Spedizione di Lucca.
§ 1. _Dimostrazione storica._
Dove io indirizzassi la parola ai benevoli soltanto, mi sarebbe avviso
procedere a modo di storico, risparmiando loro il tedio di leggere una
serie di allegazioni non sempre piacenti, qualche volta tristissime; ma
essendo io accusato, e favellando ad uomini che meco certo non vogliono
fare a fidanza, è pur mestieri che io vada piuttosto compilando
documenti, che dettando storie. Per ora mi aiuto con le notizie che
mi somministrano taluni libri e giornali e qualche persona dabbene a
cui duole questo mio strazio, e il Volume dell'Accusa a cui questo mio
strazio punto non duole; anzi le piace. Quando mi saranno consegnati
gli Archivii, potrò confermare lo esposto ed ampliarlo a maggiore
edificazione dei cultori della giustizia; nonostante, anche quello che
mi è venuto fatto raccogliere basterà al mio assunto presso gli onesti:
e forse, o io erro a partito, ce ne sarà di avanzo.
Continuando pertanto la Dimostrazione storica impresa nelle precedenti
pagine, metterò prima di tutto un Proclama che fu diffuso a migliaia
di esemplari. Di questa sorta pubblicazioni avrebbe potuto adunare
l'Accusa copia bene altramente abbondevole; contentiamoci di quello
che ci dà. A caval donato non riguardiamo in bocca. Dallo stile e
dai modi parmi fattura lombarda; in molte guise, e, per la temperie,
efficacissime, egli intende provocare la Unione della Toscana allo
Stato Romano:
«Popoli di Toscana!
«Nella lunga e travagliata vita delle Nazioni Dio suscita un pensiero
che debbe rinnovarle; quei Popoli che non l'intendono e lasciano
trascorrere il tempo prefisso, soscrivono di per sè la loro sentenza di
morte politica e civile.
«Toscani! Ora noi ci troviamo in questa condizione. Colui che per
molti anni tenemmo a Principe, l'uomo che la intera Toscana a furia
di affettuose dimostranze s'ingegnò di persuadere a farsi iniziatore
della nostra nazionalità, è fuggito; fuggito non per lasciare una terra
che ne lo cacciava, ma sì per farsi simulacro di guerra civile, per
infiammare tutte le malvagie passioni che il senno del Popolo aveva
saputo spengere; fuggito per disgregare gli animi, sperando, a cotesto
modo, di sostituire alla suprema guerra di principio la guerra de'
fratelli.
«E fuggendo, esso ha fronte di scrivere che in ciò obbediva alla sua
coscienza. Questa gli acconsentiva pure di sottoscrivere liberamente al
Programma del Ministero Guerrazzi-Montanelli e alla Legge fondamentale
per la Costituente; lo raffreddava in altri tempi, allorchè la intera
Toscana, credendo alla possibile colleganza fra i suoi interessi e
quelli del Principe, chiedeva la Guardia Nazionale, e con la sola
forza dell'affetto lo poneva sulla via di fortificare il suo potere.
Ma allorchè le libere istituzioni, per la logica conseguenza, gli
mostrarono come bisognasse romper guerra allo straniero, allorchè,
per comunione di dolori, Italia chiese di tornar Nazione, la coscienza
di quest'uomo si ribellava, gli permetteva di dire e disdire, ed anzi
gl'imponeva di farsi segnacolo di dissidii civili. Dal Porto di Santo
Stefano cotesta sua coscienza attende che batta l'ora della nostra
sventura.
«Toscani! Facciamo per modo che esso attenda invano. Il nostro
maraviglioso passato, il nostro senno, la nostra dignità c'ispirino;
maestri di civiltà in altri tempi, mostriamo all'Europa che le libere
tradizioni vivono intiere negli animi nostri, che in noi non vi ha ira
di parte, ma sì febbre di riscatto nazionale, e che se fummo infelici
e divisi per le congiurate previsioni di Principi, liberi ora, sapremo
volere e tornar grandi. Considerate di qual sorte sia la coscienza di
quest'uomo. Essa gl'impone ora di lasciare così gli amici come i nemici
in balía della incertezza; lo forza di aderirsi allo scomunicatore
di Gaeta e di assistere dalla lunga alle soffiate vampe di Empoli; lo
mette d'accordo coi consigli dell'Austria che ne concertava la fuga,
e lo fa rinnegare il proprio Popolo, la propria parola. Circondato da
arme, e vinto da interessi stranieri, quest'uomo si confida di seminar
paure, di suscitare stragi e rapine nel suo nome. Disperato per la
prevalenza d'un principio, esso si appiglia ad una fazione ingannata,
specola sulla ignoranza dei Popoli della campagna, e pone così il
suggello al proprio decadimento. Nell'ora della fuga i Principi tutti
si somigliano, e interamente si palesano: e questa è opera di Dio.
«Cacciato non da noi, ma dalle sue fallaci promesse e dai fatti arcani
e dai vincoli di sangue che l'uniscono all'Austriaco, Leopoldo di
Lorena non intende il Popolo nè l'Italia. Toscani, mostriamo ad esso
che la Libertà, l'Ordine, le Leggi non s'incarnano in un uomo, non
riposano sopra una volontà. Il Principe può andarsene, ma il Popolo
rimane, e con esso il sentimento della propria dignità e de' suoi
diritti. Col Principe adunque gli errori del passato, con noi le salde
speranze di un riposato futuro, la gloria del combattuto presente.
«I Martiri di Curtatone, il fiore più eletto della giovine Toscana
non debbono essere caduti indarno. Se non giovarono alla causa dei
Principi, essi tuttavia rimangono sacri a quella più schietta de'
Popoli. Percossi in terra tornata a servitù, attendono che la Toscana
con sapiente ardimento raccolga il frutto del loro sacrifizio.
Fortifichiamo i nostri liberi ordinamenti politici, acciocchè
l'Europa li rispetti e vegga in essi la unanime volontà di un Popolo
al quale tutte le classi hanno diritto e debito di appartenere, il
saldo proposito di una Nazione ridesta. Imperocchè le Potenze non si
attentano di combattere i Popoli che vegliano concordi, ma sì quelli
che, divisi in fazioni, guastano il concetto nazionale. Ricordiamo che
la guerra civile è il più valido aiuto alla oppressione straniera, che
i Potenti la soffiano, che i Principi la incitano. Essa è la loro arma,
quindi non può esser mai quella dei Popoli.
«E poichè la veneranda Roma, scossa la vergogna secolare, impaura i
nostri eterni nemici col supremo grido di libertà, e li fa maravigliare
del suo senno; adoperiamoci per metterci in grado di partecipare
all'ineffabile amplesso. Affrettiamo senza esorbitanza l'adempimento
delle nostre promesse; smessa ogni gara di Municipio, le città sorelle
della Toscana aiutino la impresa, e stretti in una benedetta comunanza
d'interessi e d'intendimenti, vegga il nimico d'Italia che i Popoli non
si vincono quando fra essi riescono ad intendersi.
«Firenze 15 febbraio 1849.»
Il Governo Provvisorio attendeva a chiamare la gioventù alle armi; i
Circoli, nello scopo di soverchiare il Governo, ecco si recano in mano
questo mezzo di forza per adoperarlo contro me, o piuttosto a vantaggio
dei loro disegni. Una cosa essi promettono, un'altra ne fanno: danno
ad intendere, _a cui ci voleva credere_, avere decretato spedire in
Provincia Commissarii onde prestare opera vantaggiosa al Governo in
questo negozio, per cui ottengono che il Ministro dello Interno lasci
stampare sul Giornale Ufficiale una specie di avviso concepito così:
«Il Circolo del Popolo di Firenze, nelle gravi circostanze nelle quali
è costituita la Patria, ha decretato inviarsi in tutte le Provincie dei
Commissarii muniti di apposita credenziale per organizzare Circoli, per
eccitare lo spirito pubblico, per promuovere il più generale armamento
delle popolazioni in difesa della Patria. Restano perciò invitati
tutti i buoni cittadini di accoglierli ed aiutarli nella sacra loro
missione.» — (_Monitore_, 17 febbraio 1849.)
E per inspirare maggiore fiducia al Governo scopertamente si affaticano
a questo ufficio: «_Ieri_ il Circolo del Popolo teneva una pubblica
seduta in Piazza, sotto alla Loggia de' Lanzi, ad oggetto di eccitare
questa popolazione _ad accorrere in gran numero alla difesa della
Patria, facendosi inscrivere nei ruoli dei Volontarii aperti a
quest'uopo dal Governo Provvisorio toscano_. Un numero considerevole
di cittadini assisteva all'adunanza ec.» — (Supplem. al _Nazionale_, 17
febbraio 1849.)
Ma il Giornale che si annunziava _Monitore del Circolo di Firenze_, se
poi gradito banditore o mal gradito io non so, il segreto fine subito
dopo palesava: «La pronta Unione con Roma fu argomento principale,
anche ieri sera, alla discussione nel Circolo. E questa volta fu
coronato da un voto. Il Circolo decise, a unanimità, di spedire
25 Commissarii, cinque per compartimento dello Stato Provvisorio,
per invitare tutti i Circoli, corpi morali e Guardie Nazionali ad
esprimere i voti, o mandare deputati a Firenze, per chiedere al Governo
Provvisorio la solenne dichiarazione di unirsi a Roma.» — (_Popolano_,
17 febbraio 1849.)
Per questi indizii, e più per gli avvisi tanto ufficiali come
amichevoli, io ottimamente comprendeva quale bufera stesse per
iscoppiare. Con molta industria, di lunga mano, si erano indettati
i Circoli provinciali col Circolo fiorentino d'inviare a Firenze,
pel giorno 18 di febbraio, gente più accesa in forma di Deputazioni,
affinchè forzassero il Governo a dichiarare la Repubblica.
«Circolo politico popolare di Barga.
«Cittadino.
«Con deliberazione di questo Circolo nell'adunanza straordinaria del
16 corrente fu creata, alla unanimità ed acclamazione, una Commissione
nei cittadini Avv. C. B., Avv. D. C., Dott. A. M., affinchè nel giorno
di domenica, 18 stante, si presenti a cotesto Circolo del Popolo,
e, di concerto con quello, domandi, a nome del Popolo di Barga, al
Governo Provvisorio toscano la immediata unificazione e fusione con la
Repubblica Romana, senza attendere l'apertura delle Camere.
«Ha fiducia questo Circolo che accetterete di buon grado un tale
incarico, essendo ben noti i vostri sentimenti politici, democratici,
italiani.
«Salute e fratellanza.
«Dalla residenza del Circolo Popolare, li 16 febbraio 1849.
«Al Cittadino Avv. C. B., Firenze.
«Il VICE-PRESIDENTE.»[406]
Da Lucca il Prefetto avverte il Governo nel 17 febbraio:
«Il Prefetto di Lucca al Ministro dello Interno.
«Alle ore tre e mezzo pomeridiane, dal Circolo politico di questa
città è stata inviata al Governo Provvisorio una Deputazione il di
cui mandato si è di manifestargli il desiderio della unificazione
dello Stato Toscano a quello di Roma. La Deputazione è composta degli
appresso cittadini. (Seguono i nomi.)
«Il Prefetto LANDI.»[407]
Il Governatore di Livorno, il medesimo giorno, manda:
«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima, con cartelli e
bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto
a parlare. Ho promesso d'informare il Governo, e, senza promettere
niente, mi sono limitato a lodare la Repubblica Romana. Credo di sapere
che domani si portino costà deputazioni di tutti i Circoli per chiedere
quanto sopra.
«17 febbraio 1849.
«PIGLI.»[408]
E quando mai l'Accusa desiderasse imparare se manifestazioni siffatte
avessero o no potenza per costringere, può considerarlo da sè stessa,
leggendone il racconto nel _Corriere Livornese_ del 17 febbraio
1849: «Al mezzogiorno il Popolo, muovendo da tutte le Associazioni
Parrocchiali con bandiere e cartelli esprimenti i suoi alti desiderj,
si è diretto sulla Piazza del Popolo, da dove con le bande musicali
ha poi mosso verso il Palazzo del Municipio. Immensa era la folla; e
le grida di _viva la Repubblica Italiana, viva l'immediata Unione con
Roma, viva la guerra_, riempivano l'aria; giunta la moltitudine in
Piazza Grande, ha fatto sosta presso la Comunità, ove si è recata una
Deputazione. Il _Gonfaloniere ha esternato ai deputati, confortanti
e ragionate parole, le quali poi ha ripetute al Popolo festante dalla
terrazza, ricambiate coi più fragorosi evviva_. La folla ha voluto poi
salutare l'egregio cittadino Governatore, che ha dette al Popolo calde
e generose parole. Quindi la moltitudine pacificamente si è sciolta,
nel pensiero di riunirsi dimani alla Capitale coi fratelli di tutta la
Provincia Toscana e concorrere uniti a compiere un atto, al quale oggi
sono più che mai rivolti tutti i nostri pensieri, come àncora della
salvezza d'Italia.
«La sera, nel Teatro Rossini, vi fu adunanza del Circolo Nazionale
e di tutte le Associazioni Parrocchiali della città. Il concorso fu
straordinario; la platea, i palchi, l'orchestra ed il palco scenico
rigurgitavano di Popolo. Fu discusso intorno allo inviare domenica
(dimani) al Governo Provvisorio una Deputazione di tutti i Circoli,
del Municipio, della Guardia Nazionale e di Popolo, per dimandargli
la immediata unificazione della Toscana con la Repubblica Romana; e
la deliberazione in proposito avvenne tra le assordanti ripetute e
generali grida di _viva la Repubblica, viva l'Unione immediata con Roma
repubblicana_.
«Fu deliberata pure per l'indomani una solenne dimostrazione al nostro
Municipio, onde invitarlo a concorrere per parte sua ad appoggiare le
dimande del Popolo.»
Io riporto, senza farvi osservazioni, le storie dei Partigiani
della Repubblica; in breve ne rileverò gli errori, che artatamente
essi v'insinuavano. Venne il giorno 18; e quale egli fosse, uditelo
ora descritto dalla _Costituente Italiana_, Giornale compilato da
scrittori lombardi, i quali, per adoperare la penna, posavano un
momento la spada: «Ogni giorno, ogni ora il Popolo chiede sollecito
al Governo la parola che sanzioni e che compia la sua rivoluzione,
che dia un significato a _questa agitazione perenne_, la quale è
desiderio, bisogno di vita italiana: esso sventola innanzi al viso
dei suoi rappresentanti la bandiera della patria, e mostra loro la
nappa di unione, onde scrivasi il patto fraterno, si tolgano i confini
segnati colla spada, si decretino i nostri destini. — E quest'_oggi
anche Livorno, Pisa, Lucca e altre città toscane avevano inviate
le loro Deputazioni, affinchè il Governo, rafforzato innanzi ad una
Rappresentanza Toscana_, potesse coscienziosamente rispondere ai voti
comuni, e il Paese passasse nella tranquillità di una determinata
situazione.
«_Un programma del generale Laugier_ palesava vie più la necessità
della Unione immediata. Vedevasi, per esso, come Leopoldo restasse
ancora a Porto Santo Stefano con una speranza nel cuore, con un
pensiero alla bella Firenze e al magnifico Pitti, con un piè sulla nave
che lo tragga lungi dai popoli che lo sdegnano, e l'altro sulla terra
ove fu re. — Vedevasi come, esso Laugier, nel di lui nome, innalzasse
il vessillo della ribellione, e si preparasse a marciare su Palazzo
Vecchio, Zucchi del Granduca, spacciandosi avanguardia di 20 mila
Piemontesi, Spagnuoli della Toscana; _quindi maggiore la necessità di
gettare un fatto compiuto in faccia a queste speranze_, di opporre a
questi tentativi una forte posizione militare.
«Recavansi le Deputazioni accennate, unitamente a una rappresentanza
fiorentina, unitamente ai Volontarii accorsi all'appello della Patria,
_per presentare un'altra volta al Governo la volontà del Paese_.
Chiedeva tempo il Governo a rispondere, fino dopo il banchetto che
imbandivasi dal Circolo del Popolo alle Deputazioni delle Provincie
e ai Volontarii, fra le Loggie del Palazzo degli Ufizii. — Bello ed
utile pensiero degli uomini del Circolo di adunare questi prodi al
desco fraterno, di mostrare ai cittadini i primogeniti della Patria,
di offrir loro questo tributo di affetto e di riconoscenza, questo
plauso universale. — Era uno spettacolo gaio, commovente, questo
convito modesto, ove officiali e soldati si alternavano i bicchieri,
ove ai _Viva la Repubblica_ succedevano i cantici della libertà,
ove, nella fratellanza della città repubblicana, si iniziava l'intima
domestichezza del campo! — E Francesco Ferruccio impalmava la bandiera
tricolore, e portava il _berretto frigio_ sul capo;» — (Ah! Francesco
Ferruccio si copriva il capo di celata di ferro, non già di berretto
frigio; e quando minacciava il nemico, beveva un sorso di vino in
piedi, ed anche Dio glielo annacquava![409]) — «era il connubio della
Repubblica del Savonarola colla moderna Repubblica nell'ultimo martire
repubblicano caduto sul campo.
«Finito il banchetto presentavansi sotto la Loggia dell'Orgagna il
presidente del Circolo del Popolo, del Comitato Italiano, e _Giuseppe
Mazzini_ venerato apostolo di libertà. — Parlava Mazzini; e provato
come le nazioni nei momenti supremi non si salvino che per audacia
ed _abnegazione_, chiedeva se volessero proclamare l'Unione con Roma
e la Repubblica, e votarsi tutti alla difesa delle frontiere. Un
grido di approvazione copriva la voce dell'oratore, e le bandiere di
tutta Toscana ondeggiavano salutando la Repubblica Italiana. _Allora
leggevasi una formula di Decreto col quale era stabilita l'Unione a
Roma; era proclamata la Repubblica; nominando frattanto un Comitato di
difesa composto di Guerrazzi, Montanelli e Zannetti_, coll'aggiunta
di una Commissione di altri benemeriti cittadini, _dichiarando
definitivamente decaduto Leopoldo Austriaco, e traditore della patria
il generale Laugier_. Ad ogni parola interminate acclamazioni, ovazioni
sincere, ed in fine la richiesta che _tutto subito si presentasse
all'accettazione del Governo Provvisorio_. — Il Governo _ricevette con
giubilo_ le attestazioni di fiducia, dichiarò che la voce del Popolo
interpretava il cuore anche de' suoi rappresentanti, e ch'esso aderiva
ai voti e alla volontà sì costantemente e generalmente manifestati;
che però la proclamazione definitiva dell'Unione Repubblicana
rimetterla all'indomani, _affinchè avesse luogo con quella solennità
e in quell'apparato di forza che esige un atto nazionale_.» — (Questo
era falso, ma la menzogna è necessità nei Faziosi.) — «L'ebbrezza
del Popolo fu quale l'abbiamo conosciuta nei primi giorni di questa
rivoluzione; a un tratto s'illuminarono le vie, suonarono a festa le
campane, e Firenze echeggiò dei canti di guerra. Il Popolo _volle
innalzato l'Albero_ della giovine Libertà, a simbolo di quella
libertà che palpita nei nostri petti, a promessa di quella libertà che
pianteremo nelle nostre istituzioni.»[410]
Il _Popolano, fidus Achates_, del pari nel foglio del 20 febbraio
1849: «A ore 2 pomeridiane i Volontarii, già riuniti presso il Circolo,
mossero con bandiere e tamburi, unitamente a molti socj, _Deputazioni
e gran folla di Popolo ec_.
«Finite le mense fra la letizia e i cantici, cominciossi a gridare: _La
Repubblica_; e poi, convenuta la maggior parte del Popolo sulla Piazza
del Popolo, gli oratori, fra' quali _primeggiò Giuseppe Mazzini_,
cominciarono ad arringarlo. Ivi, innanzi al grande uditorio del Popolo,
quanto la gran piazza ne poteva capire, _fu proclamata la Repubblica e
la riunione con Roma_, e lette varie risoluzioni che il Popolo approvò.
_Tutto ciò in risposta e dopo pubblica lettura del bugiardo proclama
di Cesare De Laugier_. Non mancò chi promise di subito pubblicare la
biografia di tanto infame, degno imitatore di Zucchi. Quindi _da una
Deputazione furono portate le risoluzioni al Governo Provvisorio_,
come esprimenti il desiderio di tante migliaia di Popolo e di tante
Deputazioni. _Il Governo Provvisorio gridò, come sempre, i voti del
Popolo, confermò la ridicola ribellione del Lorenese Laugier, e disse
che il Popolo mostrasse di volere difendere la Repubblica con dare
2,000 reclute per la mattina seguente_.
«Nella serata, in mezzo al generale tripudio fu innalzato l'Albero
della Libertà con bandiera in cima, sulla Piazza del Popolo, tutto
all'intorno illuminata dalla gioia dei cittadini.»
E già nel foglio antecedente del 19 febbraio 1849, per meglio imprimere
la memoria del fatto nella mente del Popolo, aveva raccontato: «18-19
febbraio. — Ieri aveva luogo sotto le Loggie degli Ufizii un grande
banchetto pei Volontarii ascrittisi nei ruoli aperti nel Palazzo dei
Priori e al Circolo del Popolo.
«Più di 1,000 erano i banchettanti. E il Popolo tutto prese parte al
convito.
«_Intanto giungevano le Deputazioni dei Circoli di Livorno, di Lucca e
di altre principali città toscane._
«Udivasi la nuova della defezione del generale De Laugier, ed _unanime
fremito suscitavasi in ognuno, unanime imprecazione contro il traditore
della Patria_.
«_Il Circolo del Popolo di Firenze decretava una sentenza di cui più
oltre diamo il contesto_.[411]
«Intanto lo spirito pubblico animavasi ognor più: gran numero di
Livornesi, uniti al Popolo fiorentino, al Circolo del Popolo ed agli
altri Circoli, convenivano nel concetto esser venuto il giorno del
solenne riscatto, nè potersi più oltre indugiare l'atto formale di
Unione alla Repubblica di Roma.
«_La Repubblica veniva così proclamata e di diritto e di fatto in
Toscana_.
«Fino da ieri sera, _l'Albero della Libertà era piantato sulla
Piazza del Popolo e salutato da rumorose salve di applausi e dal
suono di tutte le campane di Firenze_. Grandi processioni di Popolo
festeggiante, con faci e cantici patriottici, percorsero per tutta
notte la città.
«Invitavansi intanto i Volontarii inscritti a recarsi, alle 8, nella
mattina del 19, sulla Piazza del Popolo per partire immediatamente alla
volta dei confini.»
Il _Nazionale_, non amico mio, pure narrando i casi della giornata del
18, sovveniva allo sforzo del Governo:
«Oggi fino a ora tarda della sera, _Firenze_ ha risuonato di suoni
e canti, e sulla piazza che ora si chiama del Popolo ha stazionato
continuamente un folto gruppo di persone a udire discorsi e
proposizioni che si facevano dalla Loggia dell'Orgagna. — Fu letto un
Proclama del generale Laugier, comandante la truppa ai confini di Massa
e Carrara. — Il Proclama in nome del Granduca esortava i Toscani a
tornare all'obbedienza; prometteva amnistia generale, quelli eccettuati
che prendessero le armi dopo la promulgazione del Proclama. — _A grida
generali si dichiara il Laugier traditore della patria_. — Sulla sera
in faccia al Palazzo Vecchio _era piantato l'Albero della Libertà_.
— Noi siamo avversi a ogni sorta di violenza, da qualunque parte si
eserciti. — Noi c'inchiniamo alla sovranità del Popolo tuttoquanto
chiamato a libere elezioni; da sè medesimo crei la sua rappresentanza,
alla quale confidi le sue volontà, e la cura di provvedere allo
eseguimento.»[412]
E meglio ancora nel numero del 19:
«Il principio di autorità fu rappresentato sinora dalla dinastia; la
dinastia lo ha abbandonato; il Popolo deve raccoglierlo e con la sua
libera volontà ricostruirlo. Ma noi, rispettando sempre i suoi decreti,
non lo loderemmo se lasciasse forzarsi la mano, e si acquietasse a
premature determinazioni uscite dai clamori incomposti della piazza:
non lo loderemmo se tornasse ad affidare le sue sorti alle dinastie,
che sono un fatto transitorio e perituro, senza prima circondarsi di
forti e inespugnabili guarentigie. — Il Popolo sappia con ordine e
dignità esercitare la libertà, che gli tornò piena ed intera, ec.»
Intanto che cosa faceva il _Conciliatore_? Appesa l'arpa al salice
_super flumina Babilonis_ piangeva; e nello incendio, che consumava il
Paese, salilo in pulpito gravemente ammoniva i Popoli dicendo: il fuoco
scotta; e se sarete bruciati, io non so proprio che farci.
«Ai tempi che corrono, il cercare rimedj adeguati alla gravità del
male, sarebbe impresa soverchiante le forze umane. Pio IX forse lo
poteva, iniziando i nuovi moti pubblici col principio religioso.
Ma oggi sventuratamente anche questo salutare freno è tolto, e la
corrente straripa a sua posta, secondo gl'impeti delle acque che già
ruppero ogni argine. — Però noi contempliamo dolenti questo crescere
continuo di rovine, questo stravolgimento d'intelligenze ognora più
terribile.»[413]
Ben fastidiosa prefica è quella che imprende a cantare l'esequie
all'uomo che non è anche morto! Il giorno dopo questo Giornale,
riavutosi, raccomanda al Governo la sicurezza dei cittadini, l'ordine
della città; ma considerando la desolazione predicata nel giorno
diciotto, non si sa come avesse il coraggio di farlo da vero; molto
più che con rugiadosa insinuazione andava sussurrando, che il Governo
non aveva preso parte ostensibile negli avvenimenti del 18 febbraio,
tirando per così dire l'orecchio al sospetto, affinchè dubitasse che
egli forse ve l'aveva presa segreta facendo fuoco nell'orcio. Il qual
contegno quanto in sì estremo pericolo fosse, non dirò onesto, ma
savio, lascerò che altri consideri.
«Ieri mattina giunse in Firenze una numerosa Deputazione dei Circoli
di Livorno, con bandiere, cartelli e berretto rosso. Alle ore due ebbe
luogo un banchetto pubblico sotto gli Ufizii, dato dal Circolo popolare
ai Livornesi, ed ai Volontarii che sono inscritti per difendere la
Patria. Alle ore sei, il Niccolini di Roma, Presidente del Circolo
popolare, proclamò la Repubblica sotto la Loggia dell'Orgagna a
nome del Popolo Fiorentino. Sulla sera fu piantato l'Albero della
Libertà sulla Piazza del Popolo. — Nella sera suonavano a distesa
tutte le campane delle chiese, e si sparavano fucili in segno di
gioia. — Il Governo Provvisorio non ha preso parte alcuna, _almeno
ostensibilmente_, a questi diversi atti. — In tanta incertezza di
avvenimenti ed in tanto pericolo, noi non possiamo far altro che
raccomandare a chi tiene il Governo di provvedere alla sicurezza
pubblica, ed a tutti gli onesti cittadini di adoperarsi per mantenere
l'ordine nella città.»[414]
Il Popolano del 19 febbraio accusa il Governo _di frode_, quasi le
promesse fatte ieri non volesse più mantenere oggi:
«Oggi noi pubblichiamo un documento e un articolo intorno ad un fatto
che forse, fra qualche anno, a chi non ha la chiave che schiude i
misteri di Stato, apparirà enigma indecifrabile.
«L'articolo che togliamo dalla _Costituente Italiana_ è lo esatto
ragguaglio di quanto ieri accadeva sulla Piazza del Popolo di Firenze
e dentro il Palazzo della Signoria.
«Il documento è un Proclama che va sfornito di taluni adempimenti di
voti nostri e del Popolo, di cui cotesti fatti eran promessa, di cui le
misure iniziate dal Governo eran garanzia, ma va per altro arricchito
da una grata e lieta novella, cosicchè lo acquisto per l'una parte
compensa la mancanza che appare dall'altro lato.
«Mancanza è, e per la _Costituente_ (giornale) e per noi, _la
proclamazione definitiva della Unione Repubblicana_, che il Governo
aveva detto di rimettere allo indomani (cioè oggi), _affinchè avesse
luogo con quella solennità e in quello apparato di forza che esige un
atto nazionale_.» (Sono parole della _Costituente_.)
«Acquisto prezioso si è la certezza pervenuta nel corso della notte al
Governo, che stolta e infame invenzione del traditore De Laugier era
la nuova starsi pronti 20,000 Piemontesi ad invader la Toscana, per
riporre l'ultimo Leopoldo sopra un trono cui volontariamente egli aveva
rinunciato fuggendo e lasciando senza timone la nave sdrucita dello
Stato.
«I Piemontesi protestavano solennemente contro la taccia che dar gli
voleva _l'uomo del 29 maggio_ di satelliti di tirannia, di degeneri
Italiani, di uomini che per passività di obbedienza fosser pronti
a mostrarsi fratricidi; e insanguinare la sacra terra d'Italia di
italiano sangue. I Piemontesi protestavano, giammai voler porre
ostacolo al riordinamento della Toscana, e intendere lasciarla libera
di reggersi secondo la forma politica che più fosse per piacerle:
volerci Toscani fratelli e compagni nella guerra contro il comune
nemico — l'Austriaco: ma giammai volerci nemici e combattenti sovra
limiti di provincia che un dì o l'altro debbono esser totalmente
remossi, per dar luogo ad un solo e potente Stato: — la Italia Una e
Repubblicana.
«Ed altra notizia, ella pure aggraditissima e inaspettata, era lo
appoggio e l'amicizia di una grande e formidabile potenza, alla cui
ombra è oggi lecito alla Repubblica della Italia Centrale il metter
salde radici e con minor precipitazione che non li avvenimenti
minacciati dall'imminente avvenire ci facessero ieri parere
indispensabile.
«In grazia di tali rassicuranti novelle, noi consentiamo a subire
in santa pace quella specie (ci si perdoni la inconvenienza della
espressione) di giuoco di bussolotti accaduto fra ieri ed oggi nel
Palazzo della Signoria.
«Ad onta di tutto ciò, ad onta di sentirci coll'animo più libero, e
colla mente meno angustiata da funesti pensieri, noi non cessiamo però,
nè cesseremo giammai, dal deplorare i danni del _provvisorio_, dallo
invocarne il pronto e definitivo termine. Noi non cessiamo nè cesseremo
di deplorare, come una perpetua e feconda sorgente di discordia e di
guerra civile, la presenza di Leopoldo di Austria in Toscana.»
L'aria dintorno diventa densa, e infuocata; già si scrivono e già si
leggono parole somiglievoli alle grosse goccie di pioggia precorritrici
della tempesta; e tempesta di sangue temevasi: nel Popolano del 21
febbraio si dichiara, che la seguente scrittura era dettata fino dal
giorno 19:
«La grande tela ordita dai Principi è compiuta. Tocca ora ai Popoli il
metterla in brani colla punta delle loro baionette e colla mitraglia
dei loro cannoni.
«La condotta dei Regnanti Italiani si svela oggimai ed apparisce nella
sua piena luce.
«Pio IX, Carlo Alberto, Re Bomba e Leopoldo d'Austria van perfettamente
d'accordo, e congiurano ad un sol fine, ad operare dietro un solo
impulso, in un medesimo momento.
«Se sulla infamia e sul tradimento di tutti costoro restasse alcun
dubbio in qualche credula mente, basterebbe a dissiparlo il vedere, il
riflettere come contemporaneamente Radetzky occupi Ferrara, Re Bomba
ingrossi le sue truppe ai confini romani, Carlo Alberto le sue spedisca
in gran furia a quei di Toscana, e Pio IX, senz'armi e senza eserciti,
per far qualcosa, fulmini nuove proteste colla affiochita sua voce
dalle spiaggie di Gaeta.
«Noi siamo lieti, grandemente lieti di questa potente congiura,
perocchè essa è il segnale del definitivo scioglimento della grande
questione italiana.
«Noi siamo lieti, grandemente lieti nello udire che i Tedeschi sono
vicini; e a noi par quasi sentire il nitrito dei loro feroci destrieri,
già ci par vedere lo sperpero delle campagne e la fuga de' nobili
signori ch'eransi iti a rintanare nei loro aristocratici covi per
congiurare contro la patria e contro la libertà.
«Nobili infami!... A che cosa vi sarà valso il congiurare, e il
seminare reazioni, divisioni, disordini? il far gridare: _Viva il
Tedesco, Viva Leopoldo II_?
«Oh vedrete, vedrete, insensati quanto iniqui, se il vostro Leopoldo
II vi salverà lo scrigno dall'artiglio croato; vedrete, vedrete,
codardi, se vi varrà plaudirne lo arrivo per risparmiare le vostre
figlie all'oltraggio, i vostri campi e le vostre ville al saccheggio,
le vostre fortune al forzato tributo!...
«Noi siamo lieti, grandemente lieti, che l'ora della strage, l'ora
del sangue sia venuta: ora vedremo, per Dio, quanti siamo d'Italiani
in Italia, ora ci conteremo tutti, e il sangue dei traditori bagnerà,
insiem con quello del Tedesco, le nostre vie che han d'uopo di un
battesimo di sangue acciò lavarne l'onta delle passate ignominie
per i corsi romorosi, per le sciocche dimostrazioni, per le festose
processioni; per avere, insomma, sostenuto tanti e tanti anni i passi
oziosi e lenti di tanti e tanti cittadini inerti, baloccheggianti,
perduti dietro puerili vaneggiamenti, immersi in discussioni ozjose,
parolaj senza fatti e senza azioni.
* * * * *
«Si fondano in cannoni le campane, si spoglino le chiese dei vani
ori e dei male spesi argenti: si reclutino, marcino, combattano e
frati e monaci e preti, come in altri paesi fu fatto; si costringa i
contadini a marciare per la difesa comune, e i recalcitranti si pongano
dinanzi ai cannoni o ci servano di mitraglia ai nemici: ogni pezzo di
ferro, ogni pezzo di bastone sia messo a profitto: ai pali si aggiunga
una ferrea punta, e servano ad armar lancieri: si riempiano pure le
carceri, purchè si vuoti di nemici lo interno dello Stato. In quanto
a noi, ne facciamo sacramento a Dio ed alla Patria, appena la campana
del Popolo suonerà a stormo, getteremo a terra la penna, e, impugnando
il fucile, sdegneremo riprenderla finchè l'ultimo dei Tedeschi non
abbia sgombrato l'Italia, — finchè l'Italia non sia più un nome, ma una
nazione libera e vincitrice.
«E se questo momento sarà domani, i lettori nostri si tengano per
avvertiti, — il nostro Giornale non apparirà che col riapparire del
vittorioso vessillo repubblicano fralle mura della redenta Firenze.
«Queste nostre parole erano scritte 24 ore innanzi degli avvenimenti di
ieri sera.»
Più cauta in parole, ma di partiti violenti punto meno bramosa, la
_Costituente_ del 21 febbraio predicava:
«Cittadini del Governo Provvisorio di Toscana. — Il Paese è minacciato,
l'Italia ci domanda soccorso; voi pure avete un debito da adempire, un
debito grave e solenne verso la gran madre comune. Gridammo armi ed
armati, gridammo denari, energia, impeto di rivoluzione, e di patria
carità ardente ed efficace; or come fummo ascoltati?
«Battete a dritta ed a manca, _sospingete, sforzate_. Le risorse vi
sono, la buona volontà vi corrisponda; l'ardimento dei più vi sorregge;
camminate adunque, camminate adunque, camminate liberi e forti. _I
ricchi paghino il proprio debito di oro_, come il Popolo generoso
offre il proprio sangue; non ismarritevi nell'inestricabile labirinto
di minute preoccupazioni, ma seguite la via larga delle misure vaste
e risolute. I giorni passano, i giorni sono preziosi e numerati; — che
non trascorrano più lungamente senza frutto! —
* * * * *
«Debbe (il Governo) agire fortemente a reprimere qualunque rinnovazione
di minaccie così inique, qualunque possibilità e principio di tumulti.
Versiamo in circostanze straordinarie, in mezzo a pericoli supremi; —
si adoprino misure straordinarie, mezzi supremi. — L'esempio di Romagna
non è da disprezzarsi: si proclami la Legge Eccezionale; essa emana
dalla legge normale della salute della patria.
«Debbe agire fortemente, per raccogliere denaro, subito e molto.
_Prenderlo dov'è, senza troppa esitanza_, poichè ogni altra trafila
finanziera non corrisponde alla gravezza istantanea del bisogno. Ori e
argenti di tutti, prestito forzato. I Croati a Ferrara, mentre porgono
l'esempio, danno stimolo a tutti a concorrere per non subire con
vergogna e paura una simile sorte.
«E soldati, per Dio! soldati vogliamo. La Guardia Nazionale
riorganizzata si offre, anela forse a una mobilizzazione. Ma per questo
ha bisogno di esser educata, di avere quel corredo di istituzioni e
di armi speciali che possano farla entrare in campagna; si provveda
a tutto questo, — si incominci almeno a provvedere. Poi fa d'uopo
anche pensare alle armi, di cui vi ha visibile scarsezza. Noi siam
ben lontani dall'avere in pronto i mezzi per l'armamento universale
del Popolo, qual è nella nostra mente, e qual è _forse_ nel pensiero
dello stesso Governo; si procurino dunque le armi, e possibilmente
da Venezia, o altrove, nel minore spazio di tempo che può essere
concesso. _Armi, soldati e danaro_: è la nostra parola d'ordine, il
nostro grido giornaliero, il ritornello incessante a cui siamo legati
per coscienza. _Armi, soldati, danaro; Unione con Roma di diritto e
di fatto immediata_, è il nostro programma, il codice della nostra
politica nelle circostanze presenti. Noi lo verremo sempre ripetendo e
insegnando, ec.»[415]
Per questi successi ed eccitamenti, Toscana agitavasi tutta. Il
Governatore Pigli, non curata la condizione apposta dal Governo al
proclama della Repubblica, la bandisce assolutamente:
«La Repubblica è proclamata. Il Popolo è Re. — Guai a chi tentasse
strapparti lo scettro pagato per lunghi secoli con le lacrime, e il
sangue, e le opere della più sublime virtù, della quale ti conserverai,
ne sono certo, indefettibil campione.
«Popolo, compi i tuoi gloriosi destini! Pensa, che la tua capitale è
Roma, che la tua patria è la Italia; chi ti conferisce lo imperio è il
tuo diritto! Chi ti consacra è Dio. Viva l'Italia. Viva la Repubblica.
«Livorno, 19 febbraio 1849. — C. PIGLI.»
E senza neppure consultare il Governo, nella ebbrezza del trionfo, ed
ormai considerandosi dei Capi, o prossimo a diventarlo, della bandita
Repubblica, ecco istituire un giorno di feriato, con tutte le sue
sequele; al quale scopo è necessaria una legge, che per certo non istà
nelle attribuzioni di un Governatore promulgare.
«Cittadini!
«Per festeggiare il presente memorabile giorno, viene disposto che
il medesimo a tutti gli effetti di ragione debba considerarsi come
feriato solenne, e che non si possa quindi procedere al protesto delle
cambiali, ed altri recapiti mercantili.
«Livorno, 19 febbraio 1849.
«C. PIGLI.»
E in altro Proclama affermava:
«La Repubblica è stata proclamata ieri in Firenze con l'adesione del
Governo, _il quale ha bensì impegnato quella città_ a dare in questo
stesso giorno 2000 uomini.»[416]
Questo non era vero. Il Governo aveva mandato: «La Repubblica è
stata proclamata. _Il Governo l'ha accettata a patto, che il Popolo
fiorentino dia per domani 2000 uomini armati_.»[417]
Ma al Pigli, ed ai suoi nuovi amici, importava far credere
diversamente. Su l'ora della mezzanotte _le Deputazioni_, forse unite
in gran parte, e certo indettate con i partigiani di Firenze, piuttosto
stizzite che vinte, volendo sgarare chela Repubblica andasse innanzi ad
ogni modo, con bande, gridi e schiamazzo infinito, destano la città, e
abbindolati i cittadini piantano l'Albero della Libertà, e proclamano
la Repubblica.
«Tutto era calma e tranquillità per la fiducia degli uomini che
reggevano il Governo: quando alla mezza notte il ritorno improvviso
delle Deputazioni da Firenze spargeva la lieta novella della
proclamazione della Repubblica in Toscana, dell'adesione di quei
Tribuni generosi alle volontà manifeste di un Popolo ivi raccolto
da tutte le Provincie. Livorno sebbene a quell'ora tarda prendeva
immediatamente un aspetto festivo: bande musicali percorrevano le vie,
ed il Popolo acclamava con mille evviva a quell'atto solenne d'italiana
rigenerazione. Un Albero della Libertà contornato di bandiere tricolori
era piantato come per incanto nel mezzo della piazza, fra il suono
a festa di tutte le campane e le grida alla Repubblica, a Roma, a
Venezia, a Sicilia, a tutti i fratelli d'Italia: il nuovo sole sorgeva
ad illuminare il più gran fatto nel nostro risorgimento.»[418]
Il Governatore di Livorno intanto, come colui che guarda per vedere
se il tiro ha colto nel segno, scrive a ore tre pomeridiane del 19
febbraio al Ministro dello Interno:
«Qui è stata fatta una solenne manifestazione per festeggiare la
Repubblica _Toscana_. Oggi alle quattro si canterà il _Te Deum_. È
necessario bensì smentire immediatamente una voce, che comincia a
circolare _intorno la dimissione del Guerrazzi_ e del Montanelli, e
la istallazione al Governo di soggetti che non sarebbero graditi. È di
assoluta necessità pronta risposta.»[419]
Che cosa fu risposto? L'Accusa dagli Archivii Governativi ha tolto
quello che le piacque, poi chiudendoli si è posta la chiave in tasca, e
ha detto a me che li voleva esaminare per conto mio: «Concedertelo non
dipende da me, figliuolo; e quando dipendesse da me, tu devi indovinare
prima, o rammentare quello che contengono, ed esporne il contenuto:
allora giudicherò io quali delle carte possono fare al caso tuo, e
quali no; lasciati governare da me, rimettiti nelle mie braccia: vieni,
addormentati sul mio seno; se le mie mammelle contenessero latte, te le
porgerei a poppare. Ad ogni modo, avendo me per tutrice, sto per dire
che tu se' nato vestito, io provvedo a tutto, e credi che lo _todo lo
que hazo, lo hazo per to bien_.» Tenerissima Accusa!
Da Pisa il Prefetto Martini, a ore 1 pomeridiana, avvisa il Ministro
dello Interno, per via telegrafica:
«Il Popolo è adunato numeroso volendo proclamare la Repubblica, sia
_vera_ o _falsa_ la notizia che lo stesso è avvenuto a Firenze. _Molti
cittadini s'interesseranno per trattenere questo atto_, ma ormai pare
inevitabile. Batte la generale. Si dice fatto altrettanto a Livorno,
quindi la mossa di Pisa.»[420]
Il tenore di questo Dispaccio dimostra chiaro, che il Prefetto Martini,
corrispondendo alle istruzioni del Governo, s'ingegnava con altri a
parare quel colpo, ma che disperava venirne a capo.
A Siena già nel giorno 20 febbraio, erano tutti Repubblicani per
convinzione o per paura.[421]
Grosseto nel 20 febbraio bandiva anch'essa la Repubblica, e piantava
l'Albero.[422] Partito appena S. A. da Porto Santo Stefano, fu nel
giorno 22 di febbraio salutata la Repubblica.[423]
Intanto in Firenze si agitava segreta la cospirazione, che scoppiò
nella notte del 21 febbraio 1849; infaustissima fu quella notte, ma
più infausto giorno le poteva tenere dietro. Il _Monitore_ ne dava
ragguaglio nella guisa che già fu detto a pagine 279-282 di questa
Apologia.
Ho esposto altrove, e con documenti provato, come Giuseppe Montanelli
facesse opera veramente cristiana salvando dal furore del Popolo
la gente arrestata, e come in tanto stremo il Governo con provvido
consiglio ricorresse al Circolo medesimo, impegnandolo a mandare taluno
dei suoi concionatori tanto efficaci a rimescolare le moltitudini,
perchè inspirasse loro sensi di carità e di mansuetudine. Se poi mi
domandassero perchè io affermi essere stato cotesto savio consiglio,
mi parrebbe dovere rispondere, che gli uomini i quali non sieno del
tutto perduti ordinariamente s'ingegnano mostrarsi meritevoli della
fiducia, che in essi viene riposta, e quantunque ai giorni nostri i
traditori non sieno appesi, e molto meno s'impicchino da sè, pure quel
brutto nome di Scariotte a nessuno accomoda. Così Lamartine condotto
dal medesimo concetto, che animò (ne sono convinto) i miei Colleghi,
creava la _Guardia mobile_ a Parigi togliendo al disordine le forze
per conservare l'ordine: egli se ne loda, e credo, che in questa parte
abbia ragione.[424]
E qui faccio tregua con le citazioni, osservando, che se lo edifizio
non riuscì come avrei desiderato completo, non è mia la colpa; però
desiderando, piuttosto che sperando, non essere tratto a compirlo,
basterà quello che fu detto per somministrare notizia dei tempi;
imperciocchè
Ogni erba si conosce per lo seme.
Ora io voglio un poco confrontare questi nostri successi con altri, i
quali, a un punto più celebri e più terribili, hanno dato al mondo una
lezione di spavento.
§ 2. _Confronto storico._
Nel 1792 erano in Francia uomini infiammati nei cerebri dai vapori
delle speculazioni astratte, i quali reputando, che il male degli
uomini derivasse non già dalle ree passioni che gli agitano, bensì
dalla forma della Società, come se non fossero essi e le opere loro
che gli hanno ridotti nello stato in cui sono, drizzarono la mente a
capovolgerla di cima in fondo. Però non tutti accordavano su i fini,
nè penso, come allora, in futuro saranno per accordarsi giammai; e
questo è sommo bene. Alcuni di loro intendevano, mercè le riforme
politiche, arrivare alle sociali; altri alla rovescia, nè tutti
volevano trascorrere fino al punto di abolire la fede di Dio; e
quelli che pur volevano cassato Dio, più che altro sembravano Titani
ciechi brancolanti in cerca di scogli per avventarli contro il cielo;
e negli scritti e nei ragionamenti loro manifestavano piuttosto la
convulsione della rabbia, che un discorso considerato della mente.
Spettava ai giorni nostri sopportare la vista di uomini, che lontani
dai ravvolgimenti politici, con la pacatezza del filosofo, e la
soavità dell'uomo dabbene, si affaticano a dimostrarti per filo e
per segno, che tu non sarai felice mai là dove tutta questa macchina
morale, civile, religiosa e politica, non vada in fascio. Certo, chi
dette simile impulso ai moti rivoluzionarii del tempo, sortì grande
la potenza dello ingegno. Lo spirito del male lo deve avere baciato
proprio su la fronte dicendogli: tu sei il figliuolo della mia
predilezione. La grande maggiorità dei diseredati, che forma la base
della piramide sociale, gl'infiniti figliuoli della Natura, che dalla
madre loro credono essere stati benedetti con uno schiaffo, poco si
commuovono per Repubblica o per Monarchia; imbestiati dal miserabile
costume i grossolani appetiti è forza gratificare dapprima; più
tardi verranno i bisogni dello spirito, e il desiderio di razionale
reggimento, tanto più duraturo quanto meglio gli uomini saranno ad
apprezzarlo capaci. Lasciamo che questo avviso assai si rassomigli a
quello di dar fuoco alla casa, nella speranza che ci venga rifabbricata
più bella; egli è certo che per isconvolgere la Società non si poteva
inventare leva più pericolosa, nè più sicura di questa. — Noi vediamo
ordinariamente i Partiti intenti a distruggere, venire a capo dei
concetti disegni per due precipui motivi: primo, perchè su le mosse
vanno di accordo, quantunque più tardi pieghino chi a destra, e chi a
sinistra, chi di loro vuole trascorrere, e chi stare fermo; tuttavolta
siffatte discrepanze lo Stato già sconvolto rendono infermissimo:
secondo, perchè l'assalto procede sempre più fervido della difesa,
nè lo assalito può in un punto da tante parti salvarsi, e l'assalto
gli sopraggiunge addosso continuo, impreveduto, e difficilmente
prevedibile. Un rimedio ci è, o almeno, se non basta questo, agli altri
è inutile pensare; ma lo vedo respinto, però che come tutti i farmachi
sappia un po' di ostico a cui ha il gusto avvezzato a malsani dolciumi.
Gli umori rivoluzionarii tengono della natura di quelle infermità,
che, per ispogliarle del maligno, bisogna inocularle. Il reggimento
costituzionale, da senno praticato, sarebbe la vaccina salutare; ma
tanto è, le vecchie balie non ne vogliono sapere, e gli armano contro
tutti gli errori per questa volta non popolari, ma signorili; intanto
il male cova, e a tempo debito se non ucciderà il fanciullo, te lo
lascerà concio, che Dio ve lo dica per me.
Le grandi Assemblee di rado trascendono ad enormezze, o, se pure
irrompono in quelle, durano poco; e là dove per istituto si ragiona,
se qualche volta la passione accieca, anche a tastoni, la via diritta
smarrita io ho veduto ritrovare sempre; però i Rivoluzionarii di
professione le Assemblee e i Poteri costituiti detestano, o se gli
sopportano, vogliono ad ogni patto dominarli. I Rivoluzionarii in
Francia avevano, a vero dire, seguito grande nell'Assemblea legislativa
in virtù dei Deputati che per sedere sopra i più eccelsi scanni
si chiamavano Montanari, e per la pressione delle conventicole; e
nonostante questo, non pareva loro essere sicuri a bastanza, ove del
tutto non la riducevano in servitù. Se l'Assemblea voleva vivere,
doveva rassegnarsi, ed essere nelle costoro mani quasi un suggello,
per legalizzare le immanità che si accingevano a commettere. Così,
per siffatto disegno, la Comune accanto all'Assemblea a poco a poco
diventò Governo; in seguito più che Governo. Nel Palazzo Municipale
si radunarono i più violenti; di là spaventarono, quivi usurparono, là
ordirono in segreto quanto in palese non avrebbero mai osato, non che
fare, dire.
Qui fra noi mancava l'Assemblea. La eletta con l'antica legge
elettorale, oltre all'essere stata disciolta per volere del Popolo, nè
si sarebbe attentata di adunarsi, e se adunata, avrebbe fornito materia
allo infuriare della moltitudine, che pure si voleva attutire. Ora
io ho veduto che per placare il toro, non gli si agita mica davanti
gli occhi la bandiera vermiglia che odia, e trema; ed è eziandio
così da avvertirsi, come da evitarsi che le prime offese chiamino
le seconde; imperciocchè la vittoria insuperbisca, e quello che ti
riesce ottenere dalla paura, che poca o molta accompagna sempre la
prima esperienza della forza, invano chiederai dopo la prova riuscita
prosperosa per coloro che intendi reprimere. Però di questo a suo
luogo più copiosamente. Intanto reggeva il Governo Provvisorio; per
sua natura debole; sostenitore degli ufficiali governativi piuttosto,
che sostenuto da quelli. A questo gli ufficiali tutti, a questo
i cittadini, amorevoli o no, pongano mente, poichè all'Accusa non
preme badarvi: che il Governo Provvisorio potè salvare uomini e cose,
fondato appunto sul transitorio, che gli serviva di pretesto a non
imprendere mutamenti; — uscendo nel definitivo per impeto di passioni
rivoluzionarie, pensate un po' voi dove vi avrebbe balestrato cotesto
turbine. La Fazione violenta riusciva a sforzarmi in molte cose, non in
tutte, nè nella suprema in ispecie, presso cui le altre erano nulla: di
qui l'agonia di volere ad ogni patto imposta la Repubblica a tumulto,
e di qui, trovatomi oppositore e custode dei diritti dell'universo
Popolo, il proponimento palese in molti, segreto in taluno, di
sostituire al Governo Provvisorio un Governo che la desiderata
Repubblica proclamasse.
In Francia la stampa della Opposizione, spaventata, tace; dei tipi e
dei torchj si spoglia, e ai propagatori delle opinioni rivoluzionarie
si donano: qui pure alla stampa, nemica della violenza, voleva imporsi
silenzio.
In Francia i Rivoluzionarii intendono impadronirsi di quella facoltà,
la quale mentre dura la tempesta degli sconvolgimenti politici non
merita più essere chiamata Giustizia, e neppure diritto di punire, ma
sì piuttosto potenza di mal fare, conciossiachè, ottimamente avverte
il Thiers,[425] arrestare e perseguitare i supposti nemici formi per
i Faziosi principalissima e ambitissima libidine. — Quale e quanta
poi sia la tristizia e la rabbia delle persecuzioni politiche, non
importa discorrere! — Donde nascesse la prima radice dei Tribunali
rivoluzionarii di Francia, insieme con gli altri Storici lo dichiara
Luigi Blanc: «La mollezza e la esitanza dei Poteri governativi da una
parte, e dall'altra il sospetto e la paura fanno nascere la prima idea
del Tribunale rivoluzionario. Dupont di Nemours fu che il propose; e
per questo modo dalle mani di un Consigliere di Parlamento furono poste
le basi del Tribunale rivoluzionario.»[426]
La Storia, non senza che le tremi nella destra lo stilo, registra
nelle sue tavole, come a sbramare le rabbie della scapigliata licenza
e del bilioso assolutismo non fecero mai difetto uomini tristi; i
quali comecchè vestissero toga nè nome di Magistrati meritarono,
nè Magistrati furono; come per vetro traverso a loro si vedeva il
carnefice. E che cosa importarono quei luridi scartafacci curialeschi,
martirio della ragione umana, e scuola di calunnia? Chi ingannarono?
Dio forse, o la coscienza propria, o gli uomini? Ah! nessuno, nessuno
ingannarono; avrebbero operato più presto e più lealmente, a prendere
una pietra e mettersi ad affilare il taglio della mannaia. Deve essere
profonda davvero la satanica voluttà di abbracciare il male, e dirgli:
«Tu sei il mio bene!» se la vendetta umana spesso, e la divina sempre,
il disprezzo presente, la esecrazione dei posteri, e le visioni della
notte e i terrori del giorno, non bastarono a rattenere dal truce
mestiere. Ahimè! Che importa che Fouquier-Tinville, giudice carnefice
della tirannide libertina, muoia come Ciro nel sangue che ha versato?
Che giova che Jefferies, giudice carnefice della tirannide regia, spiri
ammaccato dai colpi come un lupo? La morte loro non richiamerà dal
sepolcro l'illustre Bailly, la egregia Madama Roland, le pie Granut e
Lady Lisle, e Cornish innocentissimo. Io non ardisco interrogarlo, — ma
è ben profondo, ben soverchiante la ragione nostra, il consiglio — per
cui vedemmo per le Storie la nequissima stirpe di cotesti due togati
carnefici rinnovellarsi copiosa, mentre fu scarsa quella di Papiniano
che osò guardare in volto Caracalla, e dirgli: «essere più facile
commettere il fratricidio che scusarlo.»
E qui non pure tra noi si pretendeva che il Governo instituisse
Tribunali rivoluzionarii; ma i Faziosi, già già diventati Governo
da per sè stessi, siffatti Tribunali creavano, i loro Giudici
carnefici eleggevano, uno esercito di mille cagnotti ad accompagnarli
disegnavano. Il Governo Provvisorio queste infamie impediva, e,
fingendo adempire egli alle sformate voglie della Fazione, mutava
in comune salvezza quello che nelle mani altrui sarebbe stato esizio
universale. Lo impugnate voi? Su, vengano innanzi le vedove che abbiamo
fatto, escano fuori gli orfani per causa nostra, e ci pongano accusa.
La pena più lunga, che fu applicata dal Romanelli, questo nuovo Carrier
del contado aretino, non arriva al terzo della nostra carcere di
custodia!
In Francia, a Parigi segnatamente, spaventavano le persone, solite a
trovarsi in tutte le Capitali, per costume depravate, d'istinto feroci,
per abitudine di trambusto fatte convulse, perpetuamente oscillanti
fra lo ergastolo e la taverna; tanto più rese terribili adesso, che
sciagurati predicatori le ammaestravano a colorire le inique passioni
con la politica. — Fra noi terribili erano gli scherani nostri, e
non pochi, ma non sì, che, come in numero, in ferocia non venissero
superati da quelli che ci mandava la vicina Romagna, cui pure adesso
con molta fatica contiene grossa mano di armati, vigilanti ai confini.
Vedete in Francia uomini improvidi del domani, non aborrire accendere
oggi uno incendio, che non sapranno più spegnere, e dal quale eglino
stessi rimarranno a posta loro distrutti; e Cammillo Desmoulins,
stracciando lo ingegno bellissimo, gittarne i brani al Popolo
feroce, per vie più inferocirlo. «Abbiamo uno esercito, egli diceva,
latente sì, ma ordinato e in procinto. Nè causa al mondo fu della
nostra più sacra per combattere; nè premio maggiore destinato alla
vittoria. Quarantamila palazzi, case, castelli, due quinti delle terre
di Francia, ecco il bottino di guerra. Chi presumeva conquistare
sarà conquistato, chi vincere vinto. Il Popolo andrà mondato dagli
stranieri, e dai mali cittadini; e tutti quelli che il bene proprio al
bene comune preferiscono, saranno sterminati.»
E qui tra noi si urlava: «I danari si piglino dove si trovano, le
Chiese dei sacri arredi si saccheggino, a viva forza i signori si
spoglino, e le spoglie si dividano fra il Popolo, caparra e saggio di
più abbondante raccolta.» E' furono giorni pieni di pericolo cotesti;
e chiunque comprende quanto efficace maestro sia il bisogno, e quanto
la cupidigia docile scolara, ne andrà persuaso di leggieri. I miei
Colleghi furono stretti a mettere una Legge nel 22 febbraio, con la
quale fu ordinato ai benestanti ripatriassero; dove no, sarebbero
multati: ma nessuno fu multato, e vagarono quanto seppero e vollero; —
testimone Don Tommaso Corsini. Questi eccitamenti non avendo trovato in
Francia nel Governo quei supremi contrasti che in Firenze trovarono,
bensì plauso ed istigazioni, ecco in breve spazio di tempo in quali
fatali rovine fu visto precipitare quel nobilissimo Stato. — Parte di
Popolo ardeva i castelli, ne decapitava i padroni; le mozze teste fitte
sopra le picche, trionfo infame, portava in processione per le strade;
dai braccioli di ferro dei lampioni pendevano cittadini impiccati;
e l'altra parte del Popolo plaudiva e urlava; qualche volta ancora,
tratto argomento di arguzia dalla nefanda tragedia, rideva. Desmoulins,
furente di rabbia rivoluzionaria, assumeva il titolo di _Procuratore
Generale del Lampione_.
Oppressione antica nel reame di Francia, governativi errori, insolenze
patrizie e abusi universali, di lunga mano apparecchiarono il
bisogno di riforme; peregrini intelletti somministrarono argomenti
e favella al gemere lungo del Popolo; forse il Principe cedeva, ma
i Privilegiati non vollero, meno teneri della Monarchia che di sè
stessi, ed invidiosi che questa, sviluppandosi da loro, senza loro
durasse. Tutto lo edifizio monarchico e feudale doveva salvarsi o
perire, e ciò parve amore, e veramente fu astio; ma così amano sempre
i Partiti: — próstrati a terra, e adorami; io ti darò i regni della
terra. — Satani sempre, e a tutti; anche a Gesù! — Di qui ebbero
origine, da un canto, le trappolerie, gl'inganni, e le slealtà, poi le
mene segrete, al fine le scoperte opposizioni; e dall'altro, rancori,
rabbie, pretensioni quotidianamente crescenti, e il subentrare continuo
dello impeto della passione ai nobili discorsi del pensiero; poi,
aumentando lo scambievole odio, si venne alle ingiurie; il trapasso
all'offesa fu breve; quegli ebbero ricorso alle forze ordinate del
dispotismo, questi alle forze scomposte dell'anarchia; i primi, se
avessero vinto, avrebbero ucciso la Libertà stringendole il collo; i
secondi, vincendo, la condussero a morte aprendole le vene. Il sospetto
non chiuse più occhio, e la vigilia infiammò il sangue del Popolo; e
siccome quanti più scalini scendiamo per la scala della ingiustizia,
sempre più copiosi troviamo i motivi di offendere, al sospetto, alla
miseria, alla cupidità, al furore ecco accompagnarsi la paura; fra
i cattivi consiglieri, pessimo: — la paura, Ciclope acciecato, che
di tutto teme, anche dei camposanti, però che il vento che zufola
per le croci le metta spavento; onde impreca alle croci, e vorrebbe
anch'esse sepolte. Pareva che ormai la ferocia degli uomini avesse
toccato il fondo del suo inferno, e non era niente; l'ultima furia e
la più truce di tutte dormiva sempre. Negli ultimi giorni di agosto
1792, si sparge la voce in Parigi, i Prussiani, espugnato Longwy,
accostarsi a Verdun. Male davvero conosce la natura delle rivoluzioni
chi pensa che siffatte novelle giovino ad abbattere gli animi esaltati;
la rabbia vedemmo allora diventare delirio, e destarsi e stendere le
braccia insanguinate la furia delle vendette. Il sospetto cerca le
cospirazioni pronte a scoppiare, spesso le immagina, qualche volta le
trova, la paura l'esagera, e nella propria sua ombra teme il sicario;
la minaccia esterna inasprisce, facendo, per così dire, rientrare nella
massa del sangue la infiammazione della cute, e un grido sussurrato
di orecchio in orecchio a voce sommessa, come si costuma ai funerali,
dice: «Siamo traditi, il _pericolo delle armi_ sta lontano, e non è
quello che ci _stringa più urgente_; il pericolo sta qui nei nemici
che abbiamo in casa. I Generali alla frontiera badano ai Prussiani,
noi qui dentro dobbiamo badare agli aristocratici cospiranti sempre
contro la Libertà.[427] La causa della rivoluzione potrà salvarsi, se
accorriamo tutti ai confini; ma lasciandoci dietro le nostre famiglie
abbandonate, i nostri nemici le trucideranno; dunque è necessità
mettere mano al sangue: forse la causa della rivoluzione soccomberà,
dunque vendichiamoci anticipatamente della temuta disfatta sopra
questi aborriti, che dispererebbero la nostra agonia con gl'insulti del
trionfo; sia che vinciamo, sia che perdiamo, bisogna far sangue.»
Riandate col pensiero le citazioni allegate nelle pagine precedenti,
anzi aggiungetevi anche questa: «Per combattere il nemico straniero
bisogna non _temere che il nemico interno c'insidii e ci minacci
alle spalle_. La Fazione, non c'inganniamo, è numerosa, e potente.
La coscienza della causa dà il debito, e il diritto della vittoria:
_questo fa legittimo, e sacro ogni mezzo_;»[428] e vedete se la mossa
del Laugier partoriva in Firenze i medesimi furori. Lascio la decadenza
del Principe gridata a furia; lascio la Repubblica proclamata per
_gittare_, come dicevano, un _fatto compíto_ davanti ai suoi nemici;
non ricordo il bando di traditore posto addosso dalle turbe invelenite;
ma, con ribrezzo, mi trovo costretto a rammentare la empia gioia
della vicina strage, gli eccitamenti orribili a purgare con battesimo
di sangue le strade della nostra città: e qui mi taccio, perchè
nel ravvolgermi per queste memorie mi prende al cuore una tristezza
infinita, che poco è più morte.
Confrontate il linguaggio, che qui si udiva, in Toscana, con quello,
che costumavasi in Francia, e ditemi poi se i giorni del terrore vi
paressero imminenti! «I motivi sono eglino puri? Il fine approfitta
la Rivoluzione? Giova o no alla causa della libertà? — Ciò basta...
Si deve parlare della Rivoluzione con rispetto, e dei provvedimenti
rivoluzionarii co' riguardi che meritano. La Libertà è una vergine di
cui è colpa sollevare il velo.»[429] Vedete se qui come in Francia
proclamavasi la sentenza, ai Rivoluzionarii non pure spettare il
diritto, ma incumbere il dovere di fare di ogni erba fascio per
salvarsi: «empia massima e atroce, che somministra ai minacciati il
diritto di combattere con armi pari, e distrugge lo Stato Sociale per
surrogarvi la guerra.[430]»
Siffatti eccitamenti condussero in Francia le giornate del settembre.
Che cosa pagherebbe mai la Francia per potere strappare coteste pagine
dal volume della sua storia? Forse quelle che narrano dei gesti del
Condé; e se non bastassero, ci aggiungerebbe le altre che parlano del
Turena; e, se più si volesse, anche quelle di Napoleone; e finalmente
quante altre mai favellano di gloria, purchè cotesto vituperio
cessasse. Nè dovrebbe reputarsi troppo caro il riscatto, conciossiachè
i Popoli s'infamino peggio pei fatti scellerati, che non si esaltino
pei gloriosi.
Coloro che quelle immanità ordinarono non ne sentirono rimorso, almeno
sul momento; all'opposto, le confessarono come provvidenza necessaria
di Stato; e questo avviene quante volte, pervertito ogni senso morale,
il cervello guasto dai sofismi pesa sul cuore come una lapide di
sepolcro: quelli poi che l'eseguirono n'ebbero orrore; ed anche questo
è ragione, perchè il Popolo traviato dalla passione chiude le orecchie
alla voce della coscienza, ma per via di cavilli non sa strozzarla.
E avvertite, che non per ordine dell'Assemblea, ma in onta sua, fu
commessa la strage. I violenti l'avevano soverchiata instituendo
Governo fuori del Governo, per quei tempi onnipotente quanto feroce. La
Francia spaventata imparò lo eccidio del settembre per via di questa
Circolare spedita dal Comitato di Salute Pubblica col sigillo del
Ministro della Giustizia:
«Prevenuto che torme di Barbari si avanzavano contro la Francia, la
Comune di Parigi usa diligenza ad informare i fratelli di tutti i
Compartimenti come una parte degl'iniqui cospiratori detenuti nelle
prigioni è rimasta spenta per virtù del Popolo. Comparve necessario
questo atto di _giustizia_» (e sempre _giustizia_ rammentasi da coloro
che meno vogliono e sanno adoperarla) «per contenere con la paura le
legioni dei traditori chiuse dentro le mura, mentre stavamo in procinto
di muovere contro il nemico; e il Comitato non dubita che il Popolo di
Francia, dopo la serie dei tradimenti lunghissima la quale lo spinse
su l'orlo dello abisso, si studierà imitare questo partito tanto
vantaggioso quanto necessario, e dirà come il Parigino: — Noi correndo
contro al nemico non lasceremo dietro a noi scellerati che scannino le
nostre mogli ed i nostri figliuoli...!»
I posteri incolpano meritamente la memoria del Danton, come
partecipe ed eccitatore di cotesti misfatti; ed è da credere che dove
risolutamente vi si fosse opposto, forse gli sarebbe venuto fatto
stornare tanta sciagura dalla Francia, tanta infamia dal suo capo;
però che la voce del Magistrato sia autorevole a dissuadere le turbe da
promiscue stragi, come da qualsivoglia altro atto di efferata barbarie,
dalla quale per religione, per educazione e per naturale istinto
esse repugnino: e bene ammonisce il signor De Barante nei frammenti
citati, che il Danton, stimolando la plebe a insanguinarsi, non fece
affatto prova di audacia, bensì di codardia, solita nei capi di parte,
che, _per mantenersi in favore dei proprii soldati, alle voglie loro,
quantunque disordinate, sempre vilissimamente acconsentono_.
E di vero il Danton invece di trattenere, ecco come spingeva la plebe:
«Il dieci agosto ci ha divisi in Repubblicani e in Realisti: poco
numerosi sono i primi, molto i secondi. In questa debolezza noi ci
troviamo esposti a due fuochi; a quello dei nemici fuori, e all'altro
dei realisti dentro,» e concludeva col truce attraversare della mano su
la gola, e colle più truci parole: «Bisogna atterrire i realisti!»[431]
Così procedono i fomentatori della Rivoluzione, e non la trattengono,
nè il proprio corpo in mezzo alla strada attraversano, affinchè il
carro sanguinoso si arresti.
La sentenza gravissima del signor De Barante, da noi riportata poco
anzi, ci porge occasione, confrontandola con certe parole dell'Accusa,
a dimostrarne la manifesta stupidità. Costretta l'Accusa a confessare
con amarezza inestimabile com'io mi fossi valoroso oppositore delle
più _accese voglie_ della Demagogia, subito dopo, per cancellarne il
merito, aggiunge che questo feci per conservare nelle mie mani il male
acquistato potere.
Innanzi tratto la mia autorità, per sua natura transitoria, non
poteva prorogarsi che per ispazio brevissimo di tempo, sia che
l'Assemblea deliberasse la Repubblica, sia piuttosto che il Principato
costituzionale restituisse; nel primo caso, è da credersi che non
avrebbero scelto a governare la Repubblica, _tale che accusavano
averla contrariata_; nel secondo, di questa pasta non si fanno
Principi, e penso che non ci bisogni dimostrazione. Ancora: non qui
in Toscana, ma a Roma, il Potere Esecutivo e i Ministri sarebbersi
dovuti eleggere; onde se in me fosse stata vaghezza di durare al
governo con la Repubblica, e commettermi alle sue fortune, insensata
opera faceva travagliandomi ad avversarla in Toscana: lasciato
quaggiù, come suol dirsi, sacco e radicchio, avrei dovuto prendere
le mosse verso Roma, dove supremo seggio, più volte, mi avevano
offerto, e l'ho provato altrove. — Per durare al potere, in virtù del
beneplacito della moltitudine, signora assoluta delle cose, nuova arte
c'insegna l'Accusa. — La Storia ci mostra come i vogliosi di dominare
abbiano sempre piaggiato, non contrastato il Popolo; ma che cosa cale
all'Accusa di Storia? Ella sa di dire sempre bene. Anche Cromvello
e Napoleone, che furono così assoluti e si sentivano gagliardi su
le armi, si gratificarono i Popoli con ogni maniera di lusingheria.
Perpetuo aborrimento loro erano i corpi deliberativi; sicchè quando
vollero dominare signori, Cromvello nell'aprile del 1653, invaso
il Parlamento co' suoi soldati, ne cacciava a vituperio i Deputati,
e chiusa la sala se ne ripose la chiave in tasca, ordinando che vi
appiccassero un cartello che dicesse: «_Stanze da appigionare._»[432]
Buonaparte, nel novembre del 1799, faceva saltare, a San Clodio, dalle
finestre i Membri del Consiglio dei Cinquecento.[433] Io convocai
l'Assemblea Costituente toscana, perchè delle sorti toscane statuisse
nello spazio di tempo che mi fu dato più breve.
Adesso come, — esclamerà l'Accusa levando le mani al cielo, — con
paziente animo può sopportarsi in bocca di questo bagnato e cimato
prevenuto sì superbo vanto! Possono eglino questi agnelli toscani
paragonarsi co' lupi parigini del 1792? Dove il coraggio, dove le
mani sariensi trovate per far sangue? _A diversis non fit illatio._
Abbassa le mani, Accusa, e ascolta: già non sono io che queste cose
penso essere state possibilissime qui; ma tu, che descrivi la Fazione
con tali orribili colori, che se fosse stata composta di tanti diavoli
scatenati dallo Inferno, non avresti saputo e forse nè anche voluto
fare peggio.
Ma io metto, che fosse mansueta quanto una vergine, eppure anche di
questa il buon Parini filosoficamente poetando insegnò:
«Ahi da lontana origine
«Che occultamente noce
«Anco la molle vergine
«Può divenir feroce...»
Oppure tu pretendi, o Accusa, la Fazione pusillanime e codarda? E
per questo appunto la si doveva temere spietata. La virtù, che si
esercita gagliardamente contro la resistenza, si arresta dinanzi al
nemico supplichevole di mercede: ma la pusillanimità, per vantarsi,
che anch'essa fu della festa, non potendo mostrarsi nella prima opera,
si prende per sua parte la seconda, che è di sangue, e di strage. I
macelli dopo le vittorie ordinariamente commettonsi dai bagaglioni,
e dai saccardi, e la cagione delle immanità inaudite, per le quali
le guerre civili diventano infami, consiste appunto in questo, che la
plebe imbelle gavazza nel tuffare le braccia fino ai gomiti nel sangue
e nel cincischiare un cadavere steso ai suoi piedi, sentendosi affatto
di prodezza incapace:
_Et lupus, et turpes instant morientibus ursi,_
_Et quæcumque minor nobilitate fera est._
Narrano le Storie che Alessandro crudelissimo tiranno di Fere, mentre
si deliziava a ordinare i veri strazii di tante infelici vittime, non
poteva soffrire i finti di Andromaca e di Ecuba rappresentati sopra i
teatri. L'Imperatore Maurizio essendo avvertito in sogno e per altri
prognostici, che un Foca soldato in allora sconosciuto lo avrebbe messo
a morte, interrogò il suo cognato Filippico intorno ai costumi, alla
indole, e alle azioni dell'uomo, ed intendendo com'ei si fosse pauroso
e codardo, ne concluse subito, ch'egli doveva essere ancora omicida e
crudele.[434]
Leggi, Accusa, il grave De Barante, e t'insegnerà come anche in Francia
la sete del sangue a poco a poco si sparse, e a poco a poco crebbe;
saprai che nello esordio della strage dei prigioni della Badía gli
ammazzatori se giungevano ai cinquanta non li passavano; vedrai come
alieni molti di costoro da così immani delitti, al cessare del delirio
che gli aveva invasi, presi da malinconia, agitati da visioni notturne,
diventassero matti; udrai come uno armaiolo, detenuto nel carcere
della _Conciergerie_, al quale i sicarii fecero patto salvargli la
vita se gli aiutava a scannare, accettasse, ma, dato il primo colpo,
gittasse via il ferro micidiale, e gridato con quanta voce aveva in
gola: «Uccidetemi; io eleggo essere piuttosto vittima che carnefice!»
cadesse trafitto martire della sua umanità;[435] e se ne avrai voglia,
apprenderai «come dato una volta il segno, e prevalsa la idea che
bisogna sacrificare vite per la salute dello Stato, tutto si disponga
a questo atroce fine con incredibile agevolezza. Ognuno opera senza
repugnanza, e senza rimorso; la gente vi si abitua nel modo stesso che
il magistrato a condannare, il chirurgo a vedere gl'infermi patire
sotto i suoi arnesi, il generale a spingere ventimila uomini alla
morte. Viene composto un fiero linguaggio corrispondente alle opere; e
perfino si trovano motteggi e lepidezze per esprimere idee di sangue.
Ciascuno corre strascinato, intronato dal moto universale; e furono
visti uomini, i quali nel giorno innanzi si occupavano pacifici di arti
o di commercio, trattenersi con la medesima facilità di distruzione e
di morte.»[436] Sicchè per queste e per altre notizie, tu, se ne avrai
talento, potrai, o Accusa, conoscere come un Popolo lieto, giocondo,
amabile, ai sensi di carità di leggieri inchinevole, religioso così
che mediamente ebbe nome di cristianissimo, mutato, in breve giro di
tempo, genio e costume, vincesse d'immanità assai le più feroci belve,
e rinnegasse non solo i riti religiosi, non solo lo Dio dei suoi
Padri, ma tutto Dio, e facendo l'anima morta col corpo, operasse da
bruto. Veramente ogni Popolo presenta una sua speciale fisonomia; però
andrebbe errato di molto colui che presumesse in queste nostre parti
occidentali tanto un Popolo dall'altro diverso che, sottoposti entrambi
al medesimo impulso, uno dall'altro, agendo, differisse; questo
starebbe contro il naturale ordine delle cose e contro la esperienza
quotidiana. Nelle medesime condizioni di civiltà tanto più si
livellano i pensieri, gli appetiti e gl'impeti, che anche in condizioni
differenti gli abbiamo veduti procedere a un di presso uguali. Così,
a modo di esempio, nella peste di Milano del 1630 il Popolo ebbe fede
alla presenza degli untori, e furono processati e morti, imperciocchè
quale infamia, qual tirannide e quale errore patirono penuria di
_Giudici_ per sentenziare, di Carnefici per _giustiziare_? E nella
moría del Cholera chi di noi non rammenta avere udito gente, e non
mica di piccola levatura, bensì di ordinario discorso dotata, affermare
che uomini perversi, toccando con arnesi imbrattati, il mortale morbo
trasfondevano? — E mentre questi successi accadevano sotto i miei
occhi a Livorno, non leggevamo di cittadini dabbene precipitati dalla
credula plebe parigina nei pozzi, perchè temuti manipolatori di veleni
_cholerici_?
Qui, come in Francia, sconfortate le moltitudini e indifferenti, e ce
lo racconta la stessa Accusa;[437] qui la forza pubblica inerte; qui
sciolti i vincoli politici, rilassati i religiosi; qui insomma poteva a
buon diritto ripetersi quello che Garat Ministro dello Interno diceva
all'Assemblea: «Enormezze incomportabili in Parigi quotidianamente
commettonsi, e temesi peggio. La forza pubblica rimane spettatrice
inoperosa, e si scusa adducendo difetto di ordini: intanto, prima che
gli ordini arrivino, i perversi ragunano il Popolo, lo infiammano, lo
strascinano, e il male cresce irrimediabile.»
No, — senza supremo di Dio benefizio, a cui prima dobbiamo grazie
infinite, e l'opera di me, fatto segno di vituperevole guerra, Toscana
piangerebbe adesso giorni funesti quanto quelli che nel 1792 successero
in Francia.[438] Questa è la mia gloria, e nessuno me la può tôrre. Se
in secolo meno tristo io fossi nato, se fra gente più generosa vivessi,
tradotto innanzi al Tribunale avrei detto: «in questo giorno, e in
questa ora le furie rivoluzionarie invadevano la Patria nostra, traendo
seco i mali, che fanno piangere un secolo. Dio aiutando, a me fu dato
salvare la Patria. Popolo e Giudici, che facciamo noi qui? Andiamo in
Chiesa a rendere grazie a Dio pel ricevuto benefizio.»
Queste sono reminiscenze pagane; oggi i cristiani più civili farebbero
condurre Cicerone alle Murate, a starsi in compagnia con Cetego e con
Lentulo.
§ 3. _Stato in che mi trovo ridotto nei giorni 18, 19, 20._
Vedevo imminente formarsi la tempesta, e attendendo fra tanto pericolo
a preservarne lo Stato, il quale era da temersi che ne andasse
sommerso, pensai in primo luogo occupare le menti col rumore dello
apparecchio delle armi, poi nel negozio delle elezioni. Consideravo
così tra me, che scemando i motivi dello ardore, e frastagliandolo in
tanti scopi diversi, poteva sperarsi che quel fattizio impeto per la
Repubblica quietasse. In simile intento nel giorno 17 febbraio, con
data del 16, era bandito questo Proclama, e col Proclama provvedimenti
relativi allo scopo del Proclama consentivo, e ordinavo.
«Toscani!
«La nostra bella contrada si disfà, se quanti hanno cuore italiano non
sorgono animosi a salvarla.
«Bande di facinorosi col pretesto della fuga di Leopoldo II, ed anche
senza pretesto irrompono al saccheggio e allo incendio. Il Governo ha
represso gli scellerati, e saranno puniti.
«Alcuni soldati figli di questa terra a noi dilettissima, abbandonavano
le bandiere, e con sacrilegio maggiore disertavano i confini alla
fede del sacramento loro affidati. Una cosa sola conforta l'animo
travaglialo, ed è questa, che i più, pentiti, sono ritornati. Possa in
breve un battesimo di fuoco reintegrarli nella pienezza dell'onore, che
non doveva mai rimanere offeso.
«Ora corre il momento solenne. Momento di eterna infamia o di eterno
onore. Non sapremo noi spargere altro che lamenti codardi, e lacrime
vane? Vorremo noi offrire di nuovo lo spettacolo allo straniero di una
emigrazione troppo spesso derisa?
«No, i mali sono grandi, ma non minori alla costanza del buon
Cittadino. Non è mai lecito disperare della salute della Patria.
«Coraggio! La Legge intorno ai Volontarii fu pubblicata; breve lo
ingaggio, di un anno e un giorno; la ricompensa giusta, l'onore
grandissimo.
«Non più parole, ma fatti. Se trentamila Toscani volontarii non corrono
alle armi, chi è quaggiù che ardirà parlare di Libertà? Se il Popolo
sarà pari alle sue promesse, il Governo non mancherà al suo dovere.
«Egli saprà vincere l'anarchia interna, egli si difenderà aggredito
dalle invasioni straniere: farà quanto Dio e la coscienza gli
impongono.
«Rammentinsi i tepidi e gl'infingardi e gl'inerti, che a tale siamo noi
che restare è peggiore che andare, e che il partito più fecondo di mali
sta nel non far nulla.
«Voi vi ritirate nelle vostre case, sciagurati! Chi ve le salverà dallo
incendio? Voi nascondete il vostro denaro e lo negate alla voce della
Patria! Chi vi difenderà se lo avrete a dare sotto al bastone croato?
Voi pervertite il cuore dei campagnuoli e li dissuadete dalla guerra!
Chi preserverà i colti dalle scorrerie dei cavalli nemici?
«Non ci credete? Guardate la Lombardia, e vedrete se questa è verità.
«Firenze, li 16 febbraio 1849.»
Mirava ad attirare le menti commosse verso l'elezioni la Circolare ai
Prefetti, pubblicata nello stesso giorno 17 febbraio.
«_Circolare del Governo Provvisorio Toscano ai Gonfalonieri._
«Signor Gonfaloniere.
«Il primo pensiero del Governo Provvisorio, appena si trovò chiamato
ad assumere in momenti così supremi le redini dello Stato, fu quello
di circondarsi di un'Assemblea Nazionale, onde la volontà del Popolo
avesse tutto il suo peso nel Governo del Paese.
«Così fosse stato nell'umana potenza, come era nel desiderio dei
Cittadini che governano, improvvisare all'istante un'Assemblea
Nazionale! Ma volendo far tutto che era umanamente possibile per
affrettarne la convocazione, fu dettato un Regolamento nel quale,
piuttosto che a giorni, ad ore, vennero misurate le operazioni
elettorali.
«Infatti per la preparazione, formazione, correzione e pubblicazione
delle liste, fu imposta una sollecitudine per la quale si richiede
tanta alacrità nei Parrochi e nelle Autorità Municipali, che solo
la gravità dei tempi fa sperare secondata da tutti. Le ulteriori
operazioni fino alla convocazione delle Assemblee Elettorali, e
le successive, fino alla proclamazione dei Deputati di che parla
l'Articolo 39 del Regolamento de' 13 corrente, sono così compendiate
nel tempo che il Governo le ordinò, non senza tema che fossero
giudicate impraticabili. Non si ebbe riguardo a sacrificare il
ricorso, che in tempi ordinarii non avrebbe potuto negarsi, contro
le risoluzioni dei Prefetti in domande di rettificazione di liste; e
per le trasmissioni di carte da luogo a luogo, si fece conto che le
Autorità interessate non avrebbero profittato dei modi di ordinaria
corrispondenza comunque spedita, ma avrebbero, come debbono usare,
mezzi al tutto straordinarii di più celere comunicazione.
«Signor Gonfaloniere! all'Autorità Comunale, a Voi, è specialmente
affidata l'esecuzione del Decreto Elettorale: da Voi specialmente
dipende che il 15 marzo tutti gli Eletti del Popolo sieno in solenne
convegno attorno al Governo Provvisorio. Gli indugi toscani non
sieno più che una memoria. Pensate che il Paese vi guarda ed attende.
Studiate in precedenza tutto il meccanismo del Regolamento, onde non vi
sorprenda dubbio nel momento dell'azione: e quando sentiate bisogno di
alcuna dilucidazione, chiedetene per tempo ai Prefetti, a Noi.
«Le operazioni elettorali sono una catena. Se un anello non
corrisponde, la macchina si ferma. E la macchina deve andare a ogni
costo.
«Li 16 febbraio 1849.»
Sembra che il sospetto di trovarsi prevenuti, consigliasse i Congiurati
ad anticipare, non aspettando che da tutti i paesi, come avevano
disegnato, giungessero genti a Firenze. Verso le ore sei pomeridiane
del 17 febbraio, ecco arrivarmi da Livorno questo Dispaccio.
«Pigli a Guerrazzi.
«Poco fa ha avuto luogo una dimostrazione numerosissima con cartelli e
bandiere, per chiedere la pronta Unione con Roma. Sono stato costretto
a parlare. Ho promesso informare il Governo senza promettere niente; mi
sono limitato a lodare la Repubblica Romana. _Credo sapere_ che domani
si porteranno costà Deputazioni di tutti i Circoli, per chiedere quanto
sopra.»[439]
Accorto da qual parte spirava il vento, e avendo oggimai conosciuto,
che del Governatore non mi poteva fidare, spedisco senza mettere
tempo fra mezzo il mio familiare Roberto Ulacco, e credo averlo
fatto accompagnare da Emilio Torelli con lettere urgentissime pel
signor Dottore Antonio Mangini, persona a me aderente, e preposta ai
miei negozii in Livorno; con queste lettere gli commetteva, che col
Gonfaloniere si accontasse, e palesatogli il mio concetto, facessero
opera insieme presso gli amici, affinchè il disegno dei partigiani
della Repubblica non avesse seguito. Spediti i messaggeri, per mezzo
del telegrafo ammoniva il Gonfaloniere in questa sentenza:
«Il Presidente del Governo Provvisorio al Gonfaloniere di Livorno.
«Il Dottore Mangini a questa ora deve avere una nota del concetto del
Governo. Dovrebbe fare un Proclama. Se non lo ha fatto, sollecitalo.
La condizione nostra è piena di pericolo. Il Paese sta sopra un filo
di rasoio. Quello che importa, è, che corrano alle armi. L'anno e un
giorno è una formula; assicura che lo ingaggio sarà per un anno fisso.
Qua abbiamo mille Volontarii, — domani speransi duemila. Livorno sarà
minore di Firenze. Vergogna, vergogna.
«Febbraio 17, ore 10, min. 20 pom.»[440]
Questo pericolo nostro, o piuttosto mio, consisteva nel presagio
d'impotenza a resistere allo sforzo repubblicano; l'oscillazione del
Paese sul filo del rasoio riguardava la quasi sicurezza, che, attesa
la inerzia dei più, sarebbe stato stravolto dalla Fazione audacissima.
Consultato adesso da me il signore Mangini intorno ai fatti di cui
fu parte, risponde nella guisa che sarà esposta fra poco. Importa
intanto considerare, come, dalle carte raccolte nel Volume dell'Accusa
resultando la notizia data al signor Dottore Mangini del mio concetto
intorno ai successi del tempo, il suo possesso di una mia nota per
compilarvi sopra un Proclama, e la raccomandata conferenza in proposito
col signor Gonfaloniere di Livorno, nè l'uno nè l'altro sia stato su
questo punto ricercato; però se importava considerarlo, non deve recare
maraviglia alcuna, dopo averlo considerato. L'Accusa, che nel suo
ufficio ravvisa un duello da combattere, s'ingegna con tutte le arti a
facilitarsi e ad assicurarsi la vittoria.
_La gran bontà dei cavalieri antiqui_ stava bene appunto fra i
cavalieri antiqui; gli Accusatori di siffatte cortesie non sanno o non
curano; e' vogliono sgarire ad ogni modo; e a questo scopo intendendo
essi, quanto offende raccolgono, da quanto difende aborriscono.
Non racconto novelle, ma cose che io stesso vidi. Fu già un uomo di
cervello balzano, a cui venne in testa di fare raccolta di cornici;
empito che n'ebbe un magazzino, cangiata voglia, si dette a comprare
quadri e ad accomodarli dentro di quelle. Ora accadeva sovente che
i quadri non capissero nelle cornici, di che il buono uomo punto si
turbava, ma tagliato quel tanto che sopravanzava ce li faceva entrare
di santa ragione. Così tagliò fin quasi ai ginocchi un quadro giudicato
di Rubens, che rappresentava il caso della coppa di Giuseppe rinvenuta
nel sacco di Beniamino, il quale, rimasto nella mia Patria, rende
perpetua testimonianza della barbarie dell'uomo. L'Accusa, non so se
abbia comprata da altri, o se abbia fabbricata con le sue mani una
cornice; fatto sta, che ha preso testimonianze e documenti, e ce gli
ha provati; quei, che a parere suo c'incastravano, ella ve gli aggiustò
con amore; a quelli che non v'incastravano ha tagliato inesorabilmente
le gambe ribelli.
Ecco come scrive il Dottore Antonio Mangini: «Nel giorno successivo
all'Adunanza del 16 febbraio, per mezzo di Roberto Ulacco, da
lei specialmente ed appositamente inviato, ricevei una lettera
urgentissima, nella quale accludendomi un lungo scritto tendente
a dimostrare la inopportunità della Unione con Roma, e della
proclamazione della Repubblica, mi commetteva lo pubblicassi a modo di
Proclama, e per tal modo ne rendessi convinti i Circoli, e il Popolo
di Livorno. Comunicai questo scritto al Dottore Mugnaini, a cui restò.
Questo Proclama era intempestivo, perchè veniva dietro la deliberazione
presa. Non ostante questo, il Dottore Mugnaini voleva servirsene nel
miglior modo possibile. Immantinente conferii col Gonfaloniere Fabbri,
il quale conobbe essere impossibile arrestare la opinione prevalente.
Nulladimeno, mi promise intervenire la sera al Circolo, dove dovevano
essere eletti i Membri componenti la Deputazione del Circolo Politico,
che doveva partire per Firenze la domenica mattina successiva. Infatti
il Fabbri intervenne al Circolo, ma indarno: non prese parola, perchè
non vi fu discussione, essendo partito già preso; e indarno il Dottore
Mugnaini volle opporsi, e con esso altri pochi. La domenica a Firenze
avvenne quello che a tutti è noto. Interpellato oggi il Dottore
Mugnaini per lettera, ha convenuto essere rimasto a lui quel Proclama,
ma dichiara non averlo più trovato, e probabilmente essersi perduto fra
moltissimi altri suoi fogli. Questi sono i fatti di cui sicuramente mi
ricordo.»
Mentre ingrossano senza riparo le turbe nella Capitale per proclamare
la Repubblica, e mentre qui stanno tali, di cui Europa armata anche
adesso paventa, per condurle, ecco cadere, non come favilla no, ma
come folgore sopra le polveri incendevoli, la notizia: il Generale De
Laugier essersi dichiarato contro al Governo Provvisorio; abbandonata
la custodia delle frontiere, muovere contro la Capitale; avere
sostenuto il Delegato Regio Conte Staffetti; minacciare fucilazioni
e stato di assedio; percorrere le vie con sembianti terribili, e
finalmente avere pubblicato il seguente Proclama:
«Toscani!
«Il nostro amato Sovrano Costituzionale Leopoldo Secondo si degna
avvertirmi:
«I. Non avere mai abbandonato la Toscana, perchè rimasto sempre in
questi pochi giorni a Santo Stefano con Guardie d'onore inglesi.
«II. _Nell'allontanarsi da Siena aver nominato un Governo Provvisorio_.
«III. _Aver proibito alle Truppe di sciogliersi dal Giuramento_.
«IV. Essere Egli sempre _l'ardente amatore della Libertà e
dell'Indipendenza Italiana_.
«V. Ordinarmi quindi richiamar tutti alla fedeltà e al dovere,
ripristinare l'ordine e la quiete.
«_Le Truppe Piemontesi, in numero di 20,000 uomini, passare adesso le
frontiere per sostenerlo_.
«VI. Essere conservati i gradi nella Milizia stanziale.
«VII. Perdono ed oblio per tutti, meno per quelli, che dopo questo
Proclama tentassero di fare spargere una sol goccia di sangue
cittadino.
«In Massa, li 17 febbraio 1849.
«Viva Leopoldo II Principe Costituzionale.
«Viva la Libertà.
«Viva la Indipendenza Italiana.
«_Il Generale_ — DE LAUGIER.»
Altre voci succedono mescolate, siccome avviene, di vero e di falso,
esagerate dalla fama, dalla rabbia e dalla paura: il Generale levare di
Lunigiana artiglierie e milizie; abbandonare la frontiera indifesa alle
invasioni nemiche; avere stracciato gli avvisi del Governo Provvisorio,
posta Pietrasanta in istato di assedio.[441] Concionatori su le piazze
crescevano legna al fuoco; era da per tutto tremendo anelito e delirio
furente; immensi urli gridavano traditore De Laugier, Repubblica, morte
ai nemici del Popolo; i sospetti si arrestino, le porte chiudansi,
le case si perquisiscano; se il Governo vuol fare queste cose lo
soccorreranno, se si rifiuta lo metteranno in pezzi, e faranno da
sè; e questo sarebbe il meglio, perchè ormai, e si era visto a prova,
il Governo non sa camminare con passi rivoluzionarii, verso i nemici
della Patria procede con indulgenza colpevole, tepido poi si mostra e
incapace degli estremi partiti; e questi abbisognare adesso, e questi
ad ogni modo volere. Più che mai ardenti e minacciosi tornavano ai
rimproveri avventati contro me fino dai primi giorni di febbraio.[442]
In quel giorno i Settarii andavano insinuando malignamente parole
mortali contro il Governo Provvisorio, o piuttosto contro di me: «già
la _calunnia_ investe i nomi rispettabili dei componenti il Governo
Provvisorio; già i reazionisti esitanti fino all'ultimo momento a
mostrarsi a visiera alzata, susurrano iniquamente gli uomini del
Governo nostro temporeggiare _per concerti fraudolenti col despota
piemontese_, insinuano _volere essi conservare lo Stato allo austriaco
Leopoldo_, e, senza compromettere sè stessi, lasciare che il loro
Partito si comprometta, e si perda.»[443] Così fingevano compiangere
i mali, che eglino stessi seminavano: lacrime di coccodrillo erano
coteste. Ed in quel giorno G. B. Niccolini strillante come uccello del
malo augurio, più spesso che mai avesse fatto, andava urlando dintorno:
«Giù il Guerrazzi dalle finestre, e chiunque si oppone!» Incominciava
per costui a diventare idea fissa quel mandarmi capovolto dai balconi
del Palazzo; nonostante questa ed altre tali tenerezze, l'Accusa
ritiene, che il Niccolini «continuò a godere, almeno per certo tempo,
come in avanti, della confidenza e intimità dei Triumviri, _non escluso
il Guerrazzi_!»
La fiumana, rotti gli argini, allaga; la Repubblica in mezzo a fremiti
è bandita, il Principe si urla decaduto, chiamato a morte De Laugier,
l'Albero... ma che parlo io di Albero? una foresta di Alberi sorge su
per le piazze e pei crocicchi di Firenze; e non solo la Repubblica, la
Decadenza del Granduca, la Unione immediata con Roma, e la morte del
Generale De Laugier si urlano, ma si riducono in Plebisciti.
Dall'alto dei balconi del Palazzo Vecchio vedevamo quel mareggiare
di teste in burrasca, e udivamo cotesto inferno di gridi, Sir Carlo
Hamilton ed io; e lo interrogava dicendo: «Ora come potrò resistere?
_Ah! fui gittato come uno schiavo alle fiere_.» Ed egli, fieramente
turbato: «Cedete su tutto, ma salvate la vita e le sostanze dei
cittadini.»
Quando il Popolo irruppe allagando camere e sale, ed io solo nel vano
di una finestra (al salto periglioso eravamo vicini, e il caso di
Baldaccio dell'Anguillara mi traversava la mente), con ragioni, con
preghiere, con rimproveri, e finalmente con arguzia potei schermirmi da
cotesti furiosi, dovevano venirmi a canto i Giudici. Allora avrebbero
veduto e sentito se incitai i Popoli, o se con pertinace resistenza,
che a Dio piacque benedire, li contenni. Allora avrebbero inteso
quali fieri accenti scambiassi con Giuseppe Mazzini, _che delle parole
dette a Livorno non voleva più sapere_, e la Repubblica pretendeva,
e subito s'instituisse; i quali, comecchè pronunziati nello impeto
della passione, non è bello nè onesto riferire. Se in quel giorno i
Giudici e gli Accusatori che fin qui mi stettero schierati di contro
fossero stati fra i difensori dell'ordine al fianco mio, il giorno 18
febbraio così si sarebbe loro scolpito nel cuore, che forse avrebbero
sentito vergogna di affermare, che alla proclamazione della Repubblica
mi opposi soltanto dopo la disfatta di Novara. Ma dei miei Giudici
e dei miei Accusatori fin qui non fu istituto _difendere_, bensì
_offendere_; e tutto il mondo, non dubitino, di ciò si è accorto da
buona pezza di tempo. Però, se cotesti Giudici e cotesti Accusatori
non vi erano, vi ero io, e vidi intorno a me, soldati dell'ordine, il
Gonfaloniere Peruzzi, il Generale Zannetti e quello Adami che osarono
processare, e Romanelli e Franchini che ardirono accusare, ed altri
parecchi cittadini onoratissimi i quali con la vista e con la voce mi
confortavano a durare cotesta lotta mortale.
L'Accusa, cui sembra poca cosa differire, può intanto conoscere che per
essere state differite in quel giorno la decadenza del Principe e la
proclamazione della Repubblica, nè allora nè poi furono atti compíti
cotesti.
Sentiamo adesso come ha coraggio incolpare l'Accusa. Il Decreto del
10 giugno, e con poche varianti sul medesimo tema il Decreto del
7 gennaio, e l'Atto di Accusa del 29 gennaio 1851, sostengono, la
Spedizione armata volta verso Lucca essere in _gran parte_ composta
della gente straniera, la quale allora _infestava_ il Paese: guidandola
io, avere incusso da per tutto paura d'incendio e di saccheggio alle
campagne che la impresa del Laugier e la causa del Principe si fossero
attentate a favorire: Laugier _da me con Decreto_ messo fuori della
Legge, e da me _costretto_ a rifuggirsi, quasi solo, in Piemonte,
_abbandonato_ dalle sue milizie per opera nostra spaventate e corrotte.
A Cesare De Laugier mi legava amicizia antica; e veramente la meritava,
come quello che dell'onore italiano si mostrò tenerissimo sempre.
Di questo fanno fede le opere che, con lungo studio, dettò sopra i
gesti degli Italiani in Ispagna e in Russia (dove i nostri soldati
combatterono per le glorie di un Popolo, a cui, almeno per ora, non
piacque porre la gratitudine nel novero delle virtù che gli fanno
corona), e il desiderio di accendere dalle scene, scuola vecchia di
vizio e di viltà, con drammi guerreschi la mente dei giovani alla
milizia. Egli procurò rendere popolare in Toscana la storia dei fatti
di arme pei quali suonò onorato il nome degli esuli italiani su le
remote spiaggie di Montevideo; e primo scrisse erudimenti per la
milizia cittadina, ahimè! staccata acerba dall'albero dove avrebbe
maturato rigogliosa e salutare. Per queste e per altre cagioni erami
caro Laugier: egli pertanto scrivendomi, con lodi che mi parvero
troppe, intorno al Decreto del 9 febbraio sul giuramento delle milizie,
ammoniva mal consiglio essere stato quello di sciogliere le milizie
dal giuramento, però che, già troppo inferme, per lo sciogliersi anche
di cotesto vincolo sarebbonsi per avventura sbandate; i soldati avere
già balenato con pessimi segni, più tardi avrebbe saputo ridurli al
fine commessogli; lasciassi fare a lui, che egli gli avrebbe col tempo
ridotti. Così egli scriveva a me; quello che al Ministro della Guerra
scrivesse, ignoro; questo chiariranno gli Archivii del Ministero. Io
gli rispondeva dandogli ragione, ed esponendogli come il Decreto fosse
stato impresso nel _Monitore_ senza la mia firma, anzi contro il mio
consenso. Potrei io invitare Cesare De Laugier, a nome della verità,
di ritornarmi, almeno in copia certificata conforme, la mia lettera?
Diligente conservatore delle sue carte io so il Generale, ed egli
in parte la citò nella sua relazione da Sarzana: giustizia vuole si
conosca intera.
Della improvvisa mossa del Generale De Laugier tanto maggiormente io
mi ebbi a restare sorpreso, in quanto che nel giorno stesso in cui egli
muoveva con le sue forze contro lo interno del Paese, nel 17 febbraio,
mandava al Ministro della Guerra: «Tenere bene le frontiere guardate;
dove occorresse, farebbe il suo dovere di soldato.»[444]
Ora questa amicizia con Cesare De Laugier mi tornava funesta; tale non
gli fu, nè gli sarebbe mai stata la mia; i miei avversarii cominciarono
a susurrare prima, e poi dire alla scoperta al Popolo febbricitante:
«Ora vi siete chiariti? Non vel presagivamo noi? Sotto i governativi
languori non covava la trama? Guerrazzi del traditore Laugier è amico
antico; in ogni occasione tolse sempre le sue parti, così a Livorno
come qui a Firenze, e sempre; seco lui tiene corrispondenza segreta;
per certo di questa infamia egli era a parte, forse macchinata e
condotta da lui. Quest'uomo non si mostrò propenso alla Repubblica
mai; ed ora chi è che l'avversa? Forse non egli solo? Perchè, con
quale intento le insorge egli contro? Chi non è con me, è contro me;
e questo, io vo' che sappiate, ha detto tale che non può fallare. Che
cosa significa questa tenerezza di conservare intatti i regii ostelli?
Ha paura che noi li guastiamo? E di ciò a lui che ha da calere? Quali
pensieri del Rosso sono questi suoi? Non sono eglino roba nostra?
e se li guastiamo, dovrà egli risarcirli a sue spese? Inoltre, noi
sappiamo, e ve ne abbiamo avvertito le mille volte, che il Guerrazzi
se la intende di lunga mano col Ministro Gioberti per farci venire i
Piemontesi in casa. Quel benedetto Montanelli, piuttosto che chiamare
intorno a sè il Guerrazzi, faceva meglio a mettersi l'esca accesa
negli orecchi. Ancora, udite, e questa è prova espressa contro la
quale non ci è da ripetere; noi sappiamo il Guerrazzi avere mandato
tutti i suoi bauli a Livorno, e con essi la famiglia, tranne il nipote
e un familiare rimasto ammalato; ora che cosa significa fare bauli?
— Significa che l'uomo si apparecchia a viaggiare: egli dunque tenta
fuggire; egli fugge; egli è traditore.»
Deh! Non fate le meraviglie se il Popolo armeggiasse in siffatta guisa;
per avventura abbaca con miglior senno o con più coscienza la gente
che tira salario a posta per ragionare? Almeno il Popolo dice le sue
sciocchezze _gratis_.
E badate, queste voci, comecchè triste, pure avevano in sè qualche
fondamento di vero, consistendo appunto la calunnia nell'arte di
mescere il vero col falso. Vera la relazione antica col De Laugier;
vero il mio pronto sostenerlo in parecchie occasioni tanto in Livorno
che in Firenze; a Livorno, in ispecie, quando nelle feste del settembre
1847 la milizia uscì fuori armata, mentre, per quanto si asseriva,
egli aveva promesso mandarla fuori senz'armi, e non era vero; a
Firenze, quando mi mandò un suo segretario affinchè mi adoperassi
a fare approvare la sua condotta al Consiglio Generale, la quale
venne amplissimamente approvata; vero lo invio delle valigie e di
tutta la famiglia a Livorno, tranne il nipote che meco venne a Massa;
vero che, temendo prossimi i tempi, dai quali la mia anima rifugge,
avrei preferito morire nel tentativo di fuga, che vivere in terra
insanguinata.[445] Stampavasi in Piemonte, e pubblicamente dicevasi,
avere io domandato lo intervento delle milizie piemontesi a Vincenzo
Gioberti; ed era vero all'opposto avergli scritto, a mediazione
dell'amico Pasquale Berghini, lettere ortatorie onde nol consentisse:
nonostante per siffatto modo si dilatò la voce, che io ebbi a smentirla
nel _Monitore_ del 13 marzo 1849: «Brevi parole e schiette. Da Torino
mi giungono notizie che il signor Vincenzo Gioberti va susurrando
avere io domandato lo intervento piemontese. Dove ciò fosse vero,
dovrei dichiarare il signor Gioberti mentitore, e gli raccomanderei a
rammentarsi che gli uomini pubblici devono cadere con dignità. Però, in
questi tempi copiosi di vani romori, _spero che le notizie pervenutemi
ritengano appunto siffatta natura_. Nonostante giovi ad ogni buon fine
questa mia dichiarazione.»
Nel _Messaggere Torinese_ del 14 marzo si leggeva: «Vediamo con
piacere le imprecazioni (del Gioberti contro di me), perchè i nuovi
fautori del Gioberti si affannavano in Piemonte a sparger voce che
il toscano intervento fosse concertato col Guerrazzi, voce che, per
quanto combattuta dagli amici del prigioniero di Portoferraio, andava
acquistandosi qualche credito.»
Nè già si creda che fossero nuove queste notizie; al contrario, esse
avevano incominciato a circolare fino dal novembre 1848, come occorre
nel Nº 30 novembre del _Monitore_: «Nel _Corriere Mercantile_ del 28,
sotto la rubrica di Genova 27 novembre, si legge, che in quella mattina
partirono sul Vapore _San Giorgio_ 350 soldati delle riserve piemontesi
chiamati in Toscana, a quanto si dice, dal Ministro Guerrazzi.»
E fu smentito; ma la calunnia è un'acqua torba, che, per chiarire che
si faccia, lascia sempre la posatura in fondo; almeno così insegna Don
Basilio, nell'arte del calunniare professore solenne.
Alla fine il Popolo sconvolto si avventò con le sue ondate contro i
gradini del Palazzo Vecchio, fremendo ed urlando: «Il Guerrazzi fugge
— è fuggito — è traditore.»