Cittadino Presidente

Questa sera 6 febbrajo vi era Circolo al Pubblico Teatro. Mi vi sono

recato, e siccome il presidente mi ha chiamato al seggio annunziandomi

come vice-presidente del Circolo popolare di Firenze, così ho detto a

questi nostri fratelli quanto noi c'interessavamo ai loro destini, ho

raccontato quanto avevamo fatto per loro, ed ho offerto in nome del

Circolo tutti quegli aiuti tanto morali che materiali di cui potrebbero

abbisognare. Molti evviva e ringraziamenti al Circolo popolare. Spero

il Circolo approverà quanto ho fatto. Voleasi fare una dimostrazione

questa sera; e siccome vi era pericolo si cambiasse in tumulto, così

ho pregato il Popolo la differisse a domani. Domani a mezzodì avrà

luogo. Domani stesso vi scriverò più a lungo e vi dirò qualche cosa

degli affari in generale: _non lo posso questa sera perchè non ho visto

nessuno_.

Vostro Socio e F.

G. B. NICCOLINI.

P. S. Vi raccomando calorosamente le decurie e centurie.

(Documenti dell'Accusa, pag. 103.)

[232] _Storia della Rivoluzione_, Ed. cit., cap. 28, pag. 86.

[233] A pagina 348 dei Documenti dell'Accusa trovo il biglietto al

signor Lanari, e dice così: «Signor Lanari. In Livorno i proprietarii

dei Teatri si fanno un pregio imprestarli una sera o due al Popolo _per

le sue solennità_. Vi reputava un po' più patriotta, meno impresario.

Mi figuro che tutto dipenderà da moneta; ditemi quanto volete, e

vi pagherò, perchè voglio sottrarvi al caso, che il Popolo entri di

santa ragione, e per pagamento possa spezzarvi le panche.» Intanto

ecco che l'Accusa cita inesattamente; poichè per avere scritto, che

gl'Impresarii livornesi imprestavano al Popolo i Teatri per le loro

solennità, ciò non importi che per solennità ritenessi l'adunanza del

Circolo a Firenze; le solennità a cui accennavo erano passate, e per

necessità diverse dalle presenti: insomma frase usata per impegnare lo

Impresario e niente più: inoltre, in anticipazione io non sapeva quello

che il Circolo potesse commettere, e mi si diceva volervi celebrare

festa di allegrezza, di pace e di riconciliazione fra i Partiti; ma ciò

non monta, anche avessi presagito il suo contegno, a me non era dato

operare diversamente da quello che feci.

[234] «Opponendo ad ogni contrarietà il diritto del Popolo nei palazzi

eretti dai nostri padri per lui.» Vedi Documenti dell'Accusa, pag. 196.

[235] A pag. 171-172 dei Documenti dell'Accusa occorrono due scritti

del signor Nerli Direttore delle Regie Fabbriche, dai quali si ricava,

che esitando egli a ordinare certi acconcimi, che si trovarono

sommare a Lire 1000, nella Chiesa di San Pancrazio richiesta dal

Circolo, mentre il Governo aveva indicato, che fossero _piccoli e

necessarii_, i Rappresentanti di quello gli dissero: «_che se non

facesse immediatamente e prontamente eseguire quanto avevano domandato,

avrebbero fatto conoscere al Popolo dove egli abitava_.» — _Con tali

dichiarazioni_, aggiunge il signor Nerli, _ognuno può credere che non

tardai a dar corso a tale affare.....!_ Crede ella l'Accusa, che il

Circolo fosse meco più blando che col signor Nerli, o che pretendesse

meno da me di quello che imponeva a lui?

[236] Certa volta durante il mio Ministero facendo parte di una

Deputazione di Barga egli si presentò all'Ufficio; ma siccome ei non

disse parole, e non lo badai, persisto a dichiarare essermi state fino

al 9 Febbraio 1849 le sue sembianze ignote.

[237] Vedi Requisitoria dei Repubblicani contenuta nella opera del

Rusconi.

[238] Ricordo che voleva rifiutare, ma G. P. Vieusseux me ne

sconsigliò, assicurandomi che gli avrei fatto dispiacere.

[239] Vedi Archivio degli Affari Esteri.

[240] E quando Niccolini romano ebbe ad abbandonare Firenze, lo feci

io perchè m'impediva proclamare la Repubblica? E quando più tardi con

lievi soccorsi Mordini persuadeva Flaminio Lolli a recarsi in Corsica

e in Grecia (Ved. Docum. a pag. 232), e quando ad ogni patto mandavo La

Cecilia a Parigi, intendevo ingagliardire la schiera dei Repubblicani?

Dunque i Repubblicani erano ostacolo a fabbricare la Repubblica?...

Gran testa è quella dell'Accusa!

[241] «Questa notte la città nostra fu agitata da insolito

commovimento. Dopo le ore 8 di sera si videro splendere sopra le

colline circostanti moltissimi fuochi, e ad un tempo si udirono spari

di moschetto che continuarono lungamente. Presto si conobbe che nella

campagna vicina a Firenze si tumultuava. La generosa popolazione

fiorentina non mancò a sè stessa. Per tutte le vie era un accorrere,

un chiedere le armi, un dichiararsi pronti a respingere con la

forza i traditori, a versare il sangue per la libertà. La Guardia

nazionale accorse in grandissimo numero, e mostrò qual partito se ne

poteva trarre sì per comprimere gl'interni nemici, come le straniere

aggressioni. Gli esuli lombardi accorsero tutti a difendere la libertà

minacciata, e la Legione Polacca, sebbene rientrata in Firenze da

poche ore, dimenticò la fatica e la stanchezza per accorrere a difesa

della terra che ospitalmente l'ha raccolta. La Guardia Municipale fu

infaticabilmente operosa. Ma ciò non bastava al desiderio ardente del

Popolo. Tutti indistintamente chiedevano armi sospettando di essere

traditi. Allora si mostrava a raffrenare l'ardore generoso il professor

Montanelli, membro del Governo Provvisorio, che sorgeva dal letto, ove

giaceva infermo, per accorrere alla chiamata del Popolo. Acquietava gli

accorsi, mostrando loro come il disordine poteva essere più funesto

della scarsità della forza; avvertiva i cittadini a tenersi pronti,

ove fosse stata necessaria l'opera loro; lasciassero libera l'azione

del Governo che vigilava a salvezza comune. Alle parole dell'uomo

venerato e caro si acquietava la moltitudine, ma non dimenticava il

pericolo della Patria. Intanto non cessavano le cure del Governo.

Forti pattuglie perlustravano la città e uscivano anche dalle porte per

iscoprire se dalle campagne si movesse aggressione. Furono arrestati

molti tumultuanti, e il Popolo a fatica si conteneva dal manometterli,

se non fosse stato l'egregio contegno dei militi, e il rispetto alla

Legge che è così forte in questa egregia popolazione. Il Governo

ricerca assiduamente gli autori de' fatti scellerati i quali resteranno

esposti a tutto il rigore della Legge, alla infamia e all'abominio di

tutti gli onesti; premio degnissimo a chi cerca contaminare di sangue

cittadino questa terra che fu culla di civiltà e di sapienza.»

«POPOLO DI FIRENZE!

«I segnali di un movimento retrogrado apparivano ieri sera sulle

colline circostanti. Ma agli occhi tuoi, o Popolo di Firenze, splendeva

un'altra fiamma, quella santissima di libertà, e col tuo sorgere

pronto, risoluto ed unanime, contro l'esterno attentato, mostrasti

quanto male si fosse apposto chi ti aveva sperato cooperatore alle sue

nefande intenzioni.

«Lode a te! Lode a tutti coloro che in questa solenne occasione si

mostrarono devoti alla Patria! E bene veramente meritarono della

Patria la Guardia Municipale, le milizie di Artiglieria, l'Emigrazione

armata Lombarda, la Legione Polacca, e tutta la Guardia Nazionale, di

cui faceva parte la Riserva. Ogni elogio sarebbe poco a significare

i sentimenti che il Governo professa verso i generosi militi della

Guardia fiorentina per la prova solenne di devozione che col loro

numeroso e pronto concorso porgevano alla causa dell'ordine e della

libertà. Esso sa che in qualunque pericolo li troverebbe egualmente

pronti a rispondere alla chiamata della Patria.

«Perchè sia conosciuto il carattere dell'attentata reazione, basterà

dire che si gridava: — _Viva i Tedeschi!_ — Il nemico comune d'Italia

vorrebbe con questi mezzi spianarsi la via della invasione da tanto

tempo desiderata.

«Ma tu, o Popolo, vincerai, serbando fede in Dio che protegge l'Italia,

e nella santità dei tuoi diritti. I tuoi figli già su i piani lombardi

si mostrarono degni discendenti del Ferruccio, e le glorie del Mincio

non saranno, ove occorra, smentite sulle rive dell'Arno.

«Firenze, 22 febbraio 1849.

«G. MAZZONI.

«G. MONTANELLI.»

(_Monitore_ del 23 febbraio 1849.)

«È stato universale il grido di riprovazione e di difesa. La Guardia

Civica è corsa _immediatamente_ alle armi in gran numero. La Guardia

Municipale ha mostrato zelo e operosità lodevolissima. La Emigrazione

Lombarda era tutta _armata_. Il Popolo voleva armarsi tutto, e ho

dovuto parlargli per contenerlo. — Sono stati fatti degli arresti

nelle vicinanze, e durano fatica a _salvare gli arrestati dalla furia

del Popolo_.» — (Dispaccio telegrafico del 22 febbraio 1849.) — La

verità dei fatti contenuti in questo Dispaccio è confermata dalla

Deliberazione Municipale del 24 febbraio 1849 dove occorre scritto:

«Considerando in ispecie che la _condotta del Popolo_ e della _Guardia

Nazionale_ di Firenze nella sera del 21 corrente dà al Governo garanzia

sufficiente, che i Cittadini bastano senza eccezionali misure a

tutelare l'ordine e la libertà...» Dunque anche il Municipio pensava

che i moti del 21 la libertà e l'ordine avversassero, ed egli stesso

fa fede che Popolo e Civica così risoluti li compressero da dispensare

l'uso di ogni eccezionale provvedimento. Il Prefetto di Firenze,

spaventato a ragione degli atti minatorii del Popolo, invoca il 22

febbraio lo aiuto del Circolo onnipotente in tutela degli arrestati:

«Il Presidente del Circolo del Popolo è pregato inviare alle Carceri

pretoriali una deputazione dei suoi Socj per esortare il Popolo, che

ivi si trova affollato, a rispettare la Legge e la giustizia, non

insultando le persone che gli agenti della pubblica forza vi conducono

in istato di arresto.» — (Vedi Documenti dell'Accusa, pag. 115.) —

E buono accorgimento fu questo; però che si venisse a togliere al

disordine la parte più temuta, e impegnarla ad opera di civiltà. — Uno

Smith, un Ricciardi, e fu detto un Trollope, furono salvati a stento

su la Piazza di San Firenze dal Popolo infuriato. — Il _Conciliatore_,

perpetuo nemico nostro, nel 23 febbraio 1849 stampava: «I fatti

accaduti nei contorni di Firenze e in varie parti della Provincia danno

segno di una divisione di animi nelle nostre Popolazioni, e possono

essere seme funesto di _sanguinosi dissidii domestici_.... Ma se del

mal fatto sono oggi inutili i rimpianti, non crediamo che a niuno

onesto sia conteso proporre quei rimedii che almeno possono renderlo

minore nei suoi effetti.... _Usi il Governo della forza della Legge

per comprimere i perturbatori_..... Ora la rovina si è fatta completa,

l'avvenire si è coperto di tenebre, e Dio solo sa a che riusciranno.»

«L'adunanza del Circolo rimase sospesa dalla notizia che si udivano

fucilate in varie direzioni delle campagne e apparivano segnali di

fuochi dal Monte alle Croci, da Monte Oliveto, e da quasi tutte le

colline che circondano la città. Verificata in parte la cosa, tutto il

Circolo corse ad armarsi. Già tutto il Popolo di Firenze muovevasi di

un moto solo; ed era cosa commoventissima il vedere la disperazione

di coloro che non potevano trovare armi.» — (Il _Popolano_ del 23

febbraio.)

[242] Documenti, pag. 507.

[243]

«Toscani!

«Il Principe, a cui voi prodigaste tesori di affetto, vi ha abbandonato.

«E vi ha abbandonato nei supremi momenti di pericolo.

«Il Popolo e le Assemblee legislative hanno appreso questo fatto con

senso di profonda amarezza.

«I Principi passano, i Popoli restano.

«Popolo ed Assemblee hanno sentito la loro dignità, e provveduto come

conveniva.

«Il Popolo e le Assemblee ci hanno eletti a reggere il Governo

Provvisorio della Toscana. Noi accettammo, e in Dio confidando e nella

nostra coscienza, lo terremo con rettitudine e con forza.

«Coraggio! Stiamo uniti; e questo avvenimento sarà lieve come piuma

caduta dall'ala di uccello che passa.

«Nessuno si attenti sotto qualunque pretesto turbare la pubblica

sicurezza. Il Popolo guardi il Popolo. La libertà porta bandiera senza

macchia. I Toscani se lo rammentino. Custodi, per volere del Popolo,

della civiltà, della probità, e della giustizia, noi siamo determinati

a reprimere e acerbamente reprimere le _inique mene dei violenti e dei

retrogradi_: difensori della Indipendenza, noi veglieremo a ordinare

armi libere e onorate.

«Viva la Libertà!

«Firenze, dal Palazzo della nostra Residenza, questo dì 8 febbrajo 1849.

«_I Membri del Governo Provvisorio Toscano_ «F.-D. GUERRAZZI. — G.

MAZZONI. — G. MONTANELLI.»

[244] Il Dispaccio al Sotto-Prefetto di Montepulciano non si è trovato;

ma solo una lettera responsiva di Zelindo Boddi, che il sig. Falleri

ci fa sapere concepita _in misterioso linguaggio_; ella dice così: «Ho

letto la sua lettera; — mi ha recato _dolore_, ma non mi fa perdere

animo. — Il Popolo al giungere della Staffetta si è adunato, ed è corso

incontro a me. — Ho annunziato il _tristo successo_, e meglio andrò a

pubblicare quanto accadde, fra pochi istanti, nello interno del Paese.

Mi uniformerò agli ordini, ed alle istruzioni ricevute, e darò conto

di tutto a misure prese e adottate. — Mi circondo _di tutti i buoni,

che mi promettono conforto, e assistenza_. (Docum., pag. 280). Questa

risposta, che al Falleri sembra _misteriosa_, a me pare, che risponda

acconciamente alla lettera ed allo spirito del Dispaccio, per certo

uguale agli altri spediti da me, e forse con qualche espressione di

più, che valse a indurre lo scrivente ad attestare il suo _dolore_ pel

_tristo successo_, però che la bontà della indole, ed altri pregi, che

taccio, da molti anni mi avevano persuaso a stimare e ad amare Zelindo

Boddi.

[245] Documenti, pag. 297.

[246] Documenti, pag. 289.

[247] Documenti, pag. 412.

[248] Documenti, pag. 412.

[249] Vedi Documenti dell'Accusa, pag. 284.

[250] Indirizzo del Popolo di San Quirico. (Vedi _Monitore_, 19

febbraio 1849.)

[251] «Al cittadino presidente del Circolo del Popolo di Firenze. — Il

Circolo (di Siena) ha deliberato nella sua tornata del 21 di atterrare

tutti gli Stemmi Medicei, e tutte le insegne della vecchia tirannia, al

sorgere della nuova libertà. Quando s'inalza l'Albero della Repubblica

debbono cadere i monumenti della oppressione ec..... V'invitiamo a fare

altrettanto.» (Il _Popolano_ del 26 febbraio.)

[252] Io conosco il deposto del Professore Zannetti, il quale

meritamente ogni uomo onora, come lealissimo. Interrogato intorno alla

violenza, che avrebbono potuto farmi gli Arrabbiati, risponde, che

_esigenze forti per certo io subii perchè nelle varie volte_ (e furono

moltissime) _ch'egli si condusse da me nella qualità di Generale della

Guardia Nazionale dovè accorgersi, che mi trovava in condizione_ ASSAI

CRITICA.

[253] Medesimi eventi, e medesime scuse occorrono in Francia; così

vedremo più tardi Garat Ministro della Giustizia esporre all'Assemblea

nel 1792: «la forza pubblica rimane spettatrice inerte — e si scusa

dicendo non _avere_ ordini. Prima che gli ordini arrivino, i tristi

radunano il Popolo, lo infiammano, lo strascinano, e il male cresce.»

(De Barante, frammenti citati.)

[254] _Mémoires de Bailly_. Tom. I, pag. 228.

[255] Vedi questo Decreto stampato in tutti i Giornali del tempo, nei

numeri del 9 febbraio.

[256] _Alba_, 9 febbraio 1849.

[257] Vedi il _Considerando_ IV della Deliberazione Municipale del 24

febbraio 1849.

[258] _Conciliatore_. Si riporta per intero in altra sede di questa

Apologia.

[259] Aureo Trattatello dei Sinonimi.

[260] «Il nostro Circolo _non dorme_, e cura quanto può gl'interessi

dei fratelli, che gli sono carissimi. Ha già fatto uno indirizzo

al Ministero _per rimproverarlo di non avere seguito il Granduca,

e domandare il suo ritorno in Firenze_. Si è poi costituito _in

permanenza_, ha creato una commissione perchè sia in corrispondenza

continua col Ministero, e cinque commissarii ec. — Firenze, 5 febbraio

1849.» — (Documenti dell'Accusa, pag. 193.)

[261] Vedi sopra.

[262] _Popolano_ del 16 febbraio 1849.

[263] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[264] _Popolano_ del 16 febbraio 1849.

[265] _Popolano_ del 15 febbraio 1849.

[266] «Domenica giunsero varie Deputazioni dalle principali Provincie

col grido di Repubblica sulle labbra.» — (_Popolano_ del 20 febbraio

1849.)

[267] Caino, Mistero. Atto 1.

[268] _Monitore_ del 1 marzo 1849.

[269] A pagg. 102, 105-109 dei Documenti dell'Accusa si trovano traccie

del fiero sospetto in cui era venuto il Barone Ricasoli. L'Archivio del

Ministero conserva le altre carte.

[270] Sir George Hamilton to viscount Palmerston.

«_Florence, February 27, 1849._

«.... They (Provisional Governement) are obliged however to submit

to a most despotic master, who hourly reminds them of the chains by

which they are held in submission, viz the power of the clubs. These

formidable assemblies govern the Governement. It is impossible to

exaggerate the terror, the poverty and desolation reigning in this fair

city.» — (_Correspondence affecting the affairs of Italy._ Part. IV,

pag. 174. London, Printed by Harrison and Son.)

[271] _Galignani's Messenger_. March, Friday, 16, 1849. «A letter from

Florence of the 8 March says, etc.»

[272] Di questa lettera, quantunque porti la firma di Marmocchi, fu

somministrato il concetto da me, come sovente soleva fare; e forse si

custodisce nello Archivio. — Documenti dell'Accusa, pag. 298.

[273] Era notorio allora, ed il Governo non lo ignorava nè poteva

ignorarlo, che grossi legni inglesi incrociassero nelle acque toscane.

— Vedi il _Corriere Livornese_ del 9 febbraio, e il _Nazionale_ del 10

e 12.

[274] Pepe, _Histoire des Révolutions d'Italie_, pag. 36. — Bruxelles.

Cesare Vimercati, officiale di marina austriaco, nella sua _Italia

ne' suoi confini e l'Austria ne' suoi diritti, ovvero Rivoluzione e

guerra del 1848_, a pag. 39, così ci racconta pure questo fatto. «Il

Vice-Presidente allora prometteva sulla sua parola che gli avrebbe

soddisfatti; ma il Popolo, sapendo per esperienza quanto valevano

le promesse, infuriava gridando: _lo vogliamo in iscritto_; ed un

tal Cernuschi facendosi avanti obbligava O' Donell a sottoscrivere

diversi ordini che venivano tosto pubblicati per la città, e che qui

riportiamo:

«Milano, 18 marzo 1848.

«Il Vice-Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere

l'ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

«_Firmato_: Conte O' DONELL.

«La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio

immediatamente.

«Conte O' DONELL.

«La Direzione di Polizia è destituita, e la sicurezza della città è

affidata al Municipio.

«Conte O' DONELL.»

[275] Questa sera fummo spettatori d'una di quelle dimostrazioni che

rivelano tutta la bontà nativa del Popolo, la soave arrendevolezza

dell'animo suo.

«Il Popolo e la Guardia Nazionale disposti in ordine, a suon di

tamburo, preceduti da splendide bandiere, si recavano a salutare dei

loro voti, dei loro applausi e dell'antico affetto, il nuovo Generale

della Guardia Nazionale di Firenze, il professore Zannetti. La scena

fu lieta e commovente ad un tempo: l'amore delle moltitudini trasfuso

nell'evviva prolungato e universale: la rispondenza dell'acclamato

rivelata con parole tenere, appassionate, interrotte dalla interna

agitazione: l'ora, il luogo, e la solennità della festa, d'una

familiarità popolare.....

«Il professore Zannetti..... l'uomo eminentemente italiano, rinnovava

la promessa alla patria di volerla difendere contro tutti i nemici

interni ed esterni col baluardo del proprio petto, del proprio sangue.

Diceva esser degno il Popolo di governarsi da sè stesso, di raggiungere

_la più filosofica forma di governo, la Repubblica_, quando sappia

contenersi nelle vie dell'ordine, dell'armonia, della fratellanza. La

Guardia Nazionale non dover mai apparire altrimenti che in tutela della

libertà: l'esercito stanziale, gli altri corpi dello Stato, il Popolo

tutto concordare con essa al santissimo fine. E la Toscana decretare i

suoi destini con tranquillo giudizio, secondo il voto universale.

«Il Popolo applaudiva a queste parole, interrompendole della sua

approvazione; applaudiva agli abbracci fraterni dati come simbolo

dell'amplesso generale dal professore Zannetti ad un Ufficiale della

Guardia Nazionale, ad un altro della milizia.

«Suggellava in quel momento un patto infrangibile d'amore e d'alleanza

coll'esercito, colla Civica antica, colla sorgente e rinnovata Guardia

Nazionale. Poi, ad una semplice preghiera del Generale, si disperdea,

procedendo alle grida di: Viva Zannetti, Viva la Repubblica, Viva

l'Unione con Roma.

«Tali sono le tendenze e le volontà del Popolo che si rivelano ad ogni

istante, in qualunque occasione. _Noi non sappiamo perchè gli uomini

del Governo e quelli che sono da esso preposti sembrino paventare

questa salutare espansione del Popolo, e s'industrino a rattenerla_.

Vanno ripetendo l'_ordine_, l'_ordine_, l'_armonia_. E chi più del

Popolo la sente, la coltiva, l'apprezza? Vanno instillandogli che egli

non abbia a usurpare una soverchia potenza, facendosi rappresentanza

del concetto di tutti, e quasi gl'indicono di porre un freno agli

interni aneliti, che sono la prima rivelazione della verità. E chi più

del Popolo non l'ha da gran tempo compresa questa verità; di lui che in

luogo del monopolio dei privilegiati, ha domandato e domanda il libero

esercizio della sovranità universale? Lo spediscono dolcemente alle

case con raccomandazione di calma taciturna, quasichè l'aperto grido

alla luce del cielo _in questo stadio di vita convulsa_ e interrotta,

— d'organismo politico disfatto e rinnovantesi, — non fosse un sintomo,

una prima e necessaria manifestazione dell'avvenire!

«Noi estimiamo, noi apprezziamo sopra tutti il distinto carattere, le

splendidissime doti dell'egregio Zannetti. L'accento paterno e italiano

dell'animo suo trova le vie del nostro cuore come quelle del Popolo. Lo

preghiamo solamente a non lasciarsi trarre dal concetto dell'armonia

fino a quello della profonda quiete, dall'idea della rispettata

legalità fino ad un prolungato e mortale silenzio; — perocchè egli

sa come noi e più di noi, quanto nobili e sante sieno le ispirazioni

del Popolo accompagnate agli evviva per l'illustre cittadino.» —

(_Costituente Italiana_ del 15 febbraio 1849, — _Popolano e Alba_ del

medesimo giorno.)

[276] Nel _Galignani's Messenger_ del marzo 1849, si legge, in certa

lettera datata da Firenze: «after spending some time at Florence in

_attempting_ to effect the fusion of Tuscany with Rome, he at length

repaired to Rome.»

[277] Io sono stato lunga pezza meco stesso esitante se avessi dovuto

citare la opera di Luigi Carlo Farini, come quella, che va deturpata

di molte, e potrei dire infinite macchie. Vi ha chi godrebbe, che

concitato a sdegno, non ingiusto forse, pei molti errori dettati sul

conto mio, e più pel difetto del riguardo, che ogni onesto aver deve a

cui versa in pericolo, io gli facessi rabbuffo tale da intronargli la

testa. Appunto perchè questo spettacolo si cerca, e si vuole, non si

ha da dare; e volta mite la parola a Luigi Carlo Farini, gli dico: «_tu

hai peccato molto_; se per leggerezza, mi appello da te male informato

a te bene informato: anco verso gl'Imperatori adoperavasi questa

formula, e non l'avevano a male, e tu sai che da Filippo dormente sendo

interposto appello a Filippo svegliato, il re multò sè stesso nei danni

della iniqua sentenza; nè tu, confido, per carità patria, e per onore

al tuo nome, vorrai esser minore del Macedonio; dove poi, e questo

repugno credere, te avesse mosso o tristizia di mente malvagia, o viltà

di anima venduta, allora io dovrei contristarmi per la Patria, e per

te.» Intanto fra i suoi errori, cui a me piace credere involontarii,

non ha potuto negare queste verità: «... Il Mazzini era giunto il dì

stesso che il granduca partiva da Siena, e vi era stato accolto con

grande festa. Egli si era dato a predicare l'_unificazione_ con Roma,

che non voleva chiamar fusione; parola a lui ed a' suoi esosa, la quale

voleva dire lo stesso, ossia non aveva significato pratico, perchè gli

uomini ed i popoli non si fondono come i metalli per calor di libertà

e artificio di eloquenza, nè gli Stati si unificano per decreto di

assemblee. Ma il Guerrazzi non voleva l'unificazione, e pochissimi

erano in Toscana che la volessero; del che gli stessi ufficiali del

governo facevano testimonianza: sicchè anche in Toscana il Maestri

milanese, legato della Repubblica Romana, faceva poco frutto...

Il Mazzini non riesciva a governare nè coll'autorità sua, nè colle

pratiche e le grida de' suoi, i negozii politici della Toscana. Modesto

egli al sembiante, come ostinato di volontà, desiderava sovra ogni

altra cosa fare della Toscana una provincia della Repubblica Romana:

ma questo concetto coperto sotto la pomposa parola d'_unificazione_

non andava a versi nè del Guerrazzi, nè del Consiglio di Stato, nè pur

dei cittadini più segnalati per liberali caldezze.» Quello che seguita

intorno a Montanelli e a Mordini _non è vero_; e finalmente! «... A

Roma egli (il Mazzini) dà sollecita opera a costringer di là Toscana

a quella unificazione, a cui la non si voleva piegare, e vi narra che

tutti i Toscani ne hanno desiderio, sebbene sappia il contrario; e

perora e studia perchè si compia.»

[278] Il mio Difensore mi narra, come l'Accusa per escludere la

violenza si fondi sopra il deposto di due testimoni; e chi sono eglino?

Due Custodi del Ministero. E perchè due soli, e gli altri esclusi?

Perchè questi due come conservati in impiego reputò l'Accusa degni

di fede, i dimessi non parvero sicuri. Badino bene i Ministri ai

Custodi che si mettono dintorno, procurino di tenere strette le chiome

alla Fortuna, perchè il pericolo, che corrono di vederseli mutati in

delatori, e in peggio, è grande davvero. — Ma i Custodi hanno contro

il fatto, il senso comune, copia di testimoni più intelligenti e

più degni; e finalmente intorno alla violenza relativa il Dispaccio

della Spedizione di Portoferraio niente possono deporre perchè essi

dichiarano avere lasciato il posto alle 23 ore, ovvero alle ore 4 e ½

pom., e il Dispaccio in discorso fu scritto alle 6 pom.

[279] _Popolano_ del 9 febbraio 1849.

[280] Avverti che i Giornali sono scritti il giorno avanti della

loro pubblicazione: così l'Articolo _Firenze_ 14 è pubblicato il 15

febbraio.

[281] _Alba_, 4 marzo 1849.

[282] _Alba_, 11 febbraio 1849.

[283] _Alba_, 12 febbraio 1849.

[284] _Popolano_ del 12 febbraio 1849.

[285] Vedi Documenti dell'Accusa, pag. 193.

[286] Ivi.

[287] _Popolano_ del 12 febbraio 1849.

[288] Ivi.

[289] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[290] _Popolano_ del 12 febbraio 1849.

[291] _Costituente Italiana_ del 12 febbraio 1849.

[292] _Popolano_ del 10 febbraio 1849.

[293] _Popolano_ del 12 febbraio 1849.

[294] Il _Nazionale_ del 14 febbraio 1849.

[295] «Il Governo chiama i militi livornesi contro i nemici interni, _e

non per una dimostrazione politica. Ella prenderà tutte le misure onde

questo non segua_. Presentemente la città è in calma.» — (Dispaccio

telegrafico al Governatore di Livorno, 11 febbraio 1849, in risposta

al Dispaccio telegrafico del medesimo Governatore, che interrogava: «Si

sa che Roma ha proclamata la Repubblica; _non sarebbe bene insinuare a

questi militi di proclamare essi pure la Repubblica venendo a Firenze?

Su questo particolare attendo ordini precisi_.» — Vedi Documenti,

pag. 481.) — Confrontisi questa domanda con la lettera dello stesso

Governatore DEL 9 FEBBRAIO 1849, segnatamente con le parole: «Prevenuto

dello arrivo di G. Mazzini atteso su le prime ore del giorno scorso,

e consapevole dei timori che si avevano _di un pronunziamento in

senso repubblicano_, volsi ogni cura a prevenirlo, e tutto disposi

onde l'illustre Italiano meco prima che al Popolo avesse colloquio,

augurandomi averlo concorde o che le cose procedessero senza danno

nella santa causa comune ec.» — (Documenti, pag. 306.) Donde si fa

manifesto come non vi fosse trama di sorta per rovesciare la Monarchia,

secondochè fantastica l'Accusa; gli ordini del Governo avversassero la

Repubblica, e Mazzini a Livorno sopraggiungesse a caso; la Costituente

_fosse messa innanzi per arrestare la tumultuaria proclamazione della

Repubblica_, e finalmente che Mazzini a Firenze, mutato consiglio, non

tenne il patto.

[296] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[297] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[298] Ivi.

[299] _Costituente Italiana_ del 13 febbraio 1849.

[300] _Costituente Italiana_, del 13 febbraio 1849.

[301] Dunque Livornesi non vi erano mescolati?

[302] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[303] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[304] _Costituente Italiana_ del 14 febbraio 1849.

[305] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[306] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[307] _Alba_, 16-17 febbraio 1849.

[308] _Popolano_ del 15 febbraio 1849.

[309] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[310] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[311] _Popolano_ del 13 febbraio 1849.

[312] _Popolano_ del 16 febbraio 1849.

[313] _Costituente Italiana_ del 16 febbraio 1849

[314] Il _Popolano_ del 15 febbraio 1849.

[315] _Frusta Repubblicana_ del 15 febbraio 1849.

[316] _Popolano_ del 15 febbraio 1849.

[317] Documenti dell'Accusa, pag. 308.

[318] Documenti dell'Accusa, pag. 825.

[319] Ivi.

[320] _Popolano_ del 17 febbraio: «(12 detto) — Le popolazioni

maremmane sono tutte in armi, e su questi luoghi l'ex-Granduca non può

sperare nessun favore.» — _Popolano_ del 21 febbraio: «(16) — Gli animi

sono ardenti, e vogliono una volta finirla con un ex-Principe.....»

[321] _Popolano_ del 14 febbraio 1849.

[322] _Corriere Livornese_ del 14 febbraio 1849.

[323] _Corriere Livornese_ del 17 febbraio 1849.

[324] Documenti, pag. 161.

[325] Documenti, pag. 160 e 415.

[326] Documenti, pag. 162. Dispaccio telegrafico del 16 febbraio.

[327] Documenti dell'Accusa, pag. 326. «_Il Popolano continuerà sempre

ad essere il Monitore del Circolo del Popolo di Firenze_.» (_Popolano_,

6 febbraio 1849.)

[328] «Questa mattina (17 febbraio) a ore 10 a.m. circa è partito da

Livorno per Maremma un battaglione di Volontarii livornesi comandato

dal maggiore Guarducci.» — (_Popolano_ del 18 febbraio 1849.)

[329] Documenti dell'Accusa, pag. 300. Rapporto Guarducci a C. Pigli da

Rosignano, del 18 febbraio 1849.

[330] «Faccia subito partire per Pontedera i Cavalleggieri; e li dia

ordine che si _mettino_ sotto il mio comando, perchè domani _penso_

partire per la Maremma.» — _17 febbraio 1849._

[331] «Petracchi a Guerrazzi: — Ricevo in questo momento un Dispaccio

dal Pigli che dice: Torni immediatamente. È vero, si tenta un colpo

a Pietrasanta, ma non riuscirà. Nulladimeno è necessario che i

buoni Livornesi sieno in _Livorno_. — Cosa devo fare? ho bisogno

d'istruzioni, e sollecitamente.» — _18 febbraio 1849, ore 11 a. m._

Mazzoni, non io, dà il medesimo ordine a Petracchi, ma dopo.

«Petracchi a Pigli: — In questo momento ricevo un Dispaccio dal

Presidente Mazzoni, che mi ordina partire per Livorno.» — _18 febbraio

1849, ore 12, m. 45._

Dunque Pigli ordinava prima, e indipendentemente dal Governo.

[332] Pag. 161, 165, 415.

[333] Documenti dell'Accusa, pag. 166.

[334] «Ill. sig. Prefetto.

Mando a Grosseto, come il Governo superiore mi ordina, 12 Municipali

guidati da un Tenente, e alquanti Artiglieri nazionali, e di linea.

La prevengo, che _domattina a qualche ora partiranno_ da Livorno 2

Compagnie di Guardia Nazionale dirette a Santo Stefano, e che nello

_stesso giorno di domani_ procederanno nella stessa direzione altre

forze militari provenienti da Firenze, e capitanate dal Gen. D'Apice,

— È inutile ec. — _Livorno 14 febbraio 1849, ore 11 di sera_. — PIGLI.»

[335] Documenti, pag. 295.

[336] In proposito di corrispondenze qui cade in acconcio raccontare

come (e il modo ignoro, ma anche da ciò si argomenti se convenisse

andare cautelati) il Circolo del Popolo intraprendesse un plico diretto

da Gaeta al sig. Boiti impiegato nella Posta delle lettere di Livorno,

e recatolo al Governo instò perchè lo Ufficiale si destituisse.

Doleva grandemente tanto a me, che al buono Adami, piegare sotto la

dura legge, ma e' fu forza pel momento subirla. Il sig. Consigliere

Ronchivecchi, curatore del giovane, sollecito degl'interessi di quello

e della famiglia cui apparteneva, poco bene provveduta a sostanza,

raccomandava il giovane nello impiego si restituisse; ed io risposi

subito, che volentieri, imperciocchè non era stato remosso per noi,

bensì dalla prepotenza della Fazione soverchiante; però bisognare, che

alcun poco di tempo passasse onde non fare un peggio; al fine, quando

mi parve capitato il destro, reintegrai il sig. Boiti nello ufficio

con grande contentezza della sua famiglia e del sig. Ronchivecchi, il

quale parmi venisse due volte, ma certamente una, per conferire meco

su questo negozio, e ringraziarmi. — Di questo fatto, della umanità

di riceverlo, dell'ottima mente a soddisfarlo, e dei discorsi intorno

la violenza che la Fazione esercitava sul Governo, chi meglio può

testimoniare del sig. Consigliere Ronchivecchi? — Così mi adoperava io

a preservare da ogni offesa della Fazione la famiglia degl'impiegati; e

se me salutassero allora una seconda Provvidenza, pensatelo voi!... Ma

in quel tempo l'ora della ingratitudine non era suonata.

[337] Rapporto del Governatore del 9 pervenuto al Governo il 10

febbraio: (Documenti dell'Accusa, pag. 306.) «.... cui concedo —

munizioni da bocca e da fuoco, non che lire 10,000 tolte _dalla Cassa

della Dogana_ e delle quali sarà reso conto, mentre d'altronde _negarle

sarebbe stato un contrastare per diffalta di mezzi al conseguimento del

fine_».

[338] Rapporto del 13 febbraio 1849. Documenti dell'Accusa, pag. 309.

[339] Detto Rapporto.

[340] Documenti dell'Accusa, pag. 309.

[341] I Documenti dell'_Accusa_, a pagine 320, contengono la prova

contraria a quanto immagina l'_Accusa_. Il Governatore Pigli nel 21

febbraio 1849 chiede _di aggiungere una colonna di 100 Volontarii

ai Municipali mandati ad Orbetello, facendoli condurre dal sig. La

Cecilia_. Questo Documento pertanto dimostra: 1º Che nè il Governatore

nè La Cecilia avevano ricevuto incarico di Spedizione alcuna, perchè

altrimenti il Pigli non aveva bisogno di essere autorizzato a mandare

100 Volontarii; 2º Che il Governatore bene era stato commesso a

ragunare gente scelta, non già a spedirla, molto meno a darle capi di

sua volontà; 3º Che la proposta era mossa per avventura allo scopo che

non gli venisse rampognato il fatto come _uno dei soliti spropositi_;

quale era stato lo arbitrario, comecchè poco dannoso, invio di La

Cecilia in Maremma.

[342] Dell'ingegno di Gio. La Cecilia, decisamente antipatico a

qualunque subiezione, ostinato a fare a modo suo, e a confondere ogni

ordinamento, mi porge prova certa lettera rinvenuta tra le mie carte

in Livorno. Il Municipio mi aveva incumbensato della organizzazione

della Guardia Civica; io consentiva, compiacendo al voto del Popolo,

incumbensare La Cecilia di talune attribuzioni: questi le usurpa tutte,

e subito; anzi _arriva perfino a pubblicare notificazioni col mio

nome senza pure consultarmi!_ Il Gonfaloniere mi mandava la lettera

seguente, che io partecipava a La Cecilia con la nota che vi si legge

a tergo: sono testimoni informati del fatto Fabbri e Baganti, ed altri

parecchi:

«Illustriss. Signore

«Leggo nella Notificazione o Avviso di questo giorno, che le forme

per la elezione degli Uffiziali, sotto-Uffiziali ec., devono essere

indicate dal Municipio; ciò è contrario alla Notificazione del 9

settembre, poichè in essa vien detto che _in tutto quello che non è

contemplato nel presente Regolamento s'intende supplito dalla legge e

dagli ordini in vigore relativi alla Guardia Civica Toscana_.

«Ora non trovandosi nulla in proposito su detta Notificazione mi sembra

che si debba tenere il sistema antico delle schede ec. per quanto

lungo, e nojoso.

«Le sono rispettosamente

«Di VS. Ill.

«Dalla Comunità di Livorno, il 27 settembre 1848.

«Devotis. Servitore

«AVV. L. FABBRI _Gonfaloniere_.

«All'Ill. Sig. AVV. F.-D. GUERRAZZI Livorno.»

(_In margine_) «A. C.

«Non è mia colpa tutto questo apparato di solennità, ma del Diplomatico

Baganti. — L. F.»

(_A tergo_) «Come rispondere alla qui aggiunta? Questa Notificazione di

stamani io non l'ho neppure vista. — E ciò dipende sempre perchè voi

organizzatori disorganizzate ogni cosa, repugnando fare sempre capo a

un centro. Io taccio per non parere geloso di prerogative; ma voi siete

imbroglioni per eccellenza. Non sono io incaricato con Petracchi della

Guardia Civica? Dunque perchè mandi tutti i fogli in Comunità? anzi ve

li porti tu stesso? Perchè fai Notificazioni in mio nome senza che pure

le legga? Così non va BENE.

«F. D. G.»

[343] _Corriere Livornese_ del 9 marzo 1849.

[344] Documenti, pag. 498.

[345] Ivi.

[346] Documenti, pag. 426.

[347] Documenti, pag. 427.

[348] Ivi.

[349] Documenti, pag. 496.

[350] Documenti, pag. 499.

[351] Documenti, pag. 428. Dispacci telegrafici del 5 marzo 1849.

[352] Documenti, pag. 499.

[353] Documenti, pag. 500.

[354] Documenti, pag. 429.

[355] Documenti, pag. 433.

[356] «Concertate il mutamento della Municipale di Livorno con

Firenze, e subito qui la ridurremo. Create le altre due Compagnie, o

date promessa d'imminente formazione.» (Dispaccio telegrafico del 5

marzo 1849. Documenti, pag. 428.) — «Consigli di prudenza hanno fatto

inviare il primo reggimento in città amicissima. Piace il disarmo.» —

(Dispaccio telegrafico dell'8 marzo. Documenti, pag. 430.)

[357] Medesimo Dispaccio.

[358] «Sulla voce della partenza della Municipale Livornese per

Firenze, alcuni del Popolo hanno mormorato, _che i Fiorentini venivano

qua per opprimere la libertà_.» — (Dispaccio telegrafico del Marmocchi

6 marzo 1849. Documenti, pag. 500.)

[359] «_Perchè ad arte si era sparso, che io veniva incaricato di

far fuoco sul Popolo, come già (dicevasi) avevo io fatto sul Popolo

pistoiese_.» — (Rapporto del Tenente Colonnello Reghini al Generale

D'Apice, del 9 marzo 1849. Documenti, pag. 69.)

[360] Si noti che ricorrevano al solito rimedio adoperato in simili

frangenti per tutelare la vita minacciata dei cittadini.

[361] Dispaccio telegrafico del 9 marzo 1849. Documenti, pag. 430.

[362] Documenti, pag. 430.

[363] Documenti, pag. 431.

[364] Lettera del Generale D'Apice. Documenti, pag. 70.

[365] E questo dimostra quanto tuttora potessero i Circoli.

[366] Dispaccio telegrafico del 12 marzo 1849. Documenti, pag. 502.

[367] Dispacci telegrafici. Documenti, pag. 433.

[368] Ivi.

[369] Documenti, pag. 431.

[370] Dispacci telegrafici. Documenti, pag. 432.

[371] Dispacci telegrafici del Prefetto Martini, e del Comandante di

Piazza Barli. Documenti, a pag. 432 e 503.

[372] Perchè non fuggivi? — domandano ora i Giudici. — Allora, io

domando a loro, avreste voi interrogato così?

[373] Dispacci telegrafici del 13 marzo 1849. Documenti, pag. 433.

[374] Documenti, pag. 503.

[375] Vedi Documenti, pag. 506-507.

[376] Dispaccio telegrafico del 18 marzo. Documenti, pag. 437.

[377] Documenti dell'Accusa, pag. 787.

[378] Documenti dell'Accusa, pag. 530.

[379] Il lettore benevolo avrà in mente: 1º La sentenza contenuta nella

lettera di Carlo Pigli diretta a me l'11 ottobre 1848: «_Noi vogliamo

la Costituzione sincera, e la strada di ogni civile progresso sgombra

da ogni impaccio di vile egoismo_;» 2º Il Rapporto del medesimo,

9 febbraio 1849, il quale, dietro le mie istruzioni contenute nel

Dispaccio telegrafico del 31 gennaio 1849, si affaticava a impedire che

Mazzini provocasse la gente a tumultuaria Repubblica: «Prevenuto dello

arrivo di Giuseppe Mazzini atteso su le prime ore del giorno scorso,

e fatto consapevole dei timori _che si avevano di un pronunziamento

repubblicano, volsi ogni cura a prevenirlo_, e tutto disposi onde

l'illustre Italiano meco prima che al Popolo avesse colloquio,

augurandomi averlo concorde a che le cose procedessero senza danno

alla santa causa comune.... Convocai presso di me lo Stato-Maggiore

della Guardia Civica ed i migliori patriotti, tra i quali D'Apice, La

Cecilia, ed Antonini, sempre tacendo la causa delle mie inquietudini,

finchè, affrettata la venuta di Mazzini in Palazzo, _nello intendimento

di porre a profitto_ la sua influenza, svelai il segreto e le mie

vedute, alle quali egli ed ogni altro aderirono..... Mazzini comunicò

la fuga del Principe, e _tosto grida di gioia e di Repubblica_

proruppero; ma egli proseguendo dominò così le menti, da tutti ridurre

concordi ad acclamare la Costituente.» (Documenti dell'Accusa, pag. 38,

305, 307.) — Accusa, Giudici decidenti, fin qui o come avete fatto a

sostenere, che alle più stemperate voglie della Fazione io mi opponessi

tardi, — dopo le sorti infelici della guerra italiana, — ai conforti

del Ministro Inglese? — Accusato accuso; io vi traduco davanti il

Tribunale della coscienza pubblica, mio giudice e vostro, e v'intimo a

giustificarvi delle vostre imputazioni.

[380] «Carissimo. Vi scrivo di letto dove ho dovuto rifugiarmi. La lama

rode il fodero; ma qualche Santo aiuterà. Piacemi il vostro ardore,

ma _ricordate che bisogna avere prudenza e gravità grandissime_....

Grande è il carico che abbiamo sopra le spalle, ma non inferiore

all'animo nostro, e _consiste nei rendere amabile la libertà, mostrando

com'essa sia principio di ordine troppo diverso dal Varsoviano ec.» —

11 febbraio 1849_.

[381] Dispacci telegrafici nei Documenti dell'Accusa, pag. 413, 480.

[382] _Monitore Toscano_ dell'11 febbraio 1849.

[383] Documenti dell'Accusa, pag. 547.

[384] Documenti, pag. 281. Non si conosce dai Documenti dell'Accusa

la data di questa deliberazione, ma certo deve avere tenuto dietro al

Decreto pressochè immediatamente.

[385] Documenti, pag. 414.

[386] Documenti. Dispaccio telegrafico dell'11 _febbraio_ 1849, o. 5,

m. 25.

[387] Documenti, pag. 167.

[388] _Monitore_ del 12 febbraio 1849.

[389] Documenti, pag. 329.

[390] Documenti, pag. 107.

[391] _Costituente_ del 13 febbr. 1849.

[392] _Popolano_ del 14 febbr. 1849.

[393] Documenti, pag. 330.

[394] _Popolano_, 14 febbraio 1849.

[395] _Costituente_, 14 febbraio 1849.

[396] _Popolano_, 15 febbraio 1849.

[397] Rusconi, opera citata.

[398]

Io vidi certo, ed ancor par ch'io 'l veggia,

Un busto senzo capo andar, sì come

Andavan gli altri della trista greggia.

E il capo tronco tenea per le chiome

Presol con mano, a guisa di lanterna.

DANTE, _Inferno_, XXVIII.

[399] Il nome di questo Sacerdote mi cade adesso in mente: lo citerò

testimone.

[400] La lettera a Giorgio Manganaro amico mio, e prestantissimo uomo,

dice:

«Amico

«Vedi lettera di Prete birbo: sorveglia se vi è Frugoni, e si cacci

via. — Sai tu, che ci è di nuovo? La Cecilia mi propone di dare la

Toscana al Piemonte, e andare a Roma per intrigare in proposito. Vedi

fede! Questa lettera si depositi negli Archivii della Polizia.»

«GUERRAZZI.»

(La lettera non ha data; dal marchio postale sembra impostata il 5

aprile 1849.)

[401] Dicono, che questa rarità costi da 3000 scudi di stampa! _Pater,

ignosce illis_, — con quello che seguita. Ma via, quando la finanza è

gaia, si può spendere a soddisfare qualche capriccio.

[402] Dispacci telegrafici. Documenti, pag. 483.

[403] Documenti, pag. 287 e 488.

[404] Documenti dell'Accusa, pag. 285, 287, 488, 845.

[405] A questo fatto accennano le parole della mia lettera del 23

febbraio riportata nei Documenti a pag. 847: «Stamani mi sono mosso

da Camajore col Generale D'Apice, e sono arrivato a Pietrasanta. Poco

dopo, è arrivata la Colonna condotta dal Maggiore Petracchi; la quale,

preso un poco di ristoro, _si dirige immediatamente verso Viareggio.

Qui attendo il Generale D'Apice_.»

[406] Documenti, pag. 111.

[407] Documenti, pag. 483.

[408] Documenti, pag. 482.

[409] Si accenna alla pioggia che cadde breve ora innanzi alla

battaglia di Cavinana, e fu il Principe di Oranges, che vedendo piovere

mentre i soldati bevevano disse: «Soldati! Noi non anderemo punto

imbriachi alla guerra contro i nemici, poichè con tanto favore Iddio ci

adacqua con le sue sante mani il vino.»

[410] _Costituente Italiana_, 19 febbrajo 1849.

[411] Questa sentenza poi non fu stampata, ma bandita a voce di Popolo

e affissa manoscritta per le cantonate.

[412] _Il Nazionale_, 18 febbrajo 1849.

[413] _Il Conciliatore_, 18 febbraio 1849.

[414] _Il Conciliatore_, 19 febbraio 1849.

[415] La _Costituente Italiana_, 22 febbrajo 1849.

[416] Tutti questi Proclami sono stampati a pag. 836-837 del Volume dei

Documenti.

[417] Dispaccio telegrafico, a pag. 420 dei Documenti.

[418] _Corriere Livornese_ del 19 Febbraio 1849.

[419] Documenti, pag. 485.

[420] Ivi.

[421] «I Sanesi in questo momento, _codini_ o _non codini_, sono

tutti Repubblicani: — quello che non aveva fatto la ragione ha fallo

la paura.» — (Lettera _riservata_ al Ministro dell'Interno. — Vedi

Documenti a pag. 215.) — In cotesta lettera si leggono le seguenti

espressioni, le quali l'Accusa non mancò distinguere con carattere

italico: «Dal Rapporto straordinario di questa Prefettura vedrete

cosa si è operato per _secondare le superiori disposizioni, e per

ispingere la Città a seguitare il movimento repubblicano_.» Superiori

disposizioni di cui? Del Governo no, dacchè al movimento repubblicano

si opponeva. Il Rapporto della Prefettura di Siena, che si legge

nella medesima pagina, ed è documento officiale, dichiara avere _agito

nello interesse_, non già _per ordine_, del Governo. Che qualcheduno

della sua carica abusasse, può darsi; questo accade in ogni Governo,

e considerati i tempi e gli umori degli uomini, tanto più era da

aspettarlo nel nostro; ma io amo credere piuttosto, che lo scrivente

la lettera _riservata_ accennasse a disposizioni _superiori_ simili a

quelle che imprimevano moto alle operazioni del Governo di Livorno; e

però a me intieramente estranee.

[422] Documenti, pag. 320-846.

[423] Documenti, pag. 848.

[424] Lamartine, _Histoire de la Révolution de_ 1848. Bruxelles, 1849

Tomo I, pag. 237.

[425] _Histoire de la Révolution_, tomo I, pag. 160, edizione citata.

[426] Luigi Blanc, _Histoire de la Révolution_, edizione citata, tomo

II, pag. 462.

[427] Thiers, _Révolution française_, edizione citata, t. 1, p. 166.

[428] _Alba_ del dì 11 febbraio 1849.

[429] Thiers, _Histoire de la Révolution_, Cap. 4. Convention.

[430] Guizot, _De la Justice politique_, edizione citata, pag. 27.

[431] Thiers, Opera citata, pag. 162.

[432] Hume, _Storia d'Inghilterra_. Capolago. Cap. 60, p. 336

[433] Thiers, Opera citata, tomo II, p. 570.

[434] _Couardise mère de la cruauté_. Montaigne, c. 27, l. 2.

[435] Lamartine, _Les Girondins_. Bruxelles, 1847, tomo III, pag. 271.

[436] Thiers, _Histoire de la Révolution_, edizione citata, t. 2, c. 4.

[437] _Attesochè_ 21 del Decreto del 10 giugno 1850, altrove citato.

[438] Nel confronto storico contenuto in questo paragrafo, quantunque

io abbia citato varii scrittori, avverto essermi giovato principalmente

della opera del sig. De Barante, che conosco per via dei brani

riportati nel Giornale dei _Débats_.

[439] Documenti, pag. 490.

[440] Documenti dell'Accusa.

[441] «_Pietrasanta_, 20 febbraio. — Questa città è stata posta dal

De Laugier in istato d'assedio; domani si teme la legge stataria; è

stata proibita la dispensa dei Giornali; pattuglie di Linea e Veliti

percorrono la città guarnita da 400 uomini e da una batteria. Sono

venute delle Compagnie dalla Lunigiana, _si crede che l'abbandoneranno

tutta a discrezione del Tedesco_. — Sono state spedite delle forze a

Viareggio, a Camaiore, e verso Monte di Chiesa. — Il popolo accusa

di tutti questi mali lo spirito retrogrado di alcuni cittadini.» —

(_Monitore Toscano_ del 21 febbraio.) — Anche qui è di necessità la

corrispondenza officiale intera: per bene giudicare un fatto bisogna

conoscere esattamente le cause che lo produssero, e le circostanze che

lo accompagnarono.

[442] «Altri errori e non pochi, sebbene meno gravi, ha commesso

il Governo Provvisorio, errori che han tenuto il Popolo sospeso e

timoroso, errori che han fatto correr rischio alla città di vedersi

innaffiata di sangue cittadino, — e qui vogliamo alludere allo

abbandono fatale in cui per varii giorni fu lasciata la truppa in

balía di capi spergiuri o mal fidi; errori che han fatto nascere la

reazione laddove non era che malcontento, — e qui vogliamo alludere

alla incuria con che il Governo ha lasciato in balía di sè stesse

le provincie, vogliamo alludere alla sua inerzia inescusabile nello

scaldarsi le vipere in seno, lasciando al maneggio degli affari, alla

vigilanza della pubblica sicurezza, al mantenimento delle leggi, uomini

ligii allo antico ordine di cose, uomini sordidi e ignoranti, uomini o

traditori od infami.» — (_Il Popolano_, 14 febbraio 1849.) — Se questi

erano i peccati veniali, ogni uomo può immaginare quali mai dovevano

essere i mortali.

[443] _Il Popolano_, 14 febbraio 1849.

[444] _Monitore_ del 20 febbraio 1849. — _Alba_ del 21 febbraio 1849.

[445] Prova di questo, e, molto più, prova dell'animo disposto a

partire quando avessi potuto farlo senza pericolo della Patria e di

me, sta appunto nello invio dei familiari e delle cose più necessarie

a Livorno: «Al Governatore di Livorno. — Mandi a casa mia ordinando a

Maria che faccia valigia, o valigie di vesti, biancherie, e scarpe,

e quanto altro per me, e pel nipote _può occorrere_, e spedisca

immediatamente a Lucca al Palazzo della Prefettura. GUERRAZZI.» —

(_Dispaccio telegrafico_ del 20 febbraio 1849. — Documenti dell'Accusa,

pag. 421.)

[446] A questa disposizione dell'animo, e a questo fatto accennano

l'espressioni del Proclama del 20 febbraio 1849: «Quanti sentono

in cuore affetto alla Patria e alla Libertà, con tanto sudore e con

tanto sangue acquistata, sappiano fare com'essi: _prendano un'arme, e

accorrano a difenderle_.»

[447] Documenti dell'Accusa.

[448] Avverti, che questo conto incomincia dal 22 febbraio e va al 27

del medesimo mese. Altrove ho detto da chi, e perchè questo conto fosse

stato pagato.

[449] Documenti dell'Accusa, pag. 288.

[450] Notai altrove come il Segretario cav. Allegretti scrivesse al

signor Biavati, che guaio grande sarebbe venuto addosso alla Toscana,

se io avessi abbandonato il Governo; ora avverto, secondo che la

memoria mi viene ricordando, come sovente, andato a prendere il signor

Adami per recarci a casa insieme, incontrassi nella sua stanza il

Segretario cav. Menzini, e quivi trattenendomi alquanto lamentava le

soverchie fatiche, e la non sopportabile contesa contro lo impeto della

Setta prevalente, e apriva l'animo mio deliberato a scansarmi appena

me ne capitasse sicuro il destro; alle quali proteste il Segretario

Menzini commosso mi pregava a mutare consiglio, imperciocchè se io

avessi ciò fatto poteva stare sicuro, che tutti i buoni impiegati mi

avrebbero tenuto dietro. Crederei far torto al signor Menzini uomo di

molta sufficienza, e di ottima indole, se lo confortassi a non volersi

dimenticare, mentre io mi disfaccio in prigione, quello ch'egli mi

diceva in Palazzo.

[451] Documenti, pag. 208.

[452] Documenti, pag. 321. Il Dispaccio occorre a pag. 296.

[453] Invero non penso che per me sarebbonsi usati tre infiniti

uno dopo l'altro della medesima desinenza: «_cospirare_ a _turbare_

l'ordine, che dice _raccomandare_.» E certamente poi non avrei scritto

la frase: «_l'Ammiraglio, che s'impedisce_,» ch'è solennissimo svarione

grammaticale; ma sì _l'ammiraglio che impedisce_.

[454] _Edinburgh Review_, citata altrove.

[455] Hume, _Storia d'Inghilterra_, cap. 72.

[456] «Ah! on ne fait pas de l'autorité avec du gouvernement, avec de

l'administration toute seule. On ne fait pas de la prospérité avec

de la compression ou avec de la prospérité matérielle seulement.

On ne fait de l'autorité qu'avec les principes, les hommes, les

vertus de l'autorité.» E lo bandisce De Falloux, l'ardente realista,

all'Assemblea di Francia, nella Discussione del 13 luglio 1851, intorno

alla necessità del rivedere la Costituzione.

[457] Non è fuori di proposito avvertire, che il _Monitore Toscano_

del 22 febbraio avvisava la partenza del Granduca senza riflessioni,

senza dimostranza alcuna, che rivelasse contento di scopo ottenuto:

«Riceviamo da Grosseto la seguente notizia officiale. Leopoldo II,

dopo avere imbarcato tutto il suo equipaggio, e dopo aver tenuto un

lungo Consiglio con i Ministri Esteri presenti a Santo Stefano, si è

recato a bordo del Vapore inglese _Bull Dog_ insieme alla sua famiglia

e parte del seguito. Ciò accadeva a 10 pom. precise.» Ma quello che

più importa è, che Giovanni Sordini, che fu ospite di Sua Altezza,

invece di perdere la fiducia del Governo, con molta querimonia della

Fazione Repubblicana, fu messo a parte della Commissione di Sicurezza

pubblica, e non incontrarono molestia il Nieto e il Lambardi, che si

erano mostrati devoti al Principe nell'ora della sventura. Ed eccone

la prova: «Vedete, che cosa vuol dire, che il Governo Provvisorio

non abbia impiegati fedeli al suo servizio. Con un Tenente del Porto

_granduchista_ per eccellenza, ed uno dei primarii, e più furbi

reazionarii, non potrà sapere mai nulla. E per aggiunta questo Tenente

è, come sapete, anche Gonfaloniere. Nel Comitato di pubblica Sicurezza

vi è il Sordini, quegli che ha tenuto in casa il Granduca.....» —

(_Corrispondenza dell'Alba_, Nº del 28 febbraio 1849.)

[458] Il Prefetto di Pisa al Ministro dello Interno. «Scrive il

Delegato di Massa perchè comunichi subito: la votazione ha avuto

luogo senza il concorso dei Sardi. Avenza è nostra: due soli voti

pel Piemonte. Tutto è proceduto con calma; ora gran festa. Io vado

a prendere possesso con la truppa. La Popolazione ci viene incontro

festante dalla..... a un miglio d'Avenza.» — (Dispaccio telegrafico del

12 decembre 1848. — Documenti a pag. 466.)

[459] Nel Volume dei Documenti a pag. 469 leggo questo Dispaccio: «Il

Prefetto di Pisa al Ministro della Guerra. — Trascrivo il presente

Dispaccio del Generale De Laugier, che me ne incarica. — Massa Ducale,

24 decembre 1848. Ore 4 pom. — _Forza maggiore piemontese cacciò via

con minaccia di fuoco da Parana i Toscani._ Protestammo. Istruzioni per

ciò, ed anche per Avenza al bisogno. Il Generale De Laugier, — Ore 2,

55 min. ant.»

[460] Questo fatto nel libro di Luigi Carlo Farini, intitolato _Lo

Stato Romano_, così si racconta:

«... Ma nel momento in cui i Costituzionali toscani si ponevano a grave

repentaglio tentando aiutare l'impresa del Laugier, i consigli della

Corte di Santo Stefano cambiavano intieramente. Erano colà giunti da

Gaeta sopra un battello a vapore il Bargagli ministro presso la Santa

Sede ed un Saint-Marc francese, faccendiere legittimista, i quali col

granduca e colla sua famiglia ebbero confidenti colloquii per un giorno

intiero, senza che i legali fossero chiamati a consiglio od avessero

sentore degli avvisi che quelli recavano. Avevano recate lettere del

Santo Padre pel granduca, lettere e consigli del cardinale Antonelli,

della Corte di Napoli, della Duchessa di Berry, dell'Esterhazy, dei

legittimisti, pel granduca, per la moglie, per la sorella, per la

Corte Toscana. Il giorno appresso, convocati i legati, il granduca

disse, avere ricevuta una lettera di Gaeta (che poi quelli seppero

essere del papa), in cui si diceva, che l'Austria non permetterebbe

mai che il Piemonte intervenisse in Toscana, e che non prima le

truppe piemontesi passerebbero la frontiera, il maresciallo Radetzky

muoverebbe sopra Torino; che presto Austria, Francia, Spagna e Napoli

restaurerebbero coll'armi il papa, e che il Piemonte era al bando

dell'impero e del sacerdozio. Per le quali cose, soggiunse il granduca,

aveva dovuto convincersi, essere suo debito di ammonire prontamente il

re di Sardegna dei pericoli che correva, dichiarandogli, non volere

essere cagione delle disgrazie che lo minacciavano, e quindi aveva

rinunziato all'aiuto ricercato prima, ed aveva mandato ordine al

generale Laugier di astenersi o dare indietro dall'intrapresa che gli

aveva affidata. I legati furono maravigliati ed afflitti da questo

discorso, se si eccettui monsignor Massoni internunzio pontificio,

che fece segno d'assenso. Un d'essi, lo Svedese, notò che la notizia

mandata da Gaeta delle deliberazioni dell'Austria non poteva essere

fondata sulla verità, perchè a Gaeta non si poteva avere sentore il

giorno 18 d'una determinazione qualunque presa dall'Austria in Olmutz

intorno all'intervento piemontese chiesto con lettera del granduca,

giunta a Torino soltanto il giorno 17. Le notizie di Gaeta adunque,

soggiungeva, facevano fondamento in un desiderio, forse in un consiglio

di là mandato all'Austria, o in una semplice supposizione, e perciò

non doveva il granduca fondare in quelle i suoi giudizii e le sue

deliberazioni. Pensasse, che avendo l'Austria accettata la mediazione

della Francia e dell'Inghilterra a Brusselle, non poteva credersi nè

che il Piemonte, contro l'avviso della Francia e dell'Inghilterra,

pigliasse l'impresa della restaurazione in Toscana, nè che quelle

permettessero all'Austria di assalire il Piemonte per simigliante

cagione: perciò conchiudeva, che il granduca dovesse scrivere di nuovo

a re Carlo Alberto, non già rivocando la domanda del soccorso, ma sì

disdicendo la lettera che aveva mandata per rivocarlo, ed avvertendolo

semplicemente delle notizie che di Gaeta aveva ricevute. Parve Leopoldo

arrendevole a questi ragionamenti e consigli, e fatto venire innanzi a

sè il Legato Sardo, gli consegnò una nuova lettera pel suo re....»

Però io sono ben lontano di fondarmi sopra uno Scrittore, il quale,

per mostrarsi svisceratissimo del Piemonte, fatto di ogni erba fascio,

tanto è feroce contro coloro, che reputa poco disposti a caldeggiare

le fortune piemontesi. Il suo zelo per cotesto nobile Reame io lodo,

la passione di avvantaggiarlo con ogni possa approvo, ma io non so

quanto primieramente alla sua coscienza provveda, e poi gratifichi

ai Popoli subalpini, assalendo con _falsità manifeste e continue_ la

fama di tale, che, quando pur volesse, non gli potrebbe rispondere:

egli sovente si duole, che la parte a lui avversa non abborrisca

dalla calunnia, ed a ragione la rampogna; ma, fratello, tu vedi la

paglia nell'occhio altrui, e nel tuo non ti accorgi del trave; invece

di maledire la calunnia, parmi, che tornerebbe meglio evitarla; oh!

da siffatti aiuti aborrono i generosi; nè penso io, che imprenda

opera patria colui, il quale invece d'indagare pacato gli errori di

tutti, e riprenderli mite per documento del futuro, inacerbisce gli

animi affannati sotto _il flagello della lingua dolosa_. Ai magnanimi

piacciono i magnanimi, non i saccardi, che traggono dietro agli

eserciti per ispogliare i morti, e graffiarli nel volto con disonesta

ferita. — E tanto basti; però in proposito della citazione estratta

dal libro del signor Farini avverto, che non mi sembra verosimile la

terza lettera del Granduca al Re Carlo Alberto, o almeno del tenore

che egli asserisce; imperciocchè, se disdicendo la disdetta avesse S.

A. confermato la chiamata delle milizie piemontesi, la sua partenza

dal Porto Santo Stefano, secondo che ragione persuade, avrebbe

dovuto somministrare motivo ad affrettarne la marcia piuttostochè a

differirla, e a contrammandarla. Intorno al fatto in discorso, sappiamo

come fosse motivo della dimissione del Presidente Gioberti dai Consigli

del re Carlo Alberto. Da quello che resultò nella celebre Seduta del

Parlamento Sardo del 21 febbraio 1849 sembra potersi ritenere, che

Gioberti, inconsulti Colleghi e Parlamento, offrisse intervenire con le

milizie piemontesi in Toscana.

[461] Io ho chiesto le Corrispondenze ufficiali, e fin qui non mi

si vollero dare; sicchè con che cosa io abbia a difendermi non si sa

vedere. Nel _Monitore_ trovo il seguente Dispaccio del Comandante di

Piazza di Carrara al Ministro della Guerra, in data del 19 febbraio

1849:

«Il General De Laugier s'è messo in aperta ribellione col Governo

Provvisorio, giacchè avanti ieri essendosi recato a Pietrasanta vi

lesse un Proclama di Leopoldo d'Austria, quindi da pochi birbaccioni

fece suonare le campane a festa, e lacerare tutti i proclami del

Governo Provvisorio; in seguito, presa mezza batteria, la fece

trasportare al forte di Porta appostandola in direzione ostile,

guardata da circa dugento soldati che io stesso vidi. — Il Delegato di

Massa già aveva protestato contro l'infame attentato del De Laugier; mi

trasferii subito a Carrara.

I Carraresi si sono condotti degnamente, giacchè _tanto il Municipio

che la Guardia Nazionale e tutta l'intiera Popolazione non hanno

voluto riconoscere il potere militare di De Laugier_, ed hanno

fatto rispettare tutti i decreti del Governo Provvisorio che stanno

affissi nelle muraglie; agli stessi pochi soldati che qui stanziano,

è stato comunicato lo spirito della popolazione di Carrara, stantechè

il proclama di Leopoldo d'Austria, ch'era stato affisso alla porta

del loro quartiere, è stato da loro stessi lacerato, e ve ne hanno

sostituito un altro in favore del Governo Provvisorio, dimodochè

penso che l'attentato del De Laugier sia ormai sventato, _non avendo

ottenuto, come egli sperava, l'appoggio morale di queste popolazioni_.»

Nei Giornali del tempo trovo quest'altra corrispondenza:

«Massa, 21 febbraio. — Noi ci troviamo in tale incertezza, in tale

stato d'inquietudine, che vi giuro mai provammo l'eguale. Il Generale

De Laugier, dopo aver fatto affiggere una protesta in nome di Leopoldo,

si diede quindi a correre le nostre contrade seguito da parecchi

Dragoni a cavallo, e gridando Morte ai Repubblicani, Viva Leopoldo II.

Il Municipio, composto d'uomini deboli o peggio, non ha fatto alcuna

protesta pubblica contro di esso. Solo il Circolo popolare alzò la

sua voce di disapprovazione, dichiarando che il Popolo di Massa non

parteggiava per alcuno, ma solo per l'Italia e per l'Indipendenza; ciò

procurò da parte del De Laugier una minaccia di oppressione, stato

d'assedio, e peggio. Non sappiamo nulla di positivo della Toscana;

correte però presto a liberarci, che le tiranniche violenze di questo

piccolo despota ci sono insopportabili.»

Dispaccio telegrafico del Prefetto di Lucca del 18 febbraio: «Il

Vicario che oggi mi scrive era impedito ieri, perchè guardato a vista;

— non posso sapere il vero stato delle cose, perchè a Massa e Carrara

Laugier esercita potere sovrano e dittatoriale, a quanto si dice.»

[462] Le corrispondenze officiali, di queste mene non tacciono.

La Sentenza della Corte Regia di Lucca del 4 giugno 1880 dichiara:

«Attesochè altri non manchino i quali affacciano il sospetto, che

fra i segreti agitatori delle campagne alcuni vi fossero avversi a

un tempo alla democrazia e alla Dinastia Lorenese, e coltivassero la

occulta mira per ricondurre il già Ducato di Lucca a condizione di cose

impossibile;» — ma più esplicitamente i Giornali dei tempi intorno alle

mene pei Piemontesi.

_Il Popolano_ del 15 febbraio 1849 così allarma il Governo Provvisorio

con le sue corrispondenze lucchesi, che in sostanza erano vere: «A

Lucca pure i fervidi patriotti perdon coraggio per la fiacchezza del

Governo, che sembra volontario ficcarsi negli occhi le dita per nulla

scorgere di quanto gli succede dattorno. Note di adesione al Governo

Sardo circolano sempre per la città, e diecimila Piemontesi sono alle

frontiere, presso Sarzana, desiderosi di porre il suggello del fatto

compiuto alla perfida macchinazione della trista combriccola della

_Riforma_, foglio svergognato e venduto, a cui, nei tempi che corrono,

e nel bisogno di unione e di quiete interna che supremo impera, non

dovrebbe bastare lo invocare la libertà della stampa per proseguire

nelle sozze sue opere; e come austriaco, e come traditore della patria,

esser dovrebbe messo fuor della legge, e condannato alla pena dei

facinorosi.»

«Le più allarmanti notizie fannosi correre in quel paese (Lucca) pieno

di generosi intelletti, ma dallo iniquo partito, soverchiante, tenuti

isolati e divisi.

«_Ieri abbiamo da lettera di onesto cittadino tenersi colà per certo

l'accordo del De Laugier col Piemonte._ Alla menzognera notizia una

mano di soldati con insolita burbanza dirigevasi sulla piazza di San

Michele, dichiarando ad alta voce non volere eglino prestar servigio

al Governo Provvisorio, perchè — urlavan essi — _composto di tre

assassini_, e proseguirono in altre esecrande invettive finchè parte

di Popolo non gli ebbe ricondotti a forza nella loro caserma, dopo

essersi impossessata delle armi. I cittadini spontaneamente si dettero

a pattugliare per la città, ove niun disordine ebbe luogo, ma non fu

però potuto impedire fossero sparsi fogli sediziosi fralle truppe,

colle quali insinuavasi dovere eglino persistere nel loro proposito

di non servire ad _un Governo che ci conduce al macello_. Di tutta la

Ufficialità risiedente in Lucca due soli hanno parlato a pro di esso:

gli altri permisero che alti personaggi s'introducessero nel quartiere

militare, e vi spargessero danari per sovvertire sempre maggiormente i

soldati.

Questi fatti avvenivano in Lucca parimente il dì 12, e se _una protesta

a stampa, scritta dai buoni soldati_, circola e condanna la mala

condotta dei traviati compagni, ciò non dee mica impegnare il Governo a

starsene _inerte spettatore delle lotte intestine, nè ad aspettare che

la battaglia cessi o per mancanza di combattenti_, o per breve sosta

prodotta da stanchezza più che da persuasione.» — (_Popolano_ del detto

giorno.)

[463] «Noi lo abbiamo sempre predicato: la libertà e gli eccessi

appianano la via alla reazione!... Sì, la persuasione del _si stava

meglio prima_, sentita nei cuori di gente ignorante ed illusa, potè

essere tradotta nel grido forsennato di _Viva Carlo Lodovico_; e

l'eresia politica della separazione trovar numerosi partigiani.....

Ora dunque tocca al Governo ad unire l'opera sua con quella dei buoni

cittadini, perchè le difficoltà che ci circondano sieno dissipate,

e sia tolto ogni pretesto alle mene di reazione che ci minaccia.» —

(_Riforma_, 2 gennaio 1849.)

[464] Dispaccio telegrafico del Governatore di Livorno, 18 febbraio ore

6, m. 3 p. m. — Documenti, pag. 484.

[465] Documenti, ivi.

[466] Ivi, pag. 284.

[467] «_Gli esuli lombardi accorsero tutti_ a difendere la libertà

minacciata, e _la legione pollacca_, sebbene rientrata in Firenze da

poche ore, dimenticò la fatica e la stanchezza per accorrere a difesa

della terra che l'ha ospitalmente raccolta.» (_Monitore del 22 febbraio

1849._) — Dunque se nella notte del 21-22 Lombardi e Pollacchi erano a

Firenze, non potevo a un punto essermeli tratti dietro il 20. L'Accusa

volle sempre mostrarsi esatta così.

[468] In Massa i Partiti, secondo le informazioni, erano tre, e

fierissimi tutti, che attendevano il destro di romperla crudamente fra

loro, il Repubblicano il più ardito, lo Estense il più numeroso, il

Costituzionale il minore.

[469] Merita esame profondissimo la seguente lettera da me mandata

al R. Delegato conte Staffetti, mentre io durava nei Consigli della

Corona: per essa si comprende come la mia politica fosse la conseguenza

franca e decisa del Decreto del 12 maggio 1848 — (Ministero _Compini_),

— e della Commissione data il 22 settembre al Marchese Ridolfi —

(Ministero _Capponi_), — sia intorno alla consulta del voto popolare,

sia intorno alla necessità di accorrere con tutte le forze in soccorso

dei Lunensi:

«Al signore Conte Andrea Del Medico Staffetti Delegato R. di Massa e

Carrara.

«Signore Delegato, Amico carissimo.

«Io ho motivo fondato per credere che le minaccie, e le paure relative

al paese alla fede vostra commesso, e che voi con senno pari alla

energia governate, si abbiano a reputare per vane; e nonostante, quando

fossero vere, il Ministero è deliberato difenderlo con ogni supremo

sforzo, così persuadendo la politica, l'onore, e il dovere.

«Uno Stato, perchè duri, e non sia uno scherno geografico, concedetemi

la espressione, ha mestieri di confini naturali. La natura gli ha dati

alla Toscana; essa ha potuto conseguirli; e adesso deve mantenerli.

— La difesa esterna, alla quale ogni Stato che non si voglia ridotto

nella condizione di schiavo tremante ha diritto, così ordina.

L'amministrazione interna, per le ragioni che ogni uomo intende,

senza pure tôrmi il pensiero di esporle, così domanda. — Il Trattato

di Vienna ormai, nella divisione territoriale del nostro Paese, fu

chiarito assurdo, e Dio volesse che fosse stato assurdo in questa parte

soltanto!

«Qualunque sieno le sorti che la Provvidenza riserba alla Italia,

confido in questo, che, se avranno a decidersi co' Congressi, agli

antichi errori verrà riparato col senno; se poi con le guerre dei

Popoli, saranno emendati con la spada. Ad ogni modo vogliono essere

corretti, se non si ama perpetuare gli argomenti della inquietudine, e

saranno.

«E ciò posto da parte, noi vi abbiamo aperto le braccia, voi vi

ci siete precipitati dentro, e ormai questo amplesso ha da essere

indissolubile. La libera votazione del Popolo è l'unico, e il santo

diritto divino dei Principi: infatti la libera volontà dell'uomo,

determinata dalla segreta ispirazione del suo Creatore, è il modo col

quale in simili bisogne Dio si rivela agli uomini; e questa dottrina io

penso che non abbisogni essere dimostrata.

«_Non sarà detto che voi abbiate ricevuto danno_ per la benevolenza

dimostrata con modi così solenni a noi Toscani. Voi siete per natura,

e diventaste adesso per libero consenso della mente, quasi carne della

nostra carne, ed ossa delle nostre ossa. _Noi vi difenderemo da tutti,

e ci salveremo, o periremo insieme_.

«Poche sono le forze nostre, e non pertanto bastano contro i nostri

nemici; e poi stanno per noi la ragione, e il buon dritto, che, come la

esperienza insegna, fanno forza agl'Imperii più poderosi.

«Queste leali ed esplicite dichiarazioni avranno, io spero, virtù _di

assicurare i timidi, e confermare i risoluti_.

«S. A. R. rimase oltremodo commossa dello amore dimostrato in tale

occasione da cotesti Popoli; io vi commetto lo incarico onorevole di

farglielo palese, e assicurarli ch'essi vengono con altrettanto affetto

ricambiati; e il Principe e il suo Ministero vi aspettano con ansietà,

mio egregio Signore, per consultare insieme intorno ai provvedimenti

valevoli per promuovere ogni maniera di prosperità di coteste

popolazioni benemerentissime.» — (_Monitore_, 20 decembre 1848.)

[470] Dispaccio al Prefetto di Lucca del 23 febbraio 1849 — citato

altrove: «Sono giunto a Pietrasanta: poco dopo è arrivata la colonna

condotta dal Maggiore Petracchi, la quale, _preso un poco di ristoro,

si dirige immediatamente verso Viareggio. Qui attendo il Generale

D'Apice_. Mi vengono notizie avere Laugier inchiodati i cannoni al

posto di Porta, e fuggir via; indietreggiato fino a Massa, avere

sciolto i soldati, che percorrono sbandati il Paese, _ed Egli essersi

salvato_.»

[471] Documenti dell'Accusa, pag. 814.

Apologia della vita politica di F.-D. Guerrazzi · 第 78 / 82 题