Andando con la nepote e la governante, chiesi (dacchè trattavasi di
pochi giorni) mi seguitassero Roberto Ulacco segretario, e i due
servitori; e lo concessero; Ulacco subito, i servitori più tardi.
Durante il cammino.... Ma giova sempre, quando si può, che da
per loro i testimoni raccontino. — Generale _Zannetti_: «Siccome,
strada facendo, il signor Guerrazzi mi domandò più volte s'egli era
prigioniero, oppure se così si agiva per tutelarlo semplicemente dal
Popolo, NON MANCAI RIASSICURARLO, DICENDOGLI CHE LA COMMISSIONE NON
POTEVA MANCARE A SÈ MEDESIMA. ma poichè ebbi ad accorgermi che la
commissione governativa NON MANTENEVA ALTRIMENTI LA SUA PROMESSA,
E PIÙ CHE MANCAVA DI FEDE E DI RIGUARDO ALLA GUARDIA NAZIONALE,
ED ALLO STESSO CAPITANO CONSEGNATARIO, UNENDO I CARABINIERI ALLA
GUARDIA NAZIONALE, PER TUTELARE IL SIGNOR GUERRAZZI; E DI PIÙ VEDENDO
CHE LA COMMISSIONE GOVERNATIVA NON TENEVA LA PROMESSA DELLA INTERA
RIPRISTINAZIONE DEL GOVERNO COSTITUZIONALE; io che aveva firmato con
lei, a nome della intera Guardia Nazionale, il primo Decreto da essa
fatto della Restaurazione del Governo Costituzionale, non trovai altra
via lecita e conveniente a calmare la mia coscienza, che quella di
ritirarmi dal posto di Generale.»[748] Però mi veniva confermando,
che la Commissione di mandarmi a Livorno non aveva voluto intendere
nulla, e mi tornava a interrogare se io fossi contento davvero di
starmi per qualche tempo lontano dal paese; ed io gli rispondeva:
— che lo avrei reputato (tanto mi sentiva sbigottito dalle sventure
della Patria) sommo beneficio; però conoscere egli le mie fortune, e
a vivere fuori con la mia famiglia lungamente non mi bastare; ed egli
cortese si esibiva tornare la sera a conferire meco in proposito; la
quale cosa non consentii, dicendo tenermi per soddisfatto se avesse
voluto favorirmi il giorno veniente. — Così alternando varii discorsi
arriviamo al quartiere del Comandante le Guardie di Onore, dove ci
tratteniamo alquanto; quindi prendendo passo passo su per l'erta del
monte giungiamo sotto le mura della Fortezza di San Giorgio. Qui mi
occorre un'altra infamia; le mura apparivano gremite di Veliti, i quali
presero a profferire minaccie e improperii contro di me. Io strinsi il
braccio al Generale Zannetti, e guardatolo in volto lo interrogai con
voce tranquilla: — Dove mi porti? — Come restasse quel virtuoso uomo,
male può con parole referirsi; chiamò tutto commosso il Comandante
del Forte signor Cavalier Galeotti, il quale o non poteva reprimere
cotesta ignominia, o la sopportava, e acerbamente lo rimproverava
dicendogli: «Così non mantenersi patti; Carabinieri non dovere
essere in Fortezza; ricondurmi indietro finchè non isgombrassero.» Il
Comandante Galeotti lo chiamò in disparte, sussurrandogli non so quali
parole nell'orecchio, a cui il signor Zannetti non parve acquietarsi.
Retrocedemmo al Palazzo Pitti; passata qualche ora, torna il Generale
affermando che adesso potevamo andare sicuri, perchè i Veliti a tenere
dei patti erano stati remossi, e che le parole date si avevano ad
osservare. Certo, quando pervenimmo la seconda volta sotto la Fortezza,
Veliti non vedemmo: i Veliti erano stati appiattati nel quartiere;
partito appena il Generale Zannetti uscirono fuori! — Così, postergato
ogni pudore, prendevano bruttissimo giuoco della fede di uomini onesti!
— In quanto al Comandante del Forte, mi proverò a sforzarmi di credere
che egli non fosse partecipe di cotesta infamia. E infamia fu, però
che, come ho annunziato altrove, questi, soldati no, ma della onorata
milizia onta perpetua, sotto le finestre venissero a inasprirmi con
disoneste parole l'amarezza del carcere, e traverso le imposte della
porta taluno di loro minacciasse volere darmi della baionetta traverso
il corpo. O non vi bastava il trofeo del canto al Mondragone?[749]
Mentre a diligenza del Municipale signor Cavaliere Martelli
apparecchiano il quartiere molto alla lesta, come quello che doveva
bastare per giorni, e si può dire per ore, io e i miei ci riduciamo
nelle stanze del Prevosto. Qui mi si mostrava assiduo al fianco il
Capitano Galeotti, e volendolo io dispensare dall'ufficio, risponde
secco: «avere ordine di guardarmi a vista.» Finalmente prendiamo stanza
nello alloggio preparato. Il Capitano Galeotti domanda se avessi armi
addosso per risparmiarmi la visita su la persona! «Ma che sono io
arrestato?» gli domandai. «Tali non sono i patti.» Il Capitano risponde
secco: «avere i suoi ordini.» La mattina appresso volendo accostarmi
alla finestra per bere un sorso di aria pura, m'impongono ritirarmi; nè
stette molto, che alle quattro finestre ebbero messo le ferrate, poi
le tramoggie, poi le graticole, poi le ribalte guarnite di festoni di
tela, le quali calavano alle ore 24; sicchè mi parve essere diventato
proprio Giona in corpo alla balena. Se l'ardore del Sole schiantava le
tavole tanto che _un pelo di luce_ passasse, ecco di subito calafati e
falegnami, che penzoloni imbracati con corde inchiodavano, sverzavano,
ristoppavano la fessura: poi visita alle finestre due volte il giorno,
nè la rimanente casa restava imperquisita: nè basta ancora: guardie di
sotto, guardie di sopra e all'uscio, e per le scale; nessuno usciva;
fu dopo qualche giorno, non senza difficoltà, e non so se previa
visita personale, concesso dal Cavaliere Galeotti castellano al _cane_
di prendere aria pel Forte, ma legato. — Colà stemmo raccolti sei:
rappresentai la indecenza che le donne non potessero avere stanza
appartata. Credei che _a gentiluomini e a padri di famiglia dovesse
comparire sacra la ragione del pudore: non risposero_. Rappresentai il
modo disonesto del prendermi, che mi pareva nato a un parto con quello
tenuto dal Valentino a Sinigaglia per ammazzare Vitellozzo Vitelli,
Oliverotto da Fermo e compagni: _non risposero_. In cotesta dimora, che
di bellissima erano riusciti a rendere infernale, durammo giorni 44,
tranne un servo (anch'egli, poveretto! côlto al laccio), che, caduto
infermo di febbre, era trasportato per refrigerio al Carcere delle
Murate.
Fu tramutato di Arno in Bacchiglione!
Così sepolto vivo, ignaro affatto di quello che pel mondo accadeva,
mando il nepote al suo zio in Roma credendo sottrarlo al pericolo,
quando ad un tratto con profondo rammarico conosco averlo esposto a
pericolo maggiore. E se vi talentasse sapere quali pericoli il mio
nipote, qui nella sua Patria, corresse, ve lo dirò. Giovane di 15 anni,
un bel giorno mi significò volere ridursi in campo per fare il suo
ufficio nell'arme dell'artiglieria. Io per distornelo gli dissi, che se
voleva andare si scrivesse soldato. La età novella, il duro mestiere,
la qualità del semplice gregario, gli affetti domestici e i comodi
della casa, non valsero a trattenerlo; nè io, premendo il dolore, lo
trattenni. Il giovanotto dopo il 12 aprile dai proprii camerati fu
preso in abbominio; — uno gli sparò dietro lo archibugio! — Non vi pare
questa una turpissima azione, o Signori? — Ed ora egli naviga l'Oceano
fuggendo una terra così poco amica al suo sangue. Forse i miei occhi
non lo rivedranno più; ma la mia benedizione lo accompagnerà da per
tutto; — e la nepote, che uscita di convento per visitare lo Zio si
trovò ad accompagnarlo in prigione, anch'essa come grano di spelda vive
balestrata fuori della Patria sua... Oh! il primo passo che mosse per
la vita fu doloroso per lei, — e queste sono le sventure che dissi:
mano di uomo non può riparare, quella di Dio consolare soltanto.
Dopo 44 giorni, certa notte di maggio con misterioso terrore mi
strappano allo improvviso dalle braccia della mia nepote, e mi
trasportano al Carcere delle Murate; quinci la notte appresso pure mi
rimuovono, e mandano a Volterra: di là finalmente, nel novembre del
1849, mi tolgono e ricacciano dentro alle Murate, dove fino da quel
tempo giaccio sepolto.
Qui per _ammenda_, dopo lunga procedura, un giorno, armati fino ai
denti di tutte armi, e a me nudo affatto, e legato, quasi per ischerno,
di repente dicono: _Difenditi!_ Per _ammenda_, l'Accusa, esordita da
uno Zagri barattiere e prevenuto adesso di falsità, sopra le traccie
somministrate da lui di continuare non rifuggono. Per _ammenda_, i
Documenti della mia Amministrazione all'Accusa concedonsi, che ad uno
ad uno gli esamina e gli sceglie; a me poi l'Accusa, e i Giudici fino
ad ora li contendono.[750] Per _ammenda_, si trovano Giudici, che
scrivono avermi colto in _fragranti_! quando mi trovavo in Belvedere,
dove dimoravo sotto fede che alla mia libertà non si attentasse.
Per _ammenda_, i miei Giudici naturali e necessarii, trattandosi
d'imputazione relativa alla malleveria ministeriale, dove intervenne
perfino Decreto firmato dalla Corona, non mi consentono. Per _ammenda_,
immaginano non so quale delitto _continuo_ e _complesso_, per cui
mi troverei esposto a rispondere perfino dei fatti, che io stesso mi
credei in dovere reprimere. Per _ammenda_ novella, congiungono il mio
con non so quale altro, processo di Pistoia, dove, per quanto intendo,
si tratta di espilazione e di altre simili turpitudini. Per _ammenda_
(incredibile a dirsi se non fosse vero!), L'ACCUSA IL TESTIMONE
ZANNETTI RIFIUTA, IL TESTIMONE DIGNY CHIAMA A DEPORRE, — e questo parmì
che tocchi la cima di quello che può osare un'Accusa... — Certo io sono
vivo... la morte violenta di Oliverotto da Fermo, nè del Carmagnola, ho
sofferto. Il secolo e il paese civili queste immanità non consentono...
dal sangue aborriscono... i troppo delicati nervi se ne irritano. Lo
imputato si lascia per anni e anni nella trista compagnia dei suoi
pensieri angosciosi; gli si dà spazio infinito a contemplare la sua
famiglia distratta, la dissoluzione del suo corpo, la etisia della
sua intelligenza; gli si nega un sorso di aria pura. — Era barbarie,
ma barbarie grande, quella di levare dal mondo un uomo per morte
violenta: oggi la carità persuade restituirglielo, decorso spazio che
reputasi conveniente di tempo. — Andate, affrettatevi al carcere, amici
e parenti; l'ora venne per riscattare dalle mani di questa carità il
prigioniero; ricevetelo, amici e parenti; ella vi consegna — che cosa
mai? — un _matto_ o un _moribondo_.