale.

Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto

studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno

torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di

volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri

della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non

avevano nessun segreto per me?

Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che

altro avrei potuto fare?

E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero,

per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva

raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero

inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile

significato di quella parola!

Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande

artista, gran pensatore.... o niente! Non aggiungevo come il Bissi:--O

un colpo di pistola!--Mi mancava l'energia di pensarlo.

E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella

luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di

bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù

presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel

momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata

dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano

brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che

penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso

su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di

carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello

sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati,

strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per

terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati

da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi

sussulti della vita che si spegneva!

Rassegnazione: Romanzo · 第 17 / 41 题