II.

La mia timidezza proveniva, in gran parte, dal convincimento della

inferiorità fisica a cui mi credevo condannato, e dal sentimento della

mia inferiorità intellettuale che giudicavo dovesse risultare da quella.

Non già che io mi stimassi uno sciocco, no; sapevo benissimo quel che

valevo; valevo quanto molti altri. Ma che importava? Non valevo però

tanto da essere assai più di molti altri. Misuravo la distanza frapposta

tra quel che sapevo di essere e quel che avrei voluto e non avrei potuto

mai essere, e mi sentivo preso da scoraggiamento che mi rendeva

eccessivamente severo con me stesso, fino a farmi giudicare inutile

qualunque sforzo, anzi inutile la vita medesima! Avrei voluto essere un

braccio, una mano; e potevo appena fare la funzione di un meschino

strumento in mano altrui, caso che ci fosse stato chi avesse voluto

adoprarmi in qualche umile circostanza. Non sapevo rassegnarmi.

In quei quattro anni, ero passato per una serie di prove tentate una

dietro all'altra, non la speranza che, forse, quando meno me l'attendevo

e da dove meno l'attendevo, sarebbe venuta fuori la coscienza della mia

vita, la ragione del mio avvenire.

Ecco, invece, quel che n'era venuto fuori.

Ma prima debbo dire di un'altra anomalia del mio organismo.--Debole, ero

poco sensibile; e avrei dovuto essere l'opposto.

Non mi eccitavo per nulla; non avevo scatti di ribellione o di allegria,

come gli altri fanciulli. Ripensando, oggi, le mie sensazioni di allora,

rimettendomi con la immaginazione in quello stato, mi sento intorpidito,

impacciato, incapace di ricevere intero l'urto delle impressioni

esterne, di trasformarlo, di assimilarlo; quasi mi mancasse l'attitudine

della resistenza, quasi i miei nervi fossero stati di bambagia.

Era proprio così. Tutto veniva a posarvisi, ad adagiarvisi cautamente,

dolcemente, sofficemente. E non posso prolungar molto questo sforzo

dell'immaginazione per rivivere la mia fanciullezza e spiegarmela.

Soffro ora quel che non soffrivo allora; mi sento mancar l'aria, mi

sento imprigionato dentro me stesso; e mi vengono le lagrime agli occhi

per quegli anni così smorti, così tristi, per quella, sto per dire, mia

anticipata vecchiezza.

Soltanto una volta avevo avuto un lampo di coscienza durante il grigio

torpore dei primi anni di scuola. Uno dei miei compagni mi aveva

chiamato:--Mummia! Mummiaccia!--Dal tono della voce avevo capito che

quella parola, di cui non intendevo il significato, doveva esprimere

un'ingiuria; e, tornato a casa, avevo subito domandato alla mamma:

--Mummia, che vuol dire?

La mamma, poverina, me lo aveva spiegato bene; ed io ero rimasto

pensieroso tutta la giornata, intento a indovinare quale relazione

passasse tra una mummia e me.

--Non sono una persona morta!--pensavo.

Intanto l'idea che uno avesse potuto ingiuriarmi con quel nome, cioè che

avesse potuto giudicarmi quasi persona morta, imbalsamata,

fasciata--questi particolari avevano fatto maggiore impressione su la

mia fantasia--mi die' per parecchi giorni un profondo senso di

tristezza.

--Se colui ha potuto dirmi: Mummia!--riflettevo,--significa che ha

veduto in me qualcosa che gli ha richiamato la mummia alla memoria.

Barlume di coscienza infantile, sparito presto e non rinnovatosi più.

Non godevo e non soffrivo.

Ricordo le sensazioni della mia vita di campagna, nella deliziosa villa

comprata a posta dal babbo. Vi sono tornato spesso, in questi ultimi

tempi, e principale occupazione colà è stata sempre quella di

ricostruirmi con tutti i particolari la mia vegetazione di allora; non

posso chiamarla altrimenti.

Le belle giornate, il verde dei campi, il canto degli uccelli, le acque

scorrenti, le stesse affettuose premure della mamma, la compagnia dei

bambini del mezzadro, niente penetrava a fondo dentro di me, niente

riusciva a produrre un'eco di sentimento nella mia povera animuccia.

Restavamo soli colà, mia madre ed io, per mesi e mesi. Il babbo era

costretto a viaggiare spesso dagli affari, dalle speculazioni

commerciali, o era trattenuto in città. Scriveva quasi ogni giorno per

avere notizie di me e s'impazientiva di non riceverle quali le avrebbe

volute. Capivo questo dall'espressione del viso della mamma mentre

leggeva la lettera tenendomi tra i ginocchi; lo capivo dalla sua

invariabile esclamazione:

--Benedett'uomo!... Quasi fosse colpa mia!

--Che vuole il babbo?--le domandavo.

--Vuole che tu ti diverta, che tu corra, che tu faccia il chiasso con

gli altri bambini, per diventar grande e forte come lui.

In quel tempo avevo per mio padre un sentimento di affettuoso terrore;

sì, di affettuoso terrore. Mi compiacevo di sapermi voluto bene da lui;

ma quand'egli arrivava, improvvisamente alla villa per uno o due giorni,

avevo proprio una sensazione di terrore nel sentirmi sballottare tra le

sue braccia, strusciar dalla sua barba allorchè mi baciava, trascinar

per mano lungo i viali, pei sentieri delle colline, forzandomi a correre

mentre egli camminava regolarmente coi larghi passi da gigante; nel

vedermi tutt'a un tratto sollevato di peso, con un braccio, perchè

potessi staccare un ramo, o cogliere un frutto da un albero che mi

pareva toccasse il cielo, guardato da terra.

A tavola mi stupivo egualmente di mio padre, sgranando gli occhietti.

Montagne di vivande sparivano dai piatti davanti a lui, rapidamente

maciullate dai solidi denti dell'ampia bocca, inghiottite con vorace

avidità, inaffiate da copiosi bicchieri di vino. La mamma, al confronto,

mi sembrava un uccellino che beccasse appena le vivande; io, non occorre

dirlo, mi riconoscevo assai meno: una mosca, un insettuccio.

Dopo desinare, quando non mi conduceva via con sè, lo guardavo dalla

finestra; lo udivo gridare coi contadini, lo vedevo gesticolare,

lontano; lo perdevo di vista tra gli alberi, e, poco dopo, lo rivedevo

lassù, in cima alla collina, quasi vi fosse giunto con una volata; poi,

in brevi minuti, di ritorno, frettoloso, pronto a partire.

--Vuoi venire con me?

Non rispondevo, interrogando con gli occhi la mamma.

--Lo porto in carrozza fino alla stazione.

La mamma non voleva. Era distante la stazione; avrei fatto troppo tardi.

Egli mi afferrava con le ossute mani, mi sollevava fino alle sue labbra,

come un giocattolino, come un fuscello, mi strusciava di nuovo la faccia

coi baffi e con la barba, per farmi il solletico--ci si divertiva--mi

dava parecchi baci, mi riponeva a terra con atto rapido da sembrare che

volesse buttarmi via, e spariva.

Quell'impressione di abbrividimento mi durava tutta la giornata.

La mamma mi faceva da maestra perchè almeno non dimenticassi il poco che

avevo appreso a scuola, e le sue lezioni oltrepassavano di rado il

quarto d'ora. Aveva paura di affaticarmi. Scambiava per stanchezza la

nessuna curiosità di apprendere che io dimostravo.

Ella, sì, leggeva molto, in camera o nel prato all'ombra di un albero,

mentre io giocavo fiaccamente coi bambini del mezzadro, che,

vivacissimi, si sentivano impacciati della mia indifferenza. Qualche

volta essi si arrestavano per guardarmi bene, stupiti di scorgermi così

dissimile da loro, quantunque fanciullo come loro.

Una volta, accorso dalla mamma per domandarle la spiegazione di non so

che cosa, la trovai che piangeva, pur continuando a leggere. Mi fermai a

pochi passi da lei, non osando di avvicinarmi.

--Che hai? Perchè piangi, mamma?

Dalla sua risposta capii che la faceva piangere quel libro.

--Buttalo via,--le dissi,--è un libro cattivo!

--No, è anzi un bel libro,--rispose.--Un giorno, quando sarai grande,

piangerai anche tu talvolta, leggendo. Non si piange di dolore, ma di

piacere.

Non compresi; e tornai dai miei compagni, facendo dentro di me

proponimento che quando sarei stato grande non avrei letto mai, mai,

libri che potessero farmi piangere.

Ora mi sembra strano che io abbia potuto pensare una cosa simile.

Ordinariamente, niente mi spingeva a riflettere anche un istante da

fanciullo, come soltanto avrei potuto fare con la mia piccola

intelligenza. Le sensazioni mi sfioravano appena, si smussavano nel mio

contatto. Ero simile a una di quelle larghe foglie di piante acquatiche

nuotanti nella vasca davanti a la villa, che non si bagnavano mai, e

lasciavano scivolar l'acqua in goccioline iridate, senza neppur

ritenerne l'umidore.

Rassegnazione: Romanzo · 第 15 / 41 题