arnese a visitarvi a casa? — Se lo avessero provato, se anche veduto,
o se almeno fattoselo raccontare, io quasi quasi mi persuado che non
avrebbero scritto la coazione poca, o nulla, o esclusa dai primi atti
_co' quali, e ne' quali_, ec., come in altra parte fu detto.
E gli urli mi percossero nella mia stanza, dove stavo di corpo infermo,
e della mente peggio, però che quel contendere ogni momento la fama
e la vita, è tale martirio che logora viscere di bronzo. Qui non vi
era tempo da perdere. Se il Popolo tornava imperversando nell'ostello
già violato, mi lacerava di certo; risolvei, per subita ispirazione,
andare contro lui. Presi (nè so bene il perchè, non potendo
l'uomo negl'improvvisi moti dell'animo rendere ragione a sè stesso
dell'operato) uno squadrone, e correndo giù per le scale mi presentai
al Popolo dicendo: «Chi è che mi accusa di tradimento? Io non fuggo,
chi ha cuore mi seguiti.»[446]
Il Popolo brontolando si acquietò alquanto; ed ecco come mi trovai
sospinto a partire per Lucca. Così i Francesi sospetti, nella prima
Rivoluzione, riparavano al campo per sottrarre il capo alle parigine
stragi.
E avvertite che appena uscito da Firenze, o sia che per le relazioni
dello _Inquisitore_, che mi avevano messo al fianco, della mia fede
dubitassero, o sia che per sospetto spontaneo le consuete ubbie
riassumessero; fatto sta, che allo improvviso mi giunse dietro per
staffetta il richiamo: al quale, non senza sdegno, rispondendo io
per via telegrafica da Lucca il 22 febbraio 1849 diceva: «_Non posso
partire di qua senza vergogna, e_ SENZA CHE MI SI DICANO LE RAGIONI
DELLA CHIAMATA.»[447] L'Accusa fra i suoi Documenti riporta un conto
dell'oste Bordò pel Niccolini, e da cotesto conto appunto si conosce
ch'egli meco non venisse, nè io meco lo conducessi, imperciocchè se
fosse stato del mio seguito nei miei quartieri e non altrove avrebbe
albergato, alla mia mensa, e non a quella dell'oste, seduto.[448]
L'Accusa, inoltre, cita ricavandone motivo a mio danno l'espressioni
contenute nel Dispaccio spedito da Massa il 23 febbraio 1849, le
quali dichiarano: «_Ho servito fedelmente, e lo dico con franchezza,
il Principe Costituzionale: servirò con uguale fedeltà il Popolo, non
ne dubitate._»[449] Queste parole testimoniano aperto com'io venuto
in sospetto m'ingegnassi inspirare la fede che meritavo; come ai miei
stessi Colleghi, che di me, non pur gli atti, i pensieri conoscevano,
la mia devozione religiosa agli interessi del Principato Costituzionale
contestassi, e finalmente, e di ciò mi onoro, che con zelo e sagrifizio
pari mi sarei, siccome invero mi sono, consacrato agl'interessi
del Popolo, per liberarlo a un punto dagli scellerati furori degli
anarchici, e dei reazionarii.
Ma i Giudici appongono: tutto questo è nulla; il Guerrazzi aveva
detto non avere paura, dunque non la doveva avere, e poteva resistere
al Popolo in tutto e per tutto.... A simili opposizioni, le quali
riesce giudicare impossibile se patiscano maggiore il difetto di
discernimento, o quello della riconoscenza, comecchè grandissimi
entrambi questi mancamenti appariscano, io mi sono confessato e mi
confesso stremo di difesa.
Oltre le ragioni a me speciali, stranissima (e potrei dire stupida)
cosa è supporre che uomini di carne avessero potenza di resistere a
tutto, in mezzo a così orribile trambusto, e rifiutare la sanzione al
Plebiscito, che Laugier traditore della Patria dichiarava, mentre io
riusciva a evitare l'altro relativo alla decadenza del Principe, e al
bando della Repubblica. Stranissima e stupidissima cosa è supporre, che
il Governo potesse astenersi da ordinare una Spedizione, che Popolo
armato, e gente accorsa da più parti, non che di Toscana, d'Italia,
imperiosamente imponevano. Qui non sovveniva ripiego di sorta; non
si potevano opporre qui le teorie dai Repubblicani predicate, nè
le promesse dai medesimi fatte poco anzi; non giovava addurre la
necessità di consultare il Popolo; bisognava ed era prudente obbedire,
avvegnachè, se per una maggiore resistenza avessero rotto l'ultimo
freno, che cosa mai sarebbe accaduto di me? Dichiarato traditore,
sarei stato messo in brani a furia di Popolo. — Questo c'importa
poco, avvertiranno i miei Accusatori; ed io dirò: in fede di Dio voi
parlate discretamente, perchè davvero trovarmi straziato dal Popolo,
o da voi, potrebbe parere lo stesso, dove non pensassi che il Popolo
si ravvede sempre, e piange, e voi non vi ravvedete, nè piangete mai;
ma se non per pietà altrui, per voi medesimi almeno avrebbe dovuto
premervi, che il Paese non venisse in balía di chi esaltava per santo
qualunque partito, per istrascinare il Paese alla Repubblica, e danari
dov'erano voleva arraffare, e dei sacri argenti spogliare le Chiese,
e tribunali rivoluzionarii istituire, e rivoluzionarii eserciti
disegnare, e impiegati sospetti e traditori non pure destituire, ma
ammazzare:[450] avrebbe dovuto, sciagurati, premervi che lo Stato
non cadesse nelle mani di chi esultava nella _prossima strage_, il
sangue con aperte narici quasi bestia feroce fiutava, le strade con
un battesimo di sangue cittadino intendeva purificare. E sì, e sì,
che queste cose con le proprie mani avete raccolto, e co' vostri occhi
avete letto come i Faziosi cospirassero a imporre _silenzio perpetuo_
agli avversarii loro; e sì che avete provato, come già voi stessi di
contumelie e improperii vituperassero, e con più disonesto attentato
manomettessero. Ora io vi domando, perchè dal nuovo pericolo percossi
vi rivolgeste a noi, e ci chiedeste protezione? Se voi estimaste che la
mala turba fosse aizzata per noi, o con qual senno o consiglio a noi vi
raccomandaste? Voi mi credeste custode allora della civiltà toscana;
e voi credeste, che avrei voluto e potuto difenderla. Ditemi, non vi
difendemmo noi? Si tacque forse la nostra voce? A procurare tostano
castigo dei colpevoli non fummo solleciti noi? Noi dalla rivoluzione
vi difendemmo; come mi avete difeso voi dalla reazione? Io non parlo
di altri; parlo di voi, i nomi dei quali ho letto sotto i Decreti e
le Requisitorie compilate fin qui; e a voi rivolgendomi dico, che per
onore vostro avreste dovuto continuare a credere oggi come credeste
allora, e che me in voi stessi avreste dovuto rispettare.
§ 4. _L'Accusa non sa leggere._
Il Decreto della Camera di Accuse del 7 gennaio 1851, firmato da
_Giuseppe Orsini_, _Giovan Battista Aiazzi_ e _Luigi Pieri_, il quale
ne fu _relatore_ o _compilatore_, come si abbia a chiamare, a pag. 88,
§ 32, dice in questa maniera:
«Il De Laugier con Decreto del giorno successivo (18 febbraio 1849),
_firmato dal Guerrazzi e dal Mordini_, fu posto fuori della Legge come
Traditore della Patria, e vennero dichiarati ribelli i soldati che
l'obbedivano.»
Nel Volume che serve di fondamento all'Accusa, a pag. 838, cotesto
Decreto occorre riportato, e dice in quest'altra:
«Il Governo Provvisorio toscano
«Considerando, che il Conte De Laugier col suo Proclama del 17 corrente
si è fatto eccitatore della guerra civile;
«Considerando, che il Governo Provvisorio toscano legittimamente
costituito dal Popolo mancherebbe a sè stesso, e al debito che egli
ha di tutelare la vita e gli averi dei cittadini, se non facesse alla
colpa succedere immediatamente la pena; ha decretato e decreta:
«Art. 1. Il Conte De Laugier è dichiarato traditore della Patria, e
come tale posto fuori della legge.
«Art. 2. I soldati tumultuanti sono dichiarati ribelli.
«Art. 3. I bassi uffiziali, che rimarranno fedeli terranno il posto
immediatamente superiore a loro, occupato dagli uffiziali traditori.
«Il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra è
incaricato della esecuzione del presente Decreto.
«Dato in Firenze questo dì diciotto febbraio milleottocento
quarantanove.
«G. MAZZONI
«Presidente del Governo Provvisorio toscano.
«Per il Ministro Segretario di Stato pel Dipartimento della Guerra,
«Il Ministro Segretario di Stato
pel Dipartimento degli Affari Esteri,
A. MORDINI.»
Fui indiscreto io, se a giudicare di me pretesi Giudici che sapessero
leggere? — Tremendi diritti mi somministrerebbe la Difesa, ma carità
di Patria mi prega che io chiuda in cuore il giustissimo sdegno, e mi
taccia.
§ 5. _Della lettera del 19 febbraio 1849 indirizzata al Pretore del
Porto Santo Stefano._
La Requisitoria del Regio Procuratore generale, a pag. 126, afferma
essere stata questa lettera dal signor Marmocchi composta sopra
_minuta_ o _appunto_ del Guerrazzi. Il Decreto della Camera di Accuse,
a pag. 87, aggiunge, che per essa lettera _non si deponeva punto il
pensiero della cacciata del Principe_. Ecco la lettera:
«Cittadino Prefetto.
«I provvedimenti da voi adottati, dopo le notizie delle quali avete
informato questo Ministero col foglio vostro in data del 17 stante,
non possono non rimanere pienamente approvati. — Noi corriamo alla
frontiera dalla parte di Massa. Colà urge il pericolo. _Leopoldo penso
che attenda a fuggire._ Voi intanto mandate a Orbetello, Massa, S.
Filippo, e Rocca S. Caterina. Il Pretore di San Stefano si porti dal
Granduca, e gli dica, che il Governo, eletto dalla Assemblea e dal
Popolo, gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua
presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto;
che è indegno di Principe _cospirare_ a _turbare_ l'ordine, che dice
_raccomandare_. La Nazione giudicherà di Lui come Sovrano. Il Pretore
faccia il suo dovere; se non può farlo, _protesti all'Ammiraglio,
che con la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad
eseguire gli ordini del Governo_. E vi saluto.
«Li 19 febbraio 1849.»
Prima di tutto, come possa da uomo di mente sana conservarsi il
concetto di _cacciare via tale_, ch'ei pensa _in procinto di partire_,
è per vero dire uno dei tanti prodigi di ragionamento, che l'Accusa ci
abituò ad ammirare senza insegnarci, almeno per ora, ad intendere. Io
poi ho serbata a questa sede del discorso la lettera del _19 febbraio_,
perchè l'attenzione del lettore si fermi a considerare il tempo e lo
stato delle cose in cui fu dettata.
Ora è da sapersi come il signor Gustavo Mancini con Dispaccio del
_12 febbraio 1849_, in assenza del Prefetto di Grosseto, domandasse
le istruzioni, e come dopo _cinque_ giorni il Prefetto medesimo, non
le vedendo comparire, per averle insistesse. Dunque da ciò si rende
manifesto, come io da ben _sette_ giorni mi andassi indugiando a
rispondere intorno al Granduca, però che scrivere spontaneo cosa che
gli tornasse spiacente io non voleva, e cosa che a me e ad altrui
nuocesse io non poteva. Giunto a Firenze nel giorno _18 febbraio_
il Dispaccio nel _17_ mandato da Grosseto, che instava, affinchè al
Pretore del Porto San Stefano le istruzioni domandate fino dal _12_ del
mese stesso si mandassero, il signor Marmocchi, il quale esercitava
allora l'ufficio di Ministro dello Interno, meco per certo ne avrà
conferito, e con altrui. Nel Volume dei Documenti occorrono di mio
carattere due scritti relativi a questa lettera: il primo veramente è
appunto come per ordinario ponevo nel margine dei Dispacci, contenente
il concetto della risposta, che si doveva fare; il secondo è copia
precisa della lettera mandata.
Lo appunto dichiara: «Le istruzioni furono date. Se S. A. ama,
come dice, il Paese, repugna alla dignità e lealtà sue rimanere in
parte ove serve di bandiera alla guerra civile. Rammenti, che la
situazione attuale del Paese fu creata da lui, non già dal _suo Popolo_
innocentissimo.»[451]
La copia della lettera del _19 febbraio_ suona in diversa guisa:
«Approvansi i suoi provvedimenti. Noi corriamo alla frontiera dalla
parte di Massa. Colà urge il pericolo. Leopoldo penso che attenda
a fuggire. Mandi a Orbetello, a Massa, San Filippo, e Rocca Santa
Caterina. Il Pretore di Santo Stefano si porti dal Granduca, e
gli dica, che il Governo, eletto dalle Assemblee e dal Popolo,
gli partecipa che la reazione non può avere luogo; che la sua
presenza ecciterà, come ha eccitato, qualche facinoroso al delitto;
che è indegno di Principe cospirare a turbare l'ordine, che dice
raccomandare. La nazione giudicherà di lui come Sovrano. Il Pretore
faccia il suo dovere; se non può farlo protesti all'Ammiraglio, che con
la minaccia dei cannoni inglesi s'impedisce il Magistrato ad eseguire
gli ordini del Governo.»[452]
Ora parmi chiaro, che meco conferendo e con altri il Ministro dello
Interno ricevesse commissione di comporre il Dispaccio dietro le
traccie dello appunto trascritto sopra la lettera del signor Mancini
del _12_. Questo naturalmente successe nelle prime ore del giorno _18_,
dopo lo arrivo della posta. I casi avvenuti in cotesta fiera giornata,
le ardenti accuse mosse contro il Governo di avere con negligenza
colpevole somministrato motivo alla guerra civile, e la necessità di
difenderci all'uopo da persone, che si erano arrogate il diritto di
sorvegliare i nostri atti, i nostri moti di ora in ora, e perfino
di minuto in minuto, persuasero di certo alla svegliata prudenza
del signor Marmocchi di mettere nel Dispaccio parole più colorite,
e provvedimenti, che nè allora seppi, e neppure adesso so che cosa
mai potessero importare. Lascio, come anche ora che scrivo, frugando
nella mia mente, Rocca Santa Caterina che sia, del pari ignoro; bensì
chiunque abbia intelletto di stile, di leggieri comprende, che la copia
della lettera del 19 non è mio dettato.[453] Interrogato il Ministro
circa il Dispaccio trasmesso, io, secondo ch'egli mi veniva dicendo,
scrissi su i margini della lettera del signor Prefetto, onde potere
mostrare ai miei _Inquisitori_ come le istruzioni fossero date, e
quali: molto più, che difetto nel mandarle vi era, ed aveva mestieri
schermirmi da giusto rimprovero d'inerzia.
Arrogi quello che soventi volte ho dichiarato, non correre nè
potere correre allora stagione opportuna a restaurare il Principato
Costituzionale pochi giorni dopo che egli lasciava il campo, senza
fare neppure le viste di resistere a parte repubblicana. Ella è follia
espressa pretendere quiete il giorno seguente alla rivoluzione. La
Inghilterra, che stette ferma all'urto della rivoluzione francese del
1830, pure, a giudizio di Lord Melbourne, durò per bene quattro anni a
tentennare.[454] Nè questo è tutto: distraendo in altra parte le forze
che tenevo apparecchiate col Generale D'Apice per impedire tumultuarie
aggressioni contro Porto Santo Stefano, molte e gravi fortune potevano
accadere alle quali importava grandemente ovviare. Come le terre di
Maremma ardessero tutte, abbiamo veduto; certo La Cecilia le descrive
diverse, ma altri dissente da lui; varii i giudizii secondo le
impressioni; bensì il fatto dimostra che meglio i secondi opinassero,
dacchè per le città e terre di Maremma, non annuente il Governo,
vollero proclamare la Repubblica, e la proclamarono; e al Porto Santo
Stefano eziandio, appena ebbe quinci rimossi i piedi il Granduca.
Pertanto considerando maturamente la qualità dei successi, i tempi
fortunosi, i pericoli, la inanità, anzi il danno espresso di rimontare
contro pelo la corrente quando strascina più rapida, e la sicurezza
di riuscire dando tempo al tempo, e modo di riaversi con la quiete
consigliera di giusti partiti ai Toscani tutti, costituzionali ed
anche esaltati, io per me, se avessi tuttavia seduto nei Consigli della
Corona, le avrei detto:
«Altezza. L'autorità che, debole e disarmata, non senza sforzo reggeva
all'urto della Fazione avversa al Principato, impossibile parmi che
possa ricuperarsi adesso per forza, adesso che di propria mano ha
schiuso la porta ai suoi nemici. Che la Toscana per la massima parte,
e gli uomini di senno pressochè tutti, sieno del costituzionale
reggimento tenerissimi, V. A. lo sa, lo ha veduto, senza timore
d'inganno lo ha detto più volte, ed è vero così. Si danno epoche
per la umanità, che io volentieri chiamerei di contagio politico;
e la presente è fra quelle: testimone la Europa. Quali argomenti si
adoperano contro il contagio? Giova talvolta sostenerne imperturbati
lo assalto, e, senza lasciarsi sbigottire, far prova di vincerlo col
valore e con l'arte; tale altra parve più utile scansarsi, aspettare
che la malignità dell'aere cessasse per tornare poi nelle purificate
dimore. Praticare in un punto questi due partiti è impossibile. Del
presente stato male s'incolperebbe tale o tale altro uomo, tale o tale
altro Popolo. Stupidezze di menti meccaniche sono queste. Siffatte
perturbazioni politiche non dirò che sopraggiungano alla sprovvista
per tutti, bensì sempre ai Governi fatali, generate di lunga mano, per
molti umori disposte, come sarebbero appunto le pestilenze ed altre
maniere di perturbazioni fisiche. Ora poichè dei due partiti fu scelto
quello di scansarci, scansiamoci, e provochiamo da questo i frutti che
ne dobbiamo raccogliere, i quali, a senno mio, matureranno presto, e
felici se lasceremo gli esaltati a straccarsi nello inane tumulto, se
torremo loro prudentemente dinanzi gli argomenti i quali, gittandoli
a disperate risoluzioni, chiuderebbero loro al rinsavire ogni via;
in qualunque Stato che muti forma di reggimento con sicurezza di
durata, il trapasso dal vecchio al nuovo noi vedemmo sempre doloroso
per necessarii subugli; immaginiamo ora se accadrà di quieto questa
trasformazione priva di potenza vitale. Voi vedrete i neghittosi
diventare prodi per lo spavento della prossima anarchia. Tutto il
male sarà attribuito alla Rivoluzione; ogni speranza di pace riposta
nella restaurazione del Principato Costituzionale; dalla speranza al
desiderio, dal desiderio al bisogno di ristabilirlo è brevissimo il
tratto, se pure tratto ci corre; il moto poi riuscirà irresistibile,
imperciocchè gli avversarii non pure troverete avviliti negli sforzi
infecondi, ma vinti dal sentimento della propria impotenza, ed è questa
fortuna suprema nelle faccende politiche dove la forza doma, ed anche
per poco, — non vince; i traviati troverete all'abituale devozione
ricondotti, gli ignavi, scottati dall'acqua calda, solleciti ora a
guardarsi anche dalla fredda; riassicurati i timidi; tutti acclamanti;
gli amici vostri, non della vostra fortuna, esulteranno e procederanno
modesti; gli amici della vostra fortuna, e non di voi, si mostreranno
insolenti, e voi con la prudenza e gravità vostre ne saprete tenere
corti gli ugnoli. Fra pochi mesi V. A., tornando chiamato dal voto
universale della Nazione, esclamerà: io ne vado sicuro, come Carlo
II reduce a Londra, che suo fu il torto di andarsene o di non essere
tornato più presto fra Popoli amatissimi e amantissimi.[455] Ogni altro
consiglio, Altezza, come pernicioso a Voi, esiziale alla autorità che
importa ricostruire, nemico al Popolo, deh! vi scongiuro, rifiutate.
Ricondotto dalle armi, e sieno pure piemontesi, aprirete nel cuore
delle genti una ferita che per tempo non sana, e gli esempii del secolo
ce lo hanno fatto vedere.[456] Confidando nei moti interni, adesso
che la febbre dura, avverto, che per lo meno insorgeranno contrasti,
e questo è ciò che ho dimostrato doversi prudentemente evitare,
conciossiachè l'uomo, animale di contradizione, soglia, per contrasto,
ostinarsi, e, per offesa, nello errore confermarsi. Nè sono a temersi
contrasti ed offese individuali soltanto, ma nascerà, e già è nata
la guerra civile, di cui V. A. ha meritamente ribrezzo: l'anarchia
stenderà, e già ha cominciato a stendere, le mani ladre, e, orribile
a dirsi, alza l'augusto vostro nome a bandiera! Altezza, se orrore di
sanguinosi conflitti l'animo vostro mansueto persuase ad allontanarvi
da Siena, deh! considerate che, a cagione della presenza vostra a Santo
Stefano, questi conflitti.... per ora.... non cessano.... ma crescono;
— dacchè, durando le cause che in questo momento li provocano, anzi
essendo diventate maggiori, la distanza di poche miglia non può avere
virtù di spegnerli. Sceglieste il partito di dare tempo al tempo; io lo
avrei combattuto con tutte le forze prima che voi, Altezza, lo aveste
preferito; ora che lo sceglieste, giova seguirlo; se non m'inganno,
ormai è quello che vi ricondurrà con pace nell'onorato seggio: mite
foste, mite mantenetevi; gli altri consigli rigettate, però che se
per essi (cosa che adesso subito parmi ad accadere difficile) vi fosse
restituito lo scettro.... V. A. lo rigetterebbe da sè perchè sarebbe
insanguinato.»
Così con non savie forse, ma affettuose parole, io avrei favellato
a Leopoldo II, se mi fosse stato concesso recarmi a Santo Stefano; e
questo era il concetto che in nota succinta registrava il 18 febbraio
1849 sul Dispaccio inviato al Governo dal Consigliere di Prefettura di
Grosseto il 12 di quel mese.[457]
§ 6. _Motivi per muovermi contro il Generale Laugier._
Ora si voglia supporre per un momento, che stesse in facoltà del
Governo astenersi dalla Spedizione a Massa. Innanzi tratto, io vorrei
domandare se i Giudici credono davvero che quando un soldato alza una
bandiera, sia pure in nome del suo Sovrano, devano tutti sotto pena
di ribellione prestargli fede, e seguitarlo. Badino, che quello che
dicono, come pare, è veramente enorme, e potrebbe tirare grandemente a
male.
Per buona sorte servendo l'Accusa alla sua passione ha rinnegato la
scienza, ed ha commesso gli errori deplorabili, di cui, invocata la
dottrina dei pubblicisti, la incolpa l'Avvocato Adriano Mari nella
Difesa che presentò alla Cassazione per Leonardo Romanelli.
Il terreno che io ho da percorrere brucia: scerrò quello che scotta
meno; e dirò soltanto, che più meditava il Proclama del 17 febbraio
del Generale Laugier, meno mi riusciva intenderlo. Per nessun segno io
poteva ritenerlo sincero.
Infatti il Proclama dichiara, che il Granduca nello allontanarsi
da Siena aveva nominato un Governo Provvisorio: ora questo era
patentemente falso, nè conosciuto in quel tempo, nè mai; anzi
contradittorio con la lettera e con lo spirito delle dichiarazioni
granducali del 7 febbraio: con la lettera, perchè nulla contenessero
espressamente in proposito; — con lo spirito, perchè raccomandando a
noi i regii servi (e non invano), cosiffatta raccomandazione a privati
non si poteva indirizzare; e se il Principe avesse eletto un Governo
Provvisorio, noi privati cittadini ridivenivamo: inoltre pensava, che
se il Principe avesse lasciato qualcheduno a rappresentarlo, sarebbe
stato un Luogotenente, non un Governo Provvisorio. L'affermazione
del Proclama accennava a due cose: prima, a una menzogna; seconda,
ad uno errore commesso, o fatto commettere, perchè il Paese versasse
nell'anarchia. Sosteneva inoltre avere vietato alle truppe di
sciogliersi dal giuramento, ed anche di questo non era comparsa
notizia. — Della Commissione conferita al De Laugier, nessuno fu
avvertito dal Principe in modo autentico; in quanto a me, dopo l'ultima
lettera particolare del signor Commendatore Bitthauser da Siena, nella
quale mi si prometteva prossimo il ritorno del Principe, e intanto a
suo nome mi si raccomandava la quiete della città, non ebbi avviso di
sorta, neppure verbale. Nè anche Sir Carlo Hamilton mi riportò invito,
ordine, raccomandazione, o che altro, da Santo Stefano. Al Governo,
eccetto la lettera e la dichiarazione del 7 febbraio, non pervenne
altro atto dalla Corona direttamente nè indirettamente. Ma non soli
noi; non il Senato, non la Camera dei Deputati, non il Municipio,
nessuno insomma ricevè avviso, che appo loro accreditasse il contegno
del Generale Laugier.
Ingrate materie io tratto, e con ingrato animo; ma se dei generosi non
è spento il seme, ricorderanno, che io mi difendo da capitale accusa,
e deploreranno con me chi mi ha ridotto in questo non giusto stato. —
Sopra tutto mi faceva andare pensoso la chiamata dei 20,000 Piemontesi.
Gli uomini che presiedevano allora ai consigli del Re Carlo Alberto
si erano mostrati, non dirò poco benevoli, ma con mio sommo rammarico
avversi alla Toscana. In altra parte di questa Apologia ho favellato
delle quistioni col Governo di Piemonte poi confini; fu visto che
per comporre coteste faccende era stata proposta al Ministro Pareto
una commissione mista di Piemontesi e Toscani; accolto il partito,
riceveva un principio di esecuzione. Avenza (come ognuno conosce) fa
parte di Carrara: occupata prima dai Piemontesi, dopo l'armistizio
Salasco la sgombrarono: allora, gli Avenzini imploranti, presero
a presidiarla i Toscani. Il Piemonte a un tratto, sopportando ciò
molestamente, c'impone la uscita non senza aggiungere minaccie. A
questo punto, salito al Ministero io, trovai la quistione. Proposi
allora alla Corona saggiare un po' di quali frutti sarebbe stata
portatrice la Costituente, fino dal 12 Maggio 1848 da lei bandita fra
cotesti Popoli, opposta come mezzo di difesa al Piemonte; e piaciuto
il consiglio sfidai in certo modo il Governo Sardo a rimettercene al
voto universale. Il Piemonte aderiva: proseguendo nelle trattative,
fu convenuto una forza mista di milizie piemontesi e toscane, fino
al giorno della votazione, presidiasse Avenza; in quel giorno si
ritirasse; due commissarii, uno per parte, alla votazione assistessero.
I Sardi, presentendo sfavorevole lo esito del negozio, adesso si danno
a mettere in campo cavilli: opposi a tenacità tenacità; il convenuto
solennemente ebbe ad adempirsi, ed è cosa degna di considerazione,
come due soli voti ottenessero i Piemontesi. Con voglie prontissime gli
Avenzini confondevansi alla famiglia toscana.[458] Ottimo esperimento
era cotesto, e pegno felice a bene sperare della Costituente _quando le
vicende politiche ci avessero persuaso o costretto di ricorrere a lei_.
Piemonte, mal soddisfatto, metteva innanzi non so quali irregolarità
di votazione, e mandava di nuovo Carabinieri ad Avenza per tenervi lo
ufficio. Inestimabile, e l'ho detto, fu la contentezza della Corona per
l'esito di questo suffragio universale. Pareva a lei, come a chiunque
altro, che procurare alla Toscana confini naturali fosse un bello
acquisto, — e più ne letiziava il cimento prosperoso del voto.
Nel decembre i Piemontesi tentano torci Panicale, per la qual cosa
il Regio Commissario conte Del Medico si risentiva gagliardamente
scrivendo al Delegato di Sarzana:
«Devo significarle il dispiacere e la sorpresa che ho provato nel
ricevere dal signor Sabatini, R. Delegato di Pontremoli, la notizia che
a Panicale si fossero avvisati di procedere ad una votazione assistita
soltanto da alcuni Sarzanesi, senza la presenza di verun Toscano,
e, dirò di più, accompagnata da minaccie e da violenze. — Come non
sentirne dispiacere? Oltrechè quei modi non sono civili nè onesti (non
parlo della legalità la quale niuno vorrà per certo affacciare), non si
addicono poi a popoli di amiche Potenze, e molto meno ad Italiani del
nostro tempo.»
Più tardi (referisco le parole del _Monitore_), correndo il 12
decembre, il villaggio di Parana fu preso da alquante milizie
piemontesi, che ne cacciarono fuori le toscane;[459] tennero dietro i
dissidii per Mulazzo, Calice, Pallerone, e terre altre parecchie, su di
che vedi il _Monitore_ del 3, 12, 27 decembre 1848, e 6 febbraio 1849,
e le corrispondenze officiali, _quando me le daranno_.
Per queste tribolazioni sarde assai si turbava la Corona, e penso non
dilungarmi troppo dalla verità, se confermo, che principalissimo motivo
a renderle accetta la Costituente fu quello di potere opporla quando
il bisogno stringesse alle tendenze corrosive sarde, che lievi adesso,
ma tenaci, davano a pensare del futuro assai. Meschina contesa fu
quella, per non dire di peggio; intorno alla quale una considerazione
mi conforta, ed è questa, che la si deve attribuire unicamente a colpa
degli _zelanti, flagello dimenticato dal Profeta Natan, e fatale a
qualunque Governo_, il quale comunque per ordinario diligente venga
distratto da cure supreme.
Con simili premesse, come io dovea credere che di punto in bianco
dal sospetto si traboccasse nella sconfinata fiducia? E come supporre
vero, che, mutata di subito politica, la Corona si gittasse a occhi
bendati in braccio al Piemonte? Non era mica indovino io; e badate, se
anche avessi indovinato, non per questo mi sarei trovato meno deluso,
conciossiachè se la Corona, cedendo a improvvidi consigli, chiamò
un giorno il soccorso sardo, il giorno veniente lo disdisse: però io
avevo buon fondamento a ritenere il soccorso sardo non vero, perchè non
verosimile.[460]
E qui ripeto, che l'obbligo di soccorrere quei Popoli alla nostra
fede commessi ci correva grandissimo, dacchè pareva duro, dopo averli
alienati dai Piemontesi, esporli adesso al loro risentimento, che pur
talvolta provano anche i generosi quando si vedono disprezzati. Ad ogni
modo il nostro dovere era cotesto, perchè, se i fati non ci vogliono
uniti nel grembo di una stessa famiglia, la gente apuana serbi almeno
per noi stima di probi, amore di fratelli.
Quando conobbero menzogna lo intervento piemontese, cotesti Popoli
mostraronsi a viso aperto contrarii al Generale Laugier, e con lettere
pressantissime e messaggi dicevano: «Ci affrettassimo a liberarli dalla
insopportabile molestia. Non essersi dati alla Toscana per patire le
stravaganze di un soldato, che non adempiva al dovere, voltando la
faccia colà dove non erano nemici.»[461]
La chiamata dei Sardi con volontà della Corona, a cagione delle cose
esposte, mi pareva incredibile; pure il Generale De Laugier bandiva
in quel punto 20,000 Piemontesi passare la frontiera, sicchè malgrado
avvisi in contrario era a dubitarsi che fosse così. Io pensai che
Cesare De Laugier _italianissimo_ come perpetuamente vantava, preso da
vaghezza di lode presente, e più dalla cupidità di fama futura, avesse
di repente abbracciato il partito di unire la Toscana al Piemonte:
non era strano, nè forte, supporre in lui il disegno, che intendesse
collegare il suo Paese ai destini di un grande Stato italiano forte
in su le armi, invece di lasciarlo andare in balía della cieca ed
avventurosa _unificazione_ con Roma. In questa opinione confermavami la
notizia di un Partito piemontese agitantesi da tempo remoto in Toscana;
la permanenza di Piemontesi di gran seguito quaggiù, a cui mettevano
capo con molta ostentazione tutti coloro, che si reputavano od erano
parziali al Piemonte, _e il Generale Laugier, non dico che fosse, ma si
riteneva fra questi_;[462] la riunione di parecchi personaggi al Golfo
della Spezia per macchinare nuovità; e finalmente la natura stessa
del Generale De Laugier, uomo della prestanza militare del quale non
è da dubitarsi, però non sempre seco, per quanto parve, pienamente
concorde. Nè questo agitarsi non dei Piemontesi, ma pei Piemontesi,
a Lucca, era solo; temevansi eziandio le mene, provocate da cui non
voglio dire, a favore di Carlo Ludovico, che, incominciate da parecchi
mesi indietro,[463] furono rinvenute vitali dalla procedura conclusa
col Decreto della Camera di Accuse della Corte Regia di Lucca in causa
Santarlasci e consorti, da me citata a pag. 459-460 di questa Apologia.
Ed oltre ai moti politici, da tempo antico covavano nel contado
lucchese, e vi si erano manifestate, enormezze in senso di anarchia.
«Il Prefetto di Pisa al Ministro dello Interno. — Oggi alle 4 circa,
vetturini ed altri paesani lucchesi hanno rotto 4 o 5 verghe della
strada ferrata a due miglia da Lucca, verso Pisa, e si sono opposti
alle riparazioni che i lavoranti della strada volevano subito fare ecc.
— 31 decembre 1848.»
Parevami (e ciò sia detto, s'egli è mai possibile, senza inasprire
gli animi che pur troppo dureranno inacerbiti), parevami eziandio che
in tale impresa, dove più che nelle armi era da farsi capitale nella
benevolenza dei Popoli, non fosse da preferirsi il Generale Laugier,
essendo noto a tutti quanto da lui repugnassero e Lucca e Pisa e
Livorno, nè troppo gli procedessero benevoli neppure in Firenze: colpa,
io voglio credere, non sua, bensì dei mutabili umori del Popolo, a cui
per rendersi accetto egli non omise argomento di sorta. Ma, insomma,
quando vogliamo conciliarci il Popolo per via di blandizie, è pur
mestieri non prenderlo a contro pelo nelle sue affezioni, ed anche
nelle sue fantasie.
E avvertite, che non fui mica il solo a credere che il Generale Laugier
mancasse di mandato a operare come faceva. In certa sua Apologia,
datata da Sarzana il 1º marzo 1849, e impressa nel _Risorgimento_, egli
medesimo ne informa: «Non vedendosi comparire i Piemontesi, gli animi
abbatteronsi: si suppose _mia invenzione_ lo intervento, e _perfino la
lettera del Granduca_.»
Pensoso, e gravemente pensoso del pericolo che minacciava la città per
la estrema esasperazione, solita accompagnare la paura del pericolo
e la violenza rivoluzionaria, intendendo al disegno di distrarre la
mente accesa delle turbe cittadine dalla Spedizione di Porto Santo
Stefano, e dal proclamare a tumulto la Repubblica, mi parve operare
prudentemente, prima col Dispaccio del 18 febbraio a volgere i corpi
volontarii armati, senza dilazione, verso Lucca, e più tardi a vuotare
Firenze, se mi venisse fatto, di quanta più gente armata potessi:
quantunque (e si noti con prudente discernimento) nel medesimo giorno
alle ore 6 pomeridiane io sapessi, che i Piemontesi non sarebbero
entrati,[464] e su le prime ore del giorno 19 mi giungesse la conferma
di questa notizia per la parte del Delegato Regio di Massa.[465] Ho
detto, che anche un pensiero di personale sicurezza mi spinse; della
mia persona niente importa all'Accusa, e troppo bene lo dimostra in
ogni suo atto; ma se un cotal poco di me a me premesse, vorrà ella
per questo incolparmi di criminlese? In marcia i soldati non attendono
ad agitazioni politiche, nè i cittadini stanno loro alle orecchie per
sobillarli. Di questo mi rampogna l'Accusa, ma davvero anche qui ella
si è affrettata troppo, però che io deva confessare avere sortito
il mio concetto meno che mezzo. I soldati non toscani formarono
_piccolissima parte_ della colonna spedita a Lucca, ed è agevole
riscontrarlo negli Ufficii del Ministro della Guerra. Vennero alcune
compagnie lombarde da molto tempo condotte ai nostri stipendii:[466]
la massima parte erano Toscani; con loro partii; in mezzo a loro io
stetti inerme. Mi circondavano i soldati medesimi che avevo trovato
tumultuanti in Fortezza di S. Giovanni Battista. Le genti in mezzo alle
quali io passava, nel vedermi circondato di ufficiali al nome italiano
poco, ed a torto, creduti amorevoli, mormoravano. Ai soldati e agli
Ufficiali toscani poi nemmeno mancava chi insinuasse condurli D'Apice
ed io per tradirli nelle mani dei Piemontesi. Così nei tempi torbidi la
perfidia mesce mostruose novelle, e così facile le accoglie l'armento
degli uomini.[467]
§ 7. _Di una lettera del R. Delegato di Massa e Carrara._
Ho voluto differire a ragionare in questo luogo della lettera del
Delegato Regio di Massa e Carrara del 13 febbraio. Il Decreto della
Camera delle Accuse del 7 gennaio così dichiara alla pagina 84:
«Al _Prefetto_ Staffetti il quale faceva noto al Guerrazzi con lettera
del 13 febbraio, come le truppe acquartierate ai confini ricusassero di
prestare giuramento e si sbandassero, il Guerrazzi con lettera privata
_rispondeva_ che calunniasse e screditasse il Granduca nell'animo di
Laugier, onde indurlo a seguitare il nuovo Governo.»
Importa, come sempre, prima di tutto rettificare il fatto. Il Regio
Delegato di Massa e Carrara queste cose mandava: 1º la milizia toscana
a Pontremoli, negato il giuramento, sbandarsi, e verso la Capitale
incamminarsi; 2º d'accordo col comando generale egli spedire Ufficiali
a incontrarla per ricondurla al dovere; 3º ancora inviare parte della
Guardia Civica a Fosdinovo per agire secondo i casi; 4º a Massa avere
temporeggiato a deferire il giuramento alle milizie; 5º mancata la
truppa di Linea, difficilissimo mantenere l'ordine nel Paese;[468] 6º
doversi organizzare 5 o 6 compagnie di bersaglieri; 7º da Fivizzano
indirizzare una Deputazione in cerca di truppa piemontese temendo
invasione nemica.
Se ciò sia vero si conoscerà leggendo la lettera stessa del Delegato,
stampata a pag. 208-209 dei Documenti:
«In questo momento giunge avviso al Comando generale da Pontremoli
che la truppa non ha voluto prestare giuramento, che ha incominciato a
sbandarsi, dichiarando incamminarsi verso la Capitale.
«Di accordo col Comando generale, si spediscono alcuni Ufficiali per
incontrarla verso Fosdinovo e procurare di ricondurla al dovere. Nel
tempo stesso io parto per Carrara, per mobilizzare una parte di quella
Guardia Civica, e la invio egualmente a Fosdinovo per agire a seconda
delle circostanze. Vi è colà una compagnia di truppa di Linea, colla
quale si vorrebbe impedire il contatto di questi traviati.
«Qui, conoscendo le difficoltà d'indurre immediatamente come si voleva
la truppa a prestare nuovo giuramento, si è temporeggiato, predicando
la necessità di mantenere l'ordine, e procurando di disporla a poco per
volta al giuramento stesso; ma le notizie sopracitate, unite ad altre
che sono giunte di Lucca ed altri paesi, non so quale effetto potranno
produrre.
«Se manca la truppa di Linea non so cosa potrà accadere in questi
paesi. Io faccio e farò risolutamente quanto sarà in mio potere per il
mantenimento dell'ordine, ma questa volta l'affare è serio davvero.
«Mandami subito il Capitano Franzoni che ti diressi con lettera pochi
giorni sono, e manda qui a chi credi l'incarico di organizzare 5 o 6
compagnie di Bersaglieri, le quali potranno essere utilissime. Io non
mi ricuso di fare quanto possa essere utile. Addio.
«Massa, 13 febbraio 1849.
«Tuo affez.
«DEL MEDICO STAFFETTI.
«Notizie del momento.
«Da Fivizzano è stata mandata una Deputazione a Sarzana per cercare la
truppa piemontese temendo di una invasione nemica. — Manderò staffette
ogni qualvolta sia necessario.»
La minuta, o appunto della risposta, dichiara in questa maniera:
«Prefetto ed Amico,
«Tieni forte: fa quanto credi; arma Bersaglieri: difendi i confini:
lusinga, loda ed eccita l'onore del Laugier; senta nel profondo che
Leopoldo II, senza pretesti, senza plausibile motivo, lasciò il Paese
all'anarchia e all'invasione. Portò seco quant'oro potè; e sull'estremo
lito, con un piede in terra e un piede sopra un naviglio inglese, sta
speculando la guerra civile. Creeremo un'armata, troveremo denaro; e
quando nulla potrem fare, anderemo all'aria.»
_Tieni forte_, riguarda la difesa dell'ordine: _fa quanto credi_, si
riferisce al mettere in moto la Guardia Civica: _arma i Bersaglieri_,
considera la difesa dei confini: _le altre parole_ sono dirette a
indurre il Generale ad operare gagliardamente in pro della Patria,
e in benefizio di cotesti paesi. Quanto fosse in noi l'obbligo e lo
interesse di difenderli, ho esposto altrove; se fosse necessario
confermare in qual conto da noi Toscani meritamente si tenessero,
io non avrei a fare altro che allegare le istruzioni dal Ministero
Capponi conferite nel 22 settembre 1848 al Marchese Ridolfi inviato
straordinario e ministro plenipotenziario del Granduca di Toscana alle
conferenze di Brusselle, in quella parte in cui queste provincie gli si
raccomandano:
«.... Ciò che il Governo granducale chiede, e lo chiede opinando di
avere molti titoli per ottenerlo, è la conservazione dei suoi attuali
confini, quali furono determinati dall'atto di accettazione del 12
maggio 1848. La perdita di questi territorii nuovamente aggregati
alla Toscana sarebbe per essa cagione di vivissimo rammarico; e ciò
non tanto per la diminuzione che essa soffrirebbe del suo territorio
o per altro fine di proprio e particolare interesse, ma perchè
il Governo granducale è sinceramente convinto che i popoli della
Lunigiana e della Garfagnana, recentemente aggregati, siano toscani
e per geografica posizione e per rapporti commerciali e per affetto,
e che la prosperità, che ai medesimi può derivare dal far parte della
famiglia toscana, non sia per essi possibile di trovare nella unione
con qualsivoglia altro Stato. I voti e l'affetto di queste popolazioni,
la lealtà costantemente dimostrata dal Governo di S. A. R. nella
questione italiana, i sacrifizii da esso fatti per la causa nazionale
costituiscono altrettanti titoli degnissimi di considerazione, per i
quali questo desiderio della Toscana non potrebbe senza ingiustizia non
appagarsi....»[469]
Certo le parole contenute nella estrema parte di cotesto mio appunto,
dimostrerebbero animo mal disposto pel Principe là dove spontanee mi
fossero uscite dalla penna. Ma quando furono esse vergate? Vogliasi
rammentare: nel giorno 14 febbraio 1849, in quel giorno stesso nel
quale, come confido avere dimostrato nelle pagine precedenti, la
prepotenza della Fazione mi costringeva a spedire al Governatore di
Livorno l'ordine di apparecchiare gente onde essere poi inviata per
la Maremma. Agl'Inquisitori e' fu mestieri fare copia della lettera
del Regio Delegato; accesi quindi gli avvisi e i comandi; coteste
espressioni contengono l'eco di quanto stampavasi pubblicamente,
e predicavasi; ed io scrissi lo appunto in discorso per acquietare
cotesti arrabbiati; ma la ricerca, che doveva proporsi l'Accusa, e
sopra la quale avrebbe potuto fondarsi, allorchè fosse stata quella
scrittura spontanea, consisteva nel conoscere se il foglio fu spedito,
se ricevuto dal Conte; se, adoperando gli argomenti indicati, ei si era
fatto a scrollare la fede del generale Laugier.
Ora tutto questo non prova l'Accusa, e non fu. Perchè non interrogò
ella i miei Segretarii, tanto gli _eletti_ quanto i _reprobi_, voglio
dire tanto i mantenuti in carica, quanto i congedati, se compilarono
Dispaccio alcuno sopra le traccie di cotesto appunto? Perchè non ne
ricercarono lo egregio conte Del Medico? Veramente, a cagione del suo
amore per la Toscana, male gl'incolse, e forse, mentre io tribolava in
carcere sotto le torture degl'interrogatorii, questo illustre amico
mutava in terra non sua gli amari passi dello esilio; ma nel modo
(ed è questo uno dei singolari trovati della presente Procedura) che
i dimoranti in Firenze, per lettere s'interpellavano; anzi un po' a
voce, e con giuramento, e un po' per via di epistole s'invitavano a
raccontare il fatto loro; potevasi col medesimo mezzo richiamare anche
il Conte, a somministrare schiarimenti in proposito.
Veramente l'Accusa, sommando i suoi addebiti, di cotesta lettera non
fa capo d'incolpazione, ma intanto ella la cita, ella la converte in
risposta, la suppone spedita, e ricevuta; le giova nella composizione
non giusta nè leale dell'atmosfera criminosa, nella quale si studiò
sempre e si studia immergermi dentro.
Io penso avere provato quanto la pressione da me patita fosse materiale
e continua, tale da soddisfare la Legge anche nei casi ordinarii; ma
per chiarire come altre forze e di altra maniera necessità valgano
a costringere gli uomini politici, mi giovi riportare certa sentenza
profferita da Odilon Barrot nella Seduta dell'Assemblea di Francia del
19 luglio 1851 che mi cade adesso sott'occhio: «Bisogna confessare,
che occorrevano allora una certa corrente d'idee, tali e siffatte
preoccupazioni degli spiriti, certe morali necessità, le quali fanno
sempre sentire la loro pressione sopra gli uomini politici. Quante
volte nelle nostre secrete discussioni intorno ai punti che adesso si
affacciano, circa i pericoli che avevamo preveduto, e la esperienza
confermò, quante volte non intesi io rispondermi: — Certo voi avete
ragione, non oggi però; più tardi: adesso lo stato degli umori, la
corrente, le preoccupazioni impediscono ad accettare le vostre idee!»
§ 8. _Minaccie d'incendii e di saccheggi._
E poichè sento in cuore carità di patria, andando, confidai prevenire
i casi pei quali tutta guerra civile viene esecrata meritamente. La
fortuna (ed io perciò le perdono ben molte offese) di tanto mi era
in questa parte benigna, che lo esito rispose alla speranza. Onde io
rimasi sbigottito davvero, quando mi conobbi accusato di avere incusso
timore di saccheggio e d'incendii. Questa turpe accusa è scomparsa,
come piace a Dio, nel Decreto del 7 gennaio 1851 e nell'Atto di Accusa;
ma fu scritta nel Decreto del 10 giugno 1850: onde riesce pieno di
sconforto pensare come uomini cristiani possano con tanta leggerezza
aggravare di scellerate accuse il capo di un uomo cristiano.
Di me troppo era consapevole, avvegnadio quasi per iniziare il
carattere di cotesta Spedizione, appena giunto in Empoli, volli
ogni trascorso rimesso agli Empolesi, e riceverli in grazia come
buoni fratelli: e già mostrai in che guisa premurosamente ammonissi
i Livornesi, passando per Empoli, ad osservare _buona condotta, e a
rammentarsi che cotesti popoli, comecchè momentaneamente traviati, ci
erano pur sempre fratelli_. Tanto riposi solertissima cura a inspirare
sensi di umanità in tali fortunose vicende, dove la voce di lei per
ordinario si fa meno ascoltare! Nonostante rilessi affannoso se per
avventura taluno vi avesse aggiunto qualche espressione maligna, e la
Dio mercè di simile minaccia io non trovai vestigio. Questa sarebbe
stata contradizione al mio scopo, il quale fu implorare pace, e
portarla; impedire effusione di sangue; appena nata, sopprimere la
guerra civile. Di ciò dia prova, che informato come la colonna condotta
dal Petracchi si avanzasse sopra Pietrasanta precorrendo la colonna
D'Apice, nello intento di ovviare ogni probabile conflitto, anzi ogni
ingiuria, e anche semplice iattanza, non meno che per istudio della
militare disciplina, non esitai ad avventurarmi solo per vie non
sicure; e giunto in tempo, le ordinai riprendesse la via di Viareggio.
L'ordine venne eseguito, non ostante la stanchezza dei soldati, e il
_non celere_ obbedire.[470] Ne sieno prova il comando ai soldati di
portare fronde di olivo nella bocca dello archibugio scarico e su i
caschi, e il perdono concesso largamente a tutti. Se questo non feci
a De Laugier, ciò avvenne, perchè prima di attendere la risposta
si era fuggito; però ai signori Compagni e Salvioni, intercedenti
per lui, dissi che non sarebbe stato senza grave pericolo rimanersi
allora in Toscana, e che lo consigliavo a ritirarsi in Piemonte, _dove
liberissimo intendevo lasciarlo andare_.
In qual parte, pertanto, incussi timore di saccheggio e d'incendii?
Forse nel Dispaccio da Pisa inviato _nel 21 febbraio 1849_ al Prefetto
di Lucca? Quivi si parla del Decreto del Presidente del Governo
Provvisorio contro De Laugier; si protesta ritenere _per apocrifi
gli atti di lui, perchè nè il Governo nè il Municipio ha ricevuto
da Leopoldo II veruna dichiarazione autentica in proposito_; avere
il Governo sentito il bisogno di reprimere la guerra civile nei suoi
primordii; venire io mandato con 3,000 uomini e D'Apice generale, a
disperdere gli autori dello attentato.
Per avventura i saccheggi e gl'incendii s'incontrano nell'Ordine del
Giorno ai Soldati, in data di Lucca, del 21 febbraio? Ma no, quivi
anzi si palesa il modo col quale intendevo mandare ad esecuzione il
Decreto, che poneva il Generale De Laugier fuori della Legge: — _fugga,
sgombri dalla nostra terra_; — e quivi è l'ordine di non combattere:
«Portate un ramo di olivo sopra i vostri caschi, perchè voi non venite
a suscitare, ma a reprimere la guerra civile.» Con quale, non dirò
probità, ma fronte, avrei potuto io nel giorno 22 febbraio volgermi
ai Cittadini, ponendo la condotta del Governo in parallelo con quella
del Laugier, se avessi minacciato gli orrori dello incendio e del
saccheggio?
«Cittadini! — Un soldato ribelle ordina si straccino le Notificazioni
del Governo Provvisorio, eletto dall'Assemblea nazionale e dal
Popolo. Il Governo Provvisorio all'opposto ordina, che le stampe
di cotesto soldato vengano diffuse e affisse sopra le cantonate. Il
Governo intende che il Popolo, confrontando, giudichi e veda: come il
soldato adoperi parole di menzogna, il Governo di verità; — il soldato
ecciti la maledetta guerra civile, il Governo si affatichi richiamare
i fratelli a concordia, necessaria sempre, santissima adesso che
l'Austriaco torna a minacciare la desolazione nel nostro diletto Paese;
— il soldato tolga il presidio alle frontiere, il Governo spinga la
gioventù, atta alle armi, a difenderle; — il soldato calpesti la legge
e la nazione, il Governo legge e nazione sostenga; — il soldato tenti
spegnere la civile libertà nel sangue dei cittadini, il Governo procuri
conservarla intera; — il soldato semini l'anarchia, susciti la Patria
a sanguinose reazioni, il Governo voglia conservare l'ordine e gridi
_pace, pace_.
«Tacciano le discordi opinioni, tregua alle parti. Soldati toscani,
il vostro posto non è contro il soldato toscano, ma sì alle frontiere
contro il comune nemico. Cittadini, l'odio vostro non contro voi, ma
deve volgersi contro l'Austriaco, che vede le vostre discordie, e ride.
Il Governo co' voti più ardenti del suo cuore supplica Dio che cessi,
appena nata, l'empia guerra: richiama i traviati ad avere pietà se non
di altrui almeno di sè stessi; spera dovergli bastare a questo fine una
parola di affetto, desidera essere risparmiato da più penoso ufficio;
ma quando accadesse diversamente, sappiano i perversi pertinaci avere
dichiarato il Governo, chiunque con parole, con scritture, o con fatti
si adoperi aizzare la guerra civile, traditore della Patria, e come
tale doversi punire con tutto il rigore della Legge. Il Governo farà
in modo, che la sua dichiarazione non rimanga parola vana, e lo abbiano
per inteso.»[471]
Vedasi il Proclama diretto ai soldati del Generale Laugier in data
di Camaiore, del 22 febbraio (il quale non pervenne loro, e fu
inutile, perchè già eransi sbandati): in quello io dico, «che voglio
abbracciarli, dimenticare ogni trascorso, perdonare lo involontario
fallo; tornino in famiglia per combattere il solo nemico che abbiamo,
lo straniero.» Vedasi la Notificazione datata da Camaiore nel medesimo
giorno, essendomi qui pervenuta nuova della intenzione manifestata da
alcuni di arrestare la madre del Generale Laugier;....[472] di qual
tenore ella fosse vedete qui sotto. Mi risponderanno, preservare uno
annoso ed innocente capo dalle furie di uomini perversi, fu dovere,
nè può somministrare adesso argomento d'ingenerosa iattanza. Ed io
dico: sta bene; dovere fu, non argomento di lode; non mi si dia, non la
cerco; ma neppure si converta il dovere in subietto di accusa. Ed io mi
difendo da accuse. Se poi taluno volesse appuntarmi per l'espressioni
che adoperai in cotesto Proclama, lo pregherei a tenere sempre fisso
nella mente lo esempio del Lafayette e del Fauchet, che non dubitarono
valersi di parole bene altramente gravi, per salvare Foulon, o Luigi
XVI; e la Storia, invece di biasimarli, gli loda per l'arguta loro
pietà.[473]
Nelle tempeste rivoluzionarie se si avesse a guardare le parole, che
la necessità pone su le labbra, o su la penna, guai a tutti quelli, che
sederono, sedono, e sederanno Ministri! Sarebbe più agevole far passare
un cammello traverso la cruna dell'ago, che assolvere un Ministro da
queste stolide imputazioni; gli uomini di Stato e i Politici opinano
così: è opera di Accusa, quando _speculando il suo calendario crede
il sole entrato nel segno del mastino_, andare a cercare il nodo nel
giunco, e dai detti e dai gesti ricavare materia di perduellione.
Non senza raccapriccio, io credo, gli Storici prudenti noteranno, e
già hanno notato, come la Riforma Leopoldina del 1789 di cosiffatte
esorbitanze purgava la Toscana. Del progresso abbiamo avuto assai: oh!
chi ci fa stornare, di grazia, sessantadue anni!......
Nulla d'incendio e di saccheggio nel Dispaccio spedito al Presidente
del Governo Provvisorio datato parimente da Camaiore il 22 febbraio;
il quale mi giova riferire non solo per mostrare che non fu mai
proposito ricorrere a questo mezzo ch'è infamia dei popoli civili, ma
eziandio che non ve ne fosse bisogno, atteso l'arrendevolezza per tutto
incontrata.
«Al Presidente del Governo Provvisorio.
«Al mio giungere in Lucca, senza perdere tempo, deliberai correre
_contro_ Laugier e _verso_ i nostri fratelli in tre punti. Uno per la
strada littorale di Viareggio, dove mandammo i Livornesi con ordine
che fossero sostenuti per mare dal Vapore il _Giglio_. In Val di
Serchio furono lasciati in riserva i Civici Pisani. Il secondo verso
il Monte-Chiesa, dove il Maggior Petracchi si era spinto col solito
generoso ardore, distendendosi fino a Macellarino. Il terzo per la
via di San Quirico verso Camaiore, dove Laugier aveva raccolto maggior
copia di gente e posto tre pezzi di artiglieria.
«Era ordine _a tutti di procedere a schioppo scarico con ramoscelli di
olivo nella bocca del medesimo e sui caschi; dove avessero incontrato
resistenza fossero andati innanzi, domandando se per la empietà di un
uomo i fratelli dovessero trucidare i fratelli_. L'anima mi esulta nel
poterle dire che i Toscani ingannati da Laugier, appena seppero che per
la parte di San Quirico mi avvicinava col General D'Apice, protestarono
che non intendevano combattere contro i loro concittadini, onde da
Montemagno, ove Laugier aveva posto un pezzo d'artiglieria e diverse
compagnie, si ripiegarono sopra Camaiore, e quinci, per quanto ci viene
riferito, sopra Pietrasanta. _Entriamo adesso a Camaiore, alle 5 e
mezza pomeridiane, fra il suono delle campane e gli applausi di tutte
le popolazioni accorse dalle campagne circostanti, che acclamavano al
Governo Provvisorio, alla Italia, alla Libertà. Il Municipio indirizza
la protesta che si compiega qui dentro_.
«Appena riposati qualche ora, è proponimento nostro passare oltre. Qui
mi giunge la consolante notizia che il Petracchi con la sua colonna è
entrato in Viareggio _in virtù delle medesime disposizioni dei nostri
fratelli Toscani_.
«Nessuna nuova di perviene di mosse piemontesi, anzi avendo mandato
un amico mio[474] e del Gioberti a Sarzana per sapere un po' se, egli
Ministro, i Piemontesi avessero a comprimere la Libertà in Toscana, con
promessa che, ove trovasse dato simile ordine al Generale Piemontese
colà stanziato, sarebbe tornato ad avvisarmi, od altrimenti avrebbe
proseguito per Torino, non si è più visto; e tutto porta a credere che
la invasione Piemontese _fosse una brutta calunnia del Laugier_. Dove,
contro il diritto delle genti e lo interesse medesimo dei Piemontesi,
questi passassero la frontiera, noi anderemo loro incontro collo stesso
ulivo in cima alle armi, e gl'interrogheremo se i nemici dei Piemontesi
sono i Toscani o se gli Stranieri, e gli costringeremo a nome della
Patria e della Libertà a procedere uniti con noi alla difesa della
Patria. Credo debbano esser queste per tutti i cuori generosi liete
novelle. Nella fiducia di potergliene partecipare ben presto anche
migliori, mi dichiaro di Lei ec.
«Camaiore, 22 febbraio 1849.»
Perchè incutere timore di saccheggio e d'incendio, se le popolazioni
mostravansi lietissime di accoglierci, e noi invitavano a liberarle con
incessanti messaggi? Dove dalle mie labbra fosse uscita la immanissima
minaccia, come avrei avuto abilità di lasciare ai Lucchesi il seguente
Manifesto? Io vado lieto per averlo dettato, perchè spira intero
l'anima mia. Del mio intelletto ho, com'è debito, opinione rimessa; ma
non così leggermente concedo che altri possa vincermi per altezza di
cuore.
«Lucchesi!
«I deboli nella inaspettata vittoria _si mostrano crudeli_. Il Popolo
nel trionfo dei suoi diritti, come colui che si sente fortissimo,
è _sempre generoso_. Il Governo, nelle cui mani fu confidata la
rappresentanza del Popolo, sa mantenersi all'altezza del suo mandato:
_egli non ricorda le ingiurie disoneste ed ingiuste di cui era posto
segno ne' tempi passati; e se le ricorda, le perdona. Come vinse i
suoi nemici armati con fronde d'ulivo, così egli intende vincere i
suoi detrattori colla persuasione e con la magnanimità. Si assicurino
pertanto tutti i suoi avversarii, perchè la passata malevoglienza,
invece di somministrare al Governo argomento di persecuzione, dà
titolo loro di amplissima tutela_. Quelli soltanto che le procedure
iniziate paleseranno cospiratori contro la Patria saranno _giudicati
a norma delle leggi veglianti_; depongano il pensiero che il Governo
intenda procedere _a modo di Dittatore e rinnovare le proscrizioni
sillane. Egli assunse il carico di mantenere tranquillo il Paese,
finchè l'Assemblea nazionale non decida delle sue sorti: questo intende
fare, e questo con ogni supremo sforzo farà_. Il Governo darà opera
infaticabile a stringersi con gli altri Stati Italiani per combattere
la sacra guerra della Indipendenza. Tutti quelli che sentono carità
di Patria devono cospirare a questo scopo. Il Governo indirizza le
sue preghiere ad ogni classe di cittadini, e segnatamente poi _ai
Sacerdoti, onde essere sostenuto nell'arduo assunto_. I copiosi di beni
terreni ricordino che con poco danaro dato alla Patria acquisteranno
onore grande e sicurezza di non rimanere disfatti dai rapaci
stranieri. I Sacerdoti tengano in mente che l'albero della Libertà
deve crescere fortunato accanto alla Croce. Una volta la Libertà
fu bandita coll'abolizione di ogni culto divino; adesso si predica
Cristo iniziatore di Libertà. _Noi abbiamo fatto molti passi verso
i Ministri dell'Altare; deh! ne muovano essi uno solo verso di noi_.
Anche la Libertà è una Religione nutrita di lacrime di popoli desolati,
santificata col sangue dei Martiri, ed essa pure merita la benedizione
del Cielo. Non sieno i Sacerdoti ribelli ai voleri di Dio, perocchè
Dio con segni manifesti protegga visibilmente la Causa Santa della
Libertà e della Indipendenza Italiana.[475] Possano queste parole, che
ci partono dal cuore, avere virtù di vincere gli animi più renitenti,
_indurli a deporre gli odii e gli sdegni, e ad unirsi una volta nel
concorde volere di dare salute alla povera Patria, che a mani giunte a
tutti i suoi figliuoli supplica_ PACE.
«Lucca, 26 febbraio 1849.»
Se io con gli atti smentii le mie parole; se la lingua dolosa
pronunziava ipocriti accenti, sorga l'accusatore, e mi vituperi:
possano i miei avversarii, come me in questa parte, aspettare il
giudizio degli uomini e di Dio senza paura.
A completare i Documenti che furono mia fattura, mi giova citare una
frase del Dispaccio telegrafico del 21 febbraio 1849 riportato a pagine
487 del Volume dell'Accusa: «Le cose andranno bene. Penso al Piemonte;»
e l'altra contenuta nella lettera del 22 febbraio riportata poc'anzi:
«ho mandato a Sarzana uno amico del Gioberti, e mio.» Come pensavo io
al Piemonte? In che guisa? Con quali termini? Certo gl'Inquisitori dei
Circoli non mi si staccavano dai fianchi, ma adesso, in Lucca, era
più libero; mi confidava con persona amica in procinto di partire.
A Pasquale Berghini io consegnava questo scritto pel Ministero
Piemontese:
«Berghini,
«Siete amico mio, e più della Patria; quindi vi dichiaro essere la
verità:
«Che la Costituente Italiana fu liberamente accettata dal Principe col
consiglio del Ministro d'Inghilterra.
«Che partì da Firenze sempre promettendo sollecito il ritorno.
«Che tardando a tornare, e mandandogli noi la nostra dimissione,
rispose, stessimo al nostro posto, sarebbe quanto prima tornato.
«Che dopo simulata infermità andava via senza indicare il luogo ove
intendeva celarsi.
«Che il Ministero, considerando da una parte offeso il patto
costituzionale, dall'altra la impossibilità di governare, depose, come
doveva, i suoi poteri nel seno dell'Assemblea.
«Che l'Assemblea e il Popolo elessero il Governo Provvisorio per
provvedere alla quiete e all'ordine del Paese. Sostenere adesso da
taluno dei Deputati che non votarono con libertà, è menzogna:
«1º Perchè la necessità li costringeva ad eleggere un Governo
Provvisorio;
«2º Perchè nella Sala delle Conferenze anche prima di entrare in
Seduta pubblica, e prima che il Popolo invadesse l'emiciclo della sala,
avevano determinato l'elezione del Governo Provvisorio;
«3º Perchè i Deputati in parte uscirono, ma per le mie veementi
rimostranze, cacciato via il Popolo, i Deputati tornarono, mentre
nessuno li costringeva, unitamente al Presidente, e votarono, dopo
discussione, all'unanimità.
«Il Governo non poteva governare con Camere nate da legge elettorale
conosciuta difettosa, e perciò le ha convocate di nuovo sulla base
del voto universale. Queste Camere sono convocate pel 15 marzo: più
presto non si poteva. _Il Popolo irrompe e vuole Repubblica_. Il
Governo con tutte le forze ricusa prendere la iniziativa per dichiarare
la Repubblica, e la fusione con Roma. Intende che tutta la Nazione
rappresentata legittimamente, e con maturità di consiglio, decida
delle sue sorti. Ma sforzato da questa posizione, che gli sembra ed è
legalissima, in primo luogo si difenderà dalle ingiuste aggressioni,
ed in secondo luogo, _ritirandosi_, lascierà a cui spetta, tutta la
odiosità d'avere protetto, mentre invadeva il comune nemico tedesco, la
guerra civile in Italia.
«Lucca, 21 febbraio 1849.
«GUERRAZZI.»
Lo scrissi allora, nè mi sembra dovermene pentire adesso. Se Vincenzo
Gioberti, invece di essere preso da quella sua caldezza che parve
soverchia, e se invece di stimarmi, a torto, dei maneggi politici di
Giuseppe Mazzini svisceratissimo, avesse voluto sperimentare da sè, io
vado convinto che noi ci saremmo trovati d'accordo; però che io non
mi senta presuntuoso così da ostinarmi nel mio concetto, e quanti mi
conoscono sanno che di buon grado ascolto, e, dove trovi avere errato,
di leggieri il confesso. La mia scrittura pertanto apriva l'adito
a interrogazioni e a schiarimenti, e a senno mio le prime potevano
ridursi a due: Perchè la Convocazione dell'Assemblea col suffragio
universale? Qual fine ve ne ripromettete voi? Io gli avrei risposto,
con parlare succinto, quello che verrò diffusamente ragionando fra
poco, e allora io penso che il Ministro Gioberti avrebbe potuto, con
vantaggio grande della Patria comune, interporsi mediatore fra il Paese
e il Principe; certificarlo dello scopo mio, e confortarlo ad aspettare
lo esito del rimedio proposto, siccome quello che si addiceva meglio ai
tempi, al Paese, al decoro, e alla contentezza dell'universale.[476]
Il signor Farini nel tomo III della Opera altrove citata a pag. 223
afferma: «Queste dichiarazioni del Guerrazzi erano consentanee a
quelle che il Governo Provvisorio aveva già pubblicate, nè a mutare
le risoluzioni del Governo Piemontese potevano essere efficaci.» In
primo luogo ha da notarsi, che lo intervento piemontese in Toscana
fu concetto particolare a Vincenzo Gioberti, non già del Governo
Piemontese, se dobbiamo ritenere per vere le dichiarazioni parlate
da Urbano Ratazzi nella Seduta del 21 febbraio 1849 della Camera
dei Deputati piemontesi, e le scritte da Domenico Buffa, che in quei
giorni governava Genova. In secondo luogo domando: e perchè le mie
dichiarazioni non dovevano avere la virtù di mutare il concetto di
Vincenzo Gioberti intorno allo intervento piemontese in Toscana?
Forse la bandita Costituente toscana chiudeva irrevocabilmente
l'adito a qualsivoglia mezzano partito? La Costituente doveva per
necessità sopprimere il Governo Costituzionale in Toscana? I rimedii
vi erano, e buoni, e lo stesso signor Farini gli ha scritti, ma non ha
meditato, come agli storiografi si addice, a sufficienza su quelli;
o forse gli obliò, o forse, e questo parrebbe più grave, gli ha
voluti dimenticare. Quando Roma nel gennaio del 1849 ebbe bandita la
Costituente, Vincenzo Gioberti non reputò rotta ogni via di accordo
col Pontefice; all'opposto tenne, che per essa potesse condursi a fine
la pratica di onorevole e fortunata conciliazione. «Illustrissimo
signor Presidente. — Ricevo da Gaeta la lieta notizia, che il conte
Martini fu accolto amichevolmente dal Santo Padre in qualità di nostro
ambasciadore. Tra le molte cose che gli disse il Santo Padre pel conto
degli affari correnti, questi mostrò di vedere di buon occhio che il
Governo Piemontese s'interponesse amichevolmente presso i rettori ed il
popolo di Roma per venire ad una conciliazione. Io mi credo in debito
di ragguagliarla di questa entratura, affinchè ella ne faccia quell'uso
che le parrà più opportuno. Se ella mi permette di aprirle il mio
pensiero in questo proposito, crederei che il Governo romano dovesse
prima di tutto usare influenza, acciocchè la Costituente che sta per
aprirsi riconosca per primo suo atto i diritti costituzionali del
Santo Padre. Fatto questo preambolo, la Costituente dovrebbe dichiarare
che per determinare i diritti costituzionali del pontefice uopo è che
questi abbia i suoi delegati e rappresentanti nell'assemblea medesima,
ovvero in una commissione nominata e autorizzata da essa Costituente.
Senza questa condizione il papa non accetterà mai le conclusioni della
Costituente, ancorchè fossero moderatissime, non potendo ricevere
la legge dai proprii sudditi senza lesione manifesta non solo dei
diritti antichi, ma della medesima costituzione. Se si ottengono questi
due punti, l'accordo non sarà impossibile. Il nostro Governo farà
ogni suo potere presso il pontefice affinchè egli accetti di farsi
rappresentare, come principe costituzionale, dinnanzi alla commissione
o per via diretta, od almeno indirettamente: ed io adoprerò al medesimo
effetto eziandio la diplomazia estera, per quanto posso disporne.
Questo spediente sarà ben veduto dalla Francia e dall'Inghilterra,
perchè conciliativo, perchè necessario ad evitare il pericolo d'una
guerra generale.»[477]
Perchè Vincenzo Gioberti, che sì manieroso mostravasi a Roma, voleva
dare alla Toscana il pane con la balestra? Hassi a ritenere pertanto,
che Gioberti un po' per isdegno concepito per mendaci rapporti, un po'
cedendo alle insistenti suggestioni di cui non importa dire, deviasse
in questa faccenda dalla prudente gravità dell'uomo di Stato.
Questi Documenti, la difesa del mio onore mi ha persuaso allegare;
e non tanto per respingere da me la temeraria imputazione appostami
dal Decreto del 10 giugno 1850, ma molto più ancora, perchè porgono
manifesta testimonianza di tre cose a ritenersi notabili:
_Prima_, come io reputassi e dovessi reputare la mossa del Generale
Laugier operata senza il consenso della Corona, e contraria
agl'interessi della Patria, a parte qualunque quistione intorno alla
forma di reggimento.
_Seconda_, come in tutti questi atti emanati da me, sempre circuito
dallo inquieto sospetto degli Inquisitori rivoluzionarii, pure lontano
alquanto dalla violenza immediata io non adoperassi verbo nè facessi
allusione alcuna relativa alla Repubblica: riscontro sicurissimo
dell'animo mio intorno a questo particolare.
_Terza_, come per me non fossero incarcerati, nè si ordinasse
incarcerarsi Sacerdoti; i quali no, mai, se Sacerdoti davvero, io mi
condurrò a credere nemici della Patria nostra, a noi tutti, quanti
sortimmo nel suo grembo la vita, per tanta bellezza, e più per tanta
sventura sommamente diletta.
§ 9. _Corruttela delle milizie laugeriane, e di tutte in generale, e
accusa del giuramento._
A materia ingrata subentra altra ingratissima. Nel modo di concepire
dell'Accusa, so bene io che cosa ella intenda per corruttela, e come
non le piaccia nè le giovi distinguere; a me all'opposto talenta
analizzare ed esporre dirittamente la materia al giudizio altrui. Ora,
se per corruttela si voglia indicare la indisciplina delle milizie,
apparirà strano davvero che a me si attribuisca; se invece per
corruttela s'intende la parzialità dimostrata a difendere la Patria,
la repugnanza a seguire, e la prontezza ad abbandonare il Laugier, si
vedrà del pari come male possa essermi attribuita. E innanzi tratto,
favelliamo del Decreto che scioglie le milizie dal giuramento. Questo
Decreto fu apparecchiato per ordine di non so cui, e presentato alla
firma; io ricusai firmarlo, sì perchè i nostri sindacatori non lo
esigevano, sì perchè ho piccola opinione dei giuramenti, i quali
dovrebbero legare moltissimo, ma alla prova vediamo che stringono
pochissimo: ne abbiamo uditi tanti di questi benedetti giuramenti!
— Breve; di giuramenti non sono partigiano gran fatto, perchè l'uomo
probo, e che teme Dio, non ha mestiero di altro ritegno, che il timore
di offenderlo; e per lo improbo, i giuramenti sono come funi a Sansone
quando aveva i capelli cresciuti.... E Cristo maestro lasciò scritto:
«sia il tuo parlare: _sì, sì; no, no_; il soverchio a queste parole
viene dal maligno.» Ho letto ancora, che Ugo Foscolo, il quale per fede
intemerata fu, piuttosto che raro, unico al mondo, soleva portare uno
anello dove erano incise le parole: _est, est; non, non_; nobilissima
impresa, che ognuno che voglia può meritare. Nonostante la mia
opposizione e la mancanza della mia firma, il Decreto venne stampato,
e col mio nome. La sera il Generale D'Apice accorse ad osservarmi
come gli paresse cotesta provvidenza inopportuna, ed io gli rispondeva
approvando il suo concetto; solo non comprendere il motivo delle sue
riflessioni, però che io mi fossi astenuto da firmare il Decreto, e
non avere voluto che si stampasse. Egli replicava averlo letto: io
soggiungeva essere impossibile; finalmente chiesto il _Monitore_,
esaminando, trovo il Decreto stampato. Procedei alle debite indagini,
interrogai ufficiali e stampatori, e chiarii come lo sconcerto nascesse
dal costume, che mi assicurarono antico, di raccogliere i Decreti dalla
tavola dei Ministri, e farli firmare dopo stampati. Più del costume
pessimo ed antico, scusava poi la nuova pressura, imperciocchè ai
Decreti nostri sovente accadde quello ch'ebbe a sperimentare il Governo
Provvisorio di Francia nei suoi, «i quali, pretesi con gridi impazienti
da quelli che accorrevano a dimostrarne la urgenza, erano portati via
e stampati, prima che fossero sottoscritti dai Componenti il Governo
Provvisorio.»[478]
Questo fatto molto di leggieri poteva chiarire l'Accusa interrogando
gli ufficiali del Ministero dello Interno, tanto gli _eletti_ quanto
i _reprobi_, e qualcheduno degl'impiegati alla compilazione del
_Monitore_; potevasi eziandio ricercare il Generale De Laugier, che
presentasse la mia lettera, dove di questo fatto gli si ragiona; e al
D'Apice era dato somministrare in proposito testimonianza pienissima;
ma tanto è pervertito il fine dell'Accusa, così, falsato il suo
instituto, ella dimentica lo ufficio che le commise la Società, che il
vero teme, e fugge, se nuoccia al fine della condanna.
Nè qui, nè a questo soltanto si limitò l'Accusa; e quante volte i
testimoni vollero deporre quello che venne loro dettando la coscienza,
udironsi dire da taluno degli Esaminatori: «_basta.... non importa
altro_!»
Questo nasce dal pervertimento delle nozioni più ovvie intorno allo
ufficio del Ministero Pubblico, che fino dal principio di questo lavoro
noi con l'autorità del Guizot deplorammo. Non è duello, no, lo incontro
del Ministero Pubblico col prevenuto; questo sarebbe scelleratissimo,
imperciocchè rinnuoverebbe lo spettacolo dell'uomo inerme gittato
alle bestie feroci; — sarebbe pagano. Un credente di Cristo, Santo
Telemaco, incontrò il martirio perchè questa infamia presso gli antichi
Gentili cessasse nei circhi; ora potremmo noi moderni cristiani
patirla rinnuovata nei fôri? No; — la Legge e la Società non hanno
istituito il Ministero Pubblico avvocato, furiere e provveditore del
patibolo; egli non deve fare dell'accusa un patrimonio suo proprio:
non deve mettervi gara, come se si trattasse vincere un palio. Se, non
vincendo l'Accusa, il Ministero Pubblico corresse pericolo dell'azione
della calunnia, comprenderei, se non la fede, almeno il bisogno del
sostenerla tenacemente. La Società e la Legge chiudendo il prevenuto, e
sequestrandolo da ogni relazione, circondandolo di terrori, saziandolo
con pane d'angoscia.... hanno confidato alla religione di chi presiede
al Ministero Pubblico d'indagare sottilissimo le ipotesi della
innocenza e della colpa; altrimenti il giudizio diventa assassinio
giuridico. La Società e la Legge non sentono bisogno, molto meno
vantaggio, a punire: in ciò non guadagnano la prosperità, nè la morale,
nè la economia pubblica, nè nulla. Se alla religione del Ministero
Pubblico la Società non confidasse altro che la _vittoria della pena_,
come potrebbe resistergli il prevenuto? Chi cercherà le difese per lui?
Chi lo assisterà? Chi supplirà con lo ingegno e la pacatezza a quanto
gli rapiscono il tedio del carcere, e le ansietà della procedura? Come
mai il prevenuto, sbigottito e solo, durerà davanti l'Accusa fredda,
acuta, esercitata da lunghissima scherma, sovvenuta da cento braccia e
da cento occhi, terribile Briareo? No; — l'Accusa è tutela di verità:
se dimentica il suo instituto, o lo calpesta; se le prove della
innocenza sopprime; se i testimoni favorevoli esclude, o non ascolta, o
non provoca a dire quello che sanno; se i mezzi per chiarire la verità
rigetta, — paga solo di quanto ella pensa capace per la condanna....
allora, perchè si raddoppiano impieghi? Perchè si commettono inutili
spese? Il carnefice può fare tutto da sè.
Continuando adesso io dico, che se l'Accusa con le sue imputazioni
vuolsi referire alla mia visita nel Castello di San Giovanni Battista,
io colà mi recai in compagnia del signor Montanelli con la semplice
intenzione di esaminare la indisciplina della milizia, che da ogni
parte mi affermavano vergognosa. Trovai la Fortezza chiusa, remosse
le sentinelle, Popolo stipato sotto le mura, parte dei soldati
alle trincere, parte vaganti, e le milizie e il Popolo avvicendarsi
ingiurie e sassate. Fatto aprire le porte, il Popolo vi sì precipitò,
ma venne, con molta difficoltà, respinto, adoperandomivi io stesso.
Dentro, tumulto infernale. Anche cotesta fu trista giornata. Le milizie
schieraronsi in tre file, due laterali, una di faccia; da sinistra i
Volontarii gridavano: Viva la Libertà! Viva il Governo Provvisorio!
— Verso questi si avviò il signor Montanelli. Io, accompagnato dal
Colonnello Baldini, m'incamminai al centro. Qui sorgevano diverse le
grida; alcuni urlavano: Viva Leopoldo! — Altri: vogliamo andarcene! —
Altri finalmente, e questi erano i troppo più: vogliamo la _massa_!
Alcuni artiglieri, ma rari, minacciavano volerci puntare contro i
cannoni. Passando davanti alla Linea, non una, nè dieci, ma cento
volte dissi: che il Governo non costringeva nessuno; e chiunque volesse
ritirarsi, lo facesse liberamente; noi poi non essere nè padroni, nè
signori, nè nulla; soltanto preposti a mantenere illeso lo Stato a
benefizio dello Stato medesimo, e di quello a favore di cui si sarebbe
dichiarato il voto universale; ognuno di loro avrebbe potuto votare
come meglio credeva.
E queste cose diceva in parte suggeritemi dagli stessi Ufficiali,
che mi assicuravano come i soldati ritenuti a forza avrebbero voluto
partire; e lasciati partire, avrebbono voluto rimanere. Così invece di
esortare i soldati al giuramento, e incutere timore ai repugnanti, la
verità è, che per me concedevasi a tutti facoltà amplissima di restare
o di andare. Le mie proposizioni compariscono vere dalle cose che
seguono:
Nel giorno stesso ci pervenne la seguente Protesta:
«Ai Signori Membri del Governo Provvisorio.
«L'ordine, la Patria e la Guerra della Indipendenza, essendo la divisa
di tutti gli Uffiziali toscani, quelli della milizia stanziale di
Firenze protestano altamente pel loro onore in faccia alla Toscana
e alla Italia tutta, che i loro sentimenti non concordano con quelli
espressi questa mattina da una parte dei loro sottoposti ai signori
Membri del Governo Provvisorio, e pregano il Governo suddetto a rendere
di pubblica ragione la presente dichiarazione.
«Firenze, dalla Fortezza di S. Giovanni Battista, li 11 febbraio 1849.»
Questa Protesta presentava l'intero collegio degli Ufficiali
dei Volontarii, del Reggimento di Artiglieria e del 4º di Linea:
l'originale è negli Archivii, la copia nel _Monitore_.
Pochi soldati si prevalsero della facoltà di partire; e i partiti,
come gli Ufficiali presagivano, tornarono chiedendo essere ammessi al
giuramento, che avanti rifiutavano. — (_Monitore, 12 febbraio 1849_.)
A Pontremoli i soldati reputandosi sciolti dalla milizia, disertano
con arme e bagaglio; ma breve tratto di cammino percorso, tornano
addietro, e parte spontanei, parte persuasi dagli Ufficiali, giurano.
— (_Monitore, 15 febbraio_.)
A Portoferraio varii soldati tumultuano; vengono repressi dai
Sedentarii, timorosi che non si vogliano unire ai galeotti per mandare
in subbisso la città. — (Monitore, 15 febbraio.)
Gli Ufficiali delle milizie stanziate all'Elba mandano al Governo
Provvisorio la seguente Protesta:
«Gli Uffiziali del 2º Battaglione del 3º Reggimento di Linea, di
guarnigione a Portoferraio, protestano, nulla avere risparmiato per
quanto loro incumbeva, onde prevenire gli eccessi commessi nei tre
precedenti giorni da molti individui del Battaglione medesimo. Quindi
solennemente dichiarano di avere disapprovato l'accaduto, avvenuto
con loro dolore per subdoli raggiri, e di non approvare quanto fosse
per seguire di consimile, giacchè i sottoscritti intendono di servire
fedelmente alla Patria, all'Onore, al Governo Provvisorio, e a tutto
ciò che per le superiori disposizioni potrà contribuire alla tanto
sospirata Indipendenza Italiana.
«Portoferraio, 13 febbraio 1849.»
A questa Protesta accenna il Dispaccio del Ministro della Guerra, al
Governatore di Portoferraio, del 16 febbraio 1849. «Pervenuta a questo
Ministero per l'organo del Maggiore Orselli Comandante il Battaglione
che trovasi ora in cotesta Città, una Protesta di cotesti Ufficiali,
che fa loro onore, il Ministero medesimo non può che esternare su
di ciò la piena sua soddisfazione, scorgendo in essa quei sentimenti
che non possono andar disgiunti da chi apprezza la Patria, l'onore,
ed i voleri di un Governo eletto dalla pluralità dei voti di un
Popolo.»[479]
Sessanta soldati soli partirono dalla Elba, e sessanta tumultuarono
a Livorno. Qui il Popolo gli arrestò. Lo Stato Maggiore del presidio
di questa Piazza protestò devozione al Paese rappresentato allora dal
Governo Provvisorio. Sopra gli altri il maggiore Pescetti, che non
rifiniva di persuadere i soldati, com'essi non avessero a badare tanto
in là, e dovessero difendere con tutta l'anima da qualunque invasione
straniera la Patria, che gli nudrisce e paga durante la vita intera,
perchè col braccio la proteggano un giorno. — (_Monitore, 15 febbraio
1849_.)
A Lucca, tranne pochissimi, soldati e Ufficiali si mostrarono pronti
di obbedire al concetto di mantenere il Paese quieto dentro, difeso
fuori, fino al resultato del voto universale; e invece di aspettare
insinuazioni o abbisognarne, mandavano agli altri proclami per
trasfondere in essi lo ardore dal quale, a sentirli, si dicevano
animati.
La Linea senza riguardi voleva la _Repubblica_:
«Fratelli d'Italia!
«Non seconda è la Linea a quei sentimenti che _Veliti e Granatieri_
hanno mostrato alla Nazione; essa pure sente nel cuore l'alto
disimpegno che l'è affidato, sente gli affetti di Patria, l'idea sacra
della Libertà. Il traviamento di pochi, che ogni sforzo all'opera non
omesso a ricondurli al giusto e perfetto sentiero (_sic_), non sia per
dare idea di corruzione nel totale.
«Pronta ed avida di far mostra di sè al mantenimento dei diritti
sociali, alla difesa della Libertà e della Indipendenza d'Italia, anela
quel momento di stringere la mano d'unione al Popolo, per nuovamente
combattere il comune nemico, quando chiami la tromba all'onorato
appello.
«Sì, Fratelli! giura altamente esser con voi e con le altre milizie,
nella brama che la Patria risorga, e vendicare quei valorosi che un dì
pugnando morivano sui campi lombardi.
«Viva il Governo Provvisorio toscano! Viva la Repubblica Romana ec. ec.
ec.
«Livorno, 15 febbraio 1849.
«LA LINEA.»
Più rimessi i Granatieri, pubblicavano parole portentose a dimostrare
la gran voglia che provavano di farsi fare a pezzi, pei fini di che
avverte lo stupendo loro Proclama,
«Livornesi!
«Alcuni soldati, dimentichi di sè stessi, ignari del proprio dovere,
a scherno di noi tutti, tentarono la fuga, e corse voce per ogni via
di Livorno, essere dei Granatieri; _ma, siccome galleggiano in seno al
mare le navi, così l'innocenza più leggiera galleggia sopra l'infamia
e i delitti_.[480] Vi supplichiamo a disprezzare e non credere i
retrogradi che amano porre discordie fra il Popolo e i Soldati.
«No, non vogliamo che rida su di noi lo straniero, non vogliamo che
le _Armi Fraterne_, intente alla difesa della Patria, _brandiscano
contro i petti nostri_, ma anzi l'impeto del nostro furore le faccia
sfavillare nella gente nemica allorquando pugneremo a fronte i diritti
della bella Penisola, e la tanto sospirata Libertà. (_sic_.)
«Livornesi! ogni cittadino è soldato; _or dunque facciamo di noi
salda catena, la quale sarà di cilicio al barbaro Croato che tenterà
spezzarla_.
«Sì, giuriamo tutti sul _tricolore Vessillo_, di farci fare in brani
pria che vederlo sventolare in mani tedesche. Fratelli! scordate quei
detti pestiferi vomitati da _Vipere velenose_, amanti di discordia
fra noi, la rovina di tutta l'Italia; _è loro che fuggitivi_ (_sic_)
vogliamo che sentano il peso di quella pena quale si deve ai _Traditori
di Patria_. Uniamoci, e la vittoria è certa.
«Viva il Governo Provvisorio! Viva l'Italiana Indipendenza! Viva
l'Unione.
«S. B. — I GRANATIERI.»
Le Guardie di Finanza (e fecero bene, e le lodai allora di Palazzo,
e torno a lodarle adesso di prigione) accorsero spontanee a tenere in
rispetto Empoli che sembrava volere rinnuovare il guasto della odiata
strada a vapore.[481] Nè mancarono i Veliti, chè anzi primi fino dal
12 febbraio, non contentandosi di favellare ai soldati Toscani, si
rivolsero a tutti quelli d'Italia, e loro dicevano.... Ma sarà meglio
ch'eglino stessi i proprii concetti manifestino:
«A tutti i Soldati Italiani di Toscana!
«Fratelli! Camerati! L'affetto e la riconoscenza ad un uomo è un
lodevole sentimento; ma il sentimento più puro e più nobile è quello
del Cittadino verso la sua Patria. Prima di rivestire una uniforme
di soldato noi eravamo Cittadini, e tuttora siamo Cittadini a buon
titolo, poichè vestiamo le insegne e portiamo le armi dei difensori
della Patria. Rispettiamo noi stessi nei Governanti eletti dal voto
del Popolo, di quel Popolo di cui noi pure facciamo parte. Riserbiamo
le ire contro il nemico comune, contro lo straniero oppressore
dell'Italia, e giuriamo di volere essere soldati e difensori di
questa Italia, madre comune di tutti noi, di questa Italia che fino a
quest'oggi fu debole perchè divisa in brani, ed ora comincia ad esser
forte perchè si unisce al cenno di Roma, della città che Dio ha posto a
capo e centro della forza e della gloria italiana. Fino a quest'oggi il
superbo straniero rideva dei soldati toscani del Papa, e gl'insultava
chiamandoli guardie del Santo Sepolcro. Ma lo straniero non riderà
e non insulterà ai guerrieri della grande Nazione Italiana. Uniamoci
dunque in un amplesso fraterno ai nostri concittadini, e gridiamo con
loro:
«Viva il Popolo Italiano! Viva Roma eterna! Viva l'Italia!
«Firenze, 12 febbraio 1849.»
(Seguono le firme dei componenti il Reggimento Veliti.)
E non si voglia dimenticare, in grazia, che in quel giorno stesso, 12
febbraio, io mi opponevo allo inalzamento dell'Albero della Libertà
in Firenze, e che nel giorno seguente, 13, soldati toscani e Popolo
empievano i cortili di Palazzo Vecchio, con tremende grida proclamando
la Repubblica; in fine, che soldati erano quelli che, poche ore prima,
avevano appeso bandiera rossa alla magione reale.
Il giuramento non conteneva in sè espressione o concetto il quale, in
modo irrevocabile, alienasse i soldati dalla Monarchia Costituzionale:
presentava anch'esso il carattere di provvisorio; e quando pure
avesse dovuto ritenersi permanente, anche alla restaurazione dello
Statuto applicavasi: «Giuro fedeltà e obbedienza alle Leggi e ai
Poteri esecutivo e legislativo costituiti e _da costituirsi dal libero
assenso del Popolo_. Giuro difendere e sostenere col mio sangue la
_sacra bandiera italiana_ sotto cui ho la fortuna di militare, e di
non mai abbandonare o vilmente cedere il posto che mi verrà affidato.
Giuro sdegnare qualunque relazione col nemico della Patria. Giuro di
non usare le armi che contro i suoi nemici sì interni che esterni.
Giuro di prestare obbedienza a tutti i miei superiori, e rispettarli
e difenderli.»[482] Porge testimonianza della verità di quanto poco
anzi affermai, che nessuno soldato fosse stato violentato, anzi nemmeno
blandito a rimanersi, l'_Ordine del giorno_ dell'11 febbraio 1849: «Il
Capitano interrogherà ciascun soldato della sua volontà di servire
la _Patria_, oppure abbandonare le bandiere. Quelli che vorranno
continuare saranno raccolti ec. — I soldati poi che avranno deciso
abbandonare le bandiere, verranno immediatamente licenziati senza
congedo alcuno. Il Governo Provvisorio rilascerà loro la giacchetta di
panno e il berretto di fatica.»[483] L'Auditore Padelletti nell'Atto
del 27 agosto 1849 dichiara: «Non feci Processo verbale perchè non
vi era bisogno, essendo liberi di andarsene quelli che non volevano
servire il Governo Provvisorio.»[484]
Come a me poco importasse di questo giuramento l'ho dimostrato
riportando la lettera spedita al Consigliere Paoli nel 13 febbraio
1849, nella quale si legge la sentenza: «_Non abbiamo bisogno di
giuramento_; ma se pure lo prestano, meglio che mai.»[485]
Nè quanti rifiutarono giurare ebbero a patire per parte del
Governo Provvisorio molestia: all'opposto si accettarono di nuovo,
reintegrandoli facilmente nei loro gradi e titoli di anzianità. «Il
Governo Provvisorio, volendo attribuire ad aberrazione momentanea di
mente, anzichè a mala volontà, il fatto di quei militari che ricusarono
di prestarsi al giuramento di fedeltà alle nuove istituzioni, ha
ordinato che vengano riammessi al servizio, senza perdita di anzianità,
tutti coloro che pentiti del commesso fallo si sono di già costituiti e
si costituiranno alle militari bandiere per riprendervi il corso della
rispettiva Capitolazione. — Firenze 17 febbraio 1849.»[486]
Dai quali fatti deduco, ed il dedurlo è lieve, non avere punto bisogno
le milizie toscane delle mie insinuazioni per dichiararsi favorevoli
al Governo Provvisorio; recandomi inerme e solo in compagnia del
Montanelli, non potere usare violenza alla milizia, ma all'opposto
essere in facoltà della milizia ritenerci prigioni; gli Uffiziali
delle tre armi, onoratissima gente, se le mie parole non fossero state
ristrette in questa formula: «Qui non si tratta altro che di difendere
la Patria, e questo di voi altri soldati è dovere supremo. In quanto
al Principe o forma di Governo, dipenderà deciderne all'Assemblea
_toscana_ eletta con suffragio universale. Voi pure, soldati, darete il
voto alla persona, o persone, che penserete più acconcie a sostenere
il vostro voto;» (se, dico, così da una parte e dall'altra non fosse
stato detto ed inteso), è da credersi che da me, inerme, in mezzo
a loro, dentro Fortezza chiusa, avrebbero con equo animo ascoltato
proposizioni di tradimento? Può egli supporsi, che essi avrebbero
mandato spontanei, senza che nessuno gliela chiedesse, padroni del
Castello assoluti, la protesta del 12 febbraio contro una parte
della milizia, se i sensi manifestati da questa fossero stati tutti
affetto, tutti spiranti benevolenza e devozione al Principe? Avrebbero
eglino pregato il Governo a rendere pubblica la dichiarazione di non
concordare co' sentimenti espressi da una parte della milizia? — No,
ripeto, qui non si trattava tradire nessuno, lo intenda bene l'Accusa,
sibbene tutelare la Patria fino al voto dell'Assemblea: — no, le grida
dei pochi soldati non suonavano devozione, ma sì piuttosto impazienza
di servizio militare, e cupidità di recuperare le _masse_ perdute.
Adesso esamino se le milizie laugeriane potessero essere per opera
mia corrotte, o spaventate da me. Le milizie dopo le rotte sogliono
rilassare la disciplina; questo noi vedemmo accadere anche negli
eserciti incliti per militari ordinamenti, come a mo' di esempio quelli
di Napoleone; le nostre milizie, dicasi con rammarico, non avevano
mai avuto il pregio della disciplina, e per maggiore stroppio erano
state vinte. Non è mio studio trattare qui dei modi di comporre ed
istruire lo esercito in Toscana; basti dire, ch'eglino erano tali, da
produrre effetti pessimi, e li partorirono. Gli Ufficiali disprezzavano
i soldati a un punto, e temevano; i soldati avevano a vile gli
Ufficiali, e gli odiavano; non fu spettacolo capace di rassodare la
disciplina davvero la mutua detrazione. Il Generale Laugier, preso da
impeto, coperse di obbrobrio a Valleggio gli Ufficiali, al cospetto
dei soldati. Per avventura poteva avere ragione di concepire amarezza
inestimabile contro gl'imbelli, ma si ha da confessare eziandio, che
il modo tenuto tagliò alla radice la disciplina. Cotesti Ufficiali
non potevano più durare al comando. Non importa che io dica come
occorressero nobili eccezioni, e non poche, e queste al confronto
quanto da un lato facevano risaltare la bontà dei soldati virtuosi,
così dall'altro svelavano come il male fosse profondo pur troppo. Che
cosa, di rovina in rovina, diventasse il nostro esercito sarà bello
tacere, imperciocchè dopo la vergogna vediamo avanzare una strage
nefandissima dalla quale il pensiero inorridito rifugge.[487] Io
narrai come la massima parte dei soldati raccolti in Castello di San
Giovanni Battista, indifferente ad ogni sentimento, urlasse: «_Vogliamo
andarcene! La massa! La massa!_» La soldatesca laugeriana, uguale in
tutto a questa, non aveva in bocca gridi diversi.
Nello scritto che ho citato sopra, impresso nel _Risorgimento_, egli
stesso, il Generale Laugier, dichiara che nel 16 febbraio: «aumentava
la diserzione e la indisciplina nelle truppe; mancava il danaro per
pagarle.» Più oltre: «Moltissimi ordini di previdenze militari non sono
eseguiti.» Ancora: «Truppe e cavalli non avevano preso nutrimento;
compagnie senza cappotto; mancano fieno e biada; cavalleggieri privi
di portamantelli. — A Montemagno _ordino strattagemmi guerreschi_,
che non furono eseguiti con diversi pretesti.» — «Le truppe, egli
aggiunge, erano piene di entusiasmo, _non però quelli_, fra queste,
_che temevano di pericolare il proprio sostentamento, e famiglia_.» A
cui coteste parole accennassero, di lieve si comprende, imperciocchè
i soldati semplici non abbiano famiglia, nè il soldo loro sia tale
da farli paurosi di perderlo. Convoca gli Uffiziali e propone loro
o ritirarsi in Piemonte, o far testa a Fosdinovo: rigettano l'uno
e l'altro partito; vogliono capitolare. — A un tratto gli giunge
notizia del campo di Porta in piena rivolta; — «ai soldati essere
stato assicurato (egli continua) averli io traditi, e fuggito in
Piemonte. Gli esorto a ricondursi all'ordine, e seguirmi a Fosdinovo,
ma rifiutano ostinatamente gridando: _A casa! La paga! La massa!_ — Il
Colonnello Reghini e molti Ufficiali assistevano impassibili a quella
brutalissima scena. Coloro stessi che io reputai più fidi, mi avevano
abbandonato. Volli che il Commissario di Guerra Pozzi mi mostrasse la
cassa; negava: la pretesi; costretto, aprì; eranvi poche centinaia di
lire; l'obbligai a consegnarle al Capitano Traditi, e ne feci ricevuta.
— Ordinai all'artiglieria, alla cavalleria, ai buoni soldati, seguirmi
a Fosdinovo. _Gli Uffiziali_ non mossero. — Cercai coloro che formavano
parte del mio Quartiere Generale, ed avevano oggetti per me necessarii,
che avevo loro affidati al momento della partenza: non potei mai
trovarli! — Mi fermai all'Avenza con la speranza di vedermi, se non
altro, raggiunto da quelli che mi avevano le mille volte giurato non
volere la loro dalla mia sorte dividere, o almeno restituirmi quello
che avevo loro affidato. Inutile!»
Riuscirebbe difficile, per non dire impossibile, ritrarre con tinte
più scure la indisciplina soldatesca, nè questa poteva essere opera del
momento, sibbene derivata da origine remota; e come si vede, poco, anzi
nulla, desumeva da opinioni politiche, ma tutto da voglia di ridursi
a poltroneggiare a casa co' danari della _massa_. Nè dicasi che questo
portento di disordine nascesse dal mio Proclama del 22 febbraio 1849,
però che óstino due ragioni, una più forte dell'altra; la prima, perchè
cotesto Proclama non fu impresso, nè pubblicato; la seconda, perchè
innanzi che io muovessi da Lucca, De Laugier, deliberato a partirsi,
mandava l'ultimo addio ai _Popoli della Versilia_. E queste mi paiono
ragioni, che anche dall'Accusa si potrebbero capire.
I soldati toscani un po' per colpa dei successi, e moltissimo per
quella degli uomini, erano ormai ridotti a tale, che, qualunque
mutamento in loro accadesse, non poteva essere che in meglio. Don
Mariano D'Ayala, personaggio di quella rettitudine che tutto il mondo
sa, si dimise dal Ministero della Guerra, sgomento di riuscire a
condurre la milizia a termine ragionevole di disciplina.[488] Quello
che il Generale D'Apice ne pensasse, può ricavarsi da questi brevi
cenni, contenuti nella lettera del 27 febbraio 1849, pubblicata
nei Documenti dell'Accusa a pag. 72: — «Alla mia entrata in Massa,
vi trovai il Caos; ed ho dovuto mandare le truppe di Laugier ad
organizzarsi altrove, per dopo richiamarle. — Una compagnia italiana
dovei spedire a Firenze, per evitare la dissoluzione di quel corpo,
_conseguenza della indisciplina della truppa, della quale io non
ho colpa. — Gli Uffiziali_ del mio Stato Maggiore sono animati del
migliore spirito, e pieni di zelo e di attività. _Cosa farà la truppa?
Lo ignoro_.»
Il Ministro della Guerra, Colonnello Tommi, malgrado i suoi sforzi
lodevolissimi, non venne a capo di nulla; ond'è che giustamente
commosso, uscì col seguente Ordine del Giorno, che ben dimostra quale
e quanta fosse la disperazione del male, atteso i rimedii gagliardi,
ch'egli si proponeva adoperare:
«Uffiziali, Sotto-Uffiziali, Soldati!
«La giustizia non può sostenere più a lungo la indisciplina che disfà
l'armata. Ogni mite consiglio, ogni mezzano temperamento sarebbe una
ingiuria alla Patria, che versa in tanto rischio, da esigere come
dal cittadino ogni sagrifizio estremo, così dal soldato ogni prova
più estrema di valore. Nè il valore può essere disgiunto dall'ordine,
che solo costituisce la forza degli eserciti; e l'ordine è calpestato
da voi. Fiacchezza nei comandi, ribellione nelle compagnie, soldati
faziosi, inobbedienti, disertori; ecco il miserando spettacolo che la
Toscana ha dinanzi ogni giorno. E la Toscana non può soffrirlo, noi
non vogliamo, voi nol dovete, ove pensiate uno istante alla ignominia
vostra e del vostro Paese. Su dunque, sentite per voi stessi una volta
riverenza di uomo, ed amore di soldato; e trattenete con contegno
migliore la mano della Giustizia, che pende inesorabile sopra di voi.
Noi l'amministreremo senza pietà, poichè la pietà sarebbe così per voi
estrema rovina, come per noi incancellabile vergogna.»
Se non che a guasto antico male si ripara con parole; e le minaccie, e
i rigori stessi, tornano inefficaci nella estrema corruzione; sicchè il
meglio è disfare, ed a questo partito penso che si sieno attenuti; ma
tanto basti allo increscioso argomento di dimostrare come le milizie
del Generale Laugier e le toscane tutte fossero di per sè e da gran
tempo corrotte.
Prima però che io mi parta dallo ingrato soggetto promosso dalla
suprema indiscretezza dell'Accusa, e da me assunto per necessità di
difesa, abbiano meritata lode i generosi soldati che si mostrarono
degni di fortuna, non di causa migliore; — con grato animo io la
profferisco loro, e desidero ch'essi non l'abbiano meno accetta, perchè
venga dalla parte di un prigioniero.
§ 10. _Perchè il Generale Laugier si partisse da Massa._
Apparisce chiaro del pari, che non per me il Generale De Laugier
fosse costretto ad allontanarsi. Due vie egli aveva per riuscire
alla impresa: o una forza irresistibile e materiale, o un consenso
universale di Popolo. Per la prima aveva mestieri del soccorso
piemontese, per la seconda no. La seconda era scevra da conflitto
sanguinoso, e da guerra civile; la prima difficilmente, imperciocchè
le armi allora non erano poche in Toscana, terribile il furore della
gente armata, e la concitazione di parte del Popolo maravigliosa;
ed una volta venute a riscontro le due schiere, l'una avrebbe voluto
andare innanzi, e l'altra spingere indietro, la quale cosa come possa
definirsi senza zuffa tra uomini che tengono le armi in pugno, e si
reputano nemici, io non so vedere. Ad ogni modo questo partito venne
meno, col rifiuto o con la disdetta dello intervento piemontese.[489]
Avanzava l'altro; ma non correva la stagione opportuna, nè poteva
farlo riuscire De Laugier, come ho notato poco anzi: questo doveva
partirsi dal centro ed estendersi alla periferia: alla rovescia,
senza molto polso di armi, non vedemmo mai riuscire simili moti,
perchè hanno sembianza di aggressione, e trovano i Popoli indifferenti
o contrarii; nè ricorrere alla forza diventa meno incomodo a cui
l'adopera che a quello contro cui si adopera, conciossiachè per
esempii quotidiani rimanga chiarito come quegli che usa la forza si
trova sempre, per vicenda di casi, tratto più in là che non voleva;
e sostenuto da gente cupida, e spesso anche pessima, almeno in parte,
ch'è del pari pericoloso accettare o ricusare, comincia co' consigli
proprii e termina sempre o quasi sempre con gli altrui: per le quali
cose, trovandosi debole suo malgrado, è costretto ad abbracciare
partiti violenti, e, posto ormai sul pendio, bisogna che vada.... e
vada tuttavia — prima di passo, e poi di corsa a precipizio. Il tempo
pertanto non era opportuno; e il modo anche meno: ritornerò fra poco su
questo argomento. Frattanto giovi notare come De Laugier, incontrate
appunto le popolazioni indifferenti o avverse, depose giù dall'anima
la impresa avventata prima assai che io mi muovessi da Firenze. Di
vero, la mia partenza fu il 20 febbraio, ed egli ci racconta nella
sua Relazione del 1º marzo, che _nel 17 già era solo; non secondato
che da pochi, contrariato segretamente dalle autorità politiche e
governative, in niun luogo aveva appoggio, meno in lui solo_.[490]
Viareggio non si mostrava disposta a contrastare co' Livornesi,
essendo fra loro dimestichezza grande a cagione dei commerci;[491] più
tardi protestò apertamente contro De Laugier.[492] Pietrasanta non si
commosse,[493] Lucca e Massa mormoravano contro di lui.[494] Carrara
gl'insorgeva nemica, Camaiore ci accoglieva festosa; soldati Piemontesi
non venivano; i suoi per fame, per difetto di paga, per indisciplina,
sbandavansi; tutto questo basta, e ce n'è di avanzo, per fare capitare
male un disegno importuno. Ma in conferma del vero, stiamoci agli
stessi laugeriani Proclami. Nel _21 febbraio_, appena entrato io a
Lucca, egli così avvisava i Pietrasantini.
«Pietrasantini!
«Io voleva sostenere i diritti di Leopoldo Secondo mio legittimo
Sovrano; le popolazioni non hanno corrisposto; siamo pochi, e perciò mi
ritiro, perchè mi ripugna di versare il sangue cittadino.»
Nelle prime ore del giorno 22 febbraio mi pervenne nelle mani questo
altro:
«Popoli della Versilia!
«Voleste risparmiar l'_orrore di una guerra abbominevole_, io
vi aderisco; nessuno desidera versare il sangue cittadino, meno
dell'_Italianissimo_ Generale De Laugier.»
Veramente nella sua Relazione datata 1º marzo, Sarzana, copiosa
d'inesattezze, egli c'insegna come nel 21 febbraio fosse _deciso
andare a Lucca_, e nella notte ritirandosi avesse _ordinato a
Montemagno strattagemmi guerreschi_; e se non condusse a fine il primo
proponimento, e' fu perchè le milizie nol vollero, o nol poterono
seguitare; il secondo (che non mi sembra diretto a risparmiare sangue)
gli fallì, perchè _sotto diversi pretesti non venne eseguito_. — Che
che di ciò sia, il Generale Laugier nelle prime ore del giorno 23
partiva per Sarzana. — A me si presentò la Deputazione Massese in
Pietrasanta, nel giorno 23 febbraio, verso le ore 2 p. m.[495]
Da tutto questo, se non erro, mi sembra provato: che io a Lucca andai
per sottrarmi a presentissimo pericolo; nel concetto di allontanare
dalla città in momenti di esasperazione gente arrabbiata; per rendere
innocua la Spedizione, la quale, senza me e contro me, con offese
e con morti sarebbesi fatta; e rimane chiarito eziandio, come non
paure d'incendii o di saccheggio io incutessi, ma parole civilissime
e cristiane favellassi, perdono a tutti concedessi, i soldati del
Generale Laugier non corrompessi (poichè tanto, più guasti di quello
ch'erano non si potessero fare, nè pervenisse a loro il mio Proclama;
anzi prima che io lo scrivessi, si fossero, molto per colpa loro,
moltissimo per colpa di chi li lasciò senza paga e senza pane,
sbandati); Laugier non costringessi a partire, come quello che i
Piemontesi non vollero soccorrere, le popolazioni seguitare, i soldati
obbedire; finalmente che in tutto quel successo io non favorii la
Repubblica, anzi neppure la rammentai nei pubblici Atti, malgrado i
focosi eccitamenti degli uomini mandati dalla Fazione repubblicana a
sorvegliarmi; e che pei fatti e per le ragioni politiche io ritenni,
e doveva ritenere, la mossa del Generale Laugier, operata senza il
consentimento del Principe, contraria agl'interessi della Patria.
Che mal consiglio fosse cotesto, e capace di sobbissare il Paese con la
guerra civile, universalmente, crederono, ed io allora credei, e credo
ancora. I Popoli se ne commossero prima, e se ne rallegrarono poi come
di lutto domestico evitato. Santissimi Vescovi ne resero, _spontanei,
grazie solenni a Dio_!