Avevo probabilmente un'istintiva coscienza del mio difetto essenziale;
capivo forse, senza possederne ancora netta intuizione, quel che c'era
d'immensamente sproporzionato tra gli ideali che mi brillavano nella
mente e le mie forze fisiche e intellettuali che avrebbero dovuto
metterli in atto. Perciò evitavo di tentare. Avevo paura della delusione
che subito sarebbe venuta dietro al tentativo. Pure, una volta, mi
lasciai trascinare.
La virtuosità del Lenzi non mi produceva più il gran senso d'ammirazione
di prima. Egli poteva scrivere una poesia, una novella, un articolo di
critica--con noi parlava di arte soltanto; i suoi saggi di scienze
giuridiche non ce li faceva neppur vedere--e non far mai cosa volgare.
Versi e prose però non lasciavano trasparire una personalità originale.
I riflessi altrui vi venivano fuori evidentissimi, quantunque assimilati
con garbo. Egli stesso non dava nessuna importanza a quei capricci che
rivelavano, qua e là, un'anima aperta alle diverse espressioni
dell'arte.
Pel Bissi, l'arte era cosa sacra. Gli tremava la voce parlandone.
Sapevamo che lavorava, lavorava; ma niente di preciso egli ci diceva dei
suoi lavori, impedito da quella sua profonda riverenza religiosa, da
quel suo gran pudore di artista che non voleva profanare la bellezza,
mostrando gli abbozzi informi dov'essa non era riuscita a palesarsi
intera.
Un giorno, finalmente, lo vedemmo arrivare a casa mia col cappello a
larghe falde sulla nuca, con gli occhi raggianti, quasi spauriti.
--Vorrei leggervi....
E si era arrestato, per guardarci in viso.
Non dimenticherò mai le impressioni di quella giornata, l'urto, la
spinta ricevuti, per cui potei illudermi che un uomo nuovo si fosse
improvvisamente rivelato dentro di me, ricco di facoltà inattese e
stupende. Per la prima volta non mi trovavo più di fronte a un'opera
d'arte della quale non potevo penetrare tutti i misteri perchè ignoto mi
era il processo d'incubazione che l'aveva formata ignota la persona
dentro il cuore e la mente della quale esso aveva avuto luogo, ignoto
l'ambiente che aveva contribuito ad agevolarlo.
Mentre il Bissi leggeva, io avevo la pura visione del miracolo creativo
in atto. In quei personaggi della sua novella, nel loro sentimenti,
nelle loro passioni, nelle azioni, nelle parole, nel paesaggio, in ogni
minimo particolare, io riconoscevo qualcosa; ne indovinavo la
provenienza; scoprivo relazioni intimissime. Assistevo al mirabile
lavoro di fusione e di organamento, all'esplosione della vita, e senza
che quell'analisi nuocesse punto all'effetto dell'insieme. Vedevo, per
dir così, le parole, le immagini accorrere spontaneamente, come per
virtù di attrazione, aggrupparsi, combinarsi. E con le parole e con le
immagini le cose, i colori, i sentimenti; particelle di osservazioni
fatte insieme; fitto pulviscolo di sensazioni, di reminiscenze sue e
mie, che si era agglomerato, ed era diventato unità, forma, avvenimento,
opera d'arte insomma. La quale era l'anima di colui che leggeva, e,
nello stesso tempo, cosa affatto diversa; riproduceva in sè l'accento
della voce di lui, ne rivelava i gesti, tutta l'aria della persona,
eppure non poteva dirsi precisamente lui, perchè quelle poche creature,
di cui la novella narrava i casi, svolgeva le passioni, riferiva i
dialoghi, erano poi creature viventi da per loro, col loro accento, coi
loro gusti, con la loro distinta individualità, proprio come colui che
le aveva create e che non aveva niente di comune con noi tre intenti ad
ascoltarlo, rapiti!
La potentissima corrente che si era sprigionata, da quell'opera d'arte
mi aveva penetrato, abitato, reso convulso.
Producendo una benefica rivelazione di me a me stesso, mi aveva infuso
potenza di creazione artistica, quasi essa non fosse stata opera del mio
amico, ma mia; quasi il Bissi non avesse fatto altro che leggerla
benissimo, come io non avrei saputo, prestandomi soltanto la voce,
l'accento, e nulla più.
E quando la lettura fu terminata, e il Lostini, levando in alto le
scarne mani, esclamò scioccamente, al suo solito:--Tu sarai il primo
simbolista d'Italia!--io, che ordinariamente tacevo e lasciavo prima
parlare gli altri, scoppiai in un energico:
--Zitto! Non dire bestialità!
E abbracciai e baciai il Bissi che invocava, umile e commosso, il
giudizio del Lenzi e il mio.
Attesi con impazienza che essi fossero andati via per raccogliermi, per
mettermi subito al lavoro. Avevo dentro di me un confuso ribollimento da
cui credevo dovesse immediatamente scaturire una consimile opera d'arte:
novella, romanzo, non avrei saputo specificarlo; ma qualcosa di vivo, di
nuovo.
E per due settimane l'illusione persistette, diminuendo a poco a poco
d'intensità, senza che io me n'accorgessi.
Lottavo accanitamente contro la resistenza che la forma mi opponeva;
mettevo il mio stento a carico dell'inesperienza, delle difficoltà d'un
primo serio tentativo; chiudeva gli orecchi alla voce della coscienza
critica che si andava risvegliando e mi faceva intravedere tutta la
inettezza del mio lavoro. Alla fine, non ebbi neppure il coraggio di
consultare gli amici; avevo riconosciuto la mia impotenza creativa in
maniera così evidente, che ne sentivo vergogna e rimorso come di un
delitto commesso di nascosto. Ero riuscito a far peggio, molto peggio
del Lostini!
Negli scritti di lui v'era la volgarità, la sciattezza, ma qualcosa di
organico; nel mio lavoro questo qualcosa mancava.
Il Lostini, studiando, avrebbe potuto riuscire a far meglio, forse a far
bene; io no. In quel cervello bislacco e incolto esisteva quel tal «che»
indefinibile che nessuno studio può far acquistare.
Oh, non era più possibile illudermi! Avrei potuto divenire qualunque
cosa; grande artista, no, mai! E la mediocrità, che a quel giovane non
dava ombra, a me faceva orrore. Quest'orgoglioso sentimento era il mio
supplizio.
Allora, con spietata insistenza, presi a studiare tutti i sintomi della
malattia che mi affliggeva.
Che cosa avrei potuto essere?
L'avvocatura richiedeva mezzi diversi da quelli dell'arte; ma mi mancava
la fluidità della parola, l'arditezza e la rapidità della concezione che
fanno dell'avvocato un mirabile stratego. Mi mancava, sopratutto,
quell'elasticità di coscienza da permettermi di credere alla bontà di
qualunque causa, purchè vi fossero stati un'imboscata, un tranello da
tendere al codice o alla procedura; e mi ripugnava il sapere che sarei
stato cosa del cliente, suo schiavo!
La medicina e la chirurgia mi venivano interdette dalla mia debole
costituzione; il male fisico mi dava nausee invincibili; e mi repugnava
inoltre, egualmente, il dover essere cosa del cliente, suo schiavo!
Gli affari?
Avevo l'esempio di mio padre. Ne avevano assorbito tutta la forza, tutta
l'attività, tutto l'ingegno. Era stato forse un uomo libero lui,
attanagliato dalle grosse speculazioni, dai grossi appalti, dai giuochi
di borsa, sempre agitato dall'ansia di un tracollo e dalla crescente
smania di guadagnare sempre più?
Aveva avuto però un ideale, uno scopo: suo figlio; questo sangue del suo
sangue, questa carne della sua carne, questo misero inetto, che la
cecità dell'affetto paterno non gli faceva riconoscere tale; questa
infelice creatura in cui il dissidio tra il pensiero e l'azione si
rivelava così mostruosamente, così irreparabilmente alla luce di quella
stessa cultura che avrebbe dovuto dargli vigore!
Col gran numero di volumi di ogni genere divorati in quei quattro anni,
tutto lo scibile umano ripensato, analizzato, rifatto dalla positiva
scienza moderna, era passato a traverso il mio cervello e vi aveva
lasciato un germe di orgoglio. Vivevo soltanto con la testa. Il cuore,
la immaginazione mi si erano dunque atrofizzati? Infatti, niente di
fresco, di giovanile sentivo in me. Invano avevo vent'anni! L'unico mio
svago era stato disegnare; disegnare aridamente; copiando disegni
altrui. Quando però mi convinsi che pure in questa meschina operazione
la secchezza dell'anima mia traspariva nella rigidità delle linee, nella
durezza degli scuri, smisi subito nauseato.
Mi sentivo invadere da profonda pietà di me stesso e insieme da profondo
disprezzo. Mi pareva che si adempisse sopra di me una giusta vendetta
per tutti quegli agi immeritati che mi rendevano facile la vita e mi
toglievano da ogni bassa occupazione manuale.
Chi più infelice di me, che pure stavo comodamente seduto in quel vasto
studio invaso dal sole, ornato di belle piante esotiche, cinto torno
torno da eleganti scaffali dove si allineavano centinaia e centinaia di
volumi pronti a ogni appello, capaci di rivelarmi i più riposti misteri
della scienza, le più eccelse bellezze dell'arte, e che quasi non
avevano nessun segreto per me?
Mi ero seppellito, sì, da me stesso in quella tomba ridente, ma che
altro avrei potuto fare?
E là avevo sorbito, a stilla, a stilla, il sottile veleno del pensiero,
per cui ora credevo che la vita avesse valore soltanto quando poteva
raggiungere il suo più alto grado di espressione e di forza; là mi ero
inorgoglito di essere uomo, e avevo voluto riuscir tale nel più nobile
significato di quella parola!
Artista o pensatore, giacchè uomo di azione non era il caso; ma grande
artista, gran pensatore.... o niente! Non aggiungevo come il Bissi:--O
un colpo di pistola!--Mi mancava l'energia di pensarlo.
E tutto quel lieto sorriso di sole che inondava lo studio, quella
luminosità che si riverberava nei mobili, nei quadri, nei ninnoli di
bronzo e di porcellana, nel verde delle trasparenti foglioline dei bambù
presso la finestra, mi parevano un'amara irrisione, un insulto in quel
momento; m'incombevano, peso enorme, su l'anima trambasciata
dall'evidenza della mia inanità. Mobili, quadri, ninnoli, piante avevano
brividi di vita sotto la carezza del sole e dell'aria primaverile che
penetrava dalle aperte finestre. La sola cosa morta colà ero io, disteso
su la poltrona, davanti alla vasta scrivania ingombra di libri e di
carte! No, un'altra cosa morta mi faceva compagnia: quell'aborto, quello
sciagurato tentativo di arte su quei fogli rabbiosamente brancicati,
strappati a metà e buttati alla rinfusa parte su la scrivania, parte per
terra; e che io guardavo con occhi sbarrati, quasi brani di me squartati
da spaventevole mostro, nei quali mi pareva di scorgere gli ultimi
sussulti della vita che si spegneva!