«_Qui ho parlato di Decreto pubblicato senza ch'io lo firmassi:
nell'Appendice terrò discorso di altro Decreto da me firmato
senza averlo letto._»
Io ho parlato di Decreto impresso senza il mio consenso, e senza la mia
firma; ora terrò discorso di Legge pubblicata con la mia firma, e senza
il mio consenso, e voglio dire della Legge del 4 marzo 1849. — Questo
però non s'intenda assolutamente alla lettera, però che il Decreto del
4 marzo 1849 fosse, co' lavori disposti dal Consiglio di Stato, e dal
Cavaliere Sopraintendente Peri, annuente il signor Mazzoni, compilato
dall'onorevole uomo Lionardo Romanelli, il quale venne a sottoporlo
alla mia sanzione mentre il Legato Maestri, col suo Stato Maggiore,
sosteneva meco la sua _lotta quotidiana_; onde io turbato dalla contesa
vi gettai sopra gli occhi, ma la condizione dell'animo mio non mi
concedeva, non che considerarlo, leggerlo materialmente; e questo sia
detto affinchè non si creda il signor Romanelli capace di sottrarre la
firma altrui per sorpresa: la colpa fu tutta mia, non sua.
Di nessun peccato mai ho così fervorosamente pregato Dio a perdonarmi
come di questo. In quell'Atto si vede sanzionato il principio della
separazione in carcere per _tutto il tempo della pena_. Ora questa
misura è contraria alla religione, alla salute del carcerato, alla
sua intelligenza, al fine della pena, alla economia e al bene della
società.
Alla religione: perchè l'uomo per la _prigionia separata, di soverchio
protratta_, si dispera, e, o violento si dà la morte, o nel cuore
diventato salvatico maledice quello ch'è orribile maledire. In
Inghilterra, nella prigione modello di Pentonville, di cui ragionerò
più sotto, nello spazio di 18 mesi si verificarono sei suicidii
sopra 450 detenuti; e il _Coroner_ ebbe a dichiarare parergli cotesto
_sistema fatale_.
Alla salute: dacchè è provato come l'uomo non possa stare per anni e
anni dentro una cella di pochi passi alta e lunga, stremo di aria,
senza intisichire, o contrarre altro morbo locale, come scrofole
tubercolari o alienazione mentale. Il carcere di Pentonville fu
fabbricato per 500 prigionieri, e costò 3 milioni di lire. La camera
di ogni detenuto ha 14 passi di lunghezza; l'aria vi si rinnuova
mercè ventilatori costruiti co' migliori trovati; col mezzo di bene
intesi apparecchi, vi si alternano correnti di aria fredda e calda;
così che durante mesi interi la temperatura non varia più di un
grado o due; vi si trovano campanello per chiamare i serventi, sedie,
tavolini e letto eccellentissimi, tavola per le mondizie, dove due
cannelle versano a piacimento acqua calda e acqua fredda. Il vitto
corrisponde allo albergo; abbondante, ben cucinato, di prima qualità;
carne giornalmente, perchè trovarono, che senza carne il prigioniero
diminuiva notabilmente di peso (oltre 15 libbre per individuo, è 86
su %), e le forze lo abbandonavano. Non vi è con minore diligenza
curato lo spirito; vi si trova una Biblioteca generale, e alquanti
libri compongono una biblioteca particolare per ogni cella. Quattro
professori sono preposti allo sviluppo della intelligenza dei
condannati. I Vescovi e i Ministri di tratto in tratto li visitano.
Nonostante queste comodità, ho notato il numero dei suicidii nel corso
di 18 mesi; e nonostante gli agii esposti, uomini di dottrina e di
pratica grandissime hanno attestato solennemente, che l'uomo non può
sopportare senza danno dell'anima e del corpo la carcere separata
per più di 12 mesi. Dopo i 12 mesi si ammettono i detenuti al lavoro
collettivo, poi si trasportano nella terra di Van-Diemen, alla isola di
Norfolk, nell'Australia, o altrove. — Con l'_Atto_ dei 4 marzo 1849,
confermato con la _Legge_ del 5 maggio 1849, tutta intera la pena si
sconta nella carcere _separata_; ch'è quanto dire con la perdita della
salute e della intelligenza, peggiore assai di quella della vita;
— il lavoro, la più parte in cella, consistente in filare canape,
fatalissimo per la polvere minuta che n'esce, causa potente di etisia;
— il vitto vario: pei condannati allo Ergastolo, carne (4 oncie) e
vino (1 mezzetta), una volta per settimana; alla Casa di Forza, carne
e vino nella medesima proporzione, due volte; alla Casa di Detenzione,
tre volte: — ventilatori non si conoscono; temperatura quale la
stagione manda nella state e nel verno; aria poca, acqua fredda sempre;
— mobili, un letto pieno di capecchio, che si alza e si chiude al
muro per tutta la giornata; non seggiole, non tavole; uno sgabello
incatenato, una mensola traversa, una catinella, una brocca, un vaso
mutato due volte al giorno; — le stanze lunghe sette passi, larghe poco
più di due (a tre non arrivano), fetide e buie; d'insetti schifosi, qui
nelle Murate, popolatissime; — _sacramentale_ l'ordine che i detenuti
non si parlino nè si vedano; e per meglio assicurarsene, le brevi
finestre, ora quadre, ora circolari, ora bucate a guisa di 8 (come a
Volterra), munite spesso dalle tramoggie, _invenzione infernale_, che
lascia vedere uno spicchio di cielo all'insù. Su questo proposito io
mi ricordo un fatto di Lord King Gran Cancelliere d'Inghilterra, a
cui i prigionieri della Flotta si lagnarono di essere tenuti in celle
oscure senza mai poterne uscire. Il Direttore scusavasi col motivo, che
sarebbero fuggiti se gli avesse lasciati fuori, a cagione della poca
sicurezza del carcere; ma Lord King lo ammonì severo: «fate alzare i
muri quanto volete, ma guardatevi di fabbricare una _prigione dentro la
prigione_.»
Il lavoro in comune si concede, ma a chi? Ai detenuti nello Ergastolo
giunti al settantesimo anno, e a quelli che condannati a vita vi
passarono il massimo periodo dello Ergastolo a tempo. Signore! E qual
lavoro possono fare allora in comune se non iscavarsi la fossa, dove
avranno ad essere in breve sepolti? Io ho esaminato questi infelici,
quando escono per un'ora a prendere aria in certi chiostrini chiusi
dintorno, lunghi quanto un lenzuolo mortuario, donde non si vede che un
po' di cielo; e sono rimasto percosso dal camminare vacillante a modo
di ebbro, dalla faccia cadaverica emaciata, con isbattimenti colore
di cenere; tranne pochi, o giovani o di fresco venuti, non anche domi
dalle rigide carezze di questo carcere _umanitario_. La pena può nello
Ergastolo prolungarsi a vita, nella Casa di Forza a sette anni e mezzo,
in quella di Detenzione non so bene a quanto[760].
E quanto sia maggiore supplizio simile detenzione ad un uomo italiano
che ad uno inglese, si comprende da chi tenga conto del clima, e della
nostra natura meridionale, bisognosa di espansione.
Contraria alla economia: perchè il lavoro individuale, tranne
rarissime eccezioni, non ricatterà mai le spese del mantenimento,
mentre il lavoro collettivo sempre le supera. In Inghilterra il lavoro
individuale ha rappresentato da Lire 60 a Lire 300 l'anno, mentre il
lavoro collettivo ha dato Lire 3 al giorno; fra noi credo non andare
errato se affermo che il valore del lavoro separato a Volterra non
oltrepassasse mai la _media_ di sette soldi per giorno.
Il minimo della media del mantenimento dei detenuti nello Ergastolo, e
nelle Case di Forza e di Detenzione, somma a Volterra a Lire 165. 3.
4. per individuo; ma non vi si comprendono le spese degli impiegati,
delle guardie, del mantenimento di fabbrica, mobiliare, e interessi di
capitali spesi ec.
Contraria alla intelligenza: perchè se dietro prove continue uomini
insigni reputarono, che senza danno delle facoltà intellettuali l'uomo
non potesse rimanere chiuso in carcere separato per 12, o al massimo
per 18 mesi, pensate un po' voi se vi si possa tenere per 6 anni, anzi
per tutta la vita!
Di quelli che all'Accusa piacque darmi per coaccusati, il giovane
Pantanelli, per insania, si segò le vene, ed ora abita Bonifazio;
Petracchi, per disperazione, si gettò giù dalle finestre e si ruppe le
gambe; tenuto un tempo a Bonifazio, fu rimandato alle Murate concio,
come, Dio ve lo dica per me. Il Piccini, svanito, tentenna per andarvi;
vi andò ancora il Capecchi, ma, a quanto mi dicono, per simulata
pazzia: pure, che sia ridotto a mal termine non è difficile credere:
degli altri non so.
Contraria al fine della pena: perchè questa intende correggere,
e il carcere separato soverchiamente, o protratto, uccide; ogni
emulazione che nasce dal consorzio è tolta via; ogni impressione
derivante dal commercio degli uomini soppressa; il cuore, impregnato di
tristezza, cose triste rumina sempre; i vincoli di famiglia sciolti.
Se il carcerato impietrisce l'anima, che gl'importeranno moglie e
figliuoli? Se non giunge a diventare pietra nell'anima, forza è che
diventi cadavere logoro dall'angoscia cocente dei suoi pensieri. E
d'altra parte non si conosce argomento, che tanto valga a placare e a
intenerire i cuori, a predisporli al pentimento, quanto le affezioni
domestiche. Io ho letto, come per indagini istituite resulta nelle
_scuole cenciose_ di Londra di rado incontrarsi figliuoli corrotti dai
genitori. Gran freno agli uomini è lo amore dei figliuoli, e sopra
tutti temuto il giudizio della propria famiglia! Io potrei addurre
stupendi esempii di padri e di madri, che studiosamente nascosero la
propria turpitudine ai figliuoli, per non doverne arrossire davanti
a loro. Dunque perchè nell'ammenda del colpevole vogliamo privarci di
questo argomento, confessato il meglio efficace di ogni altro?
Leggiamo che una Commissione di Francesi nel 21 aprile 1851 si è
condotta nel Belgio a studiare i mezzi di svegliare nei condannati
sensi di pentimento, e di rimorso! Che i Romani mandassero in Grecia
per Leggi, bene sta; perchè non è strano che il Popolo più adulto
nella civiltà superi pei trovati intellettuali il meno adulto; ma
nei tempi che corrono, andare in cerca di argomenti per commuovere il
cuore, come se fossero artificiali, e si trattasse di provocare gli
affetti come i sudori, parmi cosa da trasecolare: non ci è bisogno di
andare tanto lontani, no; qui in casa fucile abbiamo e pietra focaia
atta a levare cotesto fuoco, il cuore umano e gli affetti domestici.
Se per virtù di questi tu non ricavi scintilla di pentimento o di
rimorso, tu viaggiassi quanto Aasvero, non incontrerai di meglio.
Riguardo alle femmine, è provato come nulla più giovi ad emendarlo,
quanto costituirle nella dignità di mogli e di madri. Il signor Hampton
c'informa, notabile essere il buon contegno delle condannate alla Terra
del Van-Diemen dopo il matrimonio. Se così per le donne, perchè no per
gli uomini? — _Nozze, tribunali, ed are, — diero alle umane belve esser
pietose — di sè stesse e di altrui_.
Contraria al bene della società: perchè, che cosa diventeranno la
moglie ed i figli del condannato? Uscito dopo lunga prigionia egli
non cura ricercarne; ma se lo pungesse siffatto desiderio, dove mai
gli andrebbe a trovare? — Ah! i suoi figli forse saranno nella carcere
donde egli è uscito poco anzi: le figlie in parte ch'è vergogna dire.
E nonostante, giovani e dilicate donne non rifuggono di avventurare
il piede nei sinistri carceri, e solo per vedere linde le pareti, gli
usci ritinti, simmetriche le celle come quelle del Castoro, la fuga dei
corridori, vanno in estasi per la bellezza del luogo, e non rifiniscono
mai, _calandre sentimentali_, di dare ad intendere che le prigioni sono
quasi diventate casini a Fiesole. Se voi sapeste come, dietro cotesta
porta ritinta, continua si disfaccia una esistenza, a modo di arena che
sgorga dall'oriolo a polvere! Se voi sapeste, povere creature destinate
a rimanere sempre deluse dalla fronte prima delle cose, voi piangereste
le più dolenti delle nostre lacrime. Voi non potete sentire cantare al
povero storno le parole: _I can't get out_, che commossero tanto le
viscere al nostro amico Yorik; perchè s'egli dicesse soltanto: _non
posso uscire_, sarebbe chiuso in carcere anche più tetra, e a pane e
acqua.
Howard, per giudicare con pieno conoscimento delle carceri, volle
starvi rinchiuso per quattro mesi, o sei, che non ricordo bene; ed
io fermamente penso, che poco possa parlarne chi non le ha provate.
In questo caso, senza taccia d'immodestia, mi dichiaro professore; _à
quelque chose malheur est bon_: e di vero, se Dio mi dà grazia, intendo
che questa esperienza, acquistata a prezzo sì duro, fruttifichi alla
Umanità.
Però non sarebbe giusto negare, che da quello erano prima le nostre
carceri non abbiano migliorato assai; ma in faccende tanto importanti
non bisogna mai volgere il capo addietro, per vedere il cammino
percorso; all'opposto tenere sempre diritti gli occhi al sentiero che
ci rimane davanti; e meglio poi, bisogna non innamorarci tanto dei
trovati stranieri, quando neppure si possono mettere in opera com'essi
fanno; e pensare sempre che tutti i climi non sono benigni al medesimo
fiore. Io voglio sperare, che, mercè l'ottima mente di chi presiede
agl'Istituti Penitenziarii in Toscana, sarà emendato, e presto, il
fatto fatale e involontario da me commesso della prigionia separata
per tutto il tempo della pena; — confido, che, applicandoci lo ingegno,
egli troverà mezzo, senza danno, e con utile inestimabile, di riunire
gli uomini in umano consorzio, almeno in quanto concerne il lavoro
comune; e in questa speranza tempero il dolore di essermi condotto
con leggerezza in negozio tanto importante. Non mi trattengo neppure
ad avvertire come il carcere promiscuo pei reati comuni, e i delitti
politici, o tu consideri lo scopo, o risguardi alla moralità della
pena, sia indizio supremo di barbarie o di vendetta, spesso di ambedue,
onde anche qui non dubito prontissima ed efficace l'ammenda.
K
XXIX. Del Giudizio pronunziato sul mio operato dal Decreto del 7
gennaio 1851. — Pag. 671 e seguenti.
_Opinioni di alcuni Scrittori partigiani di varie Fazioni intorno
al medesimo argomento._
Secondo che me ne venne il grido dal mondo lontano, scrissero dei
fatti miei distesamente un Inglese, un Francese, parecchi Italiani,
fra i quali un Cappuccino. Inglese, Macfarlane energumeno: di costui
già lessi la _Storia degli Assassini di tutto il Mondo_ in 3 volumi,
e mi parve Omero degno di cotesti eroi, e cotesti eroi degni del
loro Omero. Quando mi proveranno, che predicando al Rospo egli potrà
per via di persuasioni lasciare il veleno, che gli viene da natura,
imprenderò a curare Macfarlane l'Inglese. Il Francese è D'Arlincourt:
se costui fosse giovane, la risposta che meriterebbe non sarebbe
nemmeno una guanciata....; ma essendo vecchio passeremo su lui, come
sopra un sentiero fangoso, in punta di piedi, e in fretta, per non
c'imbrattare le scarpe: nella sua gioventù compose romanzi assurdi;
ha voluto disonorare i suoi capelli canuti con un romanzo perfido;
sciagurato vecchio! Non sembra a voi che io abbia parlato troppo di
cotesto mal vecchio? Sì davvero, la metà di avanzo. Lasciamo degli
oltramontani, e degli oltremarini, e le loro ignominie: veniamo a
favellare degl'Italiani, principiando dal Cappuccino; ma come volete
che io mi trattenga con Padre Pasquale (dacchè importa grandemente,
o miei Lettori, che voi tutti sappiate come il buon Frate si chiami
per lo appunto Fra Pasquale), se fino dal principio del suo Opuscolo
mi paragona con una secchia? Secchia? dite voi. — Secchia, dico io; e
per farvelo vedere vi cito addirittura il passo, che dichiara così:
«Al signor Guerrazzi si tributa nella penisola una specie di culto,
onde la nostra critica potrebbe sollevare contro noi le passioni dei
suoi proseliti.... La Italia è il solo paese, che possa vantarsi avere
trovato in una secchia una causa di guerra, un soggetto di poema.
Or bene, il Guerrazzi è _questa secchia_, senza altri giuochi di
parole![761]» Così, Padre, io tolgo presto commiato da voi; e se non
mi sembra dovermi raccomandare ai vostri scritti, penso potermi, o
Reverendo, raccomandare con maggiore frutto alle vostre orazioni....
però badate, che io conto sopra di queste.
Dopo il Frate metto due Rossi tinti in chermisi: uno si chiama C.
Augusto Vecchi, l'altro Carlo Rusconi. Dirò poco del primo, non tanto
perchè mi pare che meriti poco, quanto per non conoscerlo intero,
essendomi pervenuto della sua Opera fino al sedicesimo fascicolo;
ma se la balla corrisponde alla mostra, so bene io come mi avrà
concio. Favellando a pagine 248 della mia vita privata, dopo molte
gagliofferie afferma, che _appresi sui processi criminali le corruttele
dei viventi_. Ora io non avvocai cause criminali, tranne due o
tre, e queste per la singolarità loro, perchè ricordo che in una si
trattava di fattucchieria, e in un'altra di un Carabiniere còlto con
l'amante sua dentro a una capanna, — parendomi strano, che là, dove
Virgilio aveva trovato argomento dello episodio di Didone ed Enea, i
Giudici nostri avessero rinvenuto materia per cacciare in prigione la
innamorata Regina, e il pio Troiano; onde io per puro amore del Libro
IV della _Eneide_ mi feci a difenderli. Più oltre C. Augusto Vecchi
senti un po' che cosa scrive: «La pazza idolatria di sè stesso lo
spinse tanto oltre a credersi disceso da stirpe dominatrice, poichè un
Guerrazzo aveva tiranneggiato in remoti tempi la sua natale città. _E
tutti hanno letto in una sua Lettera diretta a Giuseppe Mazzini com'ei
rivendicasse su tarlata pergamena rinvenuta in Portoferraio l'albero
geneatico della modesta famiglia sua_. Ed io ho veduto nello scorcio
del 48 in Firenze siccom'egli _dispregiatore in altrui degli aviti
vezzi_, facesse imprimere sur un polizzino ingessato _un blasone di
propria fattura_; in cui tra bandiere, picche, e pastorali mitrate,
appariva un lione rampante; e sotto una insegna cavalleresca, che
nessun principe al certo gli aveva conceduto.[762]» Io con troppo
maggiore motivo di quello che ebbe il Cardinale Alfonso d'Este, quando
domandò all'Ariosto in proposito dell'Orlando Furioso: donde avete
cavato tante c...., devo ricercare il mio Augusto dove diacine abbia
letto tante bugie. — _Tutti hanno letto la lettera_ ec. Orsù, sa egli
leggere? Nè prenda in mala parte la domanda, imperciocchè ho trovato
persone, che non sapevano leggere, le quali ne avevano obbligo molto
maggiore del suo: supposto pertanto ch'ei sappia, torni a leggere
questa lettera meco. Discorrendo delle cose mie alla buona, così
scrivo a pagine 19 di questa lettera stampata a Livorno nel 1848 nella
Poligrafia Italiana:
«Nasco di gente antica. Gli avi miei, agricoltori e soldati, seppero
versare il sangue per la patria e per la fede, come senza troppo
svolgere di carte te ne porge testimonianza l'_Odeporicon_ del Proposto
Lami. Guerrazzo combattè in Ungheria contro il Turco, quando pendeva
lite se il mondo dovesse obbedire a Cristo o piuttosto a Maometto, e se
alla causa della Umanità avesse a prevalere quella della barbarie; nè
egli si ritrasse dai campi di battaglia prima che lacero di ferite non
divenne incapace alla milizia, come si ricava dalla patente amplissima
del Principe Don Mattias dei Medici datata da Vienna; ebbe la insegna
di Santo Stefano, e la potè portare senza vergogna perchè prezzo di
sangue[763]. Filippo, regnando Cosimo I, governò Livorno dove io suo
discendente dimoro senza neppure il titolo di cittadino. Donato avo
mio condusse una compagnia di soldati armata a proprie spese a Napoli
col Principe Carlo: nella speranza di future duchee vendeva in parte
i paterni poderi. Il Principe Carlo acquistato il regno, seguendo il
vecchio costume, attese a tenersi bene edificati i sudditi nuovi, e
i suoi sovventori gli increbbero. Gli uomini nelle superbe fortune
infastidiscono spesso dei proprii amici nelle umili, i Principi sempre.
Antico caso e non raccolto mai dalla esperienza.
Donato si ridusse povero a Livorno, e vergognando tornarsi a casa donde
erasi dipartito con tanta iattanza, qui stanziò come uomo deluso, sazio
di giorni, e soldato che dal menare le mani in fuori non sapeva fare
altro. Roso dal tedio del vivere solo, condusse tardi in moglie una del
Popolo, e per sostentarsi continuò a struggere il suo. Le nozze sterili
lo confermavano in questo proponimento: moriva, e credo all'ospedale,
miserissimo in parte per cagione delle improvvide vendite, in parte
per le rapine dei congiunti. Per colmo di sventura lasciava incinta la
moglie.»
Dunque nè il signor Augusto, nè _tutti_, possono avere letto nella mia
lettera le cose, che non vi sono; almeno pare, e dico così, perchè
tra la portentosa illuvie delle bugie giudiciali, e stragiudiciali,
se io non perdo il lume dello intelletto, è proprio miracolo. Rimane
pertanto a conoscere se quello che scrissi, non fatuamente, fosse
vero; ed il signor Vecchi, se avesse voluto tôrsene il carico, avrebbe
potuto trovare nell'Opera del Proposto Lami intitolata: _Charitonis et
Hodœporici Hodœporìcon_ (_Pars secunda; Florentiae 1741, ex Typographio
Jo. Bapt. Bruscagli et Sociorum, ad insigne Centauri_):
Pag. 606. — «Anno 1553. — Il Capitano _Filippo di Raffaello Guerrazzi
di Castelfranco_ è Commissario dell'Artiglieria della Fortezza di
_Foiano_. (Vedi sotto all'anno 1574.)
Pag. 606. — «Anno 1563. — _Guerrazzo_ figliuolo di _Filippo Guerrazzi
di Castelfranco_ fu da _Cosimo I_ Granduca creato Cavaliere di S.
Stefano pel merito fattosi nella milizia, come consta dal suo Diploma.
— Di questo Cavaliere non si fa menzione nella _Galleria dell'Onore_.
Pag. 608. — «Anno 1574. — Muore Castellano di _Livorno_ il Capitano
_Filippo di Raffaello Guerrazzi_, il quale fu soldato di valore, ed era
prima stato Commissario dell'Artiglieria nella Fortezza di _Foiano_ in
Val di Chiana, come si vede da una sua patente del 1553.» — _Giuseppe
Vivoli_ Cavaliere, nel Tomo III degli _Annali di Livorno_, Annotazione
alla Epoca XI, pag. 126, 128, parlando del Forte dell'Antignano,
aggiunge: «Il disegno di questo Forte, dice il _Grifoni_ (Cron.) con la
guida del MS. del _Pezzini_, fosse dal Capitano Filippo Guerrazzi di
Castelfranco posto in carta; e che essendo piaciuto a Cosimo I, desse
tosto l'ordine al medesimo di presiedere a farlo eseguire (1567).»
E più oltre: «Alcuni opinano, avess'egli, oltre il comando della
Fortezza, ottenuto in Livorno anche il posto di Commissario, vale a
dire, di Capo del Governo locale. Ebbe rinomanza di prode soldato e
di ufficiale di merito distinto, perchè, innanzi essere impiegato a
Livorno, era stato Comandante del presidio militare dell'Elba.» Al
medesimo successe nella stessa carica di Castellano di Livorno il suo
fratello Antonio stato Capitano alla Isola del Giglio. — (_Storia del
Valdarno di sotto_, MS. presso il signor Dottore Domenico Guerrazzi di
Castelfranco.)
Pag. 609-610. — «Anno 1594. — Vive _Battista di Bonaccorso Guerrazzi_,
prima Castellano, poi Capitano di Archibusieri a cavallo in Ungheria,
sotto _D. Antonio de' Medici_; ove in una battaglia restò ferito e
inabile a continuare nella milizia: onde si ritornò in Italia, come
apparisce dal Passaporto di quel Principe dato in _Vienna_ il dì 9
ottobre di questo anno, ed esistente appresso i signori _Guerrazzi_.
— Questa famiglia _Guerrazzi_ passò da _Gangalandi_ ad abitare
a _Castelfranco_ nel 1427, come consta da' Libri pubblici della
Comunità, e di essa vi sono ancora in oggi due soggetti considerabili
per la dottrina; ed uno è il signor Avvocato _Guerrazzi_, dimorante
in Firenze, e l'altro il signor Dottore _Raffaello Guerrazzi_, che
esercita pure la professione legale nella medesima città, adorno nello
stesso tempo di molta erudizione, contro il consueto di simili Dottori,
che fanno assai capitale della barbarie per essere reputati eccellenti.
Ha di più fatto considerabile profitto della lingua greca sotto il
signor Dottore _Angelo Maria Ricci_ pubblico professore della medesima,
onde è da esso commemorato nel Catalogo dei suoi discepoli, dato fuora
nel primo Tomo delle _Dissertazioni Omeriche_, non lasciando di far
menzione ancora del signor _Tommaso_ suo Fratello, colle seguenti
parole: _His adnumerandi Raphael Guerrazzius in Græcarum Litterarum
curriculo longe progressus, et Thomas eius frater Sacerdos moribus
integerrimis_.
Pag. 612. — «Anno 1645. — Prete _Lodovico Guerrazzi_ di Castelfranco,
_Proposto_.»
La prima fabbrica di vetri fu fondata in Livorno dalla mia famiglia,
come si ricava dal seguente Documento riportato negli _Annali_ del
Cavaliere Vivoli, Tomo III, pag. 419:
«Paolo e Michele Guerrazzi di Castelfranco abitanti in Pisa supplicano
a S. A. S. di haver privilegio di poter fare in Livorno una Fornace
di Vetrami di ogni sorta.» — In pié della quale come in filza S. A. S.
benignamente rescrisse:
«S. A. S. gli farà dar la Casa in Livorno Nuovo a pigione moderata, a
loro soddisfazione, et così ordina al Paganuccio che faccia, et che
per anni 10 nessuno possa far vetrami in Livorno nè suo Capitanato,
nè condurre di fuora per vendere, eccetto loro, eccettuando da questo
però cristalli orientali fini, occhiali, spere, paternostrami, et
vetri per invetriate, fiaschi che venghino di Fiandra, fiaschi coperti
di spalatro, di Francia, che questi vi possono venire. — Con che li
Supplicanti saranno obbligati dare le robbe ai bottegai di Livorno
per il prezio nel quale gli stanno di presente posti a Livorno, perchè
possino vendere a minuto per servizio delle lor botteghe, et come li
bottegai saranno obbligati a pigliar le robbe dai Supplicanti, così
non potranno li Supplicanti vendere a minuto in detta Terra, et suo
Capitanato, a manco numero di dodici pezzi per volta, et il quale
ordine il Governatore di Livorno lo farà bandire subito che haveranno
messo fuoco, al che fare sieno obbligati per tutto dicembre prossimo,
et lo faccia eseguire con quelle pene che saranno convenienti, et
quanto alle legne il Paganuccio gliene faccia dare sempre a l'uso et
prezzo che le paga S. A.
«FERDINANDO.
«9 marzo 1598.
«ANTONIO SERGUIDI.»
L'arme trovai in casa, nè avevo punto mestieri falsarla, commettendo
opera infame per fine da nulla, imperciocchè la si trovi murata nel
mastio della Fortezza Vecchia di Livorno, come tutti i Castellani
costumavano fare, e nelle sepolture della mia famiglia nella Chiesa di
Santa Caterina di Pisa, dove si legge questo epitaffio:
_Sepulcralem hunc lapidem_
_Quem mortalitati consulens_
_Sibi suisque vivens posuerat_
_Franciscus Guerratius Philos._
_Ac Medicinæ Doctor_
_Templi incendium consumpsit_
_Ardens Camillæ Guerratiæ_
_In Patruum amar restituit_
_Anno Reparatæ Salutis_
_MDCLXV._
E dell'Accademia Pisana fu non volgare ornamento Pietro Guerrazzi
professore, dichiarato cittadino _fiorentino_. Turpi sieno, o
innocenti, ed anche puerili, le giunterie non sono da me, neppure per
fabbricare una insegna. Filippo Guerrazzi nell'arme sua pose i cannoni,
perchè Commissario di artiglieria; Guerrazzo la croce di Santo Stefano,
e la mitra Monsignore Vincenzo di Domenico Guerrazzi, dell'ordine di
Sant'Agostino di Lecceto, promosso al Vescovado di Borgo San Sepolcro,
quale non potè conseguire stante la morte immatura. — (MS. citato di
sopra.) — Il costume porta di stampare la insegna di famiglia sopra
i polizzini da visita, e ve la posi ancora io, non temendo davvero
commettere delitto di _lesa maestà repubblicana_; in ogni caso spero
non venire condannato alle _gemonie_ per questo. Riguardo poi alla
nobiltà il signor Vecchi, se veramente desidera conoscere quello che io
ne senta, potrà riscontrarlo, purchè lo legga davvero, nel Capitolo XV
dell'_Assedio di Firenze_, dove troverà che io ne professo la opinione
stessa, che ne aveva Dante:
«Ben se' tu manto che tosto raccorce,
Sì che, se non s'appon di die in die,
Lo tempo va dintorno con le force.»
E colà dico, che parmi ostentazione di vanità disprezzarla, come
pregiarla troppo; e che ai nati da lignaggio reso illustre dagli avi
per atti di mano e d'ingegno la chiarezza del sangue impone obbligo
grande di continuare la bella trama che eredarono ordita. In quanto a
me, ripeto che vengo da agricoltori e da soldati, e pongo fine a simili
quisquilie, a cui mi condusse la necessità di lavarmi dalle disoneste
imputazioni di falsità, che il signor Vecchi non ha dubitato appormi
nel suo libro, che pure intitola: — _Storia_!
Succede un altro Repubblicano, e, per quanto egli c'insegna,
_socialista_: Ministro fu della Repubblica Romana, e tenne l'ufficio
degli Affari Esteri; io lo conobbi in Firenze, dove venne a
sollecitarmi per la _Unificazione et reliqua_, con ogni maniera di
pressure morali. Ho detto com'egli, nello intento di strascinarmi,
giungesse fino ad affermarmi, che Francia e Inghilterra gli avevano
promesso protezione e difesa, se di Roma e Toscana si componesse
Repubblica; e questo non era vero: ma passione stemperata di Parte
sospinge troppo più in là, e stemperatissimo mi apparve il signor
Rusconi. Leggo, lui essere d'ingegno mite, d'indole amoroso, e questo
volentieri mi presto a credere; e se tale è come ce lo dicono,
confrontando le molte falsità, che pure non ha aborrito scrivere,
tanto più dovremo deplorare la devastazione che il maledetto spirito di
Parte opera anche sopra i migliori. Io pertanto stamperò quello che nel
suo libro mi riguarda, e lo verrò di mano in mano con opportune Note
commentando.
_In opposizione alla Requisitoria del Regio Procuratore di Firenze ecco
la_
_REQUISITORIA DEL REGIO PROCURATORE DELLA REPUBBLICA_, SIGNOR
RUSCONI, estratta dalla sua opera intitolata: _La Repubblica Romana del
1849_.
«Reggeva allora la Toscana con poteri quasi dittatoriali[764] Domenico
Guerrazzi, uomo di acutissimo ingegno, ma che troppo poco credeva
alla umana virtù per essere capo di un paese, che da una grande virtù
soltanto poteva essere salvato[765]. Scrittore efficace, ma dotato
piuttosto d'immaginazione che di sentimenti profondi, egli dalle pagine
di Machiavelli e di Guicciardino desumeva le ispirazioni di quella
politica che intendeva professare[766]. Informato a quelle letture, e i
prodigi operati dai Popoli nelle grandi crisi sociali non accettando,
che in quanto potevano riuscire sublimi nei dominii dell'arte, egli
poco credeva a quelle manifestazioni patriottiche, che vedeva farsi
dintorno[767]; stimava la Toscana più facile preda, che non gli dessero
ragione per crederlo le maraviglie di un anno prima di Curtatone e di
Montanara. _La fuga del Duca gli era sembrata su le prime avvenimento
di minore rilievo che altri non riputasse_, e con facile fantasia
precorrendo lo evento _in quello vedeva forse il filo misterioso, che
da quel laberinto poteva trarlo_. Ostentando di basarsi sul positivo,
sul pratico, come lo scrittore del Principe e messere Francesco, egli,
che romanziere era e poeta, rispondeva a chi gli parlava di entusiasmo
nazionale, dimandando quanti cannoni e quanti soldati sapeva mettere
insieme cotesto entusiasmo[768]. Terribile uomo era egli, e che
addimandava gran tatto per essere appressato, giacchè troppo sicuro
egli si sentiva di sè, per adottare nessuna risoluzione che paresse
essergli stata da altri consigliata.
«Il voto di Toscana era però di unificarsi con Roma, di non comporre
con essa, che un solo paese, e già i Deputati la Toscana aveva eletti
per andare a far parte della Costituente Italiana[769]. Le renitenze
del Governo, _o piuttosto del Guerrazzi, rimanevano a vincersi,
per bandire intanto di fatto quella Unificazione, salvo poi alla
Costituente di ratificarla_. Il Ministro di Roma sentì la importanza
del mandato, che affidato avrebbe al suo Inviato in Toscana, e
volle incaricarne il Dottore Pietro Maestri. Se il Guerrazzi era uno
avversario terribile, avrebbe avuto con chi lottare, e _il Dottore
Maestri era tale da sviscerare i pensieri del Dittatore Toscano_[770].
* * * * *
«Il doloroso tema delle cose toscane ci chiama a sè, e imprendiamo con
tanto maggior disgusto a trattarlo, quantochè la Toscana fu la sola
Provincia d'Italia che oscurasse con una pagina turpe la più gloriosa
delle Rivoluzioni.
«Già dicemmo in altro Capitolo come la Repubblica di Roma fosse stata
festeggiata al di là dell'Appennino, e come il voto popolare di Toscana
si manifestasse in favore dell'Unificazione delle due Provincie[771].
Ci rimane a dire perchè quella Unificazione non si effettuasse, e quali
ne fossero le fatali conseguenze.
«Il Guerrazzi che, come vedemmo, reggeva pressochè solo le cose toscane
dopo la fuga del Principe, era uno di quegli uomini che, dopo essere
stati innalzati dalle Rivoluzioni[772], vergognano, quasi si direbbe,
dell'origine della loro grandezza, e non anelano che a farla obliare,
blandendo i Partiti opposti.
«Repubblicano per tutta la vita, se poteva credersi ai suoi scritti,
e tirato anche forse più al demagogo che al repubblicano, _allorchè
giunto al Potere ebbe modo di far proclamare la Repubblica,
non volle_[773]; allorchè gli fu dato di unificar due provincie
assecondando i voti del Popolo, egli, che unitario e entusiasta
del Popolo si era detto, bramò persistere in una disunione
_insensata_[774]. Avviluppato dalla Diplomazia, che, non avendo
concetti politici, formula nel temporeggiare tutta la sua scienza,
egli che scritto avea le pagine dell'_Assedio di Firenze_, e
vilipeso a quanti assumono il mandato di Rappresentanti di Re o di
Corti, caduto era nelle reti di un ambasciatore che giudicava colle
istruzioni che riceveva dalla distanza di _mille miglia_ dei bisogni
e dei provvedimenti che dovevano adottarsi per un Popolo[775]. _Fatto
propenso al Piemonte del quale non era mai stato ammiratore, la
Repubblica Romana era divenuta per esso come uno spino, e quello spino
vieppiù gli era infesto allorchè gli si parlava di Unificazione_[776].
«Qual era il concetto di quell'uomo? Lo si può indagare traverso
alle oscillazioni della sua condotta. Egli aveva poca fede nella
Rivoluzione, niuna nei resultati ch'essa si era proposti. Per esso
la questione era di rendersi necessario a tutti i Partiti, e reggere
col _Positivismo_ che affettava le sorti del Paese di cui stava a
capo[777]. _Non volendo offendere il Piemonte prima della Battaglia di
Novara col mostrare di aderire a Roma_, perchè più dell'entusiasmo del
Campidoglio apprezzava le baionette piemontesi, _dopo la disfatta del
Piemonte persistè a non volere unificare la Toscana con Roma, perchè
reputò quello il solo mezzo ad evitare un intervento forestiero_[778].
Non vedendo come, dopo Novara, non vi fosse più che da inalzare il
grido di Francesco I a Pavia: _Tutto è perduto, fuorchè l'onore_,
— egli l'onore ancora volle mettere a repentaglio, e lo perdè
miseramente[779]. Errore incompatibile in Uomo di Stato, contraddizione
a tutta una vita che celebrato avea sempre la gloria e le virtù del
sagrifizio, egli credè possibile una Restaurazione senza soldati
conoscendo i sentimenti del suo Popolo, egli antepose alla gloria di
vivere o morir coi Fratelli il miserabile egoismo di salvarsi solo in
mezzo all'esizio universale[780].
«Le cose però s'incalorivano ogni giorno dopo la fuga del Duca, e
qualche concessione era pur mestieri di fare a quel desiderio di
_Unificazione che nel Popolo si manifestava_. Il Dottor Maestri,
Inviato di Roma[781], instava perchè quel desiderio fosse appagato,
mostrando che nulla di meglio chiedeva la Repubblica, che nessun altro
scopo avea la sua missione. _Lottando quotidianamente col Toscano
Triumviro_, a cui tutti quegli argomenti adduceva che sogliono far
forza in chi non ha una preconcetta opinione, egli gli mostrava come
i _principj dovessero salvarsi, quali che si fossero i pericoli a
cui si andasse incontro, come la moralità dei democrati stesse nel
far concordare le aspirazioni colle opere, come l'utile vero si
procacciasse seguendo i dettami di quello che era nobile e grande_,
e come nulla vi fosse di peggio in politica, specialmente in tempi di
Rivoluzione, che il non far nulla, e l'aspettare gli avvenimenti colla
stolta lusinga di dominarli.
«Queste cose egli diceva altresì al Montanelli e al Mazzoni, compagni
del Guerrazzi nel Governo Provvisorio; ma benevoli ascoltatori avea in
loro, nè per parte loro sarebbero mai venuti gli ostacoli. Il Guerrazzi
solo balenava, prometteva un giorno, poi si peritava, finchè cresciuto
l'impeto dell'opinione del Popolo dovette alfine arrendersi sulla
fine di febbraio, e fare inserire nel _Monitore Toscano_[782]: «Come
il Governo, volendo mostrare quanto gli stesse a cuore la desiderata
Unificazione della Toscana con Roma, avesse intavolate trattative a
quell'uopo.»
«Le trattative dovevano versare per allora sulla congiunzione dei due
territorj, togliendo le linee doganali che li dividevano;
«Sulla parificazione delle Tariffe;
«Sulla unità di Rappresentanza diplomatica all'Estero;
«Sulla reciprocità pel corso delle monete ec. ec.
«Quanto al decretare l'Unificazione assoluta dei due Paesi, _Guerrazzi
opinava che si dovesse aspettare il voto dell'Assemblea Toscana che
dovea fra breve radunarsi_, sentenza a cui pure aderiva Mazzoni per
un suo amore di legalità, soverchio forse in quei momenti, e a cui non
ostava il Montanelli, assorto più che in tutt'altro nel concetto della
sua Costituente.
«Quella concessione fatta all'opinione calmava per un momento il
Popolo, ma in breve si vedeva con quanta sincerità Guerrazzi aderisse
a ciò che annunziava il foglio officiale[783]. A legare vieppiù i due
Paesi, l'Inviato di Roma avea proposto da gran tempo un cambio di
Truppe, una divisa per esse uniforme; ma nè l'una, nè l'altra cosa
veniva mai attuata. L'unità della Rappresentanza all'Estero restava
del pari obliata, sebbene il Governo della Repubblica ne avesse dato
l'esempio, affidando al Console Toscano in Genova la tutela eziandio
degli interessi dei sudditi romani. La parificazione delle Tariffe,
votata infine dall'Assemblea di Roma, era accolta da Guerrazzi colla
stessa indifferenza, nè il Governo Toscano facea un passo, mentre
quello di Roma gli spianava da ogni lato la strada[784].
«Quell'ambigua condotta teneva il Paese nell'agitazione, sfatava
gli animi di ogni generoso sentimento, preparava quella terribile
catastrofe che dovremo fra breve raccontare. _Aggiornata per quanto
si era potuto la convocazione della Costituente Toscana_[785], il
Guerrazzi si vedeva però alfine costretto a radunarla, e nel Discorso
di apertura che profferiva faceva una parte tanto più larga a quel
voto di Unificazione dei due Paesi, quanto meno intenzione avea di
attenerlo, ben conscio d'altronde, che senza assecondare quel voto,
almeno in parole, non gli sarebbe rimasto per un'ora il Potere[786].
Senonchè poi, onde non lasciare mettere in discussione quel soggetto,
a cui con tanto ardore parea riportarsi, con mille piccole arti ei lo
andava sempre aggiornando, adducendo ora la necessità di aspettare
lo scioglimento delle cose del Piemonte, ora motivando i sentimenti
toscani che da quell'atto, diceva, potevano rimanere offesi. — E
all'effetto di prender tempo, egli suggeriva ancora all'Inviato Romano,
come, per condizioni preliminari di quella Unificazione, sarebbe stato
bene, che Roma sanzionasse che il Governo e la Rappresentanza nazionale
avrebbero risieduto un anno a Firenze, uno a Roma; che Firenze avrebbe
avuto un collegio militare, una università, una scuola di belle arti, —
disposizioni che avrebbero servito a non irritare quelle suscettibilità
municipali che troppo fatalmente sentivano, egli soggiungeva, i suoi
compagni[787]. Ma gli rispondeva con dignità l'Inviato Romano, non
doversi stuprare un gran concetto con quelle meschine considerazioni;
doversi far scomparire gli elementi secolari di divisione che tanta
parte erano stati nella rovina d'Italia, non piaggiarli, accarezzando
grette passioni, che da nessuno, che l'Italia amasse, potevano
alimentarsi; doversi mostrare colle opere al Mondo che l'Italia era
matura a quella civiltà, per cui dettato avevano le loro pagine i
suoi scrittori immortali, per cui il sangue avevano sparso migliaia di
martiri: essere necessario infine un atto magnanimo, che forse Sicilia
e Venezia avrebbero tosto imitato: e quanto alla Costituente Italiana
poi, per cui già la Toscana eleggeva i suoi Deputati, essa avrebbe
difinitivamente regolate le condizioni di ogni provincia, facendo
ragione a quelle esigenze che potessero restare.
«Guerrazzi, stretto così da vicino, inaugurava la Toscana Costituente
col Discorso a cui accennammo[788]; poi tergiversando in mille maniere
decidevasi ad aspettare l'esito delle cose piemontesi prima di fare
null'altro. La Toscana permaneva quindi col Governo Provvisorio,
permaneva staccata da Roma; _il Partito liberale, sdegnato di
quell'inerzia, accennava d'irrompere da un momento all'altro_[789].
«La notizia della disfatta di Novara poco dopo giungeva, e paralizzava
vieppiù le risoluzioni del Guerrazzi. Quella notizia produsse oltre
Appennino l'impressione che aveva prodotto a Roma, e là pure si sentì
che una crise si avvicinava. Ma mentre Roma traeva forza dalla sventura
e si apparecchiava a morire, almeno degnamente, la Toscana, mercè la
condotta subdola del suo Triumviro, s'accasciava miseramente; in una
stolta ed egoistica lusinga miseramente si addormentava[790].
«Guerrazzi, riescito a disfarsi[791] dei suoi Colleghi, che opposti
si sarebbero a quelle risoluzioni a cui già piegava, spaventando[792]
l'Assemblea con un Rapporto dei Ministro dell'Interno, che dipingeva
coi più neri colori lo stato del Paese, indotto avea l'Assemblea ad
aggiornarsi, conferendogli una specie di Dittatura, a cui l'ultimo
ostacolo veniva tolto coll'allontanamento di Montanelli, mandato a
Parigi[793]. Fatto solo rettore delle sorti toscane, fu allora che fra
i due partiti che gli restavano, d'unirsi a Roma, o _di accudire ad una
Restaurazione, si attenne a quest'ultimo_, avendo egli, repubblicano,
voluto prima _forse_ l'unione col Piemonte monarchico, se il Piemonte
vinceva; poi il ritorno del Duca come il solo mezzo, così credeva, di
evitare l'intervento tedesco. Questa ultima risoluzione, che avrebbe
potuto scusare le sue intenzioni, se fossero state leali, non scusava
certo il suo senno. Come non vedeva egli che il Duca non poteva tornare
che colla Reazione? Che Livorno, non vi fosse stato altro, non si
sarebbe piegata mai a quel ritorno? Che, in fine, un'intervenzione
armata diventava necessaria[794]?
«_Infiammando_ i sentimenti nazionali, egli potea mettere il suo Paese
in solido con Roma; evocando le memorie di Curtatone e di Montanara,
potea spingere la terra ov'era nato a dar di sè una testimonianza
dell'antico valore; e se destinato era che entrambi quei Paesi
cadessero, grande consolazione sarebbe certo stata che cadevano almeno
con gloria; gran documento di virtù cittadina alle venture generazioni
avrebbero lasciato! Prima che far ciò, egli preferì di assiderare, con
mille voci insidiose astutamente sparse, quei po' di spiriti patrii
che tuttavia restavano; si oppose ai Corpi Lombardi che chiedevano di
traversare il suolo toscano per andare a Roma; blandì con ogni maniera
di accorgimenti gli uomini del Principato, e fu stolto abbastanza,
o abbastanza orgoglioso, per credere nella riconoscenza loro, o nel
bisogno che avrebbero avuto dell'opera sua[795].
«Qual successo potessero aver quelle trame, egli cominciò a immaginarlo
la sera dell'11 aprile. Una mano di Livornesi, venuti in Firenze
già qualche tempo prima per scuotere la neghittosa che le ambagi del
Triumviro avevano assopita, si era impegnata in una lotta con alcuni
Fiorentini in cui erano sembrati risvegliarsi tutti gli antichi odii
civili[796]. I Livornesi avevano avuta la peggio, e avevano giurato
di vendicarsi. Essi erano tornati, forse in un migliaio, il giorno
appresso, e Firenze era stata minacciata da una vera battaglia campale.
Mercè gli ufficii di molti cittadini la tempesta si era però diradata;
i Livornesi erano ripartiti, ma non senza mantenere un cruccio segreto
che presto o tardi avrebbe voluto sfogarsi. Ed ecco finalmente che
nella sera dell'11 aprile corre voce per Firenze che i Livornesi si
battono coi Fiorentini alla Stazione della Strada ferrata; che la
Piazza di Santa Maria Novella risuona di colpi e rosseggia di sangue;
e l'allarme vien dato alla città, in cui prende allora decisamente il
sopravvento il Partito reazionario, che, avendo profittato prima delle
ambiguità del Guerrazzi, di quei nuovi fatti allora si valeva per dire
i Livornesi rappresentanti dei Demagoghi che insidiavano Toscana, e
che era tempo di finirla con quei forsennati che avevano convertito
uno Stato tranquillo in un teatro di disordini e di anarchia. Il
Partito reazionario concludeva affermando che bisognava tornare alle
istituzioni antiche se si voleva la pace, che essi erano _Toscani_,
non _Italiani_, e che senza ripudiare l'opera dei Democratici non
si sarebbero evitate le fiere catastrofi da cui la Toscana era
minacciata[797].
«Molti Livornesi macellati in quella sera in Piazza Santa Maria
Novella, e le grida di _morte ai Lombardi, morte agli Italiani_, mentre
sparsero la desolazione nell'anima di tutti i buoni, dovettero far
accorto il Guerrazzi a che via andava la Reazione.
«L'avvertimento però giungeva troppo tardi. La novella dei fatti di
Firenze si spargeva pel contado, dove da qualche giorno manifestavasi
qualche commovimento in favore del fuggito Leopoldo, e la mattina
del 12 aprile Firenze era percorsa da un'orda briaca, che acclamando
al Principe imprecava al nuovo Governo, inferociva con ogni maniera
di sevizie contro chiunque le era additato per liberale, andava per
abbruciare le case e i fondachi di quelli, che l'opinione pubblica
designava per amatori delle cose nuove. La schifosa turba imbestialì
a suo senno; così, senza che il Potere costituito ardisse farle
opposizione, atterrò gli Alberi della Libertà davanti ai presidii
delle Guardie Nazionali, che come smemorate la lasciarono fare,
rialzò gli stemmi del Duca facendo gazzarra, e stampò per tal modo
un marchio indelebile d'obbrobrio sopra una delle città più gentili
di questa terra italiana. Dov'era allora il Governo? Che facea il
Municipio? Dove erano le truppe? Come patì la Guardia Nazionale sì
rea violenza? La condotta del Guerrazzi portava i suoi frutti; il
nulla fare, il paralizzare ogni sentimento patrio, lasciava una delle
prime città italiane allo sbaraglio di alcune migliaia di villani; i
Liberali piansero di disperazione vedendo l'eccidio a cui le cose erano
condotte, vedendo come anche l'onore era stato indegnamente immolato.
«La Reazione percorse tutto il suo stadio, _si autorizzò dell'idea
fatta spargere dal Guerrazzi, che solo una Restaurazione poteva
risparmiare un intervento tedesco_. Le grida di _morte ai Deputati,
morte ai Liberali_, rimbombarono per molte ore, accompagnate da atti
che per l'onore d'Italia non vogliamo ricordare. Una Commissione fu
istituita poi che disse governare in nome del Principe, e gli amici
del Principato Toscano cominciarono dal retribuir Guerrazzi dei servigi
fatti loro, con quella carcere _che da tutt'altri, che da essi, avrebbe
dovuto meritare_[798].
«Le Deputazioni si apprestarono a partir per Gaeta, per richiamare
il benamato Principe, e tornare a quelle _saggie franchigie_ troppo
dal Guerrazzi e dal Montanelli conculcate. Ma il benamato Principe
lasciò scorgere che non voleva far più a sicurtà come prima con quelle
dimostrazioni di affetto, e che alcuni battaglioni di tedeschi lo
avrebbero meglio rassicurato. Fu allora che anche gli spegnitori di
ogni entusiasmo patrio, fu allora che quei reazionarii commovitori
delle campagne conobbero che abisso si fossero scavato, e che
cercarono (_indegno strattagemma_) di adonestar l'intervento austriaco,
mostrandolo da Livorno solo motivato. D'Aspre però, a cui noiavano
tutte quelle reticenze, che voleva anche un po' umiliar Leopoldo
pei suoi _sentimenti italiani_, troncò le ambagi con un Proclama in
cui disse, che il Principe stesso aveva voluto quell'intervento. Gli
amici del Principato Toscano avrebbero dovuto nascondersi allora per
vergogna, se di qualche pudore fossero stati capaci; ma trovarono più
idoneo il continuare a bandir la croce sui Repubblicani, dicendo che se
anche il Principe non si affidava più in essi, ciò era sempre per opera
loro.
«Così cadde Firenze, e, che peggio è, cadde vituperosamente;
vituperosamente non pel suo Popolo che l'Italia aveva amato, come
quello di tutti gli altri Paesi, ma per le stolte e ambiziose
tergiversazioni di un uomo che portò il _pessimismo_ dei suoi scritti
nella vita politica[799], e per lo zelo di una gente fredda, egoista,
inconsiderata, che non comprese come, ostando al movimento nazionale,
diveniva per necessità l'alleata dei Tedeschi.
«Era serbato a quell'inclita città il vedere quindi una Convenzione
stretta col nemico d'Italia per l'occupazione della patria, e il vedere
un Corsini ad apporre il suo nome in un patto, che convertiva una
provincia italiana in un feudo tedesco.
«La Storia, che giudicherà gli uomini e gli atti di questa età
dolorosa, saprà dispensare imparzialmente le lodi e l'infamia[800].»
* * * * *
Seguono due libri entrambi stampati da Felice Le Monnier, il quale
si è fatto Editore del pari della mia _Apologia_, onde si può dire di
lui quello che gli antichi narravano della lancia di Achille, la quale
sanava le ferite che faceva.
«_Vulnus Achilleo quæ quondam fecerat hosti_
«_Vulneris auxilium Pelias hasta tulit_[801].»
La prima ha titolo: «_Gli ultimi Rivolgimenti Italiani; Memorie
storiche del signor Marchese F. A. Gualterio di Orvieto_. — Firenze,
1850-51.» Quando di queste Memorie mi pervenne notizia, ne augurai
subito male, talchè nel 9 gennaio 1850 ebbi a scrivere al mio Difensore
signore Avvocato Tommaso Corsi: «Ricordi quello che si narra di
Alessandro Macedonio, quando Lisimaco gli leggeva certa storia di
strani gesti operati da lui? È fama che Alessandro, interrompendo
Lisimaco, esclamasse: e dove eravamo noi quando facevamo sì stupende
cose? — Questa storia mi si affacciò alla mente più volte leggendo
le mille gagliofferie e perfidie stampate sul conto mio; però a
imitazione di Alessandro mi sono stretto nelle spalle interrogando
me stesso: — e dove ero io quando facevo tante belle cose? — Jeri
leggendo il _Galignani's Messenger_ del 28 decembre me ne capitava una
sott'occhio nuova di zecca, e parla così: — dicesi che un certo signor
Marchese Gualterio di Orvieto abbia pubblicato una Storia Politica
d'Italia dal 1847 al 1849, la quale _cause one immense sensation by
the new light which it will throw on the men and things of our day
ec..... by documents_ esaminati nello Archivio segreto del Governo,
e di alcune Cancellerie; — e seguita: — _another revelation still
more curious will show in the most evident manner that the Dictator
Guerrazzi was supported by Lord Palmerston. The proof of this exists
in a letter of Guerrazzi to Sir G. Hamilton, complaining in the better
terms of having abandoned by England after the english Ambassador had
formally promised him that he might calculate on his support_.» Ora
niente di questo è vero; e l'onorevole Lord Palmerston ebbe la bontà
di significarmi, col mezzo del Ministro Hamilton, il suo gradimento
per i miei sforzi, da me in tempi difficili, e privo di qualunque
aiuto, operati in benefizio della salute pubblica, confortandomi a
perdurare in quelli, e a sostenere con ogni facoltà mia il Principato
Costituzionale. Lo evento poi corrispose al presagio. Cotesto è libro
di Parte; due compaiono essere i fini che si propone: favoreggiare
gl'interessi della Monarchia Costituzionale Piemontese, esaltare il
Partito, che si dice dei Costituzionali moderati. Malgrado le lodi
prodigategli da questi ultimi, senta un po' me il Marchese Gualterio,
chè, quantunque non gli sia parso finora, troverà che io so dire il
vero, e posso, perchè fin qui, e sono quarantasei anni, viltà che sia
non ho saputo mai; da parte il merito letterario di cotesto libro, io
gli dichiaro che non è opera da prudente storico, nè da uomo onesto.
Come storico di casi contemporanei, sembra a me che dovesse mettere più
coscienza nel ricercarli, più gravità nello esporli, dacchè io davvero
non comprendo come possa giovare alla comune Patria, e allo stesso
concetto che promuove, inciprignire le piaghe, e perpetuare, anzi
crescere, le maladette discordie. Se io male non veggo, in questa parte
egli amministra ottimamente i negozii, — non però quelli d'Italia.
Come onesto, io lascio considerare a lui, che pure è gentiluomo,
e si professa dabbene, se egli doveva raccogliere nelle orecchie
tutto quanto vi versava dentro la necessità di attenuare un'azione
turpissima, l'astio della mediocrità, e l'odio di superbie umiliate.
Egli non è ancora giunto co' suoi scritti alla mia vita politica, e
siccome mi giova sperare che di ora innanzi avrà compreso, con un bove
solo non tirarsi il solco, nè potersi giudicare del suono delle campane
se ambedue non si ascoltano, e che di ciò farà senno così per dettare
le rimanenti Memorie, come per correggere le già scritte, non mi
trattengo più oltre sopra di lui, pago, intorno alle ragioni della mia
vita privata, di quel tanto che mi fece l'onore di attestare Tommaso
Corsi, e che io stesso ho discorso sparsamente nella mia _Apologia_.
«Ma sopra ogni altro feritore infesto
«Sopraggiunge _Farini_, e _me_ percuote.»
Non dirò delle sue intenzioni, quantunque, secondo il mio giudizio,
rette non pare che abbiano ad essere; ad ogni modo io domanderò chi
gli abbia insegnato comporre Storie sopra Requisitorie di Procuratori
Regii, cospargendole di tratto in tratto di qualche fiore còlto nel
suo giardino! Ora che cosa altro ha egli fatto, almeno per me? E gli
domando eziandio, se sono prove di temperanza, di moderazione, e di
probità, praticare com'egli ha fatto contro uomo, che da trenta mesi si
logora chiuso in carcere, e non gli può rispondere! Se così costumano
i moderati, che cosa dobbiamo aspettarci dagli _sbracati_ e dagli
_scamiciati_, è difficile immaginare. Pensino a questo i Moderati.
Il suo libro si manifesta dettato nel medesimo spirito di quello del
Gualterio, ma con manco di generosità, e più piglio di Procuratore
Regio, però che Gualterio non dia i suoi giudizii per definitivi, e
prometta, se avvisato, emendarli. Io già ho tenuto proposito del libro
intitolato _Lo Stato Romano_ in varie parti dell'Apologia: mi giovi
qui singolarmente rilevare alcune, che, adoperando il più benigno
linguaggio, chiamerò falsità. A pagine 86 del Tomo III afferma: «_Chi
rompe paga_, scriveva per telegrafo il Guerrazzi a' suoi Livornesi,
usi da lui a rompere ed essere pagati?» Mi sia permesso domandare al
Farini: su che cosa fonda questa vergognosa imputazione ai Livornesi,
e a me? Se nel proprio mal talento, questo non fu mai, per quello
che io sappia, annoverato fra le sorgenti della Storia; e veda, che
quello ch'ei finge, grave sempre, per me oggi è gravissimo. A pagine
87 afferma: «dicendo provvedere alla sicurezza pubblica, provvidero al
proprio impero, soldando guardie di polizia fra le turbe dei turbolenti
e dei fuorusciti, le quali, come non avevan prima nè termine nè misura
nelle voglie pazze e malvagie, così furono poi non presidio, ma offesa
della città.» E questi, veda il Farini, e' sono rotondi, non già
sinceri periodi; avvegnadio se della Guardia Municipale tu consideri la
origine, troverai averla scelta una Commissione composta del Prefetto
e del Gonfaloniere di Firenze con altri cittadini spettabili, e non
avervi preso punto parte io, se togli la nomina Basetti, e i suoi
figlio e fratello; o, se piuttosto tu vogli considerare i portamenti,
li conoscerai essere tali da meritarsi di essere conservata dalla
Commissione Governativa. Individui pessimi certo entrarono in quella,
ma non per colpa del Governo, e perchè in qualunque composizione di
corpi questo guaio vediamo avvenire sempre; nè poi furono tanti, che
dessero cattivo nome al corpo intero: onde l'accusa del Farini suona
singolare, e non vera. Intorno al disfacimento degli ordini in Toscana,
lo mando.... se il Farini ci vorrà andare.... a quella parte della
mia _Apologia_, dove di ciò si ragiona, e le parole di Gino Capponi si
riportano. Quanto scrive intorno al Granduca nostro, suona così:
«Havvi chi afferma, che egli non si fosse mai acconciato agli ordini
liberi in guisa da lasciare gli appetiti e le ubbie dell'assoluto, e,
come dicono, paterno reggimento. Havvi chi dice, che sin da quando
rallentò i vincoli della libertà, perchè il papa coll'esempio aveva
sciolti i popoli italiani, scrivesse all'arciduca Ranieri vicerè di
Milano ed altri suoi consanguinei, facendo querela e beffa dei liberali
che inuzzolivano. Taluno attesta, che nel tempo, in cui colle poche sue
armi concorreva alla guerra d'indipendenza, egli fosse in buoni termini
co' regii ed imperiali parenti, coi quali non aveva intralasciato i
consueti uffizii. Ond'è, che molti hanno argomentato poi dai fatti
che seguirono, e da quelli che si vanno via via svolgendo in Toscana,
che Leopoldo II non solo fosse sempre oscillante fra gli avvisi e le
parti contrarie, ma che sempre fosse fermo nella devozione ad Austria
ed alieno dalle liberali novità. Del che io non ho a fare giudicio,
perchè non ho d'onde fondarlo su base a cui la coscienza s'acqueti; nè
d'altra parte ho debito di addentrarmi nelle cose toscane più di quanto
sia necessario ad indagare e chiarire le attinenze di quelle colle
romane. E dovendo rimanermi in prudente, e direi onesta, dubitazione,
amo meglio, il confesso, pendere a benigno giudizio d'un principe che
pur si parve ornato di buone qualità, mite dell'animo, degli studii
fautore, riformatore d'abusi, quando gli altri italiani principi di sè
davano nome ed esempio peggiori.»
Ora, che cosa egli è questo vedere, e non vedere, a modo della
Vergognosa di Camposanto? Non si gittano addosso accuse pessime per
iscivolare via lasciando dietro una traccia di bava a mo' di lumaca. La
storia scrivono gli Storici, non gli Scoiattoli. Egli doveva verificare
le accuse, e se accertate esporre gravemente, e lealmente, e se non
riusciva ad accertarle doveva trascurarle, perchè davvero raccattare
quello, che ai giorni di oggi s'incontra per via, è mestiere da
carrettaio, non ufficio da Storico. Tra lo Storico, che pazientemente
raccoglie la materia, la studia, la saggia, la sottopone a religiosa
indagine, e alla fine la veste con forme caste ed elette di stile, e lo
scrivano che tuffa la penna nello inchiostro e la mena di su e di giù
per le carte, la differenza che corre è grande quanto fra un pittore
e uno imbiancatore; oltre che elle paiono, coteste del Farini, come
veramente sono, ipocrisie, che putono di vieto lontano un miglio; e per
un momento ho quasi dubitato, che dei Gesuiti oggimai fossero le voci,
ed altri avesse avuto le noci; chè se la cosa non istà per l'appunto
come la credo, in quanto a noci, almeno mi pare, che se le sieno
spartite, e da un pezzo.... — A pagine 218 afferma: «che i Ministri
tennero consiglio co' sollevatori nei Circoli nella notte dell'8
febbraio.» E veda l'onesto Farini, questo fatto che sarebbe cagione di
capitale condanna, nemmeno l'Accusa (che non ha fatto a risparmio per
inventarne grosse) ha osato affermarlo. A pag. 219 pone: «che nell'8
febbraio il Governo prima gridò, poi disdisse la Repubblica;» ed anche
questa è calunnia pretta che neppure ha potuto riscontrare nell'Accusa,
— _fidata scorta degli erranti passi_. Intorno alla inverosimiglianza
delle tre lettere scritte dal Granduca, con le quali prima chiede,
poi renunzia, e finalmente torna a sollecitare i piemontesi aiuti,
ho discorso altrove; le due prime possono credersi, non già la terza,
che a me pare immaginata a posta per salvare chi aveva promesso quello
che non _doveva_ promettere, e non _poteva_ mantenere, se gli ordini
costituzionali si vogliono osservare.
Però in queste mie miserie mi hanno somministrato non mediocre
argomento d'ilarità le lodi smodate con le quali prosegue la
commissione del Ministero Toscano del 22 settembre 1848 al Marchese
Ridolfi per le Conferenze di Brusselle. Se io di mia certa scienza non
sapessi essere allora Presidente del Consiglio Gino Capponi, non lo
crederei a cui mel giurasse; però che Gino Capponi sa, che politica
francese di Enrico IV, e seguita sempre da Richelieu a Lamartine
inclusive, fu tenere deboli e divise la Germania e la Italia, e sa
che gli Stati piccoli congregati ad equilibrio di leghe all'urto degli
Stati uniti e grossi non reggono, come vedemmo ai tempi di Ludovico il
Moro; e finalmente sa che rovina d'Italia fu appunto questa, operata
in buona parte dal Magnifico Lorenzo dei Medici, che in condurre un
disegno piccolo e cattivo pose arte e sagacia eccellenti: che mentre
le si stavano componendo su i confini, grosse ed unite, l'Austria
e la Francia, essa durava frantumata in piccoli brani; nè potersi
della indipendenza nostra neppure parlare là dove nell'alta Italia
non venga posto uno Stato forte capace a guardare le frontiere da
vicini potentissimi; — e nonostante che queste cose sapesse, leggiamo
con maraviglia commettere al Marchese Ridolfi di consentire che la
Lombardia si concedesse a un figlio di Carlo Alberto, e la Venezia o
ad un Arciduca di Austria, o a Francesco V di Modena; in quanto alla
Sicilia s'ingegnerà di promuoverne la separazione dalla Corona del Re
di Napoli, assegnandola in retaggio a un figliuolo di lui; i Ducati di
Parma e Modena ad ogni modo si sforzasse fare abolire; e per quanto
concerne Toscana _si adatterebbe a prendere_ di Lombardia un pezzo,
ma non tale che si avesse a dire di lui: la carne non vale il giunco;
però di 12 oncie buon peso, e senza osso, — e per di più Toscana non
vorrebbe chiedere, ma sì piuttosto desidererebbe essere pregata. —
Cose sono queste da far cascare le braccia ad ogni fedele cristiano.
Così, invece di diminuire, si accrescevano le divisioni in Italia! E
quello poi che riesce più stupendo a vedersi si è, che Farini, il quale
si sbraccia a maledirmi (e se fosse vero, come è falso, avrebbe fatto
bene) per essermi mostrato avverso alla composizione necessaria di uno
Stato gagliardo, trova a lodare un concetto che guastava il presente
e l'avvenire. Egli è vero che debole Stato siamo noi, e la nostra
voce poco avrebbero ascoltato; e questo a parere mio somministrava un
motivo di più o per parlare almeno magnanimi, o per tacere prudenti;
e concludo sostenendo che un uomo dotto nelle storie e nelle ragioni
della politica, come Gino Capponi, non può avere consentito così
mirifica commissione, e mi pare assai che volesse tôrne il carico il
Marchese Ridolfi, se pure non ebbe ordini segreti, che, la stupenda
commissione correggendo, la riducessero ai termini del credibile. — È
falso quanto scrive Farini a pag. 285, che «i Governanti Toscani non
erano amici al Piemonte;» io ho chiarito, onde non si rinnuovi questa
sventura, come taluni fra i Piemontesi si dimostrassero, all'opposto,
poco amici dei Toscani. — Dello esilio di Massimo Azeglio, e delle
ingiurie al Lovatelli di che ragiona a pag. 332, davvero nulla so,
che pare qualche cosa dovrei saperne, ed anche questa va messa al
monte. Delle contumelie stampate contro Gioberti, non occorre fare
altra parola. Non fu il 4, ma il 3 di aprile, che l'Assemblea sospese
il voto intorno alla Unione con Roma, non lo profferì contrario, come
Farini asserisce erroneamente, dacchè, in modo diverso, fino da quel
giorno la Restaurazione sarebbe stata decisa, e quanto racconta in
seguito non accaduto, come quello ch'era ad accadere impossibile.
— In due luoghi scrive, che gli agitatori menavano tanto rumore che
_Guerrazzi non gli sapeva sopportare_ (pag. 219), e che _i lazzaroni
democratici deturpavano la Toscana, fremente lo stesso Guerrazzi_!
(pag. 332.) Ma io ricuso cotesto pane dato con la balestra, anzi
perfino col punto di esclamazione in fondo; e neppure si potrebbe
onestamente accettare, perchè accompagnato da soverchie tumidezze e da
bugie. Bugia le sommosse fiorentine represse dalle bande livornesi;
bugia l'essermi io ridotto co' Livornesi in Castello; bugia essermi
mostrato pronto a pigliare posto nella provvisoria congregazione del
Governo; bugia il mio girare nel manico per accettare la Restaurazione
(pag. 333): le quali cose tutte, secondo che io affermo, essendo
con copia di prove dimostrate nell'_Apologia_, non abbisognano di
più largo discorso. Vorrei piuttosto tenere proposito di certa sua
imputazione intorno ai successi di Genova, molto più che l'Accusa
tocca anche di questi, e poi dice: te li do per giunta; — onde io, che
dell'Accusa non vorrei la giunta nè la derrata, mi condurrei volentieri
a tenerne ragionamento, ma basti dire (e se sia vero lo può il Farini
riscontrare nel Volume dei Documenti della sua Musa, — l'Accusa), —
che io desiderai soccorrere Genova quando venne fra noi la notizia,
che il Piemonte in gran parte commosso per lo infortunio di Novara,
respinto da sè ferocemente ogni principio di accordo, voleva tentare
le ultime prove, e quando fu detto che il Generale La Marmora fra i
patti della capitolazione ponesse quattro ore di saccheggio[802]. Non
si verificò la prima notizia, e, se male fosse o bene, mi confesso
incapace di giudicare; in quanto alla seconda, che non si verificasse
fu certamente bene. E si acquistò bella gloria Vittorio Emanuele, e diè
con auspicii felicissimi fondamento al nuovo Regno, superata Genova,
commettendo ogni trascorso all'oblio, concesso prima lo scampo a coloro
che consigli di politica lo dissuasero a ricevere su quel momento
in grazia; e leggo con piacere come il buon seme generasse frutto
migliore, conciossiachè i Liguri lo abbiano di recente accolto nella
loro nobile città con dimostrazioni di stima profonda.
In questa nuova percossa della fortuna, come fu visto l'apice a cui
possono arrivare la ignoranza con le sue stupidezze, e la tristizia
con le sue perfidie, così doveva presentarsi eziandio uno spettacolo
di stranezza piuttosto portentosa che rara, e consiste nel concorso di
due Giornali, che si accordano fra loro come il Diavolo con l'Acqua
Santa (e poichè ad uno Accusato non si addicono le parti di Giudice,
io mi asterrò prudentemente dal decidere chi di loro sia il Diavolo,
chi l'Acqua Santa), a favellare onestamente di me: uno è il _Cattolico_
dei RR. PP. della Compagnia di Gesù, come ho notato nell'_Apologia_;
l'altro è la _Opinione_, dello Autore chiarissimo della Vita di Fra
Paolo Sarpi, Bianchi Giovini, il quale scriveva nel novembre dell'anno
passato: «e prima di questo scisma, ci giustificava uno dei martiri
illustri della causa italiana, l'infelice Guerrazzi, il quale, checchè
si sia detto da alcuni, non è, e non fa mai mazziniano, e che riconobbe
anzi a quali sventurati risultamenti avrebbero condotta l'Italia i
delirii di quel Partito. Tentò egli di opporvisi, ma l'onda era troppo
forte, ed egli espia in carcere, e sotto la minaccia di un processo
iniquo, gli altrui errori.»
L