«_Poteva, dubitare che me volesse prigione.... il Senatore
Capoquadri che, Ministro di Giustizia e Grazia, volle, per
eccezione amplissima ed onorevolissima, che senza esame la Curia
fiorentina nell'Albo degli Avvocati potesse ascrivermi?_»
«Sig.r Avv.o Pregiatissimo.
«Per declinare dalle regole prescritte dagli ordini veglianti per
l'ammissione di un Legale all'Ordine degli Avvocati, è necessario che
il Postulante abbia un merito distinto. La Camera di Disciplina, che
io presiedo, non saprebbe immaginarne dei più distinti di quelli che
adornano la sua persona. Ed è per questo, che si è recata in sommo
pregio di accoglierla nell'Ordine, a cui Ella col suo nome, col suo
talento, e con le sue opere accresce lustro e decoro.
«Gradisca, signor Avvocato, l'assicurazione della alta stima e
considerazione, con cui ho l'onore di essere,
«Firenze, 24 luglio 1848.
«Sig.r F.-D. Guerrazzi, di Lei
«Devotiss.o Servitore
«Cav.re Avv.o RANIERI LAMPORECCHI.»
M
Ivi. — Pag. 762.
«_Colà stemmo raccolti sei: rappresentai la indecenza che le
donne non potessero avere stanza appartata. Credei che _a
gentiluomini e a padri di famiglia dovesse comparire sacra
la ragione del pudore: non risposero._ Rappresentai il modo
disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con
quello tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo
Vitelli, Oliverotto da Fermo e compagni_: non risposero.»
Ecco la lettera: la quale merita tanto maggiore considerazione, in
quanto che dettata sotto la impressione di memorie recenti, piena
di contestazioni di fatti del giorno, e consentanea alle prove, che
quantunque raccolte dall'Accusa pur ella ha reputato suo interesse
dissimulare.
«Signori GINO CAPPONI ed altri componenti la COMMISSIONE GOVERNATIVA.
«Desidero sia letta questa scrittura con la pazienza con la quale io
la detto. — Forse tornerà inutile, eppure non mi sembra bene ometterla,
sentendo come per molti capi importi farla alla mia religione.
«Innanzi tratto, sapete voi, o Signori, in qual modo io venni condotto
quaggiù? Rispondendo per voi dico: _No_, imperocchè mi parrebbe enorme
supporre, che voi lo aveste saputo, e consentito. A voi poco preme
sapere come infiniti modi per sottrarmi alla disonesta prigionia
mi sovvenissero e fossero offerti, i quali tutti, o non adoperai, o
ricusai; quello però che dovrebbe premervi è questo: — che la mattina
del 12 aprile la Deputazione del Municipio Fiorentino, la quale
venne all'Assemblea, consultatomi intorno alla deliberazione presa
di governare il Paese a nome del Principe, proposi farvi aderire
l'Assemblea onde le Provincie più volonterose concorressero, ed
ogni mal germe di discordia fosse tolto via; parendomi ancora pel
Principe più onorato, e meno nocivo alla libertà, richiamarlo in
virtù del consenso universale, che per forza di tumulto. A istanza
altrui formulai un Decreto che suppongo voi abbiate nelle mani; voi
sentiste diversamente da me; tuttavolta cotesta carta deve porgervi
testimonianza della mia volontà, disposta a contribuire alla pace del
Paese con tutte le mie forze.
«Raccomandandomi il _Priore Digny_ la Patria con fervidissime parole,
e confortatomi ad adoprarmi dal canto mio onde la sua miseria non si
facesse maggiore, io, rispondendo con pienezza di cuore a lui e agli
altri membri della Deputazione Municipale, proposi recarmi a Livorno
con qualche rappresentanza officiale avesse voluto la Commissione
conferirmi per disporre gli animi a starsi all'operato contenti.
Accolsero con segni manifesti di gradimento questa proposta, e il
Priore Digny m'invitava a non partirmi: _sarebbe tornato la sera a
concertare la cosa_. — Intanto i Deputati si ridussero di quieto ai
proprii alberghi, ed io rimasi contro il consiglio di tutti, e ricusata
la carrozza offertami dal _Colonnello Tommi_, stretto dal dovere e
dalla _parola data_ alla Deputazione Municipale.
«Il Generale _Zannetti_ e il Colonnello _Nespoli_ vennero verso le
ore 3 pom., il primo per _assicurarmi_ che nella serata, con treno
particolare, sarei inviato a Livorno; il secondo a offrirmi di
mandare qualche compagnia di Nazionale alla Stazione per tutelarmi,
ad ogni evento, nel caso avessi voluto partire alle 4. — E poichè il
Nespoli accomiatandosi da me mi baciava, come si costuma, in volto, il
_Zannetti_ favellò queste precise parole: _io non ti bacio adesso, ti
bacierò stasera_. Tornarono in serata _Digny_ e _Zannetti_. Il primo
tacque delle facoltà che doveva conferirmi la Commissione, donde io
inferiva che non me le volesse assentire, _ma confermarono entrambi
sarebbe il mio viaggio avvenuto nella notte per Livorno. Stessi
pronto a partire_. Verso le ore 3 del mattino ricevo il biglietto che
_unisco_, pel quale _Zannetti_ mi annunzia alcuni non volere lasciar
libero il passo, opinare la Commissione trasferirmi pel Corridore
dei Pitti in Belvedere, donde remossi i Carabinieri, avrebbe messo
la Nazionale. Questa lettera, che accenna mutamento di esecuzione a
concerto che resta fermo, in sostanza mi turbò alcun poco, non tanto
però che mi facesse dubitare di uomini probi ed amici. _Zannetti_
venne tardi la mattina, e dichiarò la prudenza consigliare che per
2 o 3 giorni rimanessi in Fortezza, tanto che la plebe si sdracasse.
Allora le donne, e il Commesso della Segreteria dello Interno Roberto
Ulacco, vollero tenermi compagnia. A confermarmi nella mia fede
valse il fatto seguente: che manifestando io esser privo di danaro
per pagare il viaggio, e certi miei debiti, il _Priore Martelli_ mi
portò L. 1000, e me le consegnò giusto in quel punto che da Palazzo
Vecchio muovevamo a Palazzo Pitti. Durante il cammino, _Zannetti_ mi
avvisò la Commissione non pareva inclinata mandarmi a Livorno, e mi
interrogava se fossi stato contento a starmi qualche tempo lontano dal
paese. Risposi: avere l'animo travagliato così dalle sciagure della
Patria, che lo avrei reputato beneficio; egli però conoscere le mie
fortune; provvedesse come gli pareva meglio. Ed egli a me: lasciassi
fare, avrebbe accomodate le cose in serata, e il giorno appresso
sarebbe venuto a darmene ragguaglio. Non l'ho veduto più. — Mi coglie
il ribrezzo pensando da cui mosse la insidia; ma insidia vi fu, e
bruttissima, a modo delle Valentinesche. Ora vorrete voi Gentiluomini
giovarvi di trame proditorie, e di fede tradita?
«Sapete voi come io stia ristretto in carcere con altre cinque persone?
Io rispondo per voi, e dico risolutamente: No. Dentro una stanza
alberghiamo quattro, due uomini e due donne, fra queste la nepote
sedicenne, cavata per pochi giorni di convento per visitare lo Zio.
Voi siete padri, o Signori. — Io non aggiungo parola; — solo desidero
vi preservi il Cielo dalla umiliazione di vedere così poco curato il
pudore delle vostre figliuole!...
«Da nove giorni qui altro non si fa che scalpellare, turare, mettere
ferrate, cassettoni, graticole e bodole, tirare tende, inchiodare
catenacci, invitiare bandelle, murare e smurare; e tutto questo
con tale una perturbazione del corpo e tortura dell'animo, da non
potersi con parole significare. La mancanza di aria, di moto, la vista
della gente che mi soffre attorno, la cura che mi lima dentro, hanno
inasprito le mie infermità, e temo peggio.
«Cagione di tanto esquisita sevizia si allegano certi segnali fatti
dalle finestre. Se alcuno di voi vedesse di quale generazione sieno
queste ferrate e questi cassettoni, e se sapesse che da martedì in
poi stanno al posto, di leggieri vi persuadereste della falsità del
rapporto. Nelle cariche che ho occupato mi son guardato sopra tutto
dalle relazioni degli amici zelanti; ho preferito piuttosto le censure
acerbe dei nemici, perchè le prime mi avrebbero quasi sempre sospinto
a errare, le seconde qualche volta mi schiarirono. Certa fiata mi
annunziarono il _Barone Ricasoli_ far grande raccolta di armi e di
cannoni, a Broglio, e mi accusavano di colpevole oscitanza perchè
non commettessi perquisizioni ed altri simili fastidii: io stetti
saldo, e fatta cautamente e discretamente esaminare la cosa, conobbi
le armi esservi, ma non molte, e per armare la Nazionale, ed esservi
pure i cannoni, ma di terra cotta. Se trascorrevo a credere, sarei
stato ingiusto e ridicolo. E perchè non metta più parole intorno a
quest'infelice argomento, dirò che in carcere sono tenuto, per la
intelligenza, come un _bruto_; per salute, come _uomo che si voglia
spegnere_; per angustia, come _Guazzino_; — insomma come un Ciantelli
non immaginò tenermi quando mi mise le mani addosso.
«E perchè sono ritenuto io? Per delitto, o per sospetto? Se per
delitto, si proceda a processo regolarmente e civilmente; io risponderò
dei miei fatti collettizii e particolari. Il Governo Provvisorio fu
necessità: voi lo consentiste, e certo non vorrete allegare che lo
faceste per forza, imperciocchè offendereste voi stessi, non patendo
violenza lo animoso Magistrato. Consultare il Paese intorno alla sua
volontà, era pure cosa necessaria, ed io l'assentiva, perchè lo stesso
Principe dal voto universale non repugnava, estimandosi amato, e perchè
Emanuele Fenzi mi assicurava non alieno lo stesso Senato. Se il voto
non riuscì universale, colpa degli uomini ignavi, non mia; e nè tutti
gli Elettori della vecchia Legge Elettorale concorrevano a votare. E
le note stampate non facevano ostacolo, perchè ogni Partito poteva
stampare le sue, e le manoscritte accettavansi. Intanto il Popolo
che ora vuole il Principato allora gridava Repubblica, ed io fui solo
contro alle sue ire, e negai che una mano di gente usurpasse il voto
del Popolo consultato con modi civili; e non senza pericolo della mia
persona, e biasimo grande degli esagerati, l'ottenni.
«Mi opposi a Laugier: in prima, perchè a noi mancavano avvisi certi del
Principe; e del Laugier conoscendo la vita e i costumi, non era ignaro
dell'avversione manifestata da lui contro la Casa del Principe fino
all'assedio di Gaeta; finalmente si presentava con la invasione dei
Piemontesi, alla quale conoscevo poco propenso il Granduca; e nemmeno
ignoravo agitarsi un Partito nella Toscana, specialmente, a Lucca, per
darsi al Piemonte. Io stesso n'ebbi eccitamenti, e nelle tasche della
mia veste da camera, chiusa nei bauli che sono in Palazzo Vecchio,
se non m'inganno, deve esserne rimasta la prova. Di più, la impresa
di Laugier venne meno per opera dei Popoli che non gli vollero dar
reità, e il suo ultimo Proclama al Popolo della Versilia chiaramente
lo manifesta. Come mi studiassi a fare che la votazione dell'Assemblea
procedesse libera, ne porgono testimonianza la rivista alla Nazionale,
i detti e gli scritti pubblici. E comprendendo troppo bene come si
dovesse calare ad onorevole accordo col Principe, allontanai quelli
che mi pareva avessero a contrastare simile concetto più efficacemente
degli altri, o arrestandoli, o beneficandoli, cosa che si accomoda
meglio alla mia natura. All'Assemblea mi opposi alla decadenza del
Principe, alla proclamazione della Repubblica, e all'Unione con
Roma: perchè la prima cosa mi sembrava piena di pericolo per la
Patria; alla seconda non reputando accomodati i tempi nè i costumi;
rispetto alla terza, parendomi cotesta Unione uno di quei matrimonii
che si contraggono _in articulo mortis_; e dei miei colleghi parte
ebbi avversi, e parte fermi a gran pena. A me il Popolo chiedeva la
Repubblica, a voi il Principato; io negai, voi assentiste; e con ciò
disposi quello che avete fatto voi e voleva fare io, pel bene di questa
Patria comune, ma con onore, salve sempre la libertà e la sicurezza
delle persone. Atti, e scritti attestano questo mio concetto, e lo
attesteranno anche persone spettabili, costituite presso noi in ufficio
diplomatico.
«Avere dato opera alla difesa dei confini non deve ridondarmi in
biasimo, sia perchè la difesa era stata promessa a codesti Popoli nella
loro dedizione, e fu rinnuovata poi; sia perchè mi pareva onorevole
rendere il Paese quale era stato lasciato al Principe, commettendo per
l'avvenire la cura di provvedere a lui stesso. Tutelai la Religione
richiamando lo Arcivescovo di Firenze, e tenendo ferme le censure
comminate da Lui contro preti protetti dal Popolo; mantenni con ogni
supremo sforzo il Paese salvo da omicidii e da saccheggi: l'altrui vita
salvai esponendo la mia.
«Spero che nessuno di voi mi reputi così scellerato o stolto, che per
me si partecipasse al fatto eternamente lamentabile dell'11 aprile. Il
Battaglione Guarducci ottima prova di sè aveva fatto a Pistoia, siccome
lo attestano le dichiarazioni che io mi ebbi, e la fede dello egregio
Franchini mandato a speculare sui luoghi. Da Arezzo, dove fu diretto,
prima vennero biasimi, poi giustificazioni per la parte del Romanelli,
onde io non reputai commettere fallo rendere cotesto Battaglione a
Pistoia, facendolo transitare da Firenze, e qui fornirlo di armi e di
vesti. Intorno a questa gente io non ricevei mai reclamo, nè credo lo
ricevesse il Ministro della Guerra. I Volontarii raccolti in Fortezza
di San Giovanni erano consegnati, ordinai che non uscissero, e lì
dovevano organizzarsi, appunto come il Battaglione che n'era uscito
il giorno 9. Le compagnie stanziate in Borgo Ognissanti commisero
brutti falli e insolenze: queste furono sottoposte alle discipline
militari: quando alcuni di loro furono arrestati a Porta a Prato,
andai di persona, gli rimproverai acerbamente, e, chiamati più volte
gli ufficiali, ordinai si punissero con tutto il rigore della Legge.
La Nazionale di Guardia può far fede del successo. Simili insolenze
non erano nuove, e furono commesse anche dalla gente stanziata
all'_Uccello_, la quale ricercata e punita non porse argomento a gravi
contese; molto meno a collisioni sanguinose. Quando avvenne il fatto
di Piazza Vecchia, andai di persona, — e quello che operassi, e quali
pericoli corressi per istrappare a forza cotesti sciagurati dalla
guerra infame, ve lo dica la gente, non io. — Meglio per me fossi morto
quel giorno!
«Se mi ritenete per sospetto, io vorrei dirvi che la mia vita politica
è rotta, che le sciagure della Patria mi hanno percossa la mente così
da dissuadermi da partecipare più oltre nella cosa pubblica; ma voi
lo terreste per giuramento di marinaro: vorrei offrirvi la mia parola
di onore, ma, temendo ripulsa, non la espongo; solo vi avvertirò che
vogliate ricordarvi come i tumulti a Roma non cagionassero mai la
rovina della città, perchè terminarono con una Legge; all'opposto
in Firenze, perchè si conclusero con prigionie, esilii, ed ingiurie
maggiori. Se voi mi reputate un Capo Partito pericolosissimo avete tre
modi: o ammazzarmi, o conciliarmi, o cacciarmi via. Il primo modo voi
non vorrete, nè potrete tenere; il secondo pare che schifiate; rimane
il terzo: ebbene, se vi par giusto, fatelo. Ho letto le storie non per
ornato vano, sibbene per condurvi sopra la vita; e lo esempio di Giano
della Bella m'insegna come gli animosi cittadini abbiano a sacrificarsi
in benefizio della Patria. Nè possono mancarvi mezzi per assicurare a
voi la mia partenza, e rendere a me meno amari i passi dell'esilio.
«Ritenendomi in carcere, voi mi rovinate la salute, e questo la
coscienza vostra, che pur siete gentiluomini e cristiani, non lo può
patire. — Rovinate i miei nipoti che, orfani per malignità del Choléra,
tornano adesso (poveretti!) orfani una seconda volta. Rovinate le mie
poverissime fortune, e condannate me e loro alla miseria.
«Ritenendomi in carcere, parrà che lo facciate per compiacere una plebe
matta, che non sa servire nè esser libera, mutabile e feroce, e che me
le gettiate davanti come alle belve nel circo; parrà che lo facciate
per vendetta di me che pure non vi offesi, ed anche di recente mi
condussi verso voi con la convenienza che meritate; parrà lo facciate
in benefizio di una Fazione che vince; e quindi, comecchè coperti,
cresceranno i rancori, e a loco e tempo proromperanno, nè avremo pace
mai, e con somma contentezza dei nostri nemici presenteremo l'aspetto
di moribondi litiganti sull'orlo della fossa. A me sembra essere tratto
quattro secoli addietro, e mi paiono rinnuovate le gare degli Albizzi,
degli Alberti, dei Ricci, e degli Scali: la prerogativa regia diventata
quasi un pugnale, che i contendenti s'ingegnano strapparsi di mano per
offendersi a vicenda.
«Queste cose ho voluto dirvi per la Patria, per la mia famiglia,
e per me, onde voi mi trovaste modo onorevole di uscir di paese, —
pensaste alla mia famiglia, alla gente che volontaria pena oggi qui
meco, e comunque giovane si consuma, — e alleggeriste le angustie
del carcere disonesto, che davvero sono troppe, e non sopportabili.
Abbiate mente che così, senza offesa della vostra reputazione, non può
tenersi un uomo che il Principe elevò al grado di suo consigliere, e
voi stessi eleggeste a governare il Paese. In ogni evento della fortuna
gli uomini, ancorchè emuli, hanno da usarsi scambievolmente un certo
tal quale pudore di convenienza, senza del quale il costume pubblico
precipita con danno infinito in cinismo feroce.
«Che se tutte queste considerazioni, e queste istanze per altrui e
per me, dovessero convertirsi in un nuovo motivo d'ingiuria pei miei
cari, e per me, allora la storia domestica mi presenta un altro esempio
imitabile in tutto — eccetto che in una parte, — e questa consiste nel
non desiderare mai che dalle mie ossa sorga verun vendicatore.
«Dalle Segrete, 28 aprile 1849.
«F.-D. GUERRAZZI.»