chè a me nulla è noto che onorevole non gli sia; favello dell'uomo
politico. Io presto ebbi a conoscerlo irrequieto e dominato, più
che da altro, da certo spirito torbido che lo agitava a fare e a
disfare.[342] I Livornesi, i quali, più che altri non estima, aborrono
i commuovimenti inani o pericolosi, spesso venivano o mandavano a
lamentarsi meco di lui, e mi pregavano trovare modo ad accomiatarlo
onestamente. La corrispondenza officiale ha da porgere di questo piena
testimonianza; in suo difetto, ne occorre traccia nel _mio_ Dispaccio
telegrafico al Governatore di Livorno del 19 novembre 1848: «I reclami
contro La Cecilia crescono di momento in momento. Invitisi venire
a Firenze per conferire col Ministero.» Egli prima mi tenne caro;
quando poi mi conobbe avverso alla Repubblica, prese a inimicarmi
con molta acerbezza nel _Corriere Livornese_ che tolse a dirigere:
però nel _7 marzo_ stampa su l'_Alba_, Giornale devoto a parte
repubblicana, essersi ritirato da cotesta Direzione per _la stupida
servilità dei tipografi proprietarii del Giornale_. I tipografi gli
rispondevano: «Non essersi già ritirato, ma averlo essi licenziato,
e averne avuto motivo non dalla stupida servilità loro, ma dalle sue
continue incoerenze, avendo fatto subire in breve tempo al Giornale
cento variazioni e colori diversi: ora adulando il Governo in cose
che nessuno lodò, anzi biasimò (come nel Discorso della Corona per
l'apertura delle Camere!), ora _facendogli una opposizione alla quale
la opinione pubblica ripugnava_.»[343] Mandato a Roma da Montanelli
come Console toscano, in breve renunzia e torna in Livorno. Qui domina
Pigli, e lo governa a suo senno: va, viene, capovolge ogni cosa; si
accompagna a tutti i conati per istrascinare il Governo a proclamare
la Repubblica, ed unirsi, senza indugio, con Roma. Quando mi verranno
consegnate le carte della mia amministrazione, confido potere ordire
più completa storia; — costretto a valermi delle carte dell'Accusa,
a _nuocere copiose, a salvare parche_, mi si presenta nel primo di
marzo 1849 un Dispaccio, dal quale si argomenta come La Cecilia si
affaticasse a conseguire qualche grado superiore nello esercito,
ed io rispondo: «Gli ufficiali delle milizie sono destinati, e La
Cecilia guasterebbe ogni cosa. A Pistoia lo Ufficiale superiore sarà
Melani colonnello, a San Marcello Razzetti maggiore; _non facciamo
confusione_. Riguardo ai mezzi, bisogna regolare le cose in maniera
_che lo impiego della fortuna pubblica si faccia rigorosamente, e
possa darsene sempre esatto conto. Entrerà nelle previsioni del Governo
mandare un quartier-mastro pagatore_.» Pigli risponde: La Cecilia non
essere eletto _a comandare truppe, solo a precederle fino a Lucca,
onde provvedere ai bisogni delle nostre colonne, e averlo inviato i
Maggiori Guarducci e Petracchi; stasera o domattina aspettarsi reduce
in Livorno_.[344] All'opposto ricaviamo dai Documenti che La Cecilia
il Generale comandante le Milizie toscane non cura, molto meno il
Governo, bensì col Governatore di Livorno unicamente corrisponde; in
quel giorno stesso egli lo avvisa non avere trovato cavalli da treno,
e fra le altre cose, che alle due partirà per Lucca. Un poco più tardi:
_avere passato in rivista la compagnia di Pisa_, e, dopo altre notizie,
domanda l'approvazione del Governatore.
Barli, comandante di Piazza a Pisa, per telegrafo avverte: essersi
presentato il signor Colonnello La Cecilia _con una Circolare del
Governatore di Livorno, che lo autorizza a presentarsi alle Autorità
Civili e Militari, per essere assistito in ogni sua operazione a
reclutare Volontarii, e cavalli per l'artiglieria nazionale_; avergli
domandato quanta cavalleria fosse disponibile in questa Piazza;
domandare istruzioni per non intralciare le operazioni di cotesto
Dipartimento.[345]
Sicchè quanto fosse vero, che Petracchi e Guarducci avessero inviato
la Cecilia, e non il Governatore, di qui apparisce espresso. Per queste
notizie accorgendomi come ormai volesse stabilirsi un Governo di fatto
Repubblicano a Livorno, di cui Pigli avesse ad essere la mente, e La
Cecilia la spada, mando al Governatore:
«Lo invio del La Cecilia è uno dei _soliti spropositi_; domanda
artiglieria, cavalleria, e altro da Pisa. Tu hai azione _dentro_ il
tuo Dipartimento, _fuori_ no; non puoi farlo senza mandare sottosopra
ogni cosa. Per Dio, così rovina la impresa. Dite il vostro bisogno.
Dite come potete provvedere per voi, e come deve aiutarvi il Governo
centrale. — Manderemo ufficiali a posta. Il Comandante di Pisa, come è
naturale, non sa che fare. _Si richiami La Cecilia con bel garbo_.[346]
Pigli per gratificarsi i Volontarii livornesi, promette di propria
autorità venti crazie al giorno di paga. Avverto, che questo negozio
sconvolge da cima in fondo lo esercito, imperciocchè tutti pretendono
paga uguale; per rimediare, suggerisco far credere che la differenza
della paga ricevano dal Municipio; _scongiuro non prendano misure
senza concerto nostro_; altrimenti, quando più la disciplina e la
organizzazione abbisognano, ci casca addosso il caos.[347] La Cecilia,
apprendendo che l'ordine del Pigli intorno alla cavalleria non verrà
eseguito, gli scrive parole concitate contro il Governo superiore.[348]
Pigli risponde insistendo non avere egli inviato La Cecilia...
«Che debbo farci?» egli aggiungeva: «gl'imbarazzi sono molti!»[349]
Questa parevami, ed era, duplicità manifesta. Da lunga pezza io era
informato delle disposizioni di Carlo Pigli ostili al Governo, dello
studio posto da lui a radunare un partito gagliardo in Livorno, della
sua professione nuovamente repubblicana, del suo accontarsi co' più
ardenti di cotesta parte, non meno che dello agitarsi perpetuo del La
Cecilia. Certo mio parente, che di me, troppo spesso fiducioso più che
non conviene, prendeva amorevole cura, sorprende e mi reca lettere,
inviate da un Frugoni di Lerici, capitano di mare, e proprietario
di bastimenti, a La Cecilia, con le quali gli proponeva alla ricisa
di ammazzarmi come traditore, e surrogare lui a me, Pigli a Mazzoni
come uomo inetto; si lasciasse Montanelli, finchè non si trovasse
meglio. Dai Documenti raccolti per opera dell'Accusa resultano le
prove di questi fatti, i quali vengono per altri riscontri confermati
in processo. Spedito Marmocchi a Livorno a investigare le cose,
così riferisce nel 5 marzo: «Non ho scritto fino ad ora, perchè ora
solamente ho un concetto preciso delle cose in questa città. Ho sentito
molte persone di opinione diversa. Vado per la diagonale e vado bene.
La cosa principale per la quale sono qua è una ridicolezza. Pigli è
lo stesso amico di prima, sincero e ardente. La differenza è nella
salute, perchè io l'ho trovato veramente decaduto. Si regge mercè
lo spirito, e considererebbe siccome gran favore la sua licenza, o
almeno una gita di riposo nel suo paese per un mese. Bisogna dare un
collocamento conveniente a La Cecilia. In tutti i modi, subito. Non
ha il seguito che credete, no, _ma manca l'antica amicizia_, e di gran
cuore se ne andrebbe. Quel di Lerici è un fatuo; non è nulla; vorrebbe
vendere al Governo Provvisorio alcuni bastimenti, ecco la chiave di
tutto. Il Popolo livornese è sempre eroico e grande; è anche moderato.
_La Repubblica non è proclamata_. Siamo qui come a Firenze su questo
proposito, con la differenza, _che Firenze è una selva di alberi,
e qui non ve ne sono che tre o quattro soli_. Volete si tolgano di
Piazza, e si portino in Chiesa fino al giorno che l'Assemblea decreti
definitivamente la Repubblica? Livorno aderisce, e Firenze non sarebbe
così docile. Vedete dunque che cosa è Livorno.»[350]
Il Rapporto del Marmocchi non poteva persuadermi: comunque vogliasi
tenere in poco conto la vita, pure sentirti dire, che il disegno di
ammazzarti è cosa da nulla, non garba ad un tratto; e il successo venne
dimostrando, che Marmocchi per soverchio di dolcezza neanche nelle
altre cose si era apposto al vero. Ad ogni modo risposi: non potere
offerire altro ufficio, che di secondo segretario a Parigi; però poco
dopo aggiungevo, _che se l'uomo meritava congedo, non capivo perchè
si avesse a impiegare; ed avvertisse che la mansuetudine, quando
è troppa, rovina_.[351] Marmocchi replica: La Cecilia accettare;
egli essermi ancora molto amico, ma _disgraziato_; non potere
dirmi tutto per telegrafo; venire La Cecilia a Firenze: pregarmi
riceverlo, in considerazione della lunga amicizia; nessuno credere
a tradimento; _quel di Lerici essere fatuo come lo scrittore della
Frusta repubblicana_; la passata intrinsechezza con La Cecilia avrebbe
fatto vedere con dolore la presente severità; esultare gli amici
ch'egli partisse, ma non derelitto da me; bene altri nemici avere il
Governo; _trovarsi chi traendo argomento dalla miseria corrompe la
plebe; mi manderebbe nella notte uno di questi facinorosi incatenato a
Firenze_.[352] Qualche ora più tardi nello stesso giorno, aggiungeva
avere veduto il Gonfaloniere, il quale si rallegrava col Governo per
la misura presa relativamente a La Cecilia, e la opinione pubblica
commendarla.[353]
Nonostante scrissi per via telegrafica: «_desiderare non vederlo;
fosse trattenuto, potendo, in Livorno_;»[354] pure egli venne, ed io lo
accolsi con volto sereno e mente pacata; e dopo avergli posta davanti
gli occhi la lettera del Frugoni, lo interrogai, che cosa avrebbe fatto
nel caso mio. Rispose non essere in sua potestà impedire _allo stolto
che favellasse secondo la sua stoltezza_; e siccome questa mi parve
convenevole scusa, tacqui; non ugualmente bene poteva scolparsi intorno
alla guerra mossa contro il Governo per istrascinarlo di viva forza
alla Unione con Roma, e a proclamare la Repubblica, o rovesciarlo.
«Orsù via, partiti di Toscana,» gli dissi. «e tutto è posto in oblio.»
Partì per Livorno menando a lungo la partenza, finchè crescendo le
manifestazioni di anarchia, aombrate dal pretesto della Repubblica
nel 14 marzo, contemporaneamente al richiamo del Governatore a Firenze
per via telegrafica, scrissi a Livorno: «S'inviti La Cecilia a partire
_subito_, anche per terra, per Genova, _donde recarsi al suo destino_.
Qualora non volesse appagare questi nostri desiderii, noi l'avremmo
per tradita amicizia. Gli si partecipi il Dispaccio.»[355] Allora
si condusse a Genova; e quivi si andò indugiando sotto vario colore,
finchè i successi della guerra gli dettero campo di presentarsi come
utile alla difesa del Paese.
Da Genova nel 27 marzo mi scrisse La Cecilia la lettera che leggiamo
a pagine 222 dei Documenti dell'Accusa; in questa ei parla di errori
commessi dai Comandanti piemontesi nella battaglia di Novara; poi
propone due mezzi di difesa, di cui il primo sarebbe stato plausibile
per quello che in tempi antichi e moderni ne hanno scritto peritissimi
uomini di guerra; il secondo avventuroso e impossibile. Di questa
lettera giova riportare la frase che accenna al pertinace proposito di
fare sempre a suo modo: «Insomma se nulla si conclude qui tra oggi e
domani, io torno; mi metterai in prigione, ma devo, ma voglio dividere
le vostre sorti.»
_Non tali auxilio, nec defensoribus istis_
_Tempus eget! —_
La Cecilia non era uomo da dire le cose e non farle; piuttosto prima
le compiva, poi le diceva. Di vero il giorno seguente eccolo a Massa,
donde m'invia la lettera in data del 28 marzo 1849, nella quale si
propongono tre progetti: il 1º contenuto in altra lettera, che io non
ricordo, ove non fosse taluno degl'indicati nella lettera del 27; il
2º di seppellirci tutti sotto le rovine delle nostre città; il 3º di
fare offrire la corona al figlio del Granduca; _questo ultimo mezzo
repugna di molto_, egli scrive, _ma il Paese vorrà difendersi?_ E tanto
basti per dimostrare come io provassi contrario La Cecilia nel periodo
del Governo Provvisorio, da quando mi mostrai reluttante ad appagare i
desiderii di parte repubblicana.
Ora continuo esponendo i fatti attinenti a Carlo Pigli Governatore
di Livorno; diventato, più che capitano, mancipio della Fazione
demagogica, ormai egli non ha più potenza di fare il bene e d'impedire
il male. Cotesta egregia Patria di cima in fondo compariva guasta. Il
Governo, assentendo ai consigli del signor Marmocchi, pensa scambiare
la Guardia Municipale di Livorno con quella di Firenze; e chiamata
qui la prima, purgarla e spartirla in altre compagnie. Inoltre, ai
suggerimenti del Ministro della Guerra Tommi compiacendo, accorda
che il primo Battaglione di Linea si spedisca a Livorno, e quivi si
riordini mediante un campo da stabilirsi nelle campagne littorane.[356]
Annunziando io queste provvidenze a Livorno, aggiungo: «Il Popolo
attenda vigilante le disposizioni del Governo _ormai disposto a
procedere con severa giustizia contro tutti i perturbatori, e nemici
delle libertà, sia civili che militari_.»[357] Queste parole ai
caporali della Fazione erano _savor di forte agrume_; nell'anarchia
confidando, per soverchiare il Governo, ecco s'industriano a lavorarlo
di straforo, mettendo male biette tra il Popolo. «Badate, dicevano, a
non lasciare partire la Guardia Municipale Livornese, e sostituirla
dalla Fiorentina, però che questa sia qua mandata per opprimere la
libertà.»[358] In quanto al Battaglione di Linea avviato a Livorno, si
guardassero dal Colonnello Reghini, a cui avevano commesso di trarre
a palla sul Popolo, come già aveva fatto sul Popolo pistoiese.[359]
Il Popolo si commuove, e circondato il Palazzo del Governatore in
numero di 4,000 persone, domanda a morte il Colonnello; altri urlano
che si cacci in carcere. «Il Governatore, narra il signor Reghini
nel suo Rapporto, si addimostrò sgomento, varii dei suoi spaventati,
perchè circuito il Palazzo, e l'anticamera invasa da turbe, che
esaltate chiedevano la mia persona in loro possesso, e _i moderati
gridavano venissi posto alle segrete_.[360] Ed io, ben contento di
secondare la volontà del Popolo indignato (non so perchè), esortai
ad essere dal Popolo stesso condotto in segrete, dove giunsi molto
a stento: ma coadiuvato dai buoni che mi fecero corona, mi restò
lontano lo stiletto, nè si ottenne di gettarmi a terra.» Io rimasi
fieramente percosso per tanto vituperio, imperciocchè il Governatore
dovesse nel suo Palazzo, come in asilo inviolabile, custodirlo, nè
mai consentire, se non che calpestando il proprio petto, cotesti
furibondi giungessero al petto del Colonnello. Avvertito per telegrafo,
adoperando la destrezza persuasa dalla gravità dello accidente, senza
intermissione rispondo: «Importa grandemente sia fatto il processo ai
soldati di cotesto reggimento che si ribellarono. A ciò è necessario
il Rapporto del Reghini. Bisogna mettere il Reghini in libertà onde
faccia cotesto Rapporto. _Non accendasi il Popolo già acceso. Si lasci
fare al Governo_; ha i suoi fini, e vuole essere libero per il bene
della libertà. Dicasi al Reghini, che il Governo penserà a lui. Si
risponda subito.»[361] Il giorno seguente, soccorrendo al mal capitato
Colonnello, insisto: «Esatte informazioni ci persuadono a conservare
Costa-Reghini; però non si vorrebbe urtare la Popolazione. Il Governo
vorrebbe formare un campo in prossimità di Livorno, e quindi riordinare
il reggimento. Reghini rimarrebbe a riorganizzarlo, e sembra essere
adattatissimo per questo. _Procuri che la Popolazione applauda a questo
progetto, e ci renda intesi dello effetto delle sue premure. Comprende
la necessità della prestezza_.»[362]
Ancora nel medesimo giorno 10 marzo: «Intorno al Reghini, sarà
collocato. Del reggimento sarà fatto un campo. Forza, tranquillità,
coraggio e gravità; — e forse riusciremo.... forse, perchè i tempi
ingrossano; e _disfacendo tutto, nulla si fabbrica_.»[363]
Il Generale D'Apice, giunto a Firenze, scriveva al Governo Provvisorio
la seguente lettera, la quale non abbisogna di comento:
«Ieri al mio arrivo in questa città, seppi che il signor Costa-Reghini
Colonnello del 1º Reggimento Infanteria di Linea, fu immeritamente
insultato dal Popolo di Livorno, e poi vilmente abbandonato ai suoi
persecutori, dalla prima Autorità costituita in quella città, dal
Governatore, presso cui il detto signor Colonnello si era rifugiato. —
Un tal fatto è talmente grave, che io lo considero come una vera offesa
fatta allo esercito, che ho in questo momento l'onore di comandare.
Come capo dunque di questo esercito, e nell'interesse del servizio,
credo mio stretto dovere dirigermi alla giustizia del Governo, perchè
un'ampia e pubblica soddisfazione sia data allo esercito, e al signor
Colonnello Costa-Reghini, elevando questo al posto di Generale di
Brigata, e dimettendo dal suo posto il signor Governatore di Livorno.
Qualora il Governo non credesse a proposito di accedere alla mia
richiesta, lo prego in risposta di volere degnarsi spedirmi la mia
dimissione dal servizio.»[364]
In tutto questo negozio io procedeva d'accordo col Generale, parendomi
fosse pur giunta occasione di potere alla fine allontanare Carlo Pigli
da Livorno, e precidere i disegni di coloro che agognavano alla estrema
demagogia. — Invano il Colonnello Reghini scrive, averlo voluto libero
il Popolo livornese, e accompagnato dal Governatore, e da parecchi
Uffiziali della Guardia Nazionale, fra plausi e banda essere stato
condotto al Palazzo Governativo; invano _dichiara, per questo modo
adempirsi l'ordine del Governo che lo voleva fino da ieri l'altro
posto in libertà, ordine non ancora eseguito per timore di collisioni,
non tutti i Circoli andando d'accordo nella mia liberazione_;[365]
invano informa per via telegrafica il Ministro della guerra: «Sono in
libertà per acclamazione popolare e generalissima. La mia confusione
è grande: vorrei dimostrare al Popolo la mia gratitudine, al Governo
la mia devozione; supplico la di lei ministeriale autorità, essermi
interpetre, come lo è stato, a mio sommo vantaggio, il signor
Governatore Pigli.»[366]
Io ben conobbi cotesta essere mala toppa allo strappato, e conoscevo
a prova di che cosa sapessero cotesti Dispacci imposti dai presenti,
e da loro prima letti, e poi mandati; però nel 13 marzo 1849, allo
intento di superare le resistenze, conforto il Generale D'Apice a
tenere il fermo nel domandato congedo: finalmente nel Consiglio le
provvidenze da me proposte si mettono a partito, e si vincono; allora
senza porre tempo fra mezzo, nel giorno 13 marzo, alla ora prima
pomeridiana, mando per telegrafo a Livorno: «Il Governo invita il
Governatore di Livorno a venire in giornata a Firenze, per conferire
insieme su cose importantissime.»[367] Arrivato a Firenze alle _7
pomeridiane_, alle 9 si ordina al Colonnello Costa-Reghini: «È pregato
a portarsi domani col primo treno a Firenze. Il Generale D'Apice lo
vedrà appena arrivato;»[368] e alquante ore trascorse, di nuovo, alle
_3 antimeridiane del giorno 14 marzo_, intímo a La Cecilia la partenza
immediata, sotto minaccia, che avremmo lo indugio per tradita amicizia,
come già in altro luogo opportuno fu debitamente notato.
A ben comprendere quanta industria fosse posta da me per indebolire
la parte che strascinava il Paese alla demagogia, e quanta difficoltà
incontrassi nella perigliosa impresa, prezzo della opera è sospendere
alquanto questo racconto, e continuare quello che spetta alla Guardia
Municipale.
La Guardia Municipale corrotta e governata da taluni che trovavano
il proprio conto a mostrarsi smaniosi libertini, mercè la diligenza
fatta, viene a Firenze, ed è stanziata a Santa Maria Novella. Qui
noi attendevamo a mandare ad esecuzione il disegno di cui già tenni
proposito, allorchè, avendolo i più audaci subodorato, si ribellano
con minaccie di morte: ordinai si trasportassero due cannoni, e al
Quartiere, intimati prima i pacifici a separarsi dai rivoltosi, si
appuntassero. Però essi non ne aspettarono la vista, e più che di
passo trassero alla Porta San Frediano incamminandosi verso Livorno,
dove tolleravansi o di leggieri erano scusati. Il Dispaccio del 10
marzo così ammonisce il Governatore: «Accade un fatto gravissimo
che dev'essere ad ogni costo, intenda bene, ad ogni costo represso.
_Una parte_ della Municipale di Livorno si è ribellata. Prima, nel
Convento di Santa Maria Novella, aveva fatto mostra di difendersi;
poi è uscita da Porta San Frediano, e non si sa dove siasi diretta.
Verrà forse a Livorno. Prenda, con la massima segretezza e con vigore,
le misure onde venga arrestata. Si concerti con _Frisiani_ e con
altri Ufficiali di testa. L'avviso a tempo, onde a tempo provveda.
Non intende il Governo mezzi termini nè pietà. Se mostriamo mollezza
per la Guardia Municipale, è finita: _invece di difensori avremo un
branco di assassini_.»[369] Il Maggiore Frisiani raggiunge le Guardie
ribellate a Pisa, con ordine di tradurle da capo a Firenze sotto
scorta; si sottomettono, ma implorano andare a Livorno, _e non tornare
alla Capitale presso il Governo Provvisorio_. Frisiani non si reputando
facultato (come invero non era) ad arbitrare, viene per ordini.[370] Le
Guardie promettono aspettarne arrestate il ritorno; i Maggiori Frisiani
e Magagnini mallevano per loro; fa lo stesso Mastacchi; se non che le
Guardie, mutato consiglio, dai Quartieri di San Martino si recano,
nella sera del giorno 12 marzo, alla Stazione della strada ferrata,
e quivi _per amore o per forza intendono volere essere trasportate a
Livorno_.[371] Il Governo, sentinella perduta dell'ordine, alacremente
commette al Governatore: «L'arrivo dei Municipali a Livorno è fatto
gravissimo, e tale da cimentare la pubblica sicurezza. _Se forza non
rimane alla Legge, il Governo è d'uopo che si dimetta, e con esso
cadano tutti i funzionarii pubblici per dare luogo ad uomini facinorosi
che condurrebbero a irreparabile ruina il Paese_.[372] È necessario
pertanto che cotesti ribelli sieno per forza o per arte arrestati e
disarmati. Procurate con ogni mezzo che ciò si ottenga, il Governo
penserà in giornata a darvi le istruzioni in proposito. Se in un corpo,
che tutto deve imporre con la forza morale, si lasciano introdurre
germi d'immorale dissoluzione, io non so più qual forza resti al
Governo per fare eseguire le Leggi; qual tutela resti al Popolo
della propria sicurezza. Uno esempio è necessario. I cinquanta militi
municipali venuti costà non appartengono più al corpo. Restituite con
un atto di coraggio la fiducia che deesi avere dal Popolo nella Guardia
Municipale, e che le mancherebbe, qualora questi sciagurati, indegni
di appartenervi, andassero anche questa volta impuniti. I Maggiori
Magagnini, il Frisiani, e il Mastacchi hanno cimentato la loro parola
in questo affare. Agiscano; chè altrimenti ne va del loro onore. Ogni
buon Livornese deve vergognarsi di convivere nelle stesse cerchia e di
chiamarsi concittadino di uomini così indisciplinati e ribelli come
sono cotesti Municipali.»[373] La pubblica indignazione levandosi
a danno loro, altri non potè assumerne le parti di protettore e
avvocato; figli di predilezione erano essi, ma sul momento fu mestieri
abbandonarli, bensì con fiducia poterli restaurare dello smacco
largamente ed in breve. Il Governatore, verso le ore due pomeridiane
del giorno 13, annunzia i Municipali disarmati essere stati tradotti
in Fortezza; «chiedere intanto essere autorizzato a inviarli a Pisa
per essere ivi custoditi e giudicati; implora _molta indulgenza e
sollecita_, non senza però il più ampio apparato di Giustizia.»[374]
Fu il richiamarlo risposta. La Fazione sentendosi percossa, prorompe
in aperte minaccie; Pigli torna a Livorno; una parte del Popolo
tumultua, e intende impedirne la partenza;[375] ma egli ormai privato
del comando, increscioso a molti per le sue avventate parole, a
parecchi ancora dei suoi partigiani caduto novellamente in fastidio
pel non degno abbandono del Colonnello Reghini, comprende essere
migliore partito per lui abbandonare Livorno riducendosi a Firenze:
quello che vi venisse a fare lo dichiarano i Documenti officiali
dell'Accusa; egli venne a osteggiare il Governo, nelle Assemblee e
fuori, istando ardentissimo perchè la Repubblica e la Unione con Roma
si proclamassero.
Nel giorno _14 marzo_ stavano radunati nella mia stanza i signori
Montanelli, Mazzoni, Pigli, Reghini, e D'Apice, a cui Reghini
su la prima giunta aveva esposto per filo e per segno com'erano
andate le cose. Io invitai il Colonnello a contestarle in presenza
al Governatore; ma egli, si peritasse per gentilezza, o per altro
motivo, si andava tuttavia schermendo: allora lo confortai a favellare
senza ritegno; poichè la sua sentenza adesso suonava diversa dalla
manifestata testè.... nella stessa mattina al suo Superiore. Egli,
fattosi animo, confessava essere stato abbandonato pur troppo alla
furia popolare dal signor Pigli, e nel venire tratto giù per le
scale avere creduto arrivata la estrema ora per lui. Il Pigli si
scusava affermando avere adempito a quanto era in potestà sua di
fare. Congedati il Generale e il Colonnello, gli palesai aperto non
lo potere più oltre conservare in Livorno; e siccome i miei Colleghi
assentivano al detto, egli si piegò a dimettersi ponendo innanzi certe
sue pretensioni di pecunia, le quali lasciai che altri regolasse con
lui, contento ch'egli dal governo di Livorno ad ogni modo cessasse.
La Guardia Municipale ebbe a venire in Firenze e sottomettersi; a
Livorno proposi una Commissione governativa composta dei signori
Fabbri, Pappudoff, e Manganaro.[376] Certo, Luigi Fabbri fu soldato
prestantissimo, e dei primi della guerra della Indipendenza; e
spesso (chè spessissime volte col fine di bene inculcarlo nella
mente degl'ignavi ascoltatori ei lo disse) con l'orgoglio che ogni
concittadino sente in cuore pei forti detti e pei generosi gesti dei
suoi compatriotti, lo udii, e ben mille altri meco lo udirono ripetere
le parole con le quali, tutto infiammato, usciva nella Seduta del 23
gennaio 1849: «Tra questi v'è un uomo, e sono io, che, all'istante nel
quale fu dichiarata la guerra, prese le armi, e, senza diffondersi in
vane parole o in semplici grida sulle pubbliche piazze, o in esagerati
concetti per istrappare l'applauso dal sentire generoso del Popolo, ha
pugnato nella guerra della Indipendenza, ed ha affrontato la morte;
e non solo ha affrontato la morte lasciando teneri figli ed amata
consorte, ma adesso dichiara, in presenza a tutto questo onorevole
Consesso, che ritornando le armi nostre su i campi lombardi, sarà
pronto di nuovo a cingere la spada.»[377] — Ma non per questo nè allora
nè poi fu Repubblicano il Fabbri, e, se ne avesse bisogno, gliene
potrei far fede; e il signor Pappudoff nemmeno, comecchè amico delle
oneste libertà. In quanto a Giorgio Manganaro, basti dirne questo: che
la parte faziosa lo ebbe ad oltraggiare con la brutta minaccia: «_Devi
fare come il Pigli, o ti butteremo dalla finestra_.»[378]
Tutte queste cose io volli dire seguitatamente, affinchè si
comprendesse come, amici Pigli e La Cecilia una volta, meco una
volta concordi per sostenere e promuovere gl'interessi del Principato
Costituzionale toscano,[379] poco oltre l'8 febbraio, acconsentendo
ad altre persuasioni, gli avessi prima segreti, poi alla scoperta
avversarii. Da Firenze in prima si estorcono commissioni onde al
Governatore di Livorno sia fatta abilità di eseguire, con nome e
credito governativi, ufficii contrarii alla mente del Governo; a
suo arbitrio estenderli; a norma degli ordini di tale che in quei
giorni troppo più di me poteva, ed era obbedito, applicarli; indi a
breve, nemmeno gli ordini si aspettano o si cercano; e già in Livorno
spunta costituito il Governo, che, passandomi sul corpo, si augura la
Repubblica, la Unione con Roma, e la Decadenza del Principe proclamate.
Così vedremo con quanta diligenza e pertinace volere da una parte,
difficoltà e pericolo dall'altra, pervenni di mano in mano a contenere
la Setta, che dello intero Popolo toscano piccola parte, ma prepotente
di audacia e di gagliardía, mentre attende cupidissima a sospingere
il Paese nella Repubblica, non si accorge precipitarlo fra gli orrori
rivoluzionarii nell'anarchia.
Secondo l'ordine dell'Accusa succede la lettera scritta nello stesso
giorno _14 febbraio_ a Tommaso Paoli, consigliere della Prefettura
di Pisa, la quale, comecchè dettata nelle condizioni medesime di
tempo e di luogo, forza è che si giustifichi con le ragioni addotte
in proposito del Dispaccio al Governatore Carlo Pigli. E dove si
ricerchi argutamente la materia, tu vedi in cotesta lettera espressa
la traccia di pressura attuale. Invero, ricordisi quanto nel § della
_Dimostrazione_ provai con la testimonianza dei Giornali, voglio dire
le Deputazioni dei Circoli una succedentesi all'altra nel giorno 13
febbraio, e con quanta mansuetudine oggimai è manifesto, _per essere
ragguagliate di quanto sapeva e operava_; e allora si comprenderà come,
per ischermirmi dall'accusa di negligenza (e insinuavasi tradimento),
rimproverato, rimprovero di essere lasciato privo di novità. Ancora:
il linguaggio che correva su per le bocche degli uomini in quei tempi,
ed usavasi nelle scritture, nelle petizioni dei Circoli, ed in quel
punto si favellava dalle persone che mi stavano al fianco, forza è che
trapassi nel Dispaccio, siccome nel Dispaccio dell'8 febbraio fecero
passaggio le parole: «il Principe è decaduto;» e oggimai per mille
documenti è provato com'io questa decadenza conflittassi e impedissi.
Finalmente, quantunque commosso dalla presenta perturbazione, bene
ordino radunarsi uomini, ma parte inviarsi a Lucca, e parte tenerne _a
disposizione_ del Governatore di Livorno, il quale a sua volta aveva a
dipendere dal Generale D'Apice, come fu dimostrato di sopra.
Ora l'Accusa (ma di siffatti studii non si occupano le Accuse) se
avesse desiderato chiarirsi, poteva mettere a parallelo degli atti
che incolpa, altri atti che pure ella raccolse nel suo Volume, e
confrontando avrebbe acquistato la conferma (dove facesse mestieri)
della patita coazione. E innanzi tratto io pongo il Dispaccio
mandato allo stesso Consigliere Paoli, dove lo avviso della infermità
sopraggiuntami, ed in bel modo lo conforto a procedere prudentemente
e con temperanza grandissima, a impedire ingiurie ed offese, a rendere
amabile la libertà proteggendo tutti, e conservando il diritto ordine
fecondatore del vivere civile.[380] — Di molto maggiore importanza
apparisce l'altro Dispaccio del pari indirizzato al Consigliere Paoli:
«A BUONO INTENDITORE POCHE PAROLE. — Armatevi — armatevi — armatevi. —
Esaltate i soldati; — NON ABBIAMO BISOGNO DEL GIURAMENTO, — ma pure se
lo prestano meglio che mai.
«Bisogna che diate forza al Partito democratico di Lucca.
«NON SI PRECIPITI NULLA IN QUANTO A REPUBBLICA.
«_1º Perchè tutta Toscana ha da esprimere il suo voto._
«_2º Perchè Francia e Inghilterra, stando così, proteggono da
invasione straniera_; — se no, abbassano le armi, e abbandonano il
Paese: giudizio dunque. _Partecipi agli amici, non che al Prefetto, se
crede_.»
E sapete voi quando io dettava cotesto Dispaccio? Il 13 FEBBRAIO
1849 nelle ore pomeridiane, e per tal modo poco tempo innanzi che
per me si scrivesse il Dispaccio incriminato. Voi lo vedete adunque:
intorno al giuramento non metto sollecitazione veruna, anzi dichiaro
non averne bisogno; raccomando impedirsi la Repubblica; ammonisco
intorno ai pericoli non mica transeunti, bensì permanenti, e tali
da non iscomparire da un giorno all'altro dove sconsigliatamente si
proclamasse; tra siffatte disposizioni dell'animo mio manifestate
nel _13_ febbraio, ponete le strette e le violenze, che in parte
vennero raccolte nel § della _Dimostrazione_; e si abbiano anche i più
diffidenti prova non dubbia della sofferta pressura. Le discrepanze, o
meglio le contradizioni fra il Dispaccio del _13_ e l'altro del _14_
febbraio, somministrerebbero di leggieri materia a lungo discorso:
io però amo il lettore di per sè stesso le senta, piuttosto che
andargliele ad una ad una enumerando partitamente io.
Per quanto in queste angustie mi è dato, ricorderò alcuni pochi
atti, onde il paragone sempre più riesca convincente. Nel giorno _8
di febbraio 1849_, instituisco una Commissione, perchè provveda alla
custodia dei mobili tutti appartenenti al Granduca, ond'egli (se la
fama mi porge il vero) ebbe a dire a Sir Carlo Hamilton, delle cose
sue non avere perduto la più piccola; nel _9_, alla domanda (ed era
minaccia): «nasce dubbio nel _Pubblico_, che la proclamazione del
Governo Provvisorio Toscano abbia fatto cessare le attribuzioni dei
pubblici funzionarii,» rispondo sollecito dopo _pochi minuti_: «il
dubbio non è fondato; stieno al posto; chè il mandato dura finchè non
sia revocato.»[381] Chiunque attende a mutare forma di Governo, non ne
conserva la organizzazione e gli ufficiali; ma quella immediatamente
disfa, questi licenzia. Nel _10_, riavutomi alcun poco dallo
sbigottimento, malgrado la decadenza del Principe proclamata dal Popolo
l'_8 febbraio_, e malgrado che io pure fossi costretto a scrivere
quella parola in quel giorno, annunzio:
«Cittadini. — Abbandonato il Paese a sè stesso, noi fummo dal
Parlamento toscano e dal Popolo eletti custodi della pubblica
sicurezza. Fermo proponimento nostro è mantenerla, e difenderla. I
Cittadini cui preme la Patria si stringano intorno a noi. Chiunque
con fatti o detti attenta alla salute pubblica, commette scandali, ed
eccita la guerra civile, sarà considerato traditore della Patria, e
come tale punito. — Firenze, _10 febbraio 1849_.»
Il giorno seguente, osando di più, il Governo dichiara: suo primo
dovere consistere nel mantenere la pubblica sicurezza; in quanto
alle sorti toscane, aversi queste a decidere dalla intera Nazione col
mezzo dei suoi Deputati; rispetterebbe allora il Governo le volontà
del Popolo sovrano: — con le quali sentenze davo ad intendere senza
ambage, che tutto quanto era stato deliberato da parte del Popolo a
Firenze io riteneva per irrito, e come a cosa di nessun valore ricusavo
sottopormi: la universa Toscana, debitamente interrogata, disponesse di
sè:
«Dopo che la Toscana fu priva di uno dei tre Poteri dello Stato, fu
eletto dal Popolo, e confermato dal libero voto delle Assemblee, un
Governo Provvisorio. Primo ed ultimo dei doveri di questo doveva essere
la tutela dell'ordine pubblico. A tanto dovere non mancherà mai questo
Governo, finchè gli bastino tutte le sue cure, e tutto sè stesso.
«Ai Toscani poi tutto il diritto, e il dovere insieme di decretare
la forma che ha da prendere lo Stato. _Quando i Deputati eletti
liberamente per universale suffragio avranno espresso la volontà
loro, il Governo Provvisorio darà primo lo esempio della più
perfetta obbedienza ai voleri del Popolo Sovrano_. — Firenze _11
febbraio_.»[382]
Finalmente il giorno _14 di febbraio_, il giorno stesso del Dispaccio
incriminato, faceva scrivere dal Segretario Marmocchi al Governatore
di Portoferraio: «SA PERALTRO CHE SE IL PRINCIPE È PARTITO, NON È
DECADUTO.»[383]
Nel giorno _10 febbraio_, considerando la miseria a cui la partenza del
Principe riduceva i suoi familiari, e compiacendo ai desiderii di lui,
decreto:
«Tutti i Cittadini che fin qui appartenevano al servizio del
Principe, riceveranno provvisoriamente la loro pensione a carico della
Depositeria Generale, finchè il Governo non abbia trovato il modo di
sistemarli convenientemente.»
Nel giorno _11 febbraio_, così imponendo i proconsolari ordini della
Setta, decreto, che il regio Palazzo della Crocetta sia destinato ad
ospedale degl'Invalidi; più tardi, si è veduto, i novelli Municipali
vanno di proprio arbitrio a rinnuovare ai Custodi la minaccia dei
veterani di Augusto ai possessori degli agri italici: _veteres migrate
coloni_; ma segretamente dispongo non s'innuovi.[384] Nel giorno
_11 febbraio_, ricercato il Governo dal Governatore di Livorno, se
i soldati mossi da quella città per Firenze avessero a proclamare
la Repubblica, risponde: chiamarsi pel mantenimento dell'ordine,
non già per dimostrazioni politiche, le quali dovevano all'opposto
con ogni studio prevenirsi.[385] E qui mi sia concesso notare, onde
si conosca quanta sia stata la umanità mia, e la cura indefessa,
perchè nefande discordie tra la famiglia toscana non insorgessero, o
insorte appena posassero, la esortazione rivolta nel medesimo giorno
al Governatore Pigli: «Si raccomanda la buona condotta passando per
Empoli. Si rammentino, che gli Empolesi, momentaneamente traviati, sono
fratelli.»[386]
Nè, quantunque poco faccia alla materia in questo punto discorsa,
io mi asterrò da riportare un Dispaccio telegrafico da me dettato
il _16 febbraio_, relativo ai Veliti. — O voi non degni soldati di
questo corpo onorevole, e da me onorato, che veniste a inacerbirmi il
carcere di San Giorgio dicendomi improperii sotto le cieche finestre,
o minacciando traverso le porte, io non voglio rammentarvi, che
per me, assentendo ai desiderii vostri, dagl'ingratissimi ufficii
di Polizia foste rilevati; e neppure, che sopra ogni altra milizia
Toscana otteneste prerogative, e soldo; queste cose accennerebbero,
per avventura, a provocare la vostra riconoscenza; ed io ve ne
dispenso. Leggete, vi scongiuro, più che con gli occhi col cuore, il
mio Dispaccio del _16 febbraio_, ed imparate che cosa sieno amore di
cittadino e carità di Cristiano. — Avvertito, da Pontedera, come alcuni
Veliti per timore di minaccia fuggissero via, così gravemente ammoniva:
«Invece di accomodare, arruffate. Qui i Livornesi hanno fatto pace co'
Veliti; a Pontedera gli minacciano; sicchè questi fuggono. I Veliti
sono il miglior corpo che abbiamo. Bisogna che voi gli richiamiate, e
subito fate pace, e sincera. Con questi modi prevedo guai grandi. Siamo
tutti fratelli; se non l'amore, ci stringa il pericolo comune.»[387]
Quando lo insulto si posa sopra le labbra del soldato, il valore leva
le tende dall'anima sua.
Correva il giorno 12 febbraio, quando una moltitudine di Popolo,
traendo a furia su la Piazza del Granduca, si accinse a piantare
l'Albero della Libertà, e con infiniti schiamazzi chiedeva il Governo,
affinchè l'atto approvasse, e lodasse. Mi presentai solo, e solo mi
attentai a contrastarlo, e lo chiamai prepotenza diretta a costringere
gli altri Toscani, i quali _forse_ lo avrebbero consentito, ma non
erano presenti per farlo: appartenere al libero voto di tutto il Popolo
toscano, radunato in Assemblea il 15 del futuro marzo, _decidere su la
forma del Governo_.[388] — Quale concepisse rancore la Fazione assai
dimostrammo, e più dimostreremo, se Dio ci aiuta; però nonostante le
mie parole, tornava più tardi, e lo volle piantato sotto i miei occhi,
quasi in dispregio di me. Siete chiariti adesso, che nè sempre, nè
tutto quello che desiderava non fatto, mi riusciva impedire? L'Accusa
impenitente sussurra: _lustre per parere_; opere volpine per istare
apparecchiato ai successi futuri. Sta bene; ma egli è forza convenire,
che mentre provvedevo alle probabilità future, correvo temerario il
pericolo di rimanere oppresso nelle contenzioni presenti: e questo io
non vorrei rinfacciare l'Accusa per non avere fatto, ma vorrei, che un
cotal poco più onesta ella fosse nel darmi merito per averlo fatto io.
Nè meno importa allegare in mia difesa il Decreto dei Commissarii da
inviarsi nelle Provincie, che compilato dal sig. Mordini, firmai il _14
febbraio_, avvegnachè in esso non si faccia pur motto di Repubblica,
nè di altro attenente a forma di Governo, bensì di risvegliare i sensi
generosi della Nazione, mettere a profitto i mezzi sparsi in tutto il
Paese, facilitare il fornimento delle Guardie Nazionali, lo scriversi
dei Volontarii alla milizia; raccogliere insomma in uomini, in bestie,
in danari, e in arnesi, quel più che la diligenza loro avesse potuto
ottenere dai Municipii toscani.
Ora tutte queste paionmi prove evidentissime della mia reluttanza a
operare cosa che tornasse ostile al Principato Costituzionale, però che
da me pendesse unicamente consumarne l'abolizione; e se questa allora
e poi contrastai, stupido concetto è pretendere, che al punto stesso io
la provocassi e volessi.
Nè pentere e volere insieme puossi,
Per la contraddizion che nol consente.
(DANTE, _Purg._, III.)
Lo dice anche il Diavolo, ch'è pure il Procuratore Regio nell'altro
mondo!
Appartiene, per ordine di data, a questa sede del nostro discorso
la lettera che l'Accusa senza altro impaccio afferma da me spedita
al conte Del Medico; ne favellerò in altra parte: intanto importa
fino d'ora avvertire, ch'ella non è punto una lettera mandata, bensì
semplice nota posta sotto la missiva di cotesto Delegato: il che suona
troppo diverso. E qui pure, se non per ragione di data, per connessità
di materia, dovrei esporre i motivi delle note, che si afferma di
mio carattere scritto sotto le lettere del 12 e 17 febbraio 1849,
la prima del Consigliere di Prefettura, la seconda del Prefetto di
Grosseto; ma poichè esse vengono governate da altra serie di fatti,
io penso con migliore consiglio favellarne là dove di questi fatti
terrò ragionamento. Chiuderò piuttosto, prima di passare ad altro, col
proseguire la storia dei sospetti e degli eccitamenti contro la mia
persona, mossi dalla Fazione dei demagoghi dai primordii del Governo
Provvisorio fino a questi tempi, e poi purgandomi dall'accusa della
persecuzione esercitata contro i Sacerdoti.
Nel 9 febbraio, a nome della Fazione, intimasi il Governo a spogliare
gli abbienti del _superfluo_, e a distribuirlo fra il Popolo; ai
colligiani, alle femmine, agl'impiegati tolga le pensioni mal date
e peggio ricevute, e subito, perchè già in qualunque Governo sarebbe
sacramentale dovere, ma in quello che regge, dura, vive e respira per
volontà di Popolo, è condizione di vita, necessità. Nè dica domani, no:
domani _potreste non essere più vivi_...[389]
Della inquieta polizia dei Circoli somministrano prova i Documenti
dell'Accusa in data dell'_11_ febbraio, con l'ordine di vigilare i
palazzi, e la taberna di alcuni cittadini.[390]
Nel giorno _13_ febbraio, la Emigrazione Lombarda minaccia prossima
l'accusa davanti il Popolo, per la colpevole inerzia con la quale avevo
poltroneggiato fin lì.[391]
Nel _14_ il _Monitore_ del Circolo, me e i miei colleghi bandisce
_Governo austriaco_, se, dubitando, indugiamo più oltre a proclamare la
_decadenza del Principe_.[392]
Nel giorno stesso, pel medesimo _Monitore_ rimango avvertito che il
mio _mal sonno_ di tre giorni (la Emigrazione Lombarda vedemmo, che lo
calcola di _sei_) mi tornerebbe fatale, avvegnachè io _giuocassi della
mia testa_.[393]
La mia opposizione al piantare l'Albero è denunziata al Circolo,
da quello con parole crucciose avvertita, e minacciosamente dal suo
_Monitore_ propalata.[394]
Con pari cruccio, e pericolo anche maggiore, la Emigrazione Lombarda
avvisa il collegio repubblicano essere stata da me freddamente accolta
la Deputazione venuta a instare, affinchè la Repubblica senz'altro
indugio si proclamasse.[395]
Scellerata cagione di sangue, me furibondi designano alla pubblica
vendetta, perchè relutto a dichiarare la Repubblica, la decadenza del
Principe, e la Unione con Roma.[396]
Questi, ed altri tali, erano dardi avventati _ad hominem_, dacchè, bene
o male che il credessero, demagoghi e Repubblicani pensavano essere
io impedimento unico a conseguire il termine estremo degli sforzi
loro,[397] senza il quale, assai più esperti dell'Accusa, tenevano non
avere conquistato nulla, e riposta ogni cosa in compromesso. L'Accusa,
tetragona ai colpi di paura, scriveva, dentro la sua stanza, nel
gennaio del 1851, a canto al fuoco, gli usci diligentemente serrati: —
lievi prove di coazione sono coteste, anzi non sono prove, e, meglio
meditandovi sopra, piuttosto sono prove escludenti qualsivoglia
violenza! — Ma, Dio eterno, che cosa pretenderebbe l'Accusa? che io,
in prova della violenza patita, le portassi davanti la mia testa mozza
come Beltramo da Bornio?[398] Atroce patto ella pone alla sua fede,
se non si contenta di altro che di gole squarciate, e di cuori fessi!
L'Accusa non tace che alla prova del cataletto...
Le manifestazioni di animosità della parte repubblicana, a me
particolari, sono venuto con prove espresse raccontando durante il mio
Ministero, e nei primi giorni del Governo Provvisorio; vedremo a mano
a mano crescere in breve, e prorompere alfine in manifesta accusa di
traditore.
Da me altri non aspetta (e non mi sento tale da farne) proteste di
devozione serotina: io parlo piuttosto con la coscienza del testimone,
che con lo zelo del difensore. Però, innanzi tratto, dichiaro,
ch'eletto a tutela della pubblica sicurezza, io non solo non mi
reputerei colpevole di avere adoperato contro i Sacerdoti, secondo i
meriti loro, ma all'opposto mi terrei colpevole per essermene astenuto.
Forse i Sacerdoti presumono esercitare il privilegio del delitto?
Chi questo crede, gl'insulta. La santità del carattere e lo istituto
sublime impongono loro augumento di carichi, ed essi lo sanno, non
già dagli assunti doveri gli assolvono. Nè Cristo senza sacrilegio può
essere tolto a segnacolo di fazioni contrarie; egli sente misericordia
di tutti; per chi piange, ed anche per chi fa piangere. Monsignore
D'Affre, inclito martire della fede cristiana, quando si avventurò
tra i furori della battaglia cittadina, non andava già a rafforzare
questa parte o quella; finchè cristiani uomini gli uni contro gli altri
combatterono, egli gridò: — «forsennati! forsennati!» e li conteneva;
quando cadevano, egli gemè: — «infelici!» e gli andava soccorrendo;
quando fu piagato di mortale ferita, ei li chiamò: — «figliuoli!»
e li benedicea. — Chi davanti a Sacerdoti siffatti non s'inchina? —
I Sacerdoti commettitori di scandali e di risse, già più Sacerdoti
non sono; la Chiesa, pel carattere che rivestono, bene domanda sia
proceduto contro loro con certi riguardi, ma essa prima e più severa
di tutti acerbamente gli accusa. Ciò premesso, io dichiaro, non avere
mai dato ordine che si arrestassero Sacerdoti. Mentre fui Ministro
dello Interno, feci chiamare, come altrove ho notato, alcuni Preti
ed alcuni Frati, e gli ripresi del poco amore che portavano alla
Patria, del costume pessimo, e dello sviarsi dietro a cose umane che
non ispettavano loro, con iscapito grande delle divine a cui erano
unicamente commessi; non però gli arrestai, nè in altro li volli
mortificati. Durante il Governo Provvisorio non adoprai modi diversi;
anzi, ricordo come certa volta presentatisi avanti il Ministro dello
Interno alcuni Sacerdoti, udii riprenderli, perchè si mostrassero
avversi alla Costituente, e andassero dissuadendo la difesa del Paese;
e dico averli uditi riprendere, dacchè non erano stati punto chiamati
per ordine mio, e nello ufficio del Ministro io penetrava a caso. Senza
profferire parole, in disparte ascoltai le discolpe loro; poi fattomi
presso ad uno che al sembiante mi parve più giovane degli altri: — «Io
non so, Reverendo, incominciai ponendogli la mano destra sul braccio,
io non so, Reverendo, perchè voi non dobbiate amare la Patria; anzi non
so perchè voi non la dobbiate amare più di noi.» E il degno Sacerdote
con atti e parole vivaci rispose: «Io amo il mio Paese al pari di
ogni altro. Rispetto alla Costituente Italiana, la mia coscienza mi
vieta aderirvi; ma in quanto a difendere la mia Terra dalle invasioni
straniere, da Sacerdote le affermo, che prenderei l'arme, e verrei
a farlo io stesso.» — Allora gli strinsi la mano, e conchiusi: «E
tanto basta, mio degno Sacerdote,... tanto basta.» — Quando mi verrà
concesso esaminare gli Archivii, ritroverò il nome e la condizione del
Prete.[399] —
Superiormente alla tristizia dei tempi, trovarono in me i Sacerdoti
continua ed efficace tutela. Di ciò provare mi porge abilità la
cortesia dell'Arcivescovo di Firenze, il quale, da me richiesto, mi
rimetteva la copia autentica della lettera che io gl'indirizzava il 2
aprile 1849:
«Monsignore.
«Io vorrei pregarla, Monsignore, ad avere la compiacenza di
significarmi se V. S. Rev.ma intende per le imminenti solennità
celebrare in Firenze.
«Nel mentre che io vado persuaso che V. S. Rev.ma si penetrerà di
quanta pace e di quanta consolazione sarebbe la sua presenza in mezzo
al suo ovile, mi permetterei aggiungere le mie preghiere caldissime
onde ciò abbia effetto.
«So bene che V. S. Rev.ma non si tratterrebbe punto nello esercizio
delle sue sacre funzioni per sospetto che potesse concepire; pure vada
convinto, che finchè duri nello arduo uffizio che mi fu confidato,
saprò e vorrò mantenere severamente la reverenza che si deve a tutti
gli Ecclesiastici in generale, e in particolare alla sua degna persona.
«Di Lei, Mons.re Reverend.mo
«(L. S.) Li 2 aprile 1849.»
«Devot.mo
«GUERRAZZI.»
E già io gli aveva dirette altre due lettere in risposta alle sue, con
le quali mi domandava protezione per lo esercizio delle sue episcopali
prerogative. Quantunque egli abbia smarriti gli originali, non ha
mancato il degno Arcivescovo, con esempio di rettitudine generoso, _non
per anche imitato da tutti quelli nei quali io maggiormente confidava_,
di sovvenirmi nelle dure strette in cui mi trovo con lo aiuto delle sue
reminiscenze, come si conosce dal seguente attestato:
«Attesto per la pura verità, che nel tempo da me trascorso alla Badia
di Passignano, dopo le tristi vicende che mi costrinsero ad abbandonare
questa Capitale, oltre una terza lettera già da me rilasciata dietro
richiesta delle Autorità Giudiciarie, io ne ricevei pure altre due
direttemi dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi, in allora Capo di
quel Governo Toscano, nelle quali, con espressioni le più ossequiose
e rispettose, mi diceva ch'egli approvava pienamente le misure
da me prese di relegare all'Alvernia i due Sacerdoti *** *** come
propagandisti di dottrine eterodosse, e mi protestava che sarebbe stato
sempre deferente all'Autorità Episcopale, promettendo, fintantochè
egli fosse stato a capo del Governo, favore, protezione e sostegno pel
libero esercizio della medesima.
«Non avendo io tenuto conto di dette due lettere, e venendomi esse
richieste dallo stesso signor Avv. F. D. Guerrazzi per interesse della
sua difesa, ho stimato _mio dovere_ di manifestarne il sentimento, e
rilasciarne il presente certificato.
«In fede ec.
«Dal Palazzo Arcivescovile di Firenze,
«(L. S.) Li 11 marzo 1851.
«FERDINANDO Arcivescovo di Firenze.»
E queste sono nobili parole: in prigione non posso nè devo fare
più lungo sermone. Allora la lode è turpe per cui la profferisce, e
senza onore per cui la riceve, quando possa sospettarsi che muova da
viltà o da paura. Miseria non ultima del carcere, dove il biasimo ti
viene ascritto a furore, la lode ad abiezione. La virtù nella comune
estimativa del mondo sta abbracciata con la fortuna.
E, non diverso dall'Arcivescovo di Firenze, il Vescovo di Milto
Ordinario a Livorno, con lodevole premura porgeva anch'egli
testimonianza di averlo io sostenuto, affinchè in negozio dilicato
l'autorità sua fosse obbedita.
«I Signori *** *** presentandosi come incaricati del signor Avvocato
F.-D. Guerrazzi mi richiedono di uno attestato, che stia a constatare
qualmente il medesimo mentre dirigeva il Ministero dello Interno
si prestò ad appoggiare la mia Autorità di Ordinario in emergente
dilicato, interessante la moralità e la coscienza, ed io non posso
ricusare un tale attestato, in quanto che è vero, che in circostanza
come sopra fui dal suddetto signor Guerrazzi utilmente coadiuvato. Ed
in fede
«(L. S.) Livorno, 26 luglio 1851.
«GIROLAMO, _Vescovo di Milto_.»
Nè già si creda, che senza mio sommo pericolo fossero i soccorsi,
che, secondo l'obbligo mio, dava allo Episcopato per lo esercizio
delle sue legittime prerogative, e la preghiera al fiorentino
Arcivescovo, che con la presenza e i riti la religione commossa
confermasse. Un cartello infame fu affisso nel giorno terzo o quarto
di aprile all'Albero della Libertà, piantato in Piazza del Duomo, e
fatto remuovere vi ricomparve più volte, il quale diceva così: «Due
traditori (il primo era io, il secondo Monsignore Arcivescovo) si
sono dati la mano per tradire il Paese; si muova il Popolo, e si dia
la meritata pena, prima che gli scellerati disegni sieno compiti.» A
vero dire io non ebbi mai l'onore di favellare con lo Arcivescovo; ma
non importa; noi cospiravamo insieme per tradire il Paese. In quanto
al soggetto cui accenna l'attestato di Monsignore Vescovo di Milto, mi
dichiarò mortalissima guerra; scriveva lettere ortatorie perchè mi si
spingessero contro come a un verro di macchia, perchè traditore della
Patria, venduto ai tiranni, col corredo delle consuete ribalderie,
che i ribaldi costumano. La Polizia sorprese una di queste lettere,
e svelò come anch'egli partecipasse alle trame del Frugoni di cui ho
parlato a pag. 369 di questa Apologia. Longanime come è mia natura,
non uso a tremare, e per paura offendere, tardo a muovermi quanto più
in grado di accompagnare il baleno del volere col fulmine del fare,
io mi restrinsi a spedire la lettera intrapresa del tristo Prete a
Manganaro, ordinandogli di depositarla negli Archivii della Polizia, e
sorvegliare, e sfrattare il Frugoni.[400]
Ma tornava al benevolo disegno della Accusa raccontare di Preti
imprigionati e di Arcivescovo offeso, me annuente o impotente. Ciò non
pensava il Vescovo di Livorno, e molto meno lo Arcivescovo di Firenze,
che a me ricorrevano per protezione in tempi anche più torbidi, e la
ebbero, però che io con tutti i nervi mi vi adoperassi. Ma che importa
questo? Ciò che si dimostra lo Arcivescovo non avere mai pensato, pensa
l'Accusa; e non solo lo pensa, ma lo rimprovera, e ne forma subietto
d'imputazione.
L'Accusa fonda il rimprovero: 1º sopra taluni ordini spediti l'8
febbraio 1849, dove leggonsi l'espressioni: «Si vuole ovunque
mantenuta la pubblica tranquillità, ed energicamente represso ogni
_tentativo_ reazionario contro lo attuale ordinamento, se vi fosse
tanta stoltezza da _tentarlo_. I Parrochi in ispecie, e Preti in
generale, debbono rigorosamente guardarsi, e ove costoro, o chiunque
altro, si cogliessero in fallo, sieno irremissibilmente carcerati e
processati;» 2º sopra una lettera del 19 febbraio che dice: «Se trova
Preti renitenti o traditori, è tempo finirla; si arrestino questi
indegnissimi figli della Patria e di Cristo, e si mandino legati a
Firenze. Non ammettiamo esitanza, dubbio, od osservazione in contrario:
sotto la responsabilità sua, si leghino e mandino in Firenze.»
Mi rifarò dal documento secondo. Le osservazioni, che questa lettera
ignoravasi 1º a cui fosse mandata; 2º se spedita; 3º da cui scritta;
4º e da cui firmata, — conciossiachè le firme del signor Montanelli e
mia non appaiono di nostro carattere, e il corpo della lettera neppure,
come neanche di persone addette alle Segreterie, nè di familiari
nostri; tutte queste osservazioni, almeno per quello che sembra, hanno
persuaso l'Accusa a dubitare un tantinetto intorno alla autenticità di
cotesto documento: però io mi stringerò a dichiarare in _istil breve e
succinto_, che di questa carta io non devo dire nulla. Per qual motivo
poi, con mille altre di pari natura, l'abbiano stampata nel _Volume_,
pende il giudizio incerto. Alcuni sostengono, che la Istruzione
dapprima si avvisasse apparecchiare il caos, onde i Giudici poi,
quasi divini, dicessero: «si faccia luce,» e luce si facesse; — altri
opinano, che ella intendesse fornire un saggio della intelligenza e
della prestanza di taluni impiegati toscani; e si maravigliarono perchè
il _Volume dei Documenti_ non fosse spedito, con tante altre rarità,
alla Esposizione di Londra.... ma, spicciandosi, sarebbero sempre a
tempo; — altri, altra cosa dichiarano. Intanto stampano lo Indice,
ottima giunta alla buona derrata, perchè accuratamente compilato, con
diligenza elzeviriana corretto, sicuro nelle indicazioni; per sugosi
sommarii, e soprattutto precisi, veramente esemplare;... questa opera
inclita in ogni parte armonizza![401] — Favelliamo di altro. E quanto
espressi sul documento secondo dovrebbe giovarmi anche pel documento
primo, dacchè non sia scritto nè firmato da me, sibbene dal solo
Segretario signor Allegretti. Ma il Segretario Allegretti, ricercato
con lettera intorno alle ragioni del Dispaccio, risponde per lettera
quello, che già abbiamo letto a pag. 289 di questa Apologia. Quando
il signor Segretario sarà richiamato, come diritto vuole, non dubito
punto nella rettitudine sua, ch'egli vorrà rammentarsi come mostrando
nel volto dolore, gli domandassi che avesse, ed avendomi manifestato la
repugnanza sua a scrivere disposizione siffatta intorno ai Parrochi, io
gli rispondessi: «ed ella non la metta.» Se non che altri intervenne,
e disse con impeto: «che importa a lei? Faccia il suo dovere, e
obbedisca.» Ma queste cose non importa sapere all'Accusa.
Il Manifesto alla Europa afferma che il Governo non mandò armati
a cacciare S. A. da Porto Santo Stefano, e, tranne alcuni pochi
Municipali, nessuno; e dichiarò eziandio non essere mai stato
instaurato in Toscana il Governo Repubblicano. Questo trovammo a
prova essere vero esattamente, se ai Municipali aggiungi i quattordici
artiglieri, quantunque rispetto a me non sapessi degli uni nè degli
altri. Però non vuolsi revocare in dubbio che le voci corressero
diverse dal vero, siccome vediamo per ordinario accadere; se per
_forte mano_ vogliasi intendere la colonna Guarducci, nè ella, come
chiarii, era spedita da me, nè da altri del Governo, e veniva nel
giorno 18 richiamata a Livorno, e rivolta verso il contado lucchese;
se per capi stranieri D'Apice e La Cecilia, il primo non si mosse da
Empoli, e ricusò il comando; a La Cecilia non fu commesso dal Governo
ufficio di sorta, nè leggo avere operato cosa alcuna, tranne bandire
proclami, proporsi di capitanare le milizie civiche della Maremma,
e, non rinvenuto il terreno molle, data una gira-volta, tornarsi a
Livorno prima del 20 febbraio. Il cannone di Orbetello bene salutò la
Repubblica, ma la Repubblica in Toscana non era; per la quale cosa il
Manifesto alla Europa non ismentendo (come inesattamente scrive il
Procuratore Regio del Tribunale di Prima Istanza di Firenze, a pag.
23 della sua Requisitoria) le cannonate di Orbetello, disse a ragione
erroneo il supposto, che la Toscana, decretata la decadenza del suo
Principe, si fosse costituita a reggimento repubblicano.
E perchè si conosca a prova quanto il mal genio dello errore abbia
presieduto a questa opera infelice della Magistratura toscana, noterò
come il Regio Procuratore rammentato adduca a conferma di un fatto vero
una prova falsa. Veri gli spari di cannone ad Orbetello il giorno 20
di febbraio; non vero, che ne faccia fede il Dispaccio, allegato dalla
Requisitoria, di Carlo Pigli; ed è evidente. Il Dispaccio del Pigli
apparisce dettato il 22 febbraio a ore 5, m. 45 pom., e dice: «_ieri_
a Grosseto e a Orbetello fu grandemente festeggiata la Repubblica
con sparo di artiglierie ec.;» lo _ieri_ del _22_ pare quasi sicuro
(a meno, che non lo voglia contrastare il signore Paoli) che sia il
_21_: però, stando a questa prova, il Procuratore Regio del Tribunale
di Prima Istanza di Firenze ci vorrebbe dare ad intendere, che S. A.
sentisse nel _20 febbraio_ i colpi di cannone sparati il _21_!!! Ma
queste le sono baie.
_Verum ubi plura nitent in carmine, non ego paucis_
_Offendar maculis....._
Nonostante, quando si agita del sangue e della fama di un uomo, uno
scrupolo più di coscienza non parrebbe che potesse guastare la ricetta.
Onde sieno completi gli schiarimenti sul Manifesto alla Europa, dirò
che fu composto sul principiare del marzo. Ora, mantenendo viva (come
sarà provato fra poco) la Legge Stataria in Firenze per prevenire uno
sconvolgimento in senso repubblicano, _chi scrisse cotesta carta_, la
quale comparisce vergata da mano non mia, per certo reputò nella sua
prudenza necessario, e lo era, insinuarvi qualche parola vaga la quale
trattenesse gli arrabbiati da darsi alla disperazione; imperciocchè
i disperati tutti sieno temibili; i politici poi, tremendi: e questo
vedemmo, e tutto giorno vediamo. Niccolò nostro lasciò ai Partiti un
buono insegnamento, di cui, se volessero seguitarlo, questi potrebbono
avvantaggiarsi non poco; ed è: — che bisogna contentarci del vincere,
e schivare lo stravincere. — Nè io avrei potuto contrastare coteste
frasi senza venire ad aperta rottura coi Colleghi, mettendo da capo
a repentaglio ogni cosa; molto più se si avverta, che il Partito
Repubblicano durava sempre abbastanza gagliardo da consigliare
il mantenimento della Legge Stataria per contenerlo; e dall'altra
parte, che incominciando a stringere il tempo della convocazione
dell'Assemblea, urgeva per me tentare il provvedimento supremo di
riporre in mani toscane la sorte della Toscana; il quale con buona
fortuna (altri dirà, se con senno ed ardire) mi venne fatto operare
col Decreto del 6 marzo. Io non mi sentiva uomo, per poche parole
senza costrutto, mettermi in avventura di sconciare le cose. Come
poi devansi giudicare la parole espresse in simili angustie, vedremo
nella ultima parte di questa Apologia, dove riporterò la opinione di
uomini di Stato, e di Storici reputatissimi, intorno a casi non pure
somiglievoli, ma quasi identici.
Più tardi della Spedizione di Lucca: — frattanto importa notare
come la colonna Guarducci, la quale non oltrepassò Rosignano, fosse
richiamata, e celeremente spedita verso il contado lucchese. Nè si
opponga, come l'Accusa fa, ciò non essere stato spontaneo, bensì per
ovviare a maggiore pericolo; no: dicasi piuttosto, che dopo avere in
cento modi attraversate le Spedizioni maremmane, io colsi il primo
pretesto per mandarle a vuoto. So bene, e a mie spese, che con le
Accuse non si fa a fidanza; però intendo dimostrare quanto dico. —
La commissione di apparecchiare gente scelta per Maremma, io dava
sforzato il _14_ febbraio, e la colonna Guarducci senza ordine o
avviso del generale D'Apice, nè mio, potè incamminarsi per Rosignano
il giorno _17_ di febbraio; ma per tornare e volgersi verso il contado
lucchese, non le si concede mettere tempo fra mezzo; richiamata il 18
a Livorno, da Livorno nel 18 parte.[402] Ancora: — io dai Volontarii
indisciplinati aborrivo, e _precisamente in questa occasione, così
scrivevo nel 22 febbraio da Lucca al signor Mazzoni, presidente di
settimana_: «Volontarii, non importa; se prendono ingaggio, va bene,
perchè allora si disciplinano, e possono partire; sciolti da qualunque
freno, mandano sottosopra ogni cosa,[403] e _lo vedo a prova_.» Sicchè
di loro, così com'erano indisciplinati, non sapeva che farmi. Infatti,
parte furono inviati in Val di Serchio, perchè lungo il littorale
giungessero a Viareggio; parte, senza ordine, sceso il Colle di Chiesa,
si spinsero fino al ponte del Macellarino, con presentissimo pericolo
di rimanere tagliati fuori;[404] finalmente, con ispreto degli ordini
del Generale, vollero trascorrere fino a Pietrasanta; sicchè D'Apice
protestò, che se non indietreggiavano essi, egli non avanzava, per la
quale cosa mi avventurai solo fino costà, ingegnandomi con parole ora
di preghiera, ora di rimprovero, a farli retrocedere.[405] I Volontarii
che vogliono operare a modo loro, sono impedimento, non forza; le
popolazioni li temono ed odiano; le milizie ordinate li disprezzano,
ed essi rendono a tutti pan per focaccia, con ingiurie e soprusi. Però
di Volontarii a Lucca non vi era bisogno; e se fu detto, e' si fece
per istornarli dalla Maremma; il maggiore uopo di forze, almeno per
testimonianza di persona autorevole, era colà, e non altrove; dacchè,
partito il Principe, cessava il pretesto di agitarsi in suo nome.
Infatti Cesare Laugier, malgrado che il Granduca sul partire da Porto
Santo Stefano lo nominasse suo Commissario in Toscana, a cagione della
sua partenza, ritenne cotesto Decreto di nessun valore; e le parole
contenute nel chirografo, che nel 22 febbraio 1849 egli mi dirigeva
da Massa, lo dichiarano espresso: «La partenza del Principe in terra
straniera sciolse il Laugier da ogni scrupolo. Credutosi svincolato
dal giuramento, pensò il miglior mezzo, per evitare lo spargimento di
sangue, retrocedere nelle posizioni da cui era partito.»