Queste cose concesse, rimaneva inutile deliberare: poichè non erano
riusciti a entrare per la via maestra, tentavano i tragetti. Insorse
grave discussione fra me e il signor Montanelli principalmente intorno
agli Articoli 1. 2. 5. Dice il signor Rusconi, che Roma agevolava
un passo alla Toscana; mi pare anzi che gliene agevolasse più di
uno..... ma per dove? Il signor Montanelli, giustamente commosso
dalle mie considerazioni, chiese allontanarsi, come invero si assentò
col pretesto di visitare le frontiere. Io rimasi a strigarmela co'
Ministri romani. L'Articolo 7 concessi senza esitare, e stesi gli
appunti per adempirlo, non che le istruzioni pei Commissarii, le
quali poi vennero ridotte in bella scrittura dal signor Achille
Niccolini: spedii eziandio i signori colonnello Manganaro e capitano
Araldi a Bologna per sollecitare un tanto scopo. Il Governo romano
non aveva mandato nessuno; aspettarono parecchi giorni invano, e se ne
tornarono sconclusionati! Accolsi anche l'8º. Gli altri furono rimessi
al Consiglio di Stato. Il R. Procuratore Generale pensa che questa
operazione fosse un nonnulla: il signor Rusconi _Procuratore Regio
della Repubblica_ all'opposto acerbamente l'accusa.
Fra questi due Procuratori fortunatamente occorre il Consiglio di
Stato composto di uomini _valorosi, e che temono Dio_, i quali dietro
le traccie del mio Dispaccio del 4 marzo 1849 (Qui in parentesi mi
permetto due domande. 1º In questo giorno era accaduta la infausta
battaglia di Novara? 2º Perchè fra le centinaia di carte inutili, per
cui il Volume dell'Accusa si assomiglia più che ad altro alla _bottega
di un Cenciaiolo_, non fu stampato questo mio Dispaccio del 4 marzo?)
mi risposero in questa sentenza: «E ravvisando come pienamente _civile
e giusta la idea, che nel suo dispaccio de' 4 corrente marzo viene dal
Governo significata, di volere serbare il suo carattere di Provvisorio
e deferire all'Assemblea Nazionale ogni decisione intorno alle future
sorti della Toscana, ha creduto_ — che al Governo stesso converrebbe
astenersi dal pregiudicare in verun modo, e sia pur anche per Trattati,
meramente preparatorii a quella unificazione o veramente assoluta
e piena di un solo Stato con la Repubblica Romana, e della Toscana,
od anche semplicemente federativa dei due Stati, la quale per essere
coerente alla sua natura di Provvisorio non può l'attuale Governo non
lasciare intatta e libera alle Deliberazioni dell'Assemblea Nazionale,
che tra pochi giorni sarà convocata. — E ciò perchè nel primo caso di
completa unificazione, Toscana spegnerebbe in tutto la sua propria
individuale esistenza, e vita; e nel secondo, di unione federativa,
la diminuirebbe, e molto considerevolmente. — Ora ciascuno intende,
che la Nazione soltanto può avere balía di sè stessa, e che di ciò
vorrà deliberare con gravissima maturità di consiglio, e senza veruno
impaccio di precedenti trattati i quali menomamente scemino quella
libertà, ch'è tanto necessaria.»
Dunque se io facevo qualche cosa _di civile_ e _di giusto_, come può
sostenere l'Accusa che facevo _nulla_? _Da quando in qua, a mente
dell'Accusa, le cose giuste e civili sono diventate cose da nulla in
Toscana?_
[210] L'Accusa, che tra le altre cose sostiene come mio proponimento
fosse far bandire la Repubblica dall'Assemblea Costituente, con
solerte studio va raggranellando qua e là alcune espressioni dagli Atti
pubblici, capaci a suo credere per dimostrarlo. Siffatte espressioni
si rassomigliano alla cautela di chi con mano fa riparo alla candela,
che intende mantenere accesa, quando il vento tira. Lo importante
consisteva in questo, che al Popolo Toscano si rendesse abilità per
disporre con libero ed avvisato voto di sè: ora, adoperare alcuna
blandizie di parole, che al tutto non disperasse i più accesi fra
gli Arrabbiati, e li trattenesse dal gittarsi a partiti estremi,
egli è tal consiglio, che la prudenza più che mezzana suggerisce. —
All'opposto, quando si tratta di scuoprire la verità, l'Accusa non sa
leggere neppure nel suo Volume. — Invero nell'Originale del Parere del
Consiglio di Stato _riposto negli Archivii, ed estratto dall'Accusa_,
si legge una nota marginale, che si dice scritta di mio carattere,
e sarà. Cotesta nota, dichiara: «Commissione di studii preparatorii.
Se _definitiva_ la Unione, si trova lavoro fatto. — Se _federativa_,
simile concetto non cimenta principii. In Germania si è operato in
questa maniera _senza pregiudizio di quistione politica_.» — (Doc.
dell'Accusa, p. 319). — Per quanto mi viene fatto ricordare, gli studii
preparatorii concernevano le ragioni finanziarie del maggiore o minore
profitto che sarebbe toccato in sorte al nostro Stato nella ipotesi
della Unione con lo Stato Romano. — Notavo, che avrei potuto (previo
sempre il parere del Consiglio) creare una Commissione, che studiasse
la materia, imperciocchè da questo fatto non resultava danno alla
_Unione federativa_. Egli è evidente, che questa nota per me non avrei
fatta, se in _me_ fosse stato deliberato proponimento di provocare la
_Unione definitiva_.
[211] Edizione Le Monnier, 1851, pag. 402.
[212] Vedi Doc. dell'Accusa, pag. 900.
[213] Vedi Doc. dell'Accusa, pag. 707.
[214] Tom. I, Paris, pag. 152.
[215] _Popolano_ del 9 novembre 1848.
[216] _Storia Costituzionale d'Inghilterra_, cap. 14.
[217] Hume, _Storia d'Inghilterra_, cap. ultimo.
[218] Poichè qui cade in acconcio, rammenterò chi promuovessi ed
intendessi promuovere allo ufficio di Prefetto e di Delegato Regio
nelle Provincie, onde si conosca se fossero gente di Partito, e
cospiranti ai danni della Monarchia Costituzionale. A Firenze il
Deputato Guidi Rontani; in Arezzo lascio il Cav. G. B. Alberti,
in Lunigiana il Cav. E. Sabatini, a Massa il Cav. R. Cocchi; poi a
questo surrogo il Conte Andrea Del Medico, a quello il Consigliere P.
Beverinotti; ma prima a Pontremoli m'ingegno inviare il Cav. F. Ruschi,
a Lucca il Cav. L. Fabbri; recusarono entrambi per ragioni di famiglia;
però a Lucca mandai l'Aud. Buoninsegni, poi interino Landi antico
impiegato, e, pei conforti del Segretario Allegretti, a Pisa il Consig.
Martini, a Grosseto Massei già Presidente del Trib. di Commercio di
Lucca. Egregi tutti, ma degno di speciale menzione Raffaello Cocchi,
il quale, rimasto in credito di spese per lo ufficio liberalissimamente
esercitato da lui, volle con nobile esempio, che della somma dovutagli
parte s'impiegasse a sollievo dei poveri, e parte in benefizio di
Venezia.
«Non possiamo tacere un esempio generoso di patria carità. — Il
Consigliere della Corte R. di Firenze Raffaello Cocchi veniva dal
Governo destinato a Delegato R. a Massa e Carrara, e rimaneva in questo
straordinario ufficio per il periodo di sei mesi. — Egli medesimo
limitava la ricompensa al mero rimborso delle spese incontrate per
questa missione: ma non basta; chè spontaneo ne donava poi un sesto
alla eroica Venezia, e due sesti a sollievo della onesta e secreta
indigenza nella Provincia da lui amministrata. — Onore all'illustre
Magistrato! Questi fatti abbisognano più presto di trovare imitatori,
che chi voglia di alcuna lode accompagnarli.» — (_Monitore_ del 10
dicembre 1848.)
[219] «Noi avevamo pure avvertito come gli insulti, le calunnie e le
beffe fossero lo addio del ritorno, che i poveri superstiti estenuati
di Montanara e Curtatone raccoglievano a quei giorni fra le mura
di Siena.» Vedi Docum., pag. 791. — Così fu desiderata da taluno la
prigionia nel campo nemico dove almeno avrebbe trovato la pietà, che
tutti quelli i quali hanno avuto il battesimo del fuoco, cessata la
battaglia, sentono per le scambievoli sventure!
[220]
_Siena, 24 ottobre._
«Già saprai che tutta la famiglia granducale, eccetto il Granduca, è
qui ritirata, e saprai come da questo abbiano i nemici d'ogni libertà
preso ardire per formare di questa un tempo italianissima città un
centro di reazione. All'opera costoro hanno dato principio eccitando
con arti infernali un trambusto gravissimo.
«Jeri il partito retrogrado imbaldanzito dalla presenza della corte,
dietro un piano già stabilito, cui non erano estranee alcune autorità,
proruppe arditamente in ostilità facendo insultare dai suoi cagnotti
del basso popolaccio tutti i liberali che incontrava per via, o nei
Caffè, dando loro l'accusa di _Repubblicani_. Dagli insulti orali si
passò ai fatti, e quindi agli arresti e alle carcerazioni arbitrarie
eseguite dallo stesso popolaccio sfrenato: io non starò a descriverti
minutamente tutti gli eccessi commessi a sfogo ancora di private
vendette; ti dirò solo che le persone le più specchiate erano fatte
segno alla insolenza di questa canaglia. Fra gli altri un giovane
Vignoli e Raffaello Crocchi (ambo onestissimi) furono trascinati in
prigione a guisa di assassini, battuti e calpestati in mezzo agli urli
e a fischi che assordavano il cielo. Ti dirò di più che quest'ultimo
è alquanto difettoso nella persona, gracilissimo e di mal ferma
salute. — Ad un giovane israelita di cotesta città fu sputato in
faccia ricoprendolo di contumelie. Furono cercati due altri Livornesi
conoscenti del Vignoli, giunti qui da pochi giorni, con animo forse
di ucciderli, imperocchè grandissimo è l'odio dei nostri retrogradi
contro tutti voi altri Livornesi; nè mai desistono da calunniarvi,
da vomitar contro di voi le più schifose invettive. Per colmo poi
di scelleraggine si tentò d'inveire contro i reduci prigionieri che
esposero la loro vita su i campi di Lombardia, e che soffersero la
dura cattività di Boemia: opportunamente avvertiti si erano già posti
in salvo dileguandosi per le campagne circostanti. Ne vuoi di più?
questo Governo locale anzi che attutare la effervescenza popolare, la
blandì, e la rese più forte col non prendere nessun provvedimento: solo
in ultimo fece affiggere una fiacchissima notificazione, nella quale,
anzichè disapprovare sì rea condotta, _si lodava come dimostrazione di
affetto al Principe_.
«I protagonisti di questo vergognoso dramma (e li nomino, chè frutti
loro eterna infamia), furono Giovanni Bordoni tenente della Civica,
Giuseppe Fantacci, e un tal Didaco Becattini, tutti impiegati nella
bottega Raveggi, tutta gente vile ed abbietta. Fra i nobili, Giovanni
Placidi, Bernardino Palmieri e Ottavio Spennazzi figuravano come
istigatori andando di bottega in bottega a suscitare l'incendio.
L'ultimo poi era dei più accaniti, e si valeva dell'opera di un
popolano a cui contamina la figlia consenziente il padre. — Oggi questi
ribaldi hanno presentato una nota delle persone che vogliono espulse,
e che ascende al Nº di 150.»
_Altra Lettera._
«Domenica passata doveva aver luogo una merenda dei volontarii e
prigionieri senesi, e nello stesso tempo fare fra loro un giuramento di
ritornare tutti al Campo quando il bisogno o la guerra riprincipiasse.
Il tempo sinistro impedì che fosse effettuata detta merenda.
«Pur non ostante, questo accordo suscitò sinistre interpretazioni
nel popolo senese, per cui furono chiamati per parte del Governo due
individui, i quali assister dovevano alla merenda, e furono fatte
loro delle domande per sapere il vero scopo di una tale riunione. —
Inoltre fu fatto credere che l'oggetto di detta riunione non era già
quello di fare una merenda, ma bensì di concertarsi onde far nascere
un tumulto nella città avente uno scopo repubblicano. — Avvertì
che tale congettura era avvalorata dall'idea che vi fossero nella
succitata riunione implicati varii Livornesi. — Dietro di ciò, dopo
fatta una giojosa manifestazione alla famiglia reale che a Siena
tuttora dimora, — fu insultato da quattro del popolo cioè — Didaco
Becattini, Beppe-Bello, Passa-Bello, ed altro, — un certo Cammillo
Castelli israelita di Livorno, accusandolo di essere Repubblicano; gli
fu sputato in viso da uno di loro, ed esso Castelli entrò nel Caffè
del Greco, e chiese soddisfazione dell'insulto a quel Becattini, che
vilmente non accettò la sfida. Nel successivo lunedì furono arrestati
e maltrattati dal popolo varii onesti individui, i quali come il
Castelli suddetto venivano segnalati per Repubblicani. La Guardia
Civica coadiuvava con la sua forza il popolaccio negli arresti, ed era
sempre in movimento, ora per arrestare, ora per maltrattare, ora per
circondare le abitazioni di quelle persone che credeva repubblicane:
fra queste si segnalavano i due Livornesi Gio. Patron e Paolo
Pieruccetti; per quello si circondò la casa ove abita, e per questo lo
spedale ove fa le pratiche, — per cui ad ambedue i succitati Patron
e Pieruccetti è convenuto fuggirsene da Siena come meglio poterono.
Altri fatti potrebbersi notare, ma servirà a conchiudere il tristo
avvenimento del giovine calzolajo Vignoli e d'un certo Crocchi che
sono stati mal conci dai colpi e dalle sassate nell'atto che erano
condotti in arresto; e del dentista Venturini che dovè fuggirsene
a gambe dalla città perchè era indicato come Livornese. — In brevi
termini, questi fatti non sono di assoluta volontà del Popolo, ma bensì
suscitati dalle molte Camarille Aristocratiche ed Austro-Gesuite, e
dall'appoggio a queste della non del tutto defonta Polizia. Quando però
esse non desistano dalle loro mene infernali, siamo pronti a dare i
nomi di coloro che le compongono, perchè la pubblica opinione ne faccia
giustizia, e per infamia di pochi non condanni una generosa città.» —
(_Corriere Livornese_ del 26 ottobre 1848.)
[221] Vedi Doc., a pag. 791.
[222] Vedi Doc., dell'Accusa, pag. 726. — Fra i nomi dei pacieri e dei
promotori agli atti di devozione pel Principe e sua R. Famiglia, trovo
registrati quelli di Ciofi e Niccolini; _ora, finchè così operavano,
non li poteva avere in odio nè perseguitare io_; forse fingevano,
ma rimane vero pur sempre, che per venirmi in grazia era mestieri si
dimostrassero devoti al Principe Costituzionale.
[223] È notabile come in questo Avviso, dettato da persona nemica alla
Costituente, non si dica nulla del timore che potesse riuscire dannosa
alla sovranità di S. A.
[224] «I liberali erano soliti riunirsi la sera, ed erano sempre o più
o meno insultati da gente pagata e poca.» — Vedi Doc., pag. 802.
[225] F. Guerri scriveva a Marmocchi il 2 febbraio alle 7 di sera:
«I _popolani non ci hanno dato ascolto_, — il sangue è incominciato a
versarsi, — Iddio ci salvi! La dimostrazione _liberale_ fatta un'ora
fa al Granduca mi si dice imponente pel numero. — Le grida erano:
Viva Leopoldo e la Costituente italiana. — Ma il primo a gridar la
Costituente, che per ora non so chi sia, _fu côlto di una coltellata
nel viso_. I reazionarii, che si dicono circa una _ventina_, ivi
presenti, incominciando a fare rumore sono stati colpiti da pugni,
uno ferito di coltello, e sono stati portati allo spedale. — Ancorchè
la cosa non sia trascorsa più oltre, per Dio, non doveva succedere.
— _Temo triste conseguenze_, e consiglio mandarvi una compagnia di
linea.» — Vedi Doc. dell'Accusa, a pag. 206.
[226] Vedi Doc., pag. 802.
[227] «Ha già fatto un indirizzo al Ministero per _rimproverarlo_ di
non avere seguíto il Granduca, e domandare il suo ritorno a Firenze.»
(Circolo del Popolo di Firenze. Doc. dell'Accusa, a pag. 193.)
[228] Ved. Doc. dell'Accusa, a pag. 791, 792, 799, 800, 801 802.
[229] Parte IV, pag. 117.
[230] «Si è udito parlare in bocca di questi sciagurati: — Morti
tutti i Repubblicani, daremo addosso ai Signori. — Scala naturale
delle passioni cattive di plebe corrotta suscitata, e fermentante da
insinuazioni immorali.» — (Doc. dell'Accusa, pag. 101.)
[231]